31 ottobre 2013

Woher und wohin – Ebraismo e Wanderung


Bruno Schulz, acquaforte - Chasidi
Woher und wohin
zieht sich mein Weg
so schwer und so träg
ohn’ Ende und Beginn?

Da dove e verso dove
si dirige il mio cammino,
così greve e così lento,
senza fine né inizio?

Simeon Samuel Frug (1860-1916), poeta russo e yiddish, in Claudio Magris, Lontano da dove, Einaudi, 1971, cit., p. 48


Claudia Sonino ©

Claudia Sonino, Esilio, diaspora, terra promessa. Ebrei tedeschi verso Est.
Con testi di Heine, Lessing, Zweig, Döblin, Roth,
Mondadori, 1998


Il processo di emancipazione degli ebrei in Germania giunge a una battuta di arresto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nel sostanziale peggioramento del quadro politico internazionale. L’integrazione dell’ebreo nella società tedesca era andata avanti tra non poche difficoltà, oggetto di sentimenti ambivalenti e contraddittori. Assimilarsi aveva significato divenire borghesi, recidendo e tradendo per buona parte quel patrimonio culturale originario che faceva dell’ebreo un soggetto assolutamente peculiare all’interno delle nazioni europee. Come il poeta ebreo-tedesco Heinrich Heine aveva rilevato con largo anticipo, l’ebraismo non poteva trovare rappresentazione attraverso le categorie della religione e della filosofia; si trattava piuttosto di un modo di essere. Il viaggio di Heine nella Polonia prussiana determinò l’antefatto culturale che un secolo dopo verrà ripreso dai principali esponenti dell’intellighenzia ebraica in Germania, per esprimere il disagio e la crisi di identità che allora laceravano la coscienza dell’ebreo-tedesco. La diversa percezione dell’ebreo orientale messa in evidenza da Heine nel suo resoconto, non potrà che costituire un termine di paragone imprescindibile per tutti coloro che, alle soglie del Novecento, cominceranno a rivolgere a se stessi domande sempre più pressanti circa il proprio ruolo di intellettuali ed ebrei all’interno della società tedesca. All’immagine ‘differente’ dell’ebreo e al rinnovarsi di una riflessione sviluppata entro i poli della sua duplice esistenza, da un lato fatta di integrazione e dell’altro di attaccamento, più o meno consapevole, alla propria specificità, concorrevano in quel momento tre fattori: l’antisemitismo politico di massa, i crescenti nazionalismi e la nascita del sionismo.
Germania e Austria si erano improvvisamente trovate a fare i conti con un processo di industrializzazione che dalla metà dell’Ottocento avanzava a ritmi vertiginosi. La naturale conseguenza fu la crescita del divario sociale con sacche di povertà sempre più estese. La destabilizzazione che investì queste collettività organizzate su basi contadine non va sottovalutata se si vogliono capire molti dei fatti accaduti nel primo trentennio del XX secolo. Alla fine dell’Ottocento la borghesia ebraica era andata progressivamente concentrandosi nelle grandi città: su mezzo milione di ebrei in Germania, centomila vivevano a Berlino. La capitale, che sempre più rapidamente evolveva a metropoli, in quegli stessi anni di grandi cambiamenti e cantieri dello spazio e dello spirito, accoglieva nutrite masse di diseredati, ingrossate per buona parte dalla consistente immigrazione degli ebrei orientali. Questi Luftmenschen, senza patria e senza dio, già da prima della Grande Guerra e ancor più durante, furono i protagonisti di un esodo da est a ovest di consistenti proporzioni, così da costituire per gli stati di accoglienza un problema politico e culturale di estrema complessità. Analizzando le condizioni in cui versavano i berlinesi nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, vale la pena ricordare che il settanta per cento dei residenti viveva concentrata nei quartieri settentrionali, orientali e periferici della capitale, occupando talora fatiscenti baraccopoli cresciute spontaneamente alle porte della città, vicino alle stazioni, o trovando riparo all’interno di vagoni ferroviari in disuso e rimesse. Si trattava di disoccupati, di inquilini colpiti da provvedimenti di sfratto o costretti ad abbandonare la propria abitazione perché incapaci di far fronte all’aumento quasi semestrale dei canoni. Tutt’altro che rari gli scontri tra i senzatetto e le forze dell’ordine (uno dei più duri fu quello del 26 agosto 1872 quando la polizia caricò per far sgomberare la zona occupata del Landsberger Tor). In questo divario che vedeva Berlino al centro di numerose turbolenze va riconosciuta la premessa della ribellione generazionale, propugnata con forza dall’avanguardia espressionista, e delle grandi manifestazioni popolari che colpiranno al cuore l’assetto politico e amministrativo della città, determinando la storia del Novecento.
Dunque, l’ondata di profughi ebrei orientali si riversò nelle città della Germania in una situazione economica interna affatto agiata, e ciò avvenne contemporaneamente all’aggravarsi della questione ebraica sia in Russia, dove le violenze dei pogrom furono anzi una delle cause principali dell’incremento dell’esodo, sia in Francia. Qui, l’affaire Dreyfus (1894) è emblematico di questo clima storico-culturale. Vicenda scoppiata nella Terza repubblica, finì per avere implicazioni assai profonde nella storia politica e giudiziaria della Francia, andando ben oltre quell’ambiguo intreccio di antisemitismo e spionaggio nei quali il caso si manifestò. Mise cioè in risalto le contraddizioni di una società che, pur avendo operato il consolidamento delle proprie istituzioni, alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento, da una posizione laica e moderata, ne aveva poi disperso il beneficio democratico e progressista, portata fuori strada dalle dinamiche di gestione del potere e da un patriottismo venato di icone nazionalistiche.
Fu questo il terreno in cui l'antisemitismo riprese vigore in Germania, sostenuto da un ampio consenso popolare e intellettuale sia perché in grado di «favorire la costruzione di un’identità nazionale ancora estremamente fragile» sia perché ci si poteva servire degli ebrei come «capro espiatorio contro il quale stornare il malessere sociale generato da uno sviluppo industriale ed economico che scuoteva in profondità l’ordine tradizionale».
In un simile contesto, la scelta di alcuni tra i maggiori intellettuali ebrei-tedeschi di ‘tornare a oriente’, di visitare i luoghi delle proprie origini come nel caso di Joseph Roth, nativo della Galizia, e di Alfred Döblin, in cerca di una risposta alla perdita di riferimenti nella vita del padre, ebreo orientale emigrato in Germania, il viaggio a est di queste personalità implica la riscoperta dell’ebraismo come dimensione metastorica, da opporre alla distruzione della guerra, “madre di tutte le catastrofi”, al trauma subito dai popoli europei e al lutto collettivo che ne seguì. 
Sollecitati dagli eventi, accomunati dal rifiuto del carattere autoritario e militarista del Reich, che a partire dal 1914 aveva fatto mostra della violenza insita nello statalismo, gli scrittori ebrei-tedeschi si misero in cammino alla ricerca di un Heim ideale, scoprendo così un patrimonio perduto di narrazioni e mentalità, che al di là dello specifico ebraico e tedesco ha contribuito a sollevare alcune tra le principali questioni in cui si è dibattuto l’uomo contemporaneo.

(Di Claudia Ciardi)


Bruno Schulz, acquaforte - Refraktor

«Nel suo duro isolamento, il carattere dell’ebreo in Polonia divenne un tutto unitario; respirando l’aria della tolleranza, questo carattere ebbe il suggello della libertà. L’uomo interiore non diventò un miscuglio di sentimenti eterogenei e non intristì nella costrizione dei muri della Judengasse a Francoforte, grazie alle sapientissime ordinanze municipali e alle amorevoli limitazioni legali. Con la sua sporca pelliccia, con la sua popolatissima barba, l’odore d’aglio e con tutto il suo gergo, l’ebreo polacco mi è ancor sempre più caro di taluni in tutta la magnificenza dei loro titoli di stato».

Heinrich Heine, Sulla Polonia [Über Polen], 1822

«Difficilmente un altro popolo che vivesse la vita in catene subita da parecchi ebrei orientali non sarebbe andato eticamente i rovina. Gli ebrei orientali hanno retto all’ultima prova, che negli scritti rabbinici suona così: l’emergenza dell’abbrutimento. […] Se come ebrei possiamo attribuirci una superiorità del sangue, questa mi sembra essere nel fatto che la nostra sorte ci ha insegnato l’interiorità e la modestia. Uomini più contenti, più fortunati che crescono nella propria terra, possono inclinare alla supponenza e all’autodivinizzazione. Noi, però, di questa supponenza, che induce a ritenere la propria etnia il sale della terra, abbiamo sofferto così terribilmente che dovremmo essere garantiti dal cadere in questo genere di autoadulazione».

Theodor Lessing, La Galizia: una difesa [Galizien. Zur Abwehr] in «Allgemeine Zeitung des Judentums», Berlin, 18 febbraio 1910

«Eppure, la Galizia, il grande campo di battaglia della Grande Guerra, non è stata ancora riabilitata. Neanche agli occhi di coloro che nei campi di battaglia vedono i campi dell’onore. Benché i corpi di tanti  europei occidentali si siano sfaldati in terra galiziana e l’abbiano concimata. Benché dalle ossa in putrefazione dei soldati del Tirolo, della Bassa Austria, del Reich germanico fiorisca il granoturco di questo Paese. […] Queste immagini di santi tra le spighe dei vasti campi, ai margini dei prati, nelle radure dei boschi sono state nella Grande Guerra distrutte, sforacchiate, storpiate e riedificate, ridipinte, di nuovo provviste di iscrizioni, là dove lo spirito di sacrificio dei contadini era grande quanto era profonda la loro pietà. Non è così dappertutto. In un piccolo villaggio della Galizia orientale c’è ancora quel Cristo diventato celebre, la cui croce fu mandata in frantumi da un proiettile sarcastico, così che non rimase un Salvatore di pietra con i piedi sanguinanti inchiodati al mozzicone della croce e le braccia spalancate nella disperazione di non capire il silenzio di Dio e di tutto quello sparacchiare del mondo; un Salvatore crocifisso senza che pendesse dalla croce; l’esito simbolico di un fortuito caso guerresco. A giusta ragione questo miracolo è stato lasciato così. Tutt’intorno, lentamente, le trincee hanno preso a rimarginarsi. […] Colonne e colonne di salmerie son passate per queste strade, pesanti cannoni han lasciato tracce profonde, i cannoni sprofondavano fino alla sella – me lo ricordo, me lo ricordo ancora. Ho percorso una volta queste e altre strade, uomo da soma tra bestie da soma, e il fango immortale ci divorava come ora divora la massicciata. […] Ma sul piatto Paese trascorre incessante un vento perennemente uguale, che quasi non avverti. Colline, avvisaglie dei Carpazi, azzurreggiavano in lontananza. Cerchi di corvi alti sui boschi. Sono sempre stati di casa qui. Dai tempi della guerra si sono infoltiti. Non una fabbrica, un cartello pubblicitario, niente fuliggine. Nei mercanti si vendono primitivi burattini di legno, come in Europa duecento anni fa. Che l’Europa qui sia venuta meno?
No, non è venuta meno. I rapporti tra l’Europa e questo Paese messo per così dire al bando sono continui e vivaci. In certe librerie ho visto le ultime novità letterarie inglesi e francesi. Un vento culturale sparge semi in terra polacca. Il contatto con la Francia è il più intenso. Al di sopra della Germania, che sembra galleggiare in uno spazio morto, è uno sprizzare di scintille nelle due direzioni.
La Galizia è una solitudine sperduta e tuttavia non è isolata; è bandita, non tagliata fuori; ha più cultura di quanta non faccia presumere la sua insufficiente canalizzazione; molto disordine e, ancor più, stranezze. In tanti la conoscono dal tempo della guerra; quando però nascondeva il suo volto. Non era un paese. Era una tappa, o il fronte. Ma ha i suoi propri piaceri, i propri canti, la sua gente e il suo splendore; lo splendore triste dei denigrati».

Joseph Roth, Viaggio in Galizia [Reise nach Galizien] in «Frankfurter Zeitung», 22 novembre 1924


Bruno Schulz, acquaforte - Bestia

See also:

Bruno Schulz, L'epoca geniale,
traduzione di Lorenzo Pompeo, postfazione di Marco Ercolani,
coll. «I quaderni di Via del Vento»
volumetto n°46
pag. 32, ISBN 8887741859
Euro 4,00


Cover, Via del Vento ©
Links:

La Recherche segnala Georg Heym

Giulia Siena per Chronica Libri ha segnalato Robert Musil, Narra un soldato, Via del Vento edizioni (novembre 2012): libri per l'estate.
Robert Musil, Via del Vento - Link al post di questo blog 

Voci dell'esilio - Esilio, espatrio, migrazione al femminile nel Novecento tedesco

Recensire il mondo di Marco Patrone segue Margini in/versi

Dalfar ex libris - Bruno Schulz

Anteprima di Margini in/versi in Liquida (preview)

16 ottobre 2013

Racconto di Berlino - Erzählung aus Berlin #0


Le fotografie qui raccolte sono il frutto di uno dei miei recenti viaggi nella metropoli, scatti letteralmente rubati alla strada che non ambiscono a essere reportage ma hanno solo la pretesa – davvero minima se messa in rapporto con l’ampiezza della materia – di salvare qualche istante di vita in uno dei luoghi forse più narrati degli ultimi due secoli. Quando ripenso alla Stimmung della Berlino dei miei ventisette anni, non posso che prendere atto di un’esperienza irripetibile; le sensazioni e la scrittura di allora erano state il frutto del mio primo sguardo sulla metropoli, il punto zero, l’attimo in cui la città con le sue tante voci e i suoi incredibili richiami, non pochi dei quali destinati a rimanere incompresi, mi era venuta incontro, configurandosi come straordinario centro di attrazione del mio immaginario. Da quel preciso momento Berlino diveniva determinante, avviava in me una nuova ricerca, il peso delle sue tante storie scorreva dai suoi incroci alle periferie della mia volontà di espressione. Avevo come il presentimento di sfidare il tempo, andavo in cerca di narrazioni e puntualmente mi sottraevo a ogni ritratto troppo preciso, respingevo le parallele della storia e aspiravo a una sorta di circolarità fantastica, al recupero – sebbene quasi del tutto inconsapevole – di una dimensione in cui il ‘dimenticato’ dell’infanzia potesse trovare una via per rappresentarsi. Più o meno lo stesso di quanto riferisce Kracauer a proposito dei cortili di Parigi – ma si sa che i suoi cortili, le sue vie sono sempre quelli di Berlino, perché qui ha imparato ad essere flâneur e qui soltanto può esserlo completamente; come i Passages di Benjamin provengono dagli alfabeti berlinesi, coordinate mitologiche e caratteri affettivi imparati durante l’infanzia nella metropoli.
In tal senso Berlino è anche una patria sepolta, uno specchio meraviglioso rivolto al passato o almeno a qualcosa di molto somigliante a esso, intendendo qui il vissuto come uno spazio fisico più che concettuale. E tuttavia questo dare appuntamento alla memoria – che io, peccando magari di presunzione, vedevo come la possibilità di ritrovare qualche frammento della mia in un luogo che così tante ne aveva accolte –  era un esercizio piuttosto maldestro, casualmente portato avanti, dal quale risalivo spossata. A cosa tendevo veramente? In quale parte di me mi dirigevo?
La città ha coltivato in me questa silenziosa regressione, la città-levatrice ha provocato il corpo a riscoprire gesti e rituali delle proprie origini.
Non sono le sue strade, non sono i suoi passanti, questi volti in cui capita di scorgere infinite epoche e mondi, nessuno in particolare nell’istante in cui ci si sofferma a guardarli, eppure presenti tutti insieme in uno sconvolgente unisono; questi passages, più del pensiero che della realtà, sono le segrete scale da cui io discendo al fondo della mia immaginazione. 
(Foto e testi di Claudia Ciardi ©)
«Smanioso di pervenire al luogo in cui il dimenticato mi sarebbe finalmente sopravvenuto, non potevo rasentare il più modesto vicolo laterale senza infilarlo e senza svoltare all’angolo che si apriva alle sue spalle. […] Nello scrutare, così, da ogni parte – dal sole fino all’ombra e di nuovo, indietro, al giorno – avevo la netta sensazione di non muovermi soltanto nello spazio, ma di varcarne non di rado i limiti e di fare irruzione nel tempo. Una segreta pista di contrabbandieri conduceva nel distretto delle ore e dei decenni, il cui sistema stradale era altrettanto labirintico di quello della città medesima ».
Siegfried Kracauer, Strade di Berlino e altrove 
[Straßen in Berlin und anderswo -  Suhrkamp Verlag, 1964]
«Credo da tempo che, se una speranza ancora esiste per il continente europeo, essa si celi nelle potenzialità, artificialmente inibite, dei paesi compresi tra la Germania e la Russia».
Czeslaw Milosz, La testimonianza della poesia

Botanischer Garten - Bahnhof

 Botanischer Garten - Bahnhof (detail)

 Muro nella Fabeckstraße (Dahlem)

 Hochstraße nei pressi di Gesundbrunnen Bahnhof

 Schöneberg (Bahnhof) - pavimento della stazione

 


















La Marlene di Friedenau (Bahnhof)


Friedenau (Bahnhof - Gestalten)

Nikolassee (Bahnhof - passage)

Un canneto al Wannsee - Schilf am Wannsee

9 ottobre 2013

Valerio Gelli - La poesia del disegno


Valerio Gelli, Siepe d’alberi, 1987, matita su carta, 48x66 cm.©


 «Il ponte Pachiao (Pachiao significa ‘il ponte Pa’) era il luogo dove chiunque se lo potesse permettere veniva a salutare gli amici e i colleghi che partivano verso oriente. Nel corso dei secoli divenne noto come il ‘Ponte dell’addio’: il luogo più famoso nella Cina antica per separarsi e lo scenario di migliaia di poesie sui salici.

Fino ai tempi moderni, i loro fiori pendenti fiancheggiavano entrambe le rive del fiume Pa per vari chilometri in entrambe le direzioni. A tarda primavera, la peluria dei fiori invadeva l’aria come neve, dando luogo a un’altra delle otto meraviglie dello Shensi. In cinese, la parola per indicare ‘salice’ è omofona di ‘stare’, e coloro che restavano recidevano un fiore per donarlo a chi partiva».

Da La Via al Cielo. Incontri con eremiti cinesi, Red Pine, Ubaldini, 2013


O Bäüme Lebens, o wann winterlich?
Wir sind nicht einig. Sind nicht wie die Zugvögel
verständigt. Überlholt und spät,
so drängen wir und plötzlich Winden auf
und fallen ein auf teilnahmslosen Teich.
Blühn und verdorrn ist uns zugleich bewußt.
Und irgendwo geht Löwen noch und wissen,
solang sie herrlich sind, von keiner Ohnmacht.

Und aber, wo wir Eines meinen, ganz,
ist schon des andern Aufwand fühlbar. Feindschaft
ist uns das Nächste. Treten Liebende
nicht immerfort an Ränder, eins im andern,
die sich versprachen Weite, Jagd und Heimat.
Da wird für eines Augenblickes Zeichnung
ein Grund von Gegenteil bereitet, mühsam,
daß wir sie sähen; denn man ist sehr deutlich
mit uns. Wir kennen den Kontur
des Fühlens nicht: nur, was ihn formt von außen.
Wer saß nicht bang vor seines Herzens Vorhang?
Der schlug sich auf: die Szenerie war Abschied.


Oh alberi di vita, oh quando invernali?
Non siamo unanimi. Non siamo,
come gli uccelli migratori, avvertiti.
Superati e tardi ci accompagniamo ai venti
d’improvviso e caliamo su stagni indifferenti.
Fiorire e guastarsi noi li sappiamo insieme.
E in qualche parte vagano ancora leoni
e non sanno, finché sovrani, di nessuna impotenza.

Noi però, dove intendiamo un intero, del tutto,
si avverte già il dispendio dell’altro. Ostilità
è a noi la più vicina. Non giungono sempre gli amanti
ai confini l’uno nell’altro, mentre
si eran ripromessi pianure, caccia e patria.
Per il disegno di un istante, là
si prepara un fondo contrario, a fatica,
perché noi lo vediamo; si è molto chiari, infatti,
con noi. Non conosciamo il contorno
del sentire; soltanto ciò che da fuori lo forma.
Chi non sedeva pauroso davanti al sipario
del suo cuore? Si aprì: lo scenario era addio.


Rainer Maria Rilke, Die vierte ElegieQuarta elegia
Duineser ElegienElegie duinesi
(incipit)
Traduzione di Jutta Leskien e Michele Ranchetti

******


La prima volta che gli ho fatto visita, nel 2011, alla casa-studio di Via S. Pietro, ricordo di avergli chiesto della sua iniziazione. È una curiosità che ho sempre avuto quella di scoprire quale momento, quale circostanza, se un incontro, un dolore, un sogno abbia contribuito a far nascere in un artista la consapevolezza di se stesso.



Vecchio caminetto con terrecotte nella casa-studio 
(Foto di Claudia Ciardi ©)

L’esperienza di Gelli mi ha particolarmente colpita perché il manifestarsi della passione per l’arte si intreccia alla catastrofe della guerra, e questa drammatica sovrapposizione ha creato, un giorno, un evento che io ho avuto il piacere di farmi raccontare dall’artista e che voglio trascrivere qui dalla monografia che le edizioni di Via del Vento gli hanno dedicato:

«È all’età di undici anni, esattamente il 24 ottobre del ’43, a seguito del primo bombardamento aereo alleato su Pistoia, che risale l’episodio che in qualche misura indirizzerà la predilezione del giovanissimo Valerio verso la vocazione artistica. Tra i numerosi edifici che vengono rasi al suolo, vi è l’abitazione dell’ingegner Banti, direttore delle Forze idrauliche (l’attuale ENEL) di Pistoia che fortunosamente assieme alla famiglia non si trova in casa. I giorni successivi al bombardamento alcuni operai delle Forze Idrauliche, coordinati da Emilio Coppini, nonno materno di Valerio e dipendente stimato dell’ingegnere, scavano tra le macerie dell’edificio alla ricerca di mobili ed oggetti che possano essere riconsegnati al proprietario. L’unica cosa recuperata e miracolosamente integra è il libro La novella di Giotto, scritto da Giuseppe Fanciulli, illustrato con moltissime foto Alinari in bianco e nero delle opere del pittore fiorentino e pubblicato nel ’40 dalla Casa Editrice Hoepli. Quando Emilio Coppini porta il volume al suo proprietario, questi che nelle sue frequenti visite nella casa dell’amico operaio delle Fornaci aveva avuto modo di osservare il piccolo Valerio intento a disegnare, dispone che il libro venga regalato al ragazzo. Il volume rappresenterà una sorta di Vangelo per il giovane, che attraverso questi testi e quelle immagini, può iniziare a tracciare una linea ben precisa nel suo destino. Il libro, per come è articolato e per la necessaria descrizione di figure ‘altre’ rispetto a quella del soggetto principe, tra cui San Francesco, Dante, Giovanni Pisano, dischiude orizzonti vasti e stimolanti per il giovane. Sprofondarsi nella lettura di quel testo sarà un forte analgesico all’angoscia causata nel ragazzo dall’assurdità della guerra, che i cupi boati sempre più frequenti gli ricordano esser cosa reale, ed arbitraria nel suo rastrellamento di vite innocenti. Con il libro aperto nelle mani, seduto sull’argine del Diècine, affiderà i suoi pensieri alla foglia che scorre lentamente sull’acqua e che li porterà idealmente, attraverso la Brana, l’Ombrone e l’Arno a lambire le sale degli Uffizi, dove tante delle opere che compaiono solide e mute su quel libro, rivivono nei loro colori lo splendore del genio irripetibile che le ha generate» (Fabrizio Zollo, cenni biografici in Valerio Gelli. L'uomo e l'artista, Via del Vento edizioni).


Valerio Gelli, Il nido devastato, 2009 ©


Questo episodio ha il sapore dell’apologo taoista in cui il sorgere reciproco di azioni contrarie non ha carattere oppositivo ma comporta un equilibrio. Nel racconto di Gelli il dono che ha orientato la sua vita affiora letteralmente dalle macerie e dalla distruzione; dove tutto sembra perduto resiste una radice destinata al nuovo bene. 
Una storia simile non poteva che appartenere a una personalità come quella di Gelli. L’uomo è all’apparenza schivo, la casa disadorna e sincera come il sorriso di un eremita. Tutto è accogliente, gli oggetti cullano un’intimità e una saggezza antica che quasi rassicurano, e i gesti e la voce dell’artista sembrano dipingere qualcosa nell’aria.
La sensazione di pace solitaria e raccolta si avverte già all’entrata. Scendendo per Via S. Pietro, lasciandosi alle spalle un vecchio muro che morbide cime d’alberi superano di qualche metro, oltrepassando la bianca facciata della basilica, lieve come un panno di lino steso al sole, si arriva a una porta dietro la quale facilmente s’immagina un orto, il rifugio di una qualche innocenza che da molto non capitava d’incontrare. 
Un salice spiove sereno da una casa confinante, mite guardiano incaricato di salutare il visitatore in attesa sulla soglia. Un paio di file di mattonelle in cotto ci scortano allo studio, lambito dall’aroma della menta vicina. Nella gentilezza di questo giardino cresce una forma rara di poesia arcaica che prosegue dentro la casa. Lo studio prende luce da una finestra che attrae all’interno la grazia delle piante, e quando si parla con Valerio è come se il tremolio delle foglie e il verde arabesco dei loro occhi disegnassero altrettante presenze vive nella stanza. Sul tavolo, in un angolo, c’è sempre qualche nuova creatura frutto di questa calda levigatezza che si aggira ovunque. I suoi disegni a matita morbida sono quasi apparizioni di un mondo protetto perfino dal passaggio del tempo, dove tutto si conserva ineffabile, viene da dire incontaminato, dove le forme cadono estatiche sul foglio e nella creta, senza rivestirsi di maniere né essere gravate da concetti.
C’è solo un puro gioco di immagini che rimanda all’infanzia, a certi ritmi meravigliosi di filastrocche e indovinelli che una volta cantati non si dimenticano più.

(Di Claudia Ciardi)     

                           
Lo scultore Valerio Gelli nel luglio 2009 (Foto di Fabrizio Zollo ©) 





Da Valerio Gelli – Disegni
(Siliano Simoncini)

«In effetti opere come quelle dedicate al tema del Bosco, degli Alberi (entrambi degli anni ’80) e, in particolare, quelli che visualizzano la descrizione di un sogno narrata dal grande architetto Giovanni Michelucci (estimatore e amico di Valerio Gelli) e titolati La capanna dell’angelo (2001/2003), sono esempi di una unicità singolare nel lavoro di Valerio perché egli ha avuto il coraggio di azzerare il proprio linguaggio grafico precedente per intraprendere un’avventura del tutto nuova; avventura che lo porterà a realizzare disegni le cui radici stilistiche possono essere fatte risalire a quelle dei disegni post-impressionisti di Seurat e a quelli simbolisti di Redon. Nasce allora una grafica pulviscolare, dall’atmosfera magica e malinconica, che non porta più l’artista a esplorare la consistenza dello spazio e o la definizione della forma, ma lo induce a confrontarsi con il profondo dell’espressività interiorizzabile, con il “sentimento” del tempo».

[…]
                                                            
«Venendo agli ultimi disegni, quelli indicati dalla rappresentazione de Il nido, disegni realizzati dopo un lungo periodo di inattività del nostro artista a causa di una grave malattia, li possiamo pensare, anche a causa di questa brutta vicissitudine, come momenti di una rinascita, del profondo desiderio di voler dare forma a un’idea, a un sentimento che si è confrontato con il fine ultimo della vita e adesso vuole germogliare di nuovo».           
       


Porta della cantina nella casa-studio
di Valerio Gelli (Foto di Claudia Ciardi ©)




«Il sogno della capanna dell’angelo di Giovanni Michelucci rimanda a una  poetica della semplicità, a un bi-sogno di meditazione e ascesi realizzabile attraverso la costruzione di uno spazio raccolto, costruito con materiali poveri, senza fare violenza alla natura, contrariamente a tutto quanto accade nella società contemporanea avvelenata da desideri di segno opposto».

[…]



Giovanni Michelucci:
«Fatto sta che ho sognato la cosa più elementare che possa sognare un uomo: una capanna in un bosco.
Una capanna con la porta ‘a bocca di lupo’, una povera capanna, una dimora provvisoria, il cui aspetto evocava l’infanzia, i ricordi ancestrali, gli odori e gli umori del muschio, del pane appena cotto, del formaggio.
Ricordi forse di una realtà irrecuperabile se non nel sogno. Tanto è vero che, avvicinandomi, la capanna, invece di ingrandirsi, rimpiccioliva sempre più. Un luogo talmente piccolo da considerarsi inabitabile. Ma d’un tratto ho intravisto all’interno l’ala di un angelo: una presenza angelica. E nessun luogo è povero o di poco conto se è abitato da un angelo! 

Allora da questo sogno, apparentemente regressivo, mi è parso di comprendere visivamente una realtà elementare eppure ricca di implicazioni: che non sono i luoghi che devono cambiare, ma le persone che li abitano. Una verità che Giotto aveva capito benissimo.
Tanto è vero che in molte delle sue opere gli spazi raffigurati sono angusti rispetto all’azione che vi si svolge. La stessa ala dell’angelo che io ho sognato somiglia a quella che attraversa la piccola finestra nell’edicola dell’Annunciazione a Sant’Anna, nella Cappella degli Scrovegni a Padova.
Uno spazio è sempre povero, quando è privo di capacità di relazioni, ed è sempre bello, quando è generativo di incontri, di possibilità sinora inesplorate.
È questa forse la felicità dell’architetto».


Valerio Gelli, Il nido al vento, 2009 ©







Per approfondire l’arte di Valerio Gelli/ Books on Valerio Gelli:

Valerio Gelli, Disegni. Sessanta anni di disegno 1949-2009, testi di Alfio Del Serra, Siliano Simoncini, Cristiana Bossi, ottobre 2009 – edizioni del Circolo Aziendale Breda

Valerio Gelli. L’uomo e l’artista, AA.VV. (Paolo Beneforti, Luigi Russo Papotto, Alessandro Sarteschi, Fabrizio Zollo), a cura di Fabrizio Zollo, volume n. 12, coll. Le Streghe, Via del Vento edizioni, dicembre 2009


Su Pistoia e i suoi artisti si veda anche:  

Pistoia in parole. Passeggiate con gli scrittori in città e dintorni, a cura di Alba Andreini, introduzione di Roberto Carifi, edizioni ETS, 2012
E il post correlato in questo blog: Il cielo sopra Pistoia

«Pistoia la colta» di Anna Li Vigni su «Il Sole 24 ore», 11 –  8 –  2013


Riproduzione dell'articolo, «Il Sole 24 ore» 2013 © 

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