22 ottobre 2012

Falso movimento - Falsche Bewegung


Wim Wenders
Falso movimento - Falsche Bewegung
“Poesia delle metropoli” e fuga da se stessi

Opera del ’74, in questo film Wenders si cimenta in una narrazione doppia. Da una parte c’è il viaggio dei protagonisti che è tuttavia un divagare senza meta, il quale, invece di apportare un progresso, produce perdita e alienazione; dall’altra c’è una scrittura che affiora proprio dalle immagini del movimento di cose e persone, rivelando specularmente la sagoma più intimista del racconto. Falso movimento è l’ars poetica di Wenders, il lavoro dove con la maggiore incisività viene formulata la domanda di fondo che percorre l’intera sua produzione, ossia come possa la tecnica cinematografica definire la falsità caratteriale che ispira il movimento cinema. Ritmicità quasi ossessiva, quella con cui i mezzi di spostamento e comunicazione sono rappresentati sulla scena, già peraltro fotografati nel ruvido espressionismo della metropoli contemporanea in Alice nelle città.
Wilhelm, il protagonista, alter ego del Wilhelm Meister di Goethe, vorrebbe diventare scrittore ma riconosce il proprio limite nel non riuscire a comunicare e nell’essere indifferente ai comportamenti della gente. Decide così di allontanarsi da casa per qualche tempo, portando con sé Vita di un perdigiorno e L’educazione sentimentale, da leggere durante il viaggio. Ben presto si ritrova a far parte di una comitiva stranamente assortita, composta da un vecchio cantante, ex atleta alle Olimpiadi del ’36 e nazista, Mignon, la ragazzina che lo accompagna, una giovane e sensuale Nastassja Kinski, al suo esordio nel ruolo di artista di strada, un’attrice e un austriaco, aspirante poeta. L’inizio, con l’immagine del treno che si perde nella campagna, sembra preparare lo spettatore a una dimensione di spaesamento che costituisce il leitmotif della storia; né è casuale la scelta dell’inquadratura da dietro, come nella sequenza della passeggiata tra i vicoli della città, quasi a voler mettere in risalto la contiguità tra figura umana e architettura delle case, in un’ambigua sovrapposizione.
Al di là del raffinato recupero dei tratti del road movie e oltre l’esplorazione psicologica dell’uomo delle città, Wenders prova ad analizzare, partendo dal disagio della singola personalità, la scissione tra volontà individuale e ciò che determina l’azione politica di uno Stato. Emblematica in questo senso è la confessione di un uomo, incontrato in una villa, mentre sta meditando il suicidio. Rimasto insieme a Wilhelm davanti al camino del salotto, parla della solitudine: «Qui [in Germania] sembra essere impalpabile e allo stesso tempo più dolorosa che altrove, e ciò è dovuto al continuo voler esorcizzare la paura […] –  la paura in Germania o è superbia o è vergogna – una cosa che è diventata filosofia di Stato e i metodi per superarla sono perfino legge».
La poetica dell’inquietudine e del disincanto raggiunge in Falso movimento uno dei punti più alti. Ma il regista sembra volontariamente provocare una fase di stallo, lasciando allo spettatore il compito di risolverla. L’impasse è chiarissima nelle due battute scambiate tra Wilhelm e il cantante: «Se solo la politica si unisse alla poesia in un tutt’uno…», «Sarebbe la condanna di ogni desiderio e la fine del mondo». Maestro indiscusso nel cinema di quella che all’inizio del XX secolo Ludwig Meidner salutava come “lirica delle metropoli”, Wenders in questo lavoro ripropone gli elementi chiave del viaggio iniziatico, territorio eletto delle scritture di ogni tempo e in particolare del romanticismo tedesco (si pensi a Faust, Godwi e Peter Schlemihl). Tuttavia qui l’allontanamento dalla città e dalle coordinate apparentemente certe della vita quotidiana non comporta la conquista di una consapevolezza, o almeno non soltanto questa. Il rivelarsi di ciascuna personalità avviene per via frammentaria, i ritratti non emergono mai nell’insieme ma si intuiscono solo dai singoli dettagli, e l’uscita dal labirinto è rimandata di continuo. Sull’inseguimento di più voci e narrazioni il regista costruisce l’intelaiatura fondamentale della propria illusione di movimento, e chi osserva non può fare a meno di sentirsi braccato dalla disagevole contesa di immobilismo e impulso alla fuga. Arianna, sembra ammonirci Wenders, ha tagliato il filo; sta a noi trovare energie e nuovi espedienti per affrontare il Minotauro.
(di Claudia Ciardi, gennaio 2012)

Six days in the life of Wilhelm: a detached man without qualities. Bonn, a castle on the Rhine, a neighborhood on the outskirts of Frankfurt and finally Zugspitze are the stage in a journey that will free Wilhelm from the gloominess and from the discouragement oppressing him in his home town. He believes that it is only by moving away from his mother that he can satisfy his yearning to be a writer. On the train he meets an older man, an athlete in the 1936 Olympics, who is still struggling within himself against the ghosts of his Nazi past and his mute teen companion, Mignon, an acrobat. An actress, Therese, whom Wilhelm gazes at, joins them and he makes friends with a young vagabond poet, Bernhard Landau.

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Wilhelm Meister möchte Schriftsteller werden. Seine Mutter empfindet, dass er dafür zu wenig Erfahrung habe. Er müsse auf Reisen gehen und an Menschenkenntnis gewinnen. Wilhelm macht sich auf den Weg, um von Glückstadt nach Bonn zu fahren. Als er in Hamburg umsteigt, trifft er auf dem Bahnsteig eine gewisse Therese Farner, die Gefallen an ihm findet und ihm ihre Telefonnummer hinterlässt. Während der Bahnreise lernt Wilhelm den alten Laertes kennen, der in Begleitung des stummen Mädchens Mignon unterwegs ist. Als Wilhelm in Bonn ankommt, telefoniert er mit Therese. Diese schließt sich ihm an, sodass die Reisegruppe fortan aus Wilhelm, Therese, Laertes und Mignon besteht. Sie machen Bekanntschaft mit dem österreichischen Dichter Bernhard Landau, der vorschlägt, ins Siebengebirge zu fahren und dort seinen Onkel zu besuchen. Auf dem Schloss, das sie dann erreichen, wohnt jedoch nicht besagter Onkel, sondern ein Industrieller. Durch ihre Ankunft verhindert die Gruppe den Selbstmord des Hausherrn, der bisher sehr einsam und für sich lebte und nun über die Abwechslung durch die unverhoffte Ankunft der Gäste sehr erfreut ist.

                                         
Nastassja Kinski by Erling Mandelmann
Geboren in Berlin am 24. Januar 1961

Poetics and Metropolis:


Wim Wenders - Filmography

Caffè d'Europa - Note

Intervista di Elisa Cutulle’ a Claudia Ciardi per Das deutsch-italienische Kulturmagazin I'm Saarland.
Gian Paolo Grattarola/ recensioni di Walter Benjamin, Liberami dal tempo e Georg Heym, Ci invitarono i cortili - Via del Vento edizioni

Notiziario CDP – 228, luglio – agosto 2012, pp. 11, 19: Heym, Dopo la battaglia; Benjamin, Ha la morte facoltà di scambiare il desiderio. Traduzioni di Claudia Ciardi.

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