28 dicembre 2013

Joseph Roth - L'incantatore/ Der Zauberer


«Otto prose inedite in Italia. Otto “personaggi in cerca d’autore” che escono dalla penna di Joseph Roth come altrettante miniature fantastiche. Effimeri protagonisti di un’epica marginale e sofferta, comparse di un mondo sconvolto dalla guerra. Clowns e camerieri alle prese col carovita, fantasmi, maghi, fotografi come negromanti, un luogo di villeggiatura stregato dall’aria di ottobre, donne inghiottite dalle mode alle quali hanno irrimediabilmente svenduto la propria femminilità, viandanti stanchi del clamore e del vuoto incontrati in viaggio, che ora siedono malinconici e traditi a un angolo di strada.
È una poesia sull’orlo del naufragio quella che Roth tenta di raccogliere nei suoi ritratti, un lirismo tascabile ad uso dei poveri diavoli come lui. Impossibile non scorgervi tutto l’incanto che si accompagna alla Kindheit, epoca struggente quanto inafferrabile, cui ognuno sempre torna nel tentativo di salvare se stesso dai rovesci della vita. Quest’affinità con uno dei principali nuclei narrativi sviluppati dalla letteratura tedesca del primo Novecento e non solo, rende certi spunti di Roth straordinariamente vicini alle pagine dell’infanzia benjaminiana e ci rivela più di una somiglianza con diverse sequenze cinematografiche che da Chaplin arrivano a Wim Wenders».

(Di Claudia Ciardi)


Joseph Roth,
L'incantatore e altre prose,
a cura di Claudia Ciardi,
traduzione di Claudia Ciardi e Katharina Majer,
Via del Vento edizioni,
ottobre 2013,
ISBN 978-88-6226-073-2
Euro 4,00

Scheda del libro/ Book snippet






Contiene/ List of contents:
Ragazzo
Clown
Parata di un fantasma
Vecchie e nuove fotografie
I manichini
Ottobre
L'incantatore
A un angolo di strada

Collection/ collana Ocra gialla



Amedeo Anelli, «Il Cittadino», quotidiano di Lodi, 5 - 12 - 2013


«Quasi mezzo anno fa un clown morì in un circo berlinese, poco prima che mettesse piede nell’arena. Al clown era venuto un colpo. I giornali diedero un falso titolo alla sua morte: «La morte sul palco».
Poi il mondo venne a sapere che il clown si era preso cura di un anziano padre, di una moglie e due bambini, e che era stato un cittadino molto onesto. Il suo numero principale consisteva nel fatto che, da quindici anni, sera dopo sera, giacesse supino sul pavimento, mentre una domatrice finemente vestita lasciava camminare un grande orso dal collare sul suo corpo. Dunque lui era appunto un pretesto per il cimento dell’orso.
Che orso geniale! – esclamava la gente, quando vedeva che non accadeva nulla al clown. – Che sciocco clown! – avrebbero detto se il Signor Orso lo avesse schiacciato.
Per metà vita i clowns devono meditare su una nuova variante ridicola del loro frack e, nonostante ciò, non divengono immortali. In dieci anni si può aver scritto una nuova Odissea e per migliaia esser rimandati in seconda elementare. Il clown è piuttosto un accessorio da pausa. Di fatto esiste allo stato di un suono di campanello e di un rullo di tamburo».

From the book: Clown


«Avvenire», 24 - 12 - 2013







Links:

Il blog «Polonia mon amour» a cura di Paolo Morawski segnala le pubblicazioni di Via del Vento

Scheda su Wuz.it

Che gran cronista quel santo bevitore di Joseph Roth, Daniele Abbiati, «Il Giornale», 4 dicembre 2013

Circus Black Hills, 1914, Ohio 
The Circus Society ©


24 dicembre 2013

Am Schlachtensee



Foto di Claudia Ciardi ©

Am Schlachtensee

A Joseph Roth


La strada corre lungo il Mexikoplatz, una lingua verde a tratti quasi impudente per la fretta dei ciclisti. Ma io amo sorprenderne il volto gentile che si perde tra gli alberi e tenta di raccontare qualcosa come se facesse cadere dietro di sé molliche di pane, questo più di tutto mi seduce.
Prima dello Schlachtensee ci si ritrova su un’ampia curva, una morbida parentesi nell’astratto rettilineo che serra i pensieri alle fermate. Quindi lentamente affiora con le sue pagode ubriache il Mexikoplatz incagliato sul binario. Perfino la voce registrata del treno sembra per un attimo far posto a un’esotica imminente evasione, sbocciata tra le case come per gioco.
Ma per me, per me soltanto, evoca molto di più. Ben oltre l’idea del nuovo mondo giunto agli incroci della metropoli sta la vera stravaganza che me l’ha fatto immaginare assai prima di arrivarci. Parlo di un sogno in cui la città intorpidiva nell’abbaglio dell’inverno, e le strade erano poco più che una mistura confusa di orme lasciate dai passanti sulla neve. Così mi trovavo a bussare a porte e finestre, mentre le ore passavano e il tramonto trascinava con sé qualcosa di inesorabile.
Al Mexikoplatz ero infine perduta. La città, immobile e svuotata, giaceva in un riverbero azzurro che annunciava la sera. Tutto cospirava per scacciarmi, e anche l’impossibilità di rimanere, era chiaro, incarnava un’ipotesi fatale che sfiorava strani tasti della mia fantasia e una corda, cui sentivo appeso più di un episodio della mia vita. Queste sensazioni non mi hanno dato tregua neppure dopo, quando ho veramente visitato la piazza. La realtà si è messa a sparigliare le carte insinuando in quel che vedevo il dubbio di un’effettiva esistenza. Improvvisamente, la fontana, gli alberi, i vialetti secondari, le teste dei clienti nel bistrot reclamavano di essere guardati con intensità maggiore di quella che si riserva normalmente alle singole apparizioni. Già sapevano che da me avrebbero ottenuto più comprensione di quanta potessero offrirmi nell’istante in cui li ho sorpresi.
Il Mexikoplatz non si raggiunge per caso. Qui una camminata non si limita a uno spostamento nello spazio ma sembra preparare chi vi si avventura a un moto ulteriore. Per quanto mi riguarda è una tappa verso lo Schlachtensee coincidente con un sintomo del mio divagare, qualcosa di simile a un incontro che si è desiderato per molto, un oggetto indecifrabile che mentre si manifesta perde ogni potere di rivelazione e beffardamente ci rimanda ad altro. Come capita di bere e continuare ad aver sete, così ogni volta che cammino lì nei dintorni, non posso fare a meno di spingermi in avanti.
La curva docile e ombreggiata che conduce al lago e l’arco stesso che disegnano le sue rive leggermente scoscese mi ricordano il bel viale di platani che nella mia infanzia mi portava al mare. Le querce vegliano il sentiero, e il tramonto lo accende come il dorso di un drago addormentato. Di tanto in tanto un treno rotola sul binario e il bosco ne rimanda il sussulto smorzato, e qualcosa di quel battito metallico e primitivo resta per pochi attimi impigliato da qualche parte nel fitto della vegetazione. Anche il noleggio delle barche affiora senza clamore, la casetta dei due custodi appare come scaraventata in quel punto dalla distrazione di qualcuno; una staccionata di legno che invece di indicare un perimetro dà l’impressione di stare lì per assecondare le fantasticherie del viaggiatore. Se non fosse per le voci dei padroni in cui risuona un berlinese ruvido e sbrigativo, se non fosse per qualche infuocata lite a distanza tra rematori attardati e implacabili doganieri, tutto farebbe pensare a un avamposto lasciato deserto ormai da anni.
Ma non è questa ancora la meta del mio andare. Neppure qui, tra questo muro in ombra e la finestrella incollata al sottotetto, timida vedetta di una fiaba, neanche in quest’angolo riesco ancora ad avvistare un segno di quel che mi ha adescato. Da diverso tempo molte cose sembrano indicarmi un approdo seppur provvisorio ma in grado di rassicurare, che magari offra riposo, e io non so coglierlo o continuo a respingerlo, fatto è che le due cose sempre finiscono per allearsi e congiurano contro di me.
Ebbene, io sono caparbia, cerco ugualmente la mia via attraverso il coro di squillanti sirene che mi si para davanti. Non è facile superarlo, però un verso per guadagnare l’altra riva deve pur esserci. Questione di affidarsi a una buona corrente. E alla fine, a metà del lago, scorgo sopra un fitto canneto una selva di gioiose betulle scosse dal vento. Freme con la grazia di un tempio chiuso, un respiro che imparo subito e sento scendere dentro di me. Si potrebbe passare ore a contemplarla o anche un’intera vita. E il senso di aver compiuto qualcosa cancella ogni smarrimento. Per un po’ qui ci sarà pace, per un po’ si potrà restare.


(Di Claudia Ciardi)



                      

Links:

15 dicembre 2013

Boris Pasternak, «Io entro in questa notte»


«La poesia di Pasternak somiglia a una formula incantatoria, pronunciata con un filo di voce in un paesaggio fuori dal tempo. Versi lievi, che si muovono quasi senza lasciar tracce su un sottile strato di neve o sul tappeto fantastico della brina autunnale. Bianchi che facilmente virano in trasparenze, dalle struggenti rime della pioggia alle imperscrutabili trame del vento, sognanti acquerelli di un panismo russo, che non di rado incrocia le orme di certi Lares invocati dalla Achmatova. Sommesse cadenze, silenziosi spettri di un immaginario sospeso tra fiaba e realtà, squarci di cielo mutevoli e assorti come oracoli, giardini di erbe meravigliose, che hanno sguardi e volti umani, tacite memorie che premono allo steccato di una flebile Zaubernacht destinata a dissolvere alle prime luci dell’alba».

(Di Claudia Ciardi)


Boris Pasternak - portrait

Boris Pasternak,
Poesie,
a cura di Angelo Maria Ripellino
con un saggio di Cesare G. De Michelis
Testo russo a fronte,
Einaudi, 2009




Dall’introduzione:

«Boris Leonidovič Pasternak si affacciò sulla soglia della lirica russa in un’epoca ricca di correnti e di figure, mentre i simbolisti arretravano dinanzi all’assalto impetuoso del futurismo. Quanti personaggi nella poesia di quegli anni: Blok con le sue laceranti romanze zigane sullo sfondo di Pietroburgo; Chlebnikov, simile a un grande uccello di palude, vagabondo bislacco e squattrinato, coi suoi progetti fantastici, coi manoscritti ravvolti in una federa; e Brjusov solenne e accademico fra scenari di cartapesta, come il duca di Guisa in una pellicola del «Film d’Art»; e Belyj con le sue strofe scintillanti, dove le immagini rimbalzano come riflessi di specchi diabolici.
In un primo periodo, nel 1913-14, Pasternak fece parte del gruppo «Centrifuga», che contemperava futurismo e simbolismo, senza spregiare l’eredità del passato. Futuristi prudenti, quelli di «Centrifuga» tenevano gran conto soprattutto un poeta dell’età puškiana, Jazykov, ed il simbolista Ivan Konevskoj, le cui cadenze riecheggiano nel primo volume di Pasternak, Bliznec v tučach [Il gemello fra le nuvole] del 1914, ancora tramato di simboli, di mitologia, di arcaismi. Ma dopo il breve episodio di «Centrifuga» Pasternak si venne avvicinando ai cubo futuristi, ossia alla parte più radicale e ribelle del futurismo russo, e la sua scrittura trasse esempio dai testi di innovatori irruenti come Chlebnikov e Majakovskij.
Nel Majakovskij del primo periodo, nell’autore di Oblako v štanach [La nuvola in calzoni], Pasternak vide il più valido interprete delle speranze e dei crucci della sua generazione, il vertice della poesia di quell’epoca. Nella terza parte del libro di memorie Ochrannaja gramota [Il salvacondotto, 1931] egli ha scritto: «Quando mi proponeva di narrare qualcosa di me stesso, cominciavo a parlare di Majakovskij. E non era un errore. Io lo adoravo. Io impersonavo in lui il mio orizzonte spirituale» (p. 103). E infatti la parte più viva dell’opera di Pasternak è strettamente connessa con quella di Chlebnikov e di Majakovskij: lo si vede dai versi di Poverch bar’erov [Oltre le barriere, 1917], di Temy i variacii [Temi e variazioni, 1923], di Vtoroe roždenie [Seconda nascita, 1933] e in specie della raccolta Sestra moja žizn’ [Mia sorella la vita, 1922], che è tra le gemme più splendide della lirica russa del secolo. Questo libro destò l’entusiasmo di Mandel’štam e di Marina Cvetaeva ed ebbe su tutti i poeti quasi un potere ipnotico; e non solo vi attinsero giovani come Tichonov o Sel’vinskij o Petrovskij, ma il vecchio Brjusov persino ne riprodusse i motivi e le immagini nella sua tarda raccolta Mea (1924)».

[…]

«Questa freschezza primigenia s’avverte soprattutto nei paesaggi che, assieme ai motivi d’amore, costituiscono il meglio di Pasternak. Si tratta di solito della veduta d’un parco, d’una villa, d’un bosco; d’un paesaggio ammirato dalla finestra di una casa di campagna o dal finestrino d’un vagone. Majakovskij, ingolfato nel tema futuristico della città tentacolare, trascurava le immagini della natura; Pasternak ci dà invece paesaggi che sono forse i più ariosi nella lirica russa dopo quelli dei poeti romantici. Le metafore, stratificate e come trasparenti, esprimono a meraviglia la geometria cristallina di quello spazio primordiale.
I suoi panorami sono intrisi di pioggia, odorano d’acqua piovana. Tempeste, nembi, acquazzoni scrosciano nelle sue inquadrature, spruzzaglie inattese di pioggia allagano i versi, e le parole rilucono come l’erba sotto la brina».

[…]

«Daremo ragione a Marina Cvetaeva: la lirica di Pasternak ha qualcosa di taumaturgico, di curativo, come le erbe medicinali».



Nello studio del pittore - Im Malers Atelier
Ricordo di Aldo Frosini
Foto e elaborazione di Claudia Ciardi ©

[Come di bronzea cenere]

Come di bronzea cenere caduta dai bracieri,
di scarafaggi brulica il giardino assonnato.
Vicino a me, a livello della mia candela
sono sospesi universi fioriti.

E come in una fede inaudita
io entro in questa notte,
dove il pioppo vetustamente grigio
ha ombreggiato il confine lunare.

Dove lo stagno è un mistero svelato
dove bisbiglia la risacca del melo,
dove il giardino è sospeso come palafitte
e tiene dinanzi a sé il cielo.

1912


Sogno

Sognavo l’autunno nella penombra dei vetri,
gli amici e te nella loro burlesca brigata,
e come dai cieli un falco sazio di sangue
scendeva il mio cuore sulla tua mano.

Ma il tempo scorreva e invecchiava, già sordo,
e inargentando di broccato le cornici,
l’aurora dal giardino spruzzava sui vetri
le lacrime sanguigne di settembre.

Ma il tempo scorreva e invecchiava. Friabile come il ghiaccio,
scricchiava e si scioglieva la seta dei divani.
A un tratto tu, che eri chiassosa, esitando tacesti
e il sogno si spense come un’eco di campane.

Io mi svegliai. Era come l’autunno buia
l’alba, e il vento, allontanandosi, portava
come una pioggia fuggente di fuscelli dietro un carro
un filare di betulle fuggenti per il cielo.

1913


Gli Urali per la prima volta

Senza levatrice, nelle tenebre, senza memoria,
sulla notte premendo le braccia, la cittadella
degli Urali strillava e, cadendo in deliquio,
accecato dalle doglie, partorì il mattino.

Tonando si rovesciarono nell’urto improvviso
le moli e i bronzi di alcuni massicci.
Sbuffava il treno viaggiatori. E in qualche luogo da questo
scartando cadevano i fantasmi delle picee.

L’alba caliginosa era un sonnifero. Nient’altro.
Era stata versata di soppiatto alle fabbriche e ai monti
dal fumista dei boschi, il maldicente Gorynyč,
come da un ladro esperto l’oppio a un compagno di strada.

Svegliatisi in mezzo alle fiamme, dall’orizzonte scarlatto
sugli sci calavano ai boschi gli asiatici,
lambivano le falde e di nascosto porgevano ai pini
le corone, invitandoli a cingersi e a regnare.

E i pini, levandosi nella gerarchia
di vellosi dinasti, facevano ingresso
su un manto di damasco e d’orpello,
coperto del velluto arancione di croste di gelo.


Tre varianti (III)

Sui cespugli aumentano gli squarci
delle nubi sfrondate. Il giardino
ha piena la bocca di umida ortica:
è l’odore delle tempeste e dei tesori.

La macchia è stanca di gemere. In cielo
s’accrescono le luci delle arcate.
L’azzurro scalzo ha l’andatura
dei trampolieri per la palude.

E brillano, brillano come le labbra
non asciugate dalla mano
rami di vétrici e foglie di quercia
e tracce accanto all’abbeveratoio.


Nel vento

Nel vento che prova con un ramoscello
se per gli uccelli sia tempo di cantare,
sei intriso d’acqua come un passerotto,
ramo di lillà!

Le gocciole hanno il peso dei bottoni
e il giardino è abbagliante come un meandro,
asperso ed irrorato da un milione
di azzurre lacrime.

Allevato dalla mia tristezza
e da te coperto di spine,
è rinato stanotte,
pieno di borbottío, di fragranze.

Picchiò tutta la notte alla finestra,
e le imposte tintinnavano,
d’un tratto un umido soffio di ràncido
scórse per il mio abito.

Svegliato da questa sequela incantevole
di tempi e di soprannomi,
posa il giorno presente
gli occhi addosso agli anèmoni.

1917


Violacciocche

Or non è molto per questo sentiero silvestre
la pioggia ha girellato come un agrimensore.
Un’esca appesantisce le foglie dei mughetti,
l’acqua d’è rintanata nelle orecchie dei verbaschi.

Allevate dal freddo pineto,
per la rugiada ritraggono i lobi,
non amano il giorno, crescono in disparte
e persino l’odore spargono ad una ad una.

Quando nelle ville si beve il tè serale,
la nebbia gonfia le vele delle zanzare,
e la notte, con un improvviso tintinnío di chitarra,
come làttea caligine s’annida fra i melampiri.

Di violette notturne odora allora ogni cosa:
gli anni e i volti. I pensieri. Ogni occasione,
che nel passato può esser tratta in salvo
e nel futuro accolta dalle mani della sorte.

1927


[Non ci sarà nessuno a casa] 

Non ci sarà nessuno a casa,
tranne il crepuscolo. Il solo
giorno invernale in un trasparente spiraglio
di cortine non accostate.

Solo di bianchi biòccoli bagnati
il rapido aleggiante balenío.
Solo tetti, neve e tranne
i tetti e la neve, nessuno.

E di nuovo arabeschi intesserà la brina,
e di nuovo mi domineranno
lo sconforto dell’anno passato
e le vicende di un altro inverno.

E mi schermiranno di nuovo per una
colpa non ancora perdonata
e una fame di legna avvinghierà
la finestra lungo la crociera.

Ma inaspettatamente per la tenda
scorrerà il trèmito di un’irruzione.
Misurando coi passi il silenzio,
come l’avvenire tu entrerai.

Tu apparirai sulla soglia, indossando
qualcosa di bianco senza stranezze,
qualcosa proprio di quelle stoffe
di cui si cuciono i fiocchi di neve.

1931


Nello studio del pittore - Im Malers Atelier
Ricordo di Aldo Frosini
Foto e elaborazione di Claudia Ciardi ©

Links:

Boris Pasternak.ru

Anna Achmatova, È flebile la mia voce e altre poesie, a cura di Paolo Galvagni
Via del Vento edizioni, aprile 2012
Plaquette di 36 pagine. Volume numero 46, pubblicato nella collana «Acquamarina»
ISBN 978-88-6226-061-9
4,00 €

Ricordo di Federico Tavan. Orfeo friulano scomparso il 5 novembre 2013:
«Quando ho letto la storia di questo Dino Campana friulano sono subito rimasta turbata e affascinata.
Fin dalle sue origini la vita di Tavan corre su un filo meravigliosamente intrecciato di affatturazione e poesia. Una creatura fiabesca e indocile, un’essenza panica, un uomo che si è fatto tutt’uno con i suoi versi»
Qui la nota di Caffè d’Europa 
«Il Manifesto/ Alias», l'articolo, 8 dicembre 2013 - Federico Tavan, contrabbandiere di eccentrica poesia



6 dicembre 2013

Entartete Kunst


La questione non è banale. A entrare in gioco, infatti, nella definizione formulata dai nazisti per bollare negativamente le opere dell’avanguardia sono sia l’idea di arte che il regime intendeva divulgare sia il processo, a ciò strettamente legato, di elaborazione di una damnatio memoriae che, se osservato più da vicino, si scopre estremamente ambiguo.
Il recente ritrovamento a Monaco, nella casa di un insospettabile, riservato cittadino tedesco, di millecinquecento quadri “dannati” dal nazismo che in molti avevano dato per distrutti, sollecita infatti una riflessione sui confini tra ciò che veniva apertamente disprezzato all’epoca della dittatura e quel che invece era considerato rappresentativo di quella autenticità culturale tedesca oggetto di infaticabile propaganda. Ed è proprio qui che si cela, senza neanche troppi espedienti, quella che indubbiamente apparirà come una contraddizione ma che, se si parte dal presupposto che il regime nazista non poteva che essere per sua stessa natura un coacervo di incoerenze, non ci sembrerà cosa poi tanto difficile da digerire. Del resto, molti (più o meno tutti) gli aspetti che una dittatura sostiene di rigettare, a difesa della propria integrità morale e di un codice d’onore che viene offerto come unica soluzione possibile ai mali e alle corruttele dei propri avversari politici, sono già dentro alla sua messianica alternativa, prima ancora che abbia ricevuto la definitiva consacrazione. L’abuso di potere e il grado di immoralità che caratterizzarono l’operato dei gerarchi fin dalla prima ora della loro investitura, è cosa più che mai nota. Eppure il consenso si reggeva interamente proprio sull’annuncio di una differenza etica e sostanziale con i rivali.
La vicenda di Hildebrand Gurlitt, padre di Cornelius, l’uomo fermato una sera di settembre del 2010 alla frontiera Svizzera dalla polizia che, dopo averlo pescato senza documenti di identità, ha disposto un mandato di perquisizione nel suo appartamento monacense, luogo del ritrovamento delle opere d’arte ‘disperse’, è secondo me emblematica dei numerosi e complessi intrecci che hanno unito elementi di spicco del partito nazionalsocialista a figure poco note, se non del tutto ignote, faccendieri annidati nelle numerose zone d’ombra del potere, cui finora si è data scarsissima rilevanza. Gurlitt padre, per metà ebreo, venne selezionato dagli uomini del regime per le sue competenze in ambito artistico. A lui fu assegnato il compito di incettare le opere ritenute degeneri e, come è facilmente immaginabile, il suo lavoro si rivelò essenziale per l’allestimento della famosa mostra «Entartete Kunst», campionario avanguardista esibito a Monaco nel 1937, con l’intento dichiarato di metterlo in ridicolo.   
Hitler aveva una vera e propria ossessione per l’arte, un rapporto di amore-odio che risale agli anni in cui frequentava senza successo l’accademia di Vienna. Questa compulsione alla ricerca dell’oggetto d’arte lo accompagnò per tutta la vita e fu al centro di clamorose sparizioni durante la dittatura. Diversi capolavori dati per distrutti, tra cui la Danae di Tiziano e il Polittico dell’agnello mistico di Van Eyck, sono stati ritrovati in miniere e tunnel di montagna. Mancano tuttora all’appello, tra gli altri, quattordici lavori di Gustav Klimt e Il pittore per la sua strada al lavoro di Van Gogh. Si potrebbe ipotizzare che questi quadri siano stati venduti, finiti nelle mani di qualche collezionista che, magari già da tempo sulle tracce della refurtiva, ha atteso gli anni confusi della guerra per combinare qualche affare. Alcuni degli stessi dipinti della «Entartete Kunst» sono stati venduti all’estero, mentre si pensava che fossero stati distrutti, grazie anche alla versione fornita da Gurlitt, il quale a più riprese non aveva mancato di dire che l’intera collezione era andata perduta nel bombardamento di Dresda.
Mentre gli alleati si preoccupavano di recuperare le grandi opere ‘classiche’, pochi pensarono alle sorti degli eccentrici frutti delle avanguardie europee, dando per scontato che il regime se ne fosse sbarazzato da tempo. Il rinvenimento in casa dei Gurlitt testimonia invece che i nazisti quantomeno avevano interesse a conservare i loro ‘figli’ degenerati, se non altro perché avrebbero potuto scambiarli con moneta sonante. Un investimento che andava preservato con cura e che necessitava di uno zelante custode.
Ma c’è di più. Al di là delle convenienze materiali che hanno messo al riparo una parte cospicua delle opere d’arte censurate, vi è indubbiamente una inconfessata fascinazione subita dagli uomini del regime, che senz’altro non potevano restare indifferenti di fronte alle somiglianze tra certe forme espressioniste e l’incubo nazionalsocialista, conservatore e rassicurante solo nei proclami ma modernamente affilato e terribilmente lugubre.
Altro tabù che si infrange, con buona pace di chi ama incasellare i fatti storici nell’ambiente asettico delle rappresentazioni ideologiche. Monaco di Baviera, nel progetto hitleriano, doveva essere la capitale dell’arte. Per questo il Führer vi fece erigere la Casa dell’arte tedesca. Questo posto avrebbe dovuto raccogliere i capolavori depositari del vero spirito tedesco. Nota, la mostra degenerata si tiene nel 1937. La Casa dell’arte è inaugurata l’anno successivo. Le due arti sembrano viaggiare a braccetto e osservarsi quasi in un gioco di specchi. Qualcuno, in questa strana e tormentata gara di mimesi, si è spinto anche oltre, sostenendo che la mostra del ’37 è una delle migliori che siano state dedicate all’avanguardia. E non vi è ragione di scaldarsi a provare il contrario. L’avanguardia intendeva rompere con una maniera di rappresentare e recepire l’arte, voleva destabilizzare, distruggere il concetto di arte dalle fondamenta, per rendere la creatività una cosa nuovamente viva, un tutto magmatico che potesse essere riplasmato. Perseguiva queste idee con ogni mezzo e per questo suscitò reazioni e sentimenti contrastanti: sberleffo, ironia, acredine, aggressività. La vicenda di Klimt, oggetto di violente polemiche nel corso della realizzazione dei pannelli decorativi per l’Aula magna dell’Università di Vienna, è esemplare. L’allestimento nazista del ’37 nel suo mood provocatorio e violento finisce paradossalmente per essere una scena quasi ideale e celebrativa della rottura che le avanguardie andavano significando.    
Infine, la stessa Casa dell’arte a oggi risulta tutt’altro che antiquata e superata. Questo imponente tempio neoclassico, progettato da Paul Ludwig Troost, trasuda tutte le moderne, intimidatorie ambizioni della dittatura. Anche qui, del tradizionale ottocentesco idillio tedesco, sfumato di bucolico romanticismo, proprio non vi è traccia.     
Insomma, volendo superare i tanti luoghi comuni sul rapporto arte-nazismo si avrebbe la possibilità di leggere più a fondo nei vizi del regime e analizzarne la psicologia in maniera più obiettiva. Oltre, sul piano pratico, ad aprire delle piste che potrebbero portarci a rinvenire altri capolavori scomparsi.
Ma forse si ha paura, per l’appunto, di riconoscere nello spietato specchio della storia più di un paio di riflessi che ci avvicinano oltre il limite di sicurezza alla barbarie, verso cui purtroppo non si riesce ancora a guardare con la dovuta onestà intellettuale, cosa che ci renderebbe anche meno vulnerabili di fronte al riproporsi di certe rischiose similitudini e assonanze nelle nostre società.

(Di Claudia Ciardi)   



«arte degenerata»
espressione con cui in Germania venne bollata l’arte moderna, condannata dalla propaganda nazionalsocialista. La condanna teorica, in nome della difesa della classicità, dell’ordine e dei valori della razza, fu accompagnata da una violenta campagna denigratoria e da misure vessatorie, che si inasprirono dopo la conquista del potere da parte di Hitler. In questo clima il Bauhaus, già obbligato a trasferirsi da Weimar a Dessau e da qui a Berlino, fu definitivamente soppresso nel 1933. Gli artisti non graditi al regime furono allontanati da incarichi pubblici, perseguitati, costretti all’esilio. Della lista dei «degenerati» facevano parte O. Dix, G. Grosz, K. Kollwitz, e altri compromessi con organizzazioni di sinistra; E. Barlach, M. Beckmann, E.L. Kirchner, A. Macke, F. Marc, E. Nolde, M. Pechstein; gli architetti W. Gropius, L. Hilberseimer, E. Mendelsohn, L. Mies van der Rohe e molti altri. Per ordine di Goebbels le loro opere furono ritirate dai musei, insieme con quelle di P. Cézanne, P. Gauguin, H. Matisse, G. Braque, P. Picasso, V. Van Gogh, J. Ensor, E. Munch, P. Klee, V. Kandinskij, O. Kokoschka, L. Feininger, A. Archipenko e altri stranieri. Esposte in una mostra esemplare di Entartete Kunst a Monaco (1937), parte di quelle opere furono vendute in una pubblica asta a Lucerna.

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Die Ausstellung «Entartete Kunst» wurde am 19. Juli 1937 in München eröffnet und zeigte 650 konfiszierte Kunstwerke aus 32 deutschen Museen. Bis April 1941 wanderte sie in zwölf weitere Städte. Sie zog über 3 Millionen Besucher an. Die Ausstellung wurde von Joseph Goebbels initiiert und von Adolf Ziegler (1892-1959), dem Präsidenten der Reichskammer der bildenden Künste, geleitet. Gleichzeitig setzte mit der Beschlagnahme von insgesamt rund 16.000 modernen Kunstwerken, die zum Teil ins Ausland verkauft oder zerstört wurden, die "Säuberung" der deutschen Kunstsammlungen ein. Berufsverbote für Künstler und Museumsleute, die moderne Kunst angekauft hatten, oder Hochschullehrer gab es bereits unmittelbar nach der Machtübernahme der Nationalsozialisten seit 1933.
Als "Entartete Kunst" galten im NS-Regime alle Kunstwerke und kulturellen Strömungen, die mit dem Kunstverständnis und dem Schönheitsideal der Nationalsozialisten nicht in Einklang zu bringen waren: Expressionismus, Impressionismus, Dadaismus, Neue Sachlichkeit, Surrealismus, Kubismus oder Fauvismus. Als "entartet" galten u.a. die Werke von George Grosz, Ernst Ludwig Kirchner, Max Ernst, Karl Schmidt-Rottluff, Max Pechstein, Paul Klee, Otto Griebel oder Ernst Barlach. In der Ausstellung "Entartete Kunst" wurden ihre Exponate mit Zeichnungen von geistig Behinderten gleichgesetzt und mit Photos verkrüppelter Menschen kombiniert, die bei den Besuchern Abscheu und Beklemmungen erregen sollten. So sollte der Kunstbegriff der avantgardistischen Moderne ad absurdum geführt und moderne Kunst als "entartet" und als Verfallserscheinung verstanden werden. Diese Präsentation "kranker", "jüdisch-bolschewistischer" Kunst diente auch zur Legitimierung der Verfolgung "rassisch Minderwertiger" und politischer Gegner. Parallel zur "Entarteten Kunst" zeigten die Nationalsozialisten in der "Großen Deutschen Kunstausstellung" im Münchner "Haus der Deutschen Kunst", was man unter "deutscher" Kunst zu verstehen habe.

Der Vernichtungsangriff auf die Moderne und ihre Protagonisten betraf alle Sparten der Kultur wie Literatur, Film, Theater, Architektur oder Musik. Moderne Musik wie der Swing oder der "Nigger-Jazz" wurden auf der am 24. Mai 1938 eröffneten Ausstellung "Entartete Musik" ebenso rücksichtslos diffamiert wie der "Musikbolschewismus" von international bekannten Komponisten wie Hanns Eisler, Paul Hindemith oder Arnold Schönberg.

Source:
dmh.de/lemo
Deutsches Historisches Museum (Berlin)


Alfred Kubin, untitled

«Entartete Musik»
Broschüre zur Ausstellung
Hans Severus Ziegler
Völkischer Verlag, 1939

Moderne Musik wie der Swing oder der "Nigger-Jazz" wurden auf der am 24. Mai 1938 eröffneten Ausstellung "Entartete Musik" ebenso rücksichtslos diffamiert wie der "Musikbolschewismus" von international bekannten Komponisten wie Arnold Schönberg, Hanns Eisler oder Paul Hindemith.

Link: Entartete Musik - Musica degenerata



Links:

ENTARTETE KUNST IN MÜNCHEN - Das NS-Enteignungsgesetz gilt noch immer
von Nikolaus Bernau, «Berliner Zeitung», 6. November 2013

Su insideart (articolo di Francesco Angelucci)

Il tesoro degenerato, Jonathan Jones, «The Guardian» tradotto su «Internazionale» 1026, pp. 74-75

Degenerate Art, notes and a supplement to the film




29 novembre 2013

Oriente-Occidente


«Che cosa è l’Oriente e che cosa è l’Occidente? Come possono due sostantivi come Tao e Dow (pron.: dao) diventare un facile gioco di parole e paradosso quando hanno lo stesso suono eppure sono così differenti nell’essenza? In cinese, Oriente-Occidente, come espressione di due parole unite insieme, significa “una cosa”, “un qualche cosa” – e forse “niente” del tutto»

Da Alan W. Watts, Il Tao. La Via dell’acqua che scorre, Ubaldini, 1977

«Asiens Atem ist jenseits»
«Il respiro dell'Asia è al di là»

Ingeborg Bachmann



oriente:
uno dei quattro punti cardinali, quello dove sorge il Sole (est); con significato più ristretto, la parte dell'orizzonte dove sorge il Sole.

Il termine indicava già negli autori dell'antichità classica le culture, le religioni, le lingue dei paesi asiatici in contrapposizione a quelle occidentali. Assunse valore politico-geografico più preciso quando l'Impero romano fu diviso in Impero d'O. e Impero d'Occidente e quando all'Europa cristiana venne a contrapporsi l'Impero ottomano, di religione islamica.
Dopo che i viaggi di Marco Polo rivelarono agli Europei l'esistenza del mondo cinese, che rientrava in un ambito culturale diverso, il termine o. si cominciò a usare in un altro significato, distinguendosi i paesi più lontani con il nome di Estremo O., e quelli che si affacciano al Mediterraneo, detti anche paesi del Levante o semplicemente Levante, con il nome di Vicino Oriente.

Diffusione limitata ha avuto la denominazione Medio O. con riferimento all'India e ai paesi vicini, mentre, a partire dal mondo anglosassone, si è progressivamente affermato l'uso di tale espressione per indicare i paesi dell'Asia occidentale, dalla Turchia all'Iran (o anche all'Afghanistan). Fin dal 1908 il geografo tedesco E. Banse propose di designare con il termine O. una delle grandi parti del mondo, vasta 17 milioni circa di km2, comprendente, oltre al Vicino O., anche l'Africa settentrionale e caratterizzata da somiglianza di clima, vegetazione, e inoltre anche da caratteri culturali comuni. In seguito, nella polemica politica e ideologica, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale (ma precedenti si erano avuti con accenni già nel 19° sec., all'epoca della guerra di Crimea, 1853), con il nome di O., senza altra specificazione, si è designata comunemente l'Unione Sovietica in contrapposizione all'occidente.

Source:
Enciclopedia Treccani

oriente - Come ‛ occidente ' (v.), o. per lo più è usato in senso generico, a indicare la parte dell'orizzonte dove sorge il sole, il balco d'orïente dell'Aurora (Pg IX 2), la plaga irraggiata e fatta ridente da Venere mattutina (I 20, XXVII 94), la parte del cielo ove, poco prima dell'alba, i geomanti (v.) vedono apparire delle stelle nelle quali possono scorgere la figura della loro Fortuna Maggiore (XIX 5).
Assume un significato metaforico e simbolico quando è designato come luogo di nascita di s. Francesco in sostituzione di Assisi (Ascesi, Pd XI 54). Un altro punto interessante in tal senso è quello in cui un'anima della valletta dei principi intona l'inno della sera ficcando li occhi verso l'oriente (Pg VIII 11).
In proposito il Buti commenta: «nome de' fare l'omo quando adora Iddio, che si de' volgere all'oriente: e però tutte le chiese antiche ànno volto li altari a l'oriente; ma ora, quando non si può commodamente fare, non v'è cura, imperò che Iddio è in ogni luogo».

Enciclopedia Dantesca (1970)
di Giovanni Buti-Renzo Bertagni (abstract)




occidente
[oc-ci-dèn-te]
A s.m. (pl. -ti)
1 Uno dei quattro punti cardinali, corrispondente alla parte dell'orizzonte in cui tramonta il sole
SIN. ponente, ovest
| CON. oriente
2 estens. Paese, zona e sim. localizzato verso occidente rispetto a un punto dato: l'o. dell'Europa
per anton. L'Occidente, il complesso delle popolazioni, la civiltà, la cultura dei paesi dell'Europa occidentale e del Nord America rispetto a quelli europei orientali e asiatici: la civiltà dell'Occidente; i problemi sociali dell'Occidente

B agg.
ant. e lett. Calante, che tramonta: giorno o. D'Annunzio

occidente - In senso storico e culturale, l'insieme dei popoli, delle civiltà, delle culture dei paesi occidentali, aventi caratteri e confini vari secondo le diverse epoche storiche in cui si affermò la coscienza di una contrapposizione fra O. e Oriente.
Dal 16° sec. con Oriente si intese designare tutti i territori sottoposti alla civiltà islamica, O. era invece il complesso degli Stati europei occidentali che si potevano ritrovare in una cultura e, sia pur in minor misura, in una religione comune. Con l'allontanamento dei Turchi dall'Europa, si affermò una concezione etico-politica per la quale i limiti culturali dell'O. venivano posti là dove era giunta a insediarsi, per due secoli e mezzo, con i Mongoli, l'influenza dell'Asia: grosso modo lungo la linea ideale che congiunge la foce del Dnestr con il Golfo di Riga e che segna i limiti storici della Russia verso ovest. A oriente di questa linea non si ebbe poi la feconda esperienza dell'Umanesimo e del Rinascimento, né il travaglio religioso messo in moto dalla Riforma, né il formarsi di una borghesia, così che la diversità culturale rispetto alla restante parte dell'Europa rimase per secoli determinante.
A partire dal 19° sec., la polemica politica e ideologica portò ad accentuare certi caratteri di unità dell'O. e la sua contrapposizione all'Oriente-Russia. La guerra di Crimea del 1853-56, per esempio, fu vista dalla pubblicistica del tempo come la contrapposizione fra un O. liberale e un Oriente assolutista. Questi atteggiamenti polemici rimasero in vita fino alla Prima guerra mondiale anche in relazione all'indirizzo panslavo della politica russa, prolungandosi nelle teorie linguistiche, geografiche, storiche dell'eurasismo, negli anni che precedettero e seguirono la Rivoluzione d'ottobre. Dopo la rivoluzione russa si accentuò la contrapposizione polemica e ideologica tra un O. capitalista e un Oriente socialista, contrapposizione giunta al culmine estremo dopo la Seconda guerra mondiale, con le rivoluzioni in Cina e in Indocina e con l'instaurazione dei regimi socialisti in Europa orientale (dopo il crollo di questi ultimi anche i paesi dell'Est europeo sono stati compresi nel concetto di Occidente).
Nel contesto attuale l'O. abbraccia un'estesa area che include le nazioni più ricche e industrializzate dell'Europa e dell'America, nonché l'Australia, la Nuova Zelanda, il Giappone e quei paesi accomunati, almeno idealmente, da determinate caratteristiche economiche e politiche: Stato di diritto, liberalismo, liberismo economico, multipartitismo, tutela delle libertà fondamentali (di espressione, di associazione ecc.), sentite come l'eredità della democrazia e del pensiero razionalista sviluppatisi principalmente attraverso le vicende storico-culturali dell'Illuminismo e delle rivoluzioni americana e francese.

Source:
Enciclopedia Treccani


Foto e elaborazione di Claudia Ciardi ©

Storie di circa due mesi fa tra occidente e oriente:

Conclusione relativa allo ‘shutdown’ statunitense, cioè la chiusura di tutti i servizi pubblici ritenuti non strettamente indispensabili:

Repubblicani e Democratici si sono affossati al Congresso Usa in una guerra di trincea sul bilancio e sul debito pubblico così furiosa da aver perso oramai di vista perfino le proprie motivazioni. Impossibile avere nostalgia di Roma: il leader democratico chiama i suoi avversari «banana republicans». Un senatore repubblicano gli risponde: «Urleremo così forte che alla fine ci dimenticheremo il perché». Senza motivazione realistica. Proprio come la sparatoria a Capitol Hill in cui giovedì ha perso la vita una donna che voleva sfondare con l'auto i cancelli della Casa Bianca e che è diventata la tragica rappresentazione di quanto avveniva nelle stesse ore dentro il Congresso.

Inseguendo la sua frangia più radicale, il partito repubblicano ha impedito un accordo sul bilancio e un aumento del tetto al debito pubblico, con l'obiettivo di protestare contro la riforma sanitaria di Obama ormai già attuata.

[…]

Tra le regole di funzionamento della democrazia c'è che i compromessi cominciano a prendere forma non appena uno dei due contraenti capisce che gli elettori non sono contenti di come sta conducendo il confronto. In effetti i sondaggi indicano che i repubblicani sono un po' più penalizzati dei democratici. Ma ogni giorno che passa sta dimostrando che – più che un partito rispetto all'altro - a perdere consensi è l'intero sistema democratico. Per questo la partita di Washington non è solo diversa da ogni precedente storico, ma è importante per capire il futuro incerto dell'Occidente.

Da «Il Sole 24 Ore» – Carlo Bastasin – 5 ottobre 2013
“La partita di Washington e il futuro dell'Occidente”

Contemporaneamente:

Teheran (Iran), 5 ott. (LaPresse/AP) - Alcuni aspetti del viaggio a New York di Hasan Rohani sono stati "non appropriati", ma è da sostenere la politica di apertura del presidente all'Occidente. Lo ha detto l'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran, sostenendo inoltre che gli Usa non sono "affidabili". I commenti sono stati riportati dal suo sito internet khamenei.ir e fanno seguito anche alle forti critiche giunte da alcuni oppositori della linea dura in seguito alla telefonata di 15 minuti tra lo stesso Rohani e il presidente Usa Barack Obama. Alcuni funzionari di spicco, tra cui comandanti della potente Guardia della rivoluzione, sostengono che Rohani sia andato troppo in là con le aperture a Washington.

Crisi economica e umana - Crisis económica y humana 

Così, quasi due mesi fa.
Eppure, a dispetto dei soliti disfattisti, l’accordo con l'Iran finalmente c’è e lo shutdown è accantonato.
Riprendo un mio testo del 2011, scritto mentre sbocciavano le primavere arabe. La traduzione in spagnolo è di un amico madrileno:

 Il difficile momento che stiamo vivendo in Europa e non soltanto qui, è certamente frutto di una grave crisi materiale e strutturale.
    Tuttavia questa constatazione non basta a spiegare l’arretramento complessivo dell’occidente, la stagnazione dei mercati, l’emergenza che va crescendo in tutta l’area mediterranea a seguito delle rivolte nei paesi arabi e la situazione ogni giorno più preoccupante in cui si trovano migliaia di profughi.

    Il drastico calo di produttività e risorse sono purtroppo un dato reale ma invocarle di continuo, senza difendere sul campo la possibilità e, quindi, la volontà di un’alternativa, rischia di amplificare in maniera rilevante gli effetti di questa crisi.
    Vengono in mente le parole di Walter Benjamin che tra il 1923 e il 1928, osservando gli effetti devastanti dell’inflazione sulla società tedesca, puntò il dito contro l’atteggiamento passivo e rinunciatario dei suoi concittadini.

«Nel patrimonio dei modi di dire in cui si tradisce ogni giorno la vita impastata di stupidità e di viltà del borghese tedesco, è particolarmente degno di nota il “così non si può andare avanti” riferito all’imminente catastrofe. Il goffo aggrapparsi alle idee di sicurezza e di possesso dei decenni passati impedisce all’uomo medio di cogliere i notevolissimi e affatto nuovi elementi di stabilità che stanno alla base della situazione attuale. […] Le popolazioni dell’Europa centrale vivono come gli abitanti di una città assediata cui vengano a mancare viveri e per i quali non sia umanamente prevedibile alcuna via di scampo»

    Rischiamo di essere vittime di un altrettanto simile abbaglio. Dalla crisi si esce restando lucidi, riconoscendo gli errori ma anche quel che di buono si può ancora salvare. Si tratta di gettar via le matrici difettose, quelle che hanno prodotto modelli e mentalità del tutto inservibili e chiusi alle nuove proposte.
    Ci vuole coraggio. Il coraggio di andare contro noi stessi e i nostri egoismi. Le generazioni, tutte, se non sapranno essere solidali tra loro avranno perso la sfida a cui sono ora chiamate.

Este difícil momento que estamos viviendo en Europa, y no solamente aquí, es en cierto sentido, consecuencia de una grave crisis tanto material como estructural.
    De todos modos, para realizar esta afirmación, no solamente basta con explicar la distancia de occidente, el estancamiento de los mercados, las urgencias que se multiplican en la zona mediterránea como consecuencia de las revueltas en los países árabes y la situación, cada día más preocupante, en la que se encuentran cada día milles de refugiados. Esta drástica caída de la productividad y recursos son, lamentablemente, un dato certero pero darle siempre culpa, pero sin aportar alternativas únicamente amplifica los efectos de esta grave crisis.

    Me vienen en mente las palabras de Walter Benajmen que entre 1923 y 1928, observando las devastadoras efectos que estaba causando la inflación en la sociedad germana, señalo como culpable a la actitud pasiva y conformista de sus conciudadanos :

    «en el patrimonio de los modos en los cuales se traiciona cada día la vida mezclada de estupidez y de cobardía del burgués alemán, y el particularmente digno de mención “así no se puede seguir” refiriéndose a la inminente catástrofe. El torpe acto de agarrarse a las ideas de seguridad y de posesión de los tiempos pasados impide al hombre medio de acoger nuevos elementos de estabilidad que giran en torno a la base de la situación actual. […] Las poblaciones de Europa central viven como los habitantes de una ciudad asediada a la cual le faltan víveres, y en la cual no hay, a la vista, alguna vía de escape»

    Nos enfrentamos a la posibilidad de ser víctimas de un error bastante parecido. De esta crisis solamente se sale permaneciendo lúcidos, reconociendo los errores pero, a su vez, identificando aquello que se puede salvar. Se trata de arrancar las malas hiervas que han producido estas consecuencias en el modelo y la mentalidad, inservible y cerrada, a las nuevas propuestas. Se necesita coraje, el coraje para ir contra nosotros mismos y contra nuestros egoísmos. Las generaciones, todas, si no saben ser solidarias entre ellas habrán perdido, sin lugar a dudas, el desafío que en este momento ha tocado en sus puertas.     

Texto: Claudia Ciardi
Traductor: Grigori Yefímovich

«Du sollst nicht töten»

Sulden - Nur wenige kennen den Nahen und Mittleren Osten so gut wie er. Seit Jahrzehnten bereist Autor und Publizist Jürgen Todenhöfer Kriegs- und Krisengebiete auf der gesamten Welt. In den vergangenen Jahren bereiste der Bestseller-Autor die Revolutionsschauplätze Ägypten, Libyen und Syrien sowie den Iran, Afghanistan und Gaza. In beeindruckenden Reportagen schildert er in seinem neuen Buch „Du sollst nicht töten – Mein Traum vom Frieden“ (C. Bertelsmann-Verlag) das Leben im Krieg und in der Revolution. Große Teile des Buches schrieb Todenhöfer in seiner urigen Berghütte in Sulden. An Sulden schätzt der ehemalige CDU-Bundestagsabgeordnete und Vorstandsmitglied des Burda-Medienkonzerns die Schönheit des Tals sowie die dort lebenden Menschen. Paul Hanny war es, der dem Deutschen Sulden näher brachte und unter dessen Leitung das Bauernhaus errichtet wurde. Todenhöfer, ein gebürtiger Offenburger, lebt heute – insofern er nicht auf Reisen ist – in München. derVinschger hat den 72-jährigen Autor in seiner Berghütte in Sulden, dort wo auch Michael Jackson einige Tage verbrachte, zu einem ausführlichen Gespräch getroffen.

Der Vinschger: Sie bereisten in den vergangenen Jahren mehrere Krisengebiete im Nahen Osten und erzählen davon in Ihrem neuen Buch, einem beeindruckenden Plädoyer gegen den Krieg. Seit über 50 Jahren halten Sie sich immer wieder in Kriegsgebieten auf. Was bewegt Sie dazu?
Jürgen Todenhöfer: Am Anfang, während des Algerien-Krieges in den 60er Jahren, war es die Neugier eines jungen Mannes, der in Paris studierte und wissen wollte, wie die Wahrheit aussieht. Bei meinen Reisen habe ich festgestellt, wie sehr die Menschen unter den Kriegen leiden und, dass das Leid der Zivilbevölkerung in den Reden der Politiker keine große Rolle spielt. Ich versuchte, das Schicksal der Zivilisten zu schildern. Wenn man Geschichtsbücher liest, geht es immer wieder um die großen Taten, die Erfolge und das Versagen von Politikern und Feldherren. Über die Zivilbevölkerung liest man fast nichts. Das war der Ansatz, mit dem ich versucht habe, Kriege zu verhindern – denn es geht nicht um Politiker, sondern um Menschen.
Segnalato dal blog Lettere dalla Germania

Große Landschaft bei Wein – Grande paesaggio nei dintorni di Vienna

Ingeborg Bachmann

Geister der Ebene, Geister des wachsenden Stroms,
zu unsrem Ende gerufen, haltet nicht vor der Stadt!
Nehmt auch mit euch, was vom Wein überging
auf brüchigen Rändern, und führt an ein Rinnsal,
wen nach Ausweg verlangt, und öffnet die Steppen!

Drüben verkümmert das nackte Gelenk eines Baums,
ein Schwungrad springt ein, aus dem Feld schlagen
die Bohrtürme den Frühling, Statuenwäldern weicht
der verworfene Torso des Grüns, und es wacht
die Iris des Öls über den Brunnen im Land.

Was liegt daran? Wir spielen die Tänze nicht mehr.
Nach langer Pause: Dissonanzen gelichtet, wenig cantabile.
(Und ihren Atem spur ich nicht mehr auf den Wangen!)
Still stehn die Räder. Durch Staub und Wolkenspreu
schleift den Mantel, der unsre Liebe deckte, das Riesenrad.

Nirgends gewährt man, wie hier, vor den ersten Küssen
die letzten. Es gilt, mit dem Nachklang im Mund
weiterzugehn und zu schweigen. Wo der Kranich
im Schilf der flachen Gewässer seinen Bogen vollendet,
tönender als die Welle, schlägt ihm die Stunde im Rohr.

Asiens Atem ist jenseits.

Rhythmischer Aufgang von Saaten, reifer Kulturen.
Ernten vorm Untergang, sind sie verbrieft, so weiß ichs
dem Wind noch zu sagen. Hinter der Böschung
trübt weicheres Wasser das Aug, und es will
mich noch anfallen trunkenes Limesgefühl;
unter den Pappeln am Römerstein grab ich
nach dem Schauplatz vielvölkiger Trauer,
nach dem Lächeln Ja und dem Lächeln Nein.

Alles Leben ist abgewandert in Baukästen,
neue Not mildert man sanitär, in den Alleen
blüht die Kastanie duftlos, Kerzenrauch
kostet die Luft nicht wieder, über der Brüstung
im Park weht so einsam das Haar, im Wasser
sinken die Bälle, vorbei an der Kinderhand
bis auf den Grund, und es begegnet
das tote Auge dem blauen, das es einst war.

Wunder des Unglaubes sind ohne Zahl.
Besteht ein Herz darauf, ein Herz zu sein?
Träum, daß du rein bist, heb die Hand zum Schwur,
träum dein Geschlecht, das dich besiegt, träum
und wehr dennoch mystischer Abkehr im Protest.
Mit einer andern Hand gelingen Zahlen
und Analysen, die dich entzaubern.
Was dich trennt, bist du. Verström,
komm wissend wieder, in neuer Abschiedsgestalt.

Dem Orkan voraus fliegt die Sonne nach Westen,
zweitausend Jahre sind um, und uns wird nichts bleiben.
Es hebt der Wind Barockgirlanden auf,
es fällt von den Stiegen das Puttengesicht,
es stürzen Basteien in dämmernde Höfe,
von den Kommoden die Masken und Kränze…

Nur auf dem Platz im Mittagslicht, mit der Kette
am Säulenfuß und dem vergänglichsten Augenblick
geneigt und der Schönheit verfallen, sag ich mich los
von der Zeit, ein Geist unter Geistern, die kommen.

Maria am Gestade –
das Schiff ist leer, der Stein ist blind,
gerettet ist keiner, getroffen sind viele,
das Öl will nicht brennen, wir haben
alle davon getrunken – wo bleibt
dein ewiges Licht?

So sind auch die Fische tot und treiben
den schwarzen Meeren zu, die uns erwarten.
Wir aber mündeten längst, vom Sog
anderer Ströme ergriffen, wo die Welt
ausblieb und wenig Heiterkeit war.
Die Türme der Ebene rühmen uns nach,
daß wir willenlos kamen und auf den Stufen
der Schwermut fielen und tiefer fielen,
mit dem scharfen Gehör für den Fall.


Spiriti della pianura, spiriti del fiume crescente,
invocati a contemplare la nostra fine,
non vi arrestate alle porte della città!
Portate con voi anche il vino che è traboccato
sopra le sponde sbrecciate, guidate ad un rivolo
chi cerca una via di scampo, e spalancate le steppe!

Laggiù intristisce lo scheletro nudo di un albero,
un volano s’ingrana, le trivelle soppiantano
la primavera, dinanzi a selve statuarie cede
il ripudiato torso della verzura, e nel paese
veglia un’oleosa iride sulle fontane.

Che importa? Noi non suoniamo più le danze.
Dopo lunga pausa: diradate le dissonanze, poco cantabile.
(E il suo respiro non avverto più sulle guance!)
Immobili sono le ruote. Tra polvere e pula di nuvole
trascina il mantello, che il nostro amore celava, la Ruota Gigante.

In nessun luogo come qui si avverte, prima
del primo bacio l’ultimo. Occorre
proseguire la via con l’eco in bocca,
e tacere. Dove la gru tra le canne
delle acque basse la sua parabola chiude,
l’ora batte nei giunchi per lei, più sonante dell’onda.

Il respiro dell’Asia è al di là.

Ritmica ascesa di semine, di civiltà mature,
di messi sull’orlo della rovina: se documentate,
so al vento narrarle ancora. Dietro il pendìo
Acqua più tenera intorbida l’occhio, e ancora m’assale
ebbro il senso del limes: sotto i pioppi
tra pietre romane scavo, cercando
la scena del lutto di tante nazioni:
sorrisi di consenso, e di rifiuto.

Ogni traccia di vita è passata nei giochi di costruzione,
la nuova miseria è alleviata dai sanitari,
nei viali il castagno fiorisce inodore,
l’aria non più assapora fumo di candele, alitano
deserti sul parapetto del parco i capelli,
il fondo dell’acqua raggiungono le palle sfiorate
da mani infantili, e incontrano
i morti occhi quelli azzurri di un tempo.

Innumerevoli sono i prodigi dell’incredulità.
Un cuore persiste tenace a essere un cuore?
Tu sogna di essere puro, leva la mano a giurare,
sogna il tuo sesso che ti vince, sogna eppure
respingi il distacco mistico nel contestare.
Con l’altra mano, fanno buona riuscita
cifre e analisi, che ti disincantano.
Quello che ti separa, sei tu. Defluisci
e saggio poi torna, in una nuova labile forma.

Precede l’uragano il sole che vola verso occidente:
due millenni sono trascorsi, e a noi non resterà nulla.
Il vento raccatta ghirlande barocche,
rotola per le scale la faccia del puttino,
bastioni precipitano dentro cortili in ombra
e giù dai canterani maschere e corone…

Sulla piazza soltanto, nel sole meridiano,
avvinta alla base della colonna, incline
all’attimo fuggente e alla bellezza votata,
mi separo dal tempo: un fantasma
tra fantasmi che avanzano.

Maria in Riva –
vuota è la navata, cieca la pietra,
nessuno è salvo, colpiti molti:
l’olio arde a stento, tutti
ne abbiamo bevuto – dov’è
il tuo lume eterno?

Così anche i pesci sono morti, sospinti
verso le grandi acque nere che ci attendono.
Ma noi trovammo foce da tempo, preda
del risucchio di altri fiumi, là dove
il mondo è finito e poca serenità regnava.
I campanili della pianura dicono a nostra lode
che involontaria fu la nostra venuta e sui gradini
cademmo della malinconia, sempre più in basso,
con lucido ascolto della caduta.

Traduzione di Maria Teresa Mandalari (Guanda, 2006)


Kazimir Malevich, Supremus n. 58, 1915-'16

15 novembre 2013

Flüchtlinge aus dem Osten - Profughi dell’est


Joseph Roth und der Osten



Fürst Geza – (in Ungarn setzt man den Vornamen nach den Familiennamen), und er heißt nur so dank einem launigen Schcksal, das Bettlern manchmal herrscahftliche Attribute beizulegen beliebt –, also eigentlich: Geza Fürst war in einem Budapester Kolonialwarengeschäft Lehrling seit seinem zwölften Lebensjahre. Als er sechzehn Jahre alt war, began die ungarische Räteherrschaft, und der Kolonialwarenladen wurde geschlossen. Infolgedessen ging Geza zur roten Armee.
Als die Reaktion in Ungarn ans Ruder kam, flüchteten Geza Fürst und seine Eltern in das von den Rumänen besetzte Gebiet Ungarns. Die Rumänen wiesen die Familie Fürst aus. Der Vater Fürst, ein jüdischer Schneidermeister, übersiedelte mit Frau, vier Töchtern, Schere, Elle, Zwirn, Nadel und seinem jüngsten Sohn Geza in die Slowakei.
Nach Budapest konnte der sechzehnjährige Geza, der ja in der rotten Armee gedient hatte, nicht zurück. Also kam er nach Berlin.
Nicht etwa, um in Berlin zu bleiben. Der Demobilmachungskommissar ließ es ja ohnehin nicht zu. Geza Fürst, der kaum Siebzehnjährige, will nach Hamburg. Auf ein Schiff. Als Schiffsjunge. Soll er etwa neuerlich in einem Kramladen kunstvolle Tüten drehn, Heringe bei steifen Schwänzen aus den Fässern ziehn und Rosinen hinter dem Ladentisch verschütten? Oder sich bei Armeen anwerben lassen? Geza Fürst will mit Recht auf ein Schiff. Sirenen tuten, weiße Kamine prusten Dampf, Schiffsglocken läuten, Matrosen abgeben. Er ist breit gebaut und dennoch von schon Grenzenlosigkeit und blaue Horizonte.
Nun kam Geza Fürst nicht nach Hamburg, weil er vorläufig keine Papiere hatte.
Geza Fürst schlief in einem Logierhaus in der Grenadierstraße. Dort machte ich seine Bekanntschaft. Ich lernte noch andere kennen. In diesem Logierhaus waren nämlich etwa hundertzwanzig aus dem Osten geflüchtete Juden untergebracht. Viele Männer waren geradewegs aus der russischen Kriegsgefangenschaft gekommen. Ihre Kleidung bildete eine groteske Monteurfetzeninternationale. In ihren Augen war tausendjähriges Leid zu sehen. Frauen waren da. Sie trugen ihre Kinder auf dem Rücken wie schmutzige Wäschebündel. Und Kinder, die auf krummen Beinen durch eine rachitische Welt krochen, knabberten an harten Brotrinden.

Es waren Flüchtlinge. Man kennt sie allgemein unter dem Namen «Die Gefahr aus dem Osten». Pogromangst schweißt sie zusammen zu einer Lawine aus Unglück und Schmutz, die, langsam wachsend, aus dem Osten über Deutschland rollt. Im Berliner Ostviertel staut sich ein Teil in größeren Klumpen. Wenige sind jung und haben gesunde Glieder wie Geza Fürst, der geborene Schiffsjunge. Fast alle sind alt, gebrechlich und gebrochen.
Sie stammen aus der Ukraine, Galizien, Ungarn. Hunderttausende sind zu Hause Pogromen zum Opfer gefallen. Hundertvierzigtausend fielen in der Ukraine. Überlebende kommen nach Berlin. Von hier aus wandern sie nach dem Westen, nach Holland, Amerika und manche nach dem Süden, nach Palästina.
Im Logierhaus riecht es nach Schmutzwäsche, Sauerkraut und Menschenmasse. Auf dem Fußboden lagern zusammengerollte Körper wie Gepäckstücke auf einem Bahnsteig. Ein paar alte Juden rauchen Pfeife. Die Pfeife stinkt nach verbranntem Horn. Kinderkreischen flattert in den Winkeln herum. Seufzer verlieren sich in den Ritzen der Dielenbretter. Einer Petroleumlampe rötlicher Schimmer kämpft sich mühsam durch eine Wand aus Rauch und Schweißdunst.
Geza Fürst aber hält es nicht aus. Er streckt die Hände in die ausgefransten Rocktaschen, pfeift sich eins und geht auf die Straße, frische Luft schöpfen. Morgen wird er vielleicht in dem ostjüdischen Obdachlosenasyl in der Wiesenstraße unterkommen. Wenn er nur Papiere hätte. Denn man ist sehr streng in der Wiesenstraße und nimmt nicht so ohne Weiteres jeden auf.
Im Ganzen sind 50.000 Menschen aus dem Osten nach dem Kriege nach Deutschland gekommen. Es sieht freilich aus, als wären es Millionen. Denn das Elend sieht man doppelt, dreifach, zehnfach. So groß ist es. Es sind mehr Arbeiter und Handwerker unter den Zugewanderten als Händler. Nach der beruflichen Gliederung sind 68,3 Prozent Arbeiter, 14,26 Prozent Lohnarbeiter und nur 11,13 Prozent freie Händler.
Sie können in keinem deutschen Betrieb untergebracht werden, obwohl die größte Gefahr nur dann besteht, wenn die Leute nicht arbeiten dürfen. Dann warden sie natürlich Schieber, Schmuggler und sogar gemeine Verbrecher.
Der Verein der Ostjuden in Berlin bemüht sich vergeblich, die Öffentlichkeit zu überzeugen, dass das Gesündeste die Verteilung der zugewanderten Arbeitskräfte auf den gesamten deutschen Arbeitsmarkt wäre. Aber selbst die Abschiebung der Leute begegnet Schwierigkeiten bei den Behörden. Statt allen jenen, die ein Ausreisevisum verlangen, sofort die Abreise zu ermöglichen, versucht die Behörde, die Erledigung der Ausreisegesuche in die Länge zu ziehen. Wochenlang sterben die Geflüchteten hier von der Mildtätigkeit der Mitmenschen, eh’ es ihnen möglich wird, das Weite zu suchen. Bis jetzt ist es zwölfhundertneununddreißig Personen gelungen, Berlin zu passieren, ohne hungers gestorben zu sein.

In der Wiesenstraße, in dem städtischen Asyl für Obdachlose, das eine Zeit lang geschlossen war, ist jetzt eine Unterkunftsstätte für geflüchtete Ostjuden geschaffen worden. Die Leute werden gebadet, desinfiziert, entlaust, gespeist, gewärmt und schlafen gelegt. Dann verschafft man ihnen die Möglichkeit, Deutschland zu verlassen. Es ist eines der segensreichsten Vorbeugungsmittel gegen die «Gefahr aus dem Osten».
Hie und da ist einer unter den Leuten, der Intelligenz und Unternehmungsgeist besitzt. Er wird nach New York gehen und Dollarprinz werden.
Vielleicht gelingt es Geza Fürst, nach Hamburg zu kommen und Schiffsjunge zu werden. Geza Fürst, der jetzt in der Grenadierstraße auf und ab geht. Hände in der Hosentasche, Rotgardist außer Dienst, Abenteuer und Seepirat in spe. Ich hörte ihn letzthin ein ungarisches Lied singen, das hatte folgenden Text: Ich und der Wind, wir beide sind gut Freund; kein Haus und kein Hof und kein Menschenkind, das um uns weint …

«Neue Berliner Zeitung», 12 – Uhr-Blatt, 20.10.1920

Michael Bienert, Joseph Roth in Berlin. Ein Lesebuch für Spaziergänger,
KiWi (Kiepenheuer & Witsch), 2010
   


Cover - KiWi ©


Fürst Geza – gli ungheresi mettono il nome di battesimo dopo il cognome – si chiama così solo grazie a un capriccio del destino, che qualche volta si diletta ad assegnare ai mendicanti titoli signorili; Geza Fürst, dunque, lavorava come apprendista per un negozio di generi coloniali a Budapest da quando aveva dodici anni. Quando ne compì sedici ebbe inizio il governo ungherese dei soviet e il negozio di generi coloniali venne chiuso. Così Geza si arruolò nell’Armata Rossa.
Dopo il trionfo della rivoluzione ungherese, Fürst Geza fuggì con i suoi genitori nei territori dell’Ungheria che erano occupati dai rumeni, i quali però cacciarono l’intera famiglia Fürst. Fürst padre, un maestro sarto ebreo, emigrò così in Slovacchia con moglie, quattro figlie, forbici, metro, filo da cucire, ago, nonché il figlio minore Geza. Il sedicenne Geza, poiché aveva servito l’Armata Rossa, non poteva fare ritorno a Budapest. Andò dunque a Berlino.
Non per rimanervi: il commissario della smobilitazione non glielo avrebbe in nessun caso concesso. Fürst Geza ha appena compiuto diciassette anni, vuole andare ad Amburgo e imbarcarsi come mozzo su una nave. Deve forse tornare a preparare buste di carta artigianali in una bottega? Tirare fuori dalle botti le aringhe con la coda rigida e versare uva passa sul bancone? Oppure lasciarsi arruolare nell’Armata? Fürst Geza vuole a buon diritto imbarcarsi su una nave: squillano le sirene, i camini bianchi sbuffano vapore, suonano le campane e il mondo non ha fine. Fürst Geza sarebbe un buon marinaio, ha spalle larghe e un corpo agile, e i suoi occhi verdi già vedono orizzonti sconfinati e l’azzurro infinito.
Tuttavia, Fürst Geza non è partito per Amburgo, poiché non aveva i documenti.
Dormiva in un dormitorio per i poveri nella Grenadierstrasse. Fu là che feci la sua conoscenza. Ne conobbi molti altri: in quella pensione erano alloggiati infatti circa centoventi ebrei fuggiti dall’est.. Molti uomini tornavano direttamente dalla prigionia russa; il loro abbigliamento costituiva una grottesca sfilata internazionale di divise stracciate. Negli occhi vi si leggeva una sofferenza millenaria. C’erano donne, portavano sulla schiena i loro figli come fagotti di biancheria sporca, e bambini che, provenienti da un mondo rachitico, si trascinavano su gambe storte sgranocchiando croste di pan secco.
Sono profughi. Si conoscono sotto il nome comune di ‘pericolo dell’est’. La paura dei pogrom li tiene insieme come una valanga di infelicità e fango, che, crescendo piano piano, arriva rotolando dall’est attraverso la Germania. Una parte di loro si è fermata in grandi gruppi nel quartiere orientale di Berlino. Ce ne sono di giovani con corpi sani, come Geza Fürst, il marinaio nato. Ma quasi tutti sono vecchi, deboli, disfatti.
Vengono dall’Ucraina, dalla Galizia, dall’Ungheria. Centinaia di magliaia sono stati vittime di pogrom in casa propria. Quattrocentomila sono morti in Ucraina. I sopravvissuti arrivano a Berlino. Da qui volgono a occidente, verso l’Olanda, l’America, e alcuni verso il sud, in Palestina.
Il dormitorio odora di corpi umani ammucchiati, di biancheria sporca e crauti. Sul pavimento si accampano persone come bagagli sulla pensilina di una stazione. Un paio di anziani ebrei fuma la pipa. La pipa puzza di corno bruciato. Si sentono strilli di bambini tutt’intorno. I sospiri si disperdono tra le fessure delle assi del pavimento. Il chiarore rossastro di una lampada a petrolio lotta con fatica per farsi varco attraverso un muro di fumo e sudore.
Geza Fürst non ne può più. Infila le mani nelle tasche sfilacciate della sua giacca e fischiettando se ne va in strada per respirare un po’ di aria fresca. Forse domani troverà un alloggio all’asilo per gli ebrei dell’est senzatetto nella Wiesenstrasse.
Se solo avesse i documenti. Perché nella Wiesenstrasse sono molto severi, e non accolgono chiunque si presenti.
In tutto sono 50.000 le persone che dall’est sono venute in Germania dopo la guerra. Ma a dire il vero sembrano milioni, poiché la miseria appare doppia, tripla, decuplicata, tanto è grande. Tra gli immigrati ci sono più operai e artigiani che commercianti. Secondo le statistiche sull’impiego per il 68,3 per cento sono operai, per il 14,26 lavoratori salariati e solo l’11,13 è costituito da liberi commercianti. Non possono essere collocati in nessuna azienda tedesca, sebbene il pericolo maggiore venga proprio dal non permettere alla gente di lavorare. Allora diventano, com’è ovvio, spacciatori, contrabbandieri e persino criminali comuni. L’associazione degli ebrei dell’est a Berlino si impegna inutilmente per convincere l’opinione pubblica che la miglior soluzione sarebbe la ripartizione della forza lavoro degli immigrati sull’intero mercato del lavoro tedesco. Ma persino l’espulsione di queste persone incontra difficoltà da parte dell’amministrazione. Invece di autorizzare la partenza immediata a tutti quelli che richiedono un visto di uscita, le autorità si ingegnano a prolungare il processo di richiesta di espatrio. Per intere settimane i profughi si sfiniscono così stando dietro alla carità del prossimo per riuscire a prendere il largo. Fino ad ora ce l’hanno fatta milleduecentonovantatre persone a passare per Berlino senza prima morire di fame.

Nella Wiesenstrasse, nell’asilo cittadino per i senzatetto, che per un certo tempo è rimasto chiuso, è stato creato ora un alloggio per gli ebrei profughi. La gente viene lavata, disinfettata, spidocchiata, alimentata, riscaldata e messa a letto. Poi viene data loro la possibilità di lasciare la Germania. È una delle più utili misure preventive contro ‘il pericolo dell’est’.
Di quando in quando capita qualcuno tra di loro che possiede intelligenza e spirito d’iniziativa: andrà a New York e diventerà miliardario.
Forse a Geza Fürst riuscirà di andare ad Amburgo e diventare un mozzo. Geza Fürst che ora va su e giù per la Grenadierstrasse, mani in tasca, guardia rossa fuori servizio, e forse futuro avventuriero e pirata dei mari. Di recente l’ho sentito canticchiare una canzone ungherese: io e il vento siamo buoni amici, né una casa né un cortile né un figlio spargono una lacrima per noi…

Joseph Roth, A passeggio per Berlino,
a cura di Vittoria Schweizer,
Passigli Editori, 2010



Cover - Passigli Editori ©


Il grazioso volumetto edito da Passigli propone per la prima volta in traduzione italiana delle Berliner Bilder stese da Joseph Roth, quando si aggirava per le strade della metropoli in qualità di corrispondente dei numerosi giornali che vi si stampavano. La scrittura berlinese restituisce uno spaccato di vita quotidiana in Germania che ha un profondo valore documentale, catturando sguardi, mode, drammi, che si alternarono a ritmi vertiginosi tra gli anni Venti e Trenta sulla scena della Grande Città. “Figure e sfondi” frutto dei capricci della storia, poco più che manichini di cera destinati a soccombere alle bizzarrie del tempo, «spettrali e insieme corporei», per citare l’inizio del Panoptikum, dove lo scrittore non mancherà di recuperare questa grottesca qualità duale che assimila uomini e cose. Maschere effimere e tuttavia struggenti nel loro mondo di fantasticherie e repentini rovesci, attori che di lì a poco sarebbero scomparsi, come la maggior parte dei luoghi che li avevano tenuti a battesimo. Il libro contiene anche una cospicua sezione di note che aiutano a collocare i singoli brani nell’orizzonte culturale in cui hanno visto la luce. Quest’opera non può che impreziosire la biblioteca di qualsiasi appassionato di Roth e di storia di Berlino.

(Di Claudia Ciardi)



Marc Chagall - Il violinista sul tetto

9 novembre 2013

Disoccupazione e rivolta – Arbeitslosigkeit und Revolte


I congressi sulla disoccupazione, del 1906 a Milano e del 1910 a Parigi, di estremo interesse, sono rivelatori di un grave problema, che sarebbe stato almeno in parte risolto solo dopo l’esperienza, anche in questo discriminante, della Grande Guerra. I convegni degli anni Dieci infatti rivelano una grave sproporzione fra le analisi, la massa di informazioni, la rete di relazioni messe in campo, già consistenti, e la fragilità delle ipotesi di soluzione almeno parziale dei problemi prodotti dalla disoccupazione in termini di reddito e di qualificazione del lavoro. […] Negli anni Venti, il cosiddetto “biennio rosso” italiano, gli episodi rivoluzionari in Germania, gli scioperi di massa in Francia ebbero la caratteristica comune di varcare la soglia della fabbrica e violarne la sacralità in quanto proprietà privata. Tali forme diverse di radicalizzazione erano accomunate dall’occupazione fisica del luoghi di lavoro durante gli scioperi. D’un colpo la questione dell’occupazione diventava una questione di distribuzione del lavoro esistente e di autocontrollo della prestazione. […]
La disoccupazione è emersa come problema autonomo e specifico insieme a molti altri che rispondono a codici, problemi e gruppi sociali diversi ma connessi: il controllo del corpo, del tempo, l’imposizione della rispettabilità attraverso l’introiezione del risparmio, della previdenza e dei diritti del mercato o il contrario, la libertà dei corpi dalla servitù dell’incidente e della malattia precoce, la disposizione libera del tempo di vita attraverso la riduzione contrattuale e legale degli orari, la libertà dall’ansia del risparmio inutile perché divorato dagli imprevisti, e sostituito dal versamento agli organismi del miglioramento e della resistenza.
La disoccupazione come problema autonomo, insomma, può emergere solo quando il diritto alla continuità del reddito e dell’attività lavorativa hanno cominciato ad affermarsi contrattualmente prima, e poi giuridicamente. Ma tutti questi elementi convergono in un percorso che possiamo così delineare. Lo Stato sociale nasce, come dimostra la precocità dell’esperienza tedesca, da esigenze di polizia amministrativa, ma cambia radicalmente – o meglio cambiano i modi in cui esso si manifesta – nella svolta del XX secolo quando per la prima volta – oggi sappiamo che questa svolta non è necessariamente né permanente né definitiva – la condizione di lavoratore si distingue da quella di povero. Certamente questa distinzione comporta l’accettazione di una qualche forma di produttivismo non priva di compromissioni, in alcune culture politiche, con aspetti del darwinismo sociale. Ma rappresenta anche l’ingresso delle speranze e dei progetti di molti lavoratori, di cui gli stessi riformatori “dall’alto” devono tenere conto.

Astract from:

Maria Grazia Meriggi, La disoccupazione come problema sociale. Riformismo, conflitto e “democrazia industriale” in Europa prima e dopo la Grande Guerra, Franco Angeli, Milano, 2009
Sulla mobilitazione industriale in Italia e il suo effetto nei rapporti fra lavoratori, governo e imprenditori si veda:
 Giovanna Procacci, Dalla rassegnazione alla rivolta: mentalità e comportamenti popolari nella Grande Guerra, Bulzoni, Roma, 1999
Luigi Tomassini, Stato e classe operaia in Italia durante la prima guerra mondiale, a cura di Giovanna Procacci, Franco Angeli, Milano, 1983

Francisco Goya - Viejos comiendo sopa. Óleo sobre muro trasladado a lienzo
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Cominciando da una definizione


Già le società preindustriali conoscevano persone prive di un lavoro remunerato per un periodo determinato o indeterminato e perciò senza mezzi di sostentamento; erano la moltitudine dei poveri (Pauperismo), il cui destino era ritenuto legato alla volontà divina o imputabile all'incapacità del singolo. Nei loro confronti venivano prese le più svariate misure, che andavano dalla beneficenza ai lavori forzati. Attorno alla fine del XIX sec. le condizioni di vita nelle regioni industrializzate subirono importanti trasformazioni. Da un lato il diffondersi del lavoro salariato e l'urbanizzazione resero sempre più complicato il ricorso alla solidarietà fam. in situazioni di emergenza; dall'altro, il Movimento operaio, in forte crescita, sollevò la questione dello status quo denunciandone gli abusi. Ciò indusse la Politica sociale, soprattutto a partire dal decennio 1880-90, a differenziare le cause che conducevano alla Povertà; malattia, incidente, età e disoccupazione trovarono così il dovuto riconoscimento sociale. Il termine "disoccupazione", spesso accompagnato dagli aggettivi "reale" o "involontaria", si diffuse a partire dal periodo compreso tra il 1880 ca. e la prima guerra mondiale, quando diversi Paesi cercarono, con alterni risultati, di definirlo. Dalla fine del decennio 1870-80 i disoccupati, che in precedenza avevano rivendicato un aiuto collettivo solo in maniera occasionale, promossero dimostrazioni e raduni (ad esempio a Ginevra, Berna, Zurigo e Basilea) e riuscirono in questo modo a conferire al loro stato la dimensione di un problema sociale permanente. I comitati di soccorso, creati da cittadini filantropi con il sostegno crescente della mano pubblica, non furono però mai in grado di porre una distinzione netta fra i disoccupati in senso stretto e gli altri poveri. Secondo le autorità e le org. operaie, erano soprattutto gli aiuti agli alcolizzati e ad altri perdigiorno a danneggiare la reputazione dei disoccupati involontari. Solo l'adozione di criteri più precisi da parte dell'Assicurazione contro la disoccupazione, in via di diffusione, e le azioni di sostegno nel periodo tra le due guerre resero possibile una chiara distinzione. Ancora oggi, tuttavia, la disoccupazione costituisce un settore della politica sociale su cui convergono molte più contestazioni rispetto a categorie quali l'età, la malattia o l'incidente.

La disoccupazione si manifesta soprattutto in quattro forme. La disoccupazione strutturale risulta da profonde trasformazioni del sistema economico ed è caratterizzata da lavoratori che, colpiti dal declino di un settore, non trovano occupazione per molto tempo a causa di qualifiche professionali specifiche o per mancanza di alternative occupazionali nella regione, come ad esempio durante il periodo fra le due guerre nel settore del ricamo nei dintorni di San Gallo o nel 1970 nell'industria orologiera della Svizzera occidentale.

La disoccupazione congiunturale è provocata da recessioni o crisi economiche e giunge spesso massiccia e inaspettata. In Svizzera colpisce inizialmente l'economia di esportazione, poi i settori che le sono strettamente legati. Questa forma è quella che coinvolge di gran lunga il maggior numero di persone contemporaneamente; è perciò principalmente contro di essa che si rivolgono le disposizioni di politica sociale quali la creazione di occasioni di lavoro e le riforme delle assicurazioni o altro.

Un terzo tipo di disoccupazione è quella stagionale, che spec. in passato colpiva in inverno soprattutto il ramo delle costruzioni e del turismo, dipendenti dalle condizioni meteorologiche. Per questo motivo i comitati di soccorso che operavano a cavallo del XVIII e XIX sec. limitavano le loro attività ai mesi freddi. Con il trascorrere del tempo tuttavia questa forma di disoccupazione ha perso importanza a causa di nuove procedure e abitudini. Mentre nel periodo 1920-24 il tasso di disoccupazione del mese di febbraio superava del 64% quello di luglio, nell'ultimo decennio del XX sec. il divario si è sensibilmente ridotto. Dal tardo XIX sec. inoltre, la partenza degli Stagionali in inverno alleggerisce ulteriormente il mercato del lavoro.

La disoccupazione frizionale ricoprì un ruolo importante fino alla prima guerra mondiale. Fra due impieghi, gli artigiani itineranti trascorrevano spesso un periodo di inattività, mentre la stessa attività industriale era colpita da fluttuazioni considerevoli.

Source (abstract):
Dizionario storico della Svizzera
Historisches Lexikon der Schweiz



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What was the unemployment rate in Germany after the 1st world war?

1919: 5%
1926: 10%
1932: 30%

Germany's Weimar Republic was hit hard by the depression, as American loans to help rebuild the German economy now stopped. Unemployment soared, especially in larger cities, and the political system veered toward extremism. The unemployment rate reached nearly 30% in 1932. Repayment of the war reparations due by Germany were suspended in 1932 following the Lausanne Conference of 1932. By that time Germany had repaid 1/8th of the reparations. Hitler's Nazi Party came to power in January 1933.

1919-1928: Under the Treaty of Versailles, Germany must give up territory (and population) and pay reparations. War debt, reparations, and reckless printing of money cause crippling hyperinflation in the postwar years, while unemployment remains high through the '20s. The onset of the Depression ends a slight recovery. Government spending increases to 25 percent of GDP between the wars, up from 15 percent.

1929-1932: Depression in the United States prompts creditors to call in their loans to Germany. Unemployment rises to nearly 30 percent in 1932. Budget cuts designed to convince the Allies Germany was suffering too much to pay reparations do lead to a moratorium, but also cause misery and discontent, which in turn fuels the Nazi rise to power.

1933-1938: With the Nazis in power, subsidies boost industries tied to arms and self-reliance. Unemployment is almost zero, but wages are low, and foreign reserves shrink to fund expansion. Unlike Japan, Germany does not limit consumer goods, and rearmament is not yet fully planned. In 1936 Hitler urges Germany to be ready for war by 1940 through a Four-Year Plan that sets production quotas."
Source and further information:

Germany experienced hyperinflation in 1923 and chronic high unemployment throughout the 1920's as a result of the inability of the governemtn to cope with the problems of Germany effectively. When the unemployment rate jumped in 1930 as a result of the onset of the Great Depression the support for the Weimar Republic drained away.

The carefully thought-out social and political legislation introduced during the revolution was generally unappreciated by the German working classes. The two goals sought by the government, democratization and social protection of the working class, were never achieved. This has been attributed to a lack of pre-war political experience on the part of the Social Democrats. The government had little success in confronting the twin economic crises following the war.

The permanent economic crisis was a result of lost pre-war industrial exports, the loss of supplies in raw materials and foodstuffs from Alsace-Lorraine, Polish districts and the colonies along with worsening debt balances and reparations payments. Military-industrial activity had almost ceased, although controlled demobilisation kept unemployment at around one million. The fact that the Allies continued to blockade Germany until after the Treaty of Versailles did not help matters, either.

Abstract from:
Answer Bag

The Great Depression in Germany

Germans were not so much reliant on exports as they were on American loans, which had been propping up the Weimar economy since 1924. No further loans were issued from late 1929, while American financiers began to call in existing loans. Despite its rapid growth, the German economy was not equipped for this retraction of cash and capital. Banks struggled to provide money and credit; in 1931 there were runs on German and Austrian banks and several of them folded. In 1930 the US, the largest purchaser of German industrial exports, put up tariff barriers to protect its own companies. German industrialists lost access to US markets and found credit almost impossible to obtain. Many industrial companies and factories either closed or shrank dramatically. By 1932 German industrial production was at 58 per cent of its 1928 levels. The effect of this decline was spiraling unemployment. By the end of 1929 around 1.5 million Germans were out of work; within a year this figure had more than doubled. By early 1933 unemployment in Germany had reached a staggering six million.

The effects this unemployment had on German society were devastating. While there were few shortages of food, millions found themselves without the means to obtain it. The children suffered worst, thousands dying from malnutrition and hunger-related diseases. Millions of industrial workers – who in 1928 had become the best-paid blue collar workers in Europe – spent a year or more in idleness. But the Great Depression affected all classes in Germany, not just the factory workers. Unemployment was high among white-collar workers and the professional classes. A Chicago news correspondent in Berlin reported that “60 per cent of each new university graduating class was out of work”.

[…]

The Weimar government failed to muster an effective response to the Depression. The usual response to any recession is a sharp increase in government spending to stimulate the economy – but Heinrich Bruning, who became chancellor in March 1930, seemed to fear inflation and a budget deficit more than unemployment. Rather than ramping up spending, Bruning decided to increase taxes to reduce the budget deficit; he then implemented wage cuts and spending reductions, an attempt to lower prices. Bruning’s policies were rejected by the Reichstag – but the chancellor was backed by president Hindenburg, who in mid-1930 issued his policies as emergency decrees. Bruning’s measures failed and probably contributed to increased unemployment and public suffering in 1931-32. They also revived government instability and bickering between parties in the Reichstag.

The real beneficiary of the Great Depression and Bruning’s disastrous policy response was Adolf Hitler. With public discontent soaring, membership of the NSDAP grew to record levels. In September 1930 the NSDAP increased its representation in the Reichstag almost tenfold, winning 107 seats. Two years later they won 230 seats, the most won by any single party during the entire Weimar period. Hitler found the failures and misery of the Great Depression to his liking, remarking: “Never in my life have I been so well disposed and inwardly contented as in these days. For hard reality has opened the eyes of millions of Germans.”

Source: 
Alpha History

See also:
The German Unemployed: Experiences and Consequences of Mass Unemployment from the Weimar Republic to the Third Reich
Richard J. Evans, Dick Geary
Croom Helm, 1987


Hieronymus Bosch (detail)


Segnaliamo il reportage di «Internazionale» n. 1017 sul mercato del lavoro in Germania. L’articolo è uscito poco prima delle elezioni tedesche tenutesi nel settembre 2013. In parallelo faccio notare la copertina di «Der Spiegel», sulla politica ‘poco mossa’ della Merkel; il numero è anche interessante perché, come si vede dal titolo evidenziato in rosso in alto a sinistra, contiene l’inchiesta sui big data raccolti dall’NSA, che ha fatto scoppiare nelle settimane successive lo scandalo sullo spionaggio mondiale.
Tra flessibilità che si traduce in un precariato sempre più selvaggio e soluzioni di dubbia efficacia targate “mini-job”, i dati ufficiali sull’occupazione in Germania, aiutati da certa propaganda giornalistica confezionata nei paesi mediterranei, nascondono molte realtà problematiche di cui si può avere un’idea più profonda solo passando un po’ di tempo nel paese della Cancelliera.

Certo, parliamo di una nazione  “virtuosa” dal punto di vista amministrativo, che sa fare sistema in maniera più efficace dei suoi colleghi sud europei. Se il mercato del lavoro in Italia è al collasso, oltralpe si riesce ancora a respirare. Tuttavia, anche la Germania, come il vecchio continente in cui è inserita, risente gli effetti diretti e indiretti di una prolungata recessione che non accenna a mollare la presa. L’Europa e i suoi mercati sono da tempo febbricitanti e delle tanto annunciate misure per la crescita non si vede neanche l’ombra. Per quanto riguarda l’Italia a questo bisogna aggiungere un buon trentennio di immobilismo politico, una corruzione endemica, un’offerta formativa discutibile che negli ultimi anni ha perso più di un treno rispetto agli standard di preparazione delle generazioni più giovani negli altri paesi del continente ed extracontinentali. Ciò è più che sufficiente a giustificare il tormentone dell’ ‘italiano in fuga’ che ormai impazza in tutti i media; non c’è articolo o esperienza di viaggio che non cominci con questo adagio, un po’ scontato ormai, e pure spiacevole, perché dimostra la resa di un popolo che sfugge ai suoi problemi interni, raccontando a se stesso che ‘fuori’ è tutto molto meglio. Ma ci vedo anche un atteggiamento un po’ furbetto, abbastanza tipico in Italia, che si può sintetizzare così: “magari io ce la faccio; gli altri vedano loro”.
Quando si è fuori, si è stranieri, e ‘fuori’ non esiste nessun paese dei balocchi. L’Europa è quello che è, non cresce e non decide. Vivere in Germania non è facile. Il paese offre ancora risorse ed è capace di metterne in campo molto più che da noi (qui bisognerebbe aprire la voragine dei Diktate conditi di austerity che hanno aiutato le casse nordiche ma non voglio entrare nel merito della questione e comunque sono dell’idea che la Germania in parte ha ragione a esigere dai paesi mediterranei più correttezza e l’avvio delle riforme strutturali). Tuttavia, anche nel Nord si percepisce qua e là un lassismo preoccupante. L’impressione che ho avuto nella mia recente esperienza di viaggio pre-elettorale è più o meno questa: lasciamo che la barca segua la corrente; non abbiamo al momento problemi interni, ci preoccupano un pochino quelli che abbiamo attorno, ma faremo la voce grossa e tutto filerà liscio.
Quando sono salita in macchina del mio amico berlinese, che mi ha fatto da guida nei quartieri ovest della capitale, tra il villaggio della FU e le zone residenziali che orbitano attorno all’università, ho passato il tempo del viaggio letteralmente appiccicata al vetro. In strada era un continuo susseguirsi di cantieri: case orribili, una all’altra uguali fino allo sconforto, un tempo alloggi delle forze di occupazione, che adesso vengono ristrutturate nell'ambito di affrettati piani di privatizzazione. E tanti nuovi appartamenti, tirati su quasi con noncuranza. Chi ci lavora sembra farlo per tenersi occupato in qualcosa, per dimostrare a se stesso che la crisi non c’è, che le persone, nonostante quel che si dice, hanno fame di case perché, appunto, Berlino è una delle mete dell’europeo in fuga. Verrebbe da dire: qui tutto va bene. Si pensa a costruire, non c’è nessuna emergenza sociale all’orizzonte, tutto appare calmo e ovattato, inflazione è una parola espunta del dizionario, chi la pronuncia di sicuro non ci sta con la testa: in un supermercato tedesco si compra a prezzi che l’Italia ormai non ricorda più. Eppure i problemi che agitano il continente producono come un rumore di fondo che irrompe nella pace di questi vialetti e si unisce a quello ben più vicino dei martelli pneumatici in azione.
Una sera, davanti a un tè speziato, seduti a un tavolo all'aperto di Steglitz, quando il quartiere è finalmente calmo, l'aspetto dei casermoni appare leggermente più umano, i viali a scorrimento veloce sono meno trafficati, il mercato chiuso, leggiamo un po’ svogliati i giornali. Manca qualche settimana alle elezioni ma il dibattito è fiacco, quasi inesistente. A un tratto punzecchio il mio amico: «Voterete in massa la Merkel». Alza la testa, mi guarda un attimo per capire cosa volessi insinuare, e poi butta lì, senza scomporsi: «Non c’è alternativa».  
Le lamentele berlinesi e germaniche sono abbastanza note (caratteristica condivisa con gli italiani, che tuttavia danno al lamento un aspetto più teatrale ed esibito) eppure stavolta, confrontandomi di tanto in tanto con i miei interlocutori, pendolari del treno, impiegati che la mattina percorrono di corsa le 'vie della City' a Friedrichstrasse, proprietari di chioschi in quartieri-dormitorio, ho percepito in città un calo di entusiasmo, nel complesso un senso di stanchezza del cittadino medio tedesco. E per quanto mi riguarda un’inquietudine della vita nella metropoli più che raddoppiata.
Quello che voglio dire è che la Germania di adesso mi ha abbastanza delusa. La frenesia ‘alimentare’ del cemento, l’idea di costruire a ogni costo, l’ipertrofia progettuale mi hanno restituito un'immagine vuota. Pare quasi che questo forzato attivismo sia investito del compito di celare la stasi che attanaglia molti settori vitali della società tedesca. Fatto salvo il fascino letterario e culturale della ‘mia’ Berlino che in me è tutto particolare e scorre su un binario parallelo, non ho trovato nessuna assonanza, nessuna vera empatia con la quotidianità che ho esplorato. Gli anni della recessione picchiano duro anche qui, anche se di rimbalzo, e si avverte una lenta disfatta, pericolosa perché incolore e inodore ma se uno ha l’occhio allenato, e soprattutto, al di là del bene e del male, ama questo luogo, non può non coglierla.
Di accidia si può anche morire. In politica le conseguenze  possono essere disastrose. E per l’intera classe politica europea, questo è un rischio concreto. Negli ultimi cinque anni dalla Germania mi sarei aspettata più coraggio e molta meno propensione alla contabilità. Far quadrare i conti è nobile cosa e necessaria ma c’è bisogno ancor più di una leadership forte, in grado di ispirare e segnare una rotta nell’interesse comunitario. Questo paese dovrebbe sfruttare i margini di vantaggio che ha non per arroccarsi (e arrochirsi) ma per assumere il ruolo di cinghia di trasmissione di tutte quelle energie che il vecchio continente può mettere in campo per provare a riaccendere i motori.

(Di Claudia Ciardi)


                                       Hieronymus Bosch (detail)

Links:

DRadio-Nachrichten (9. November)

In questo blog: Novemberrevolution

November Group/ Novembergruppe (Germany, 1918)

Erika Mann: la donna del 9 novembre (un bel post dedicato da Berlin&Out a una figura artistica straordinaria)

Arbeitslosigkeit im Weimarer Republik/ La disoccupazione cambiò la storia

Revolte in Krisenzeiten von Stefan Sauer (Berliner Zeitung/ Juni 2013)

Georg Heym - I silenti (segnalazione di Luca Buonaguidi sul suo blog "Caruso Pascoski")

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