18 novembre 2014

Aesopica #0 - L'uomo e il satiro


Aesopus - Goya - 1778

Sotto il nome di Esopo, il geniale favolista greco, si è tramandato l’intero patrimonio di mythoi ellenici e una quantità di stesure e rielaborazioni più tarde, evidentemente frutto di altri ingegni che pure ritenevano imprescindibile per la loro creatività abbeverarsi ai modelli esopici. Quel che dunque leggiamo, lungi dall’essere soltanto farina dell’autore antico, somma una quantità di tradizioni assai ampia e altrettanto estesamente distribuita nel tempo. Come nel caso di Omero, che non fu certo l’inventore dell’epica né delle storie che troviamo nei suoi poemi, ma in maniera più probabile un loro interprete d'eccezione, un poeta con una marcia in più che seppe dare voce e un taglio peculiare a una fitta trama mitologica variamente cantata, così Esopo, non per nulla coinvolto in similitudini omeriche, è una personalità sfuggente sulla quale grava l’enigmatica responsabilità di aver fondato un genere. E tale epifania sembra esigere un contrappasso proprio nella difficile restituzione di una storia di vita, se non dettagliata almeno plausibile. Esopo diviene lui stesso materia mitica, miniatura fiabesca, idolo collocato ai confini del mondo greco la cui morte verrà decretata proprio dall’oracolo di Delfi che, secondo Erodoto, ne esige la fine, salvo poi vendicarlo. Questo tipo inedito di straniero, ammantato di esotismo, la cui origine sarebbe da collocarsi in Frigia, sulle coste dell’Asia Minore, la regione da cui venne alla Grecia il nuovo e il perturbante, come quel culto di Dioniso così ostinatamente rifiutato dai tebani, costui, che con l’oriente avrebbe continuato ad avere innumerevoli frequentazioni, da Babilonia all’Egitto, alla Lidia, pare predestinato a un ruolo di congiunzione, un punto di sutura tra due mondi, l’Asia e l’Europa, quasi fossimo al cospetto di un bizzarro affluente dove entrambi gli immaginari si rivelano in apologhi di intensa e miracolosa brevità. 
Da simili premesse la morale è ridotta a trucco posticcio con cui la cultura tardoantica intendeva mascherare la propria inadeguatezza di fronte alle ambiguità e alle arguzie arcaiche, rischiando in non pochi casi di smontarne la genuinità quando non di tradirne palesemente l’intento. Cospicue sono infatti le interpolazioni rilevate nei manoscritti e riconducibili alla temperie cristiana. 
Né è un caso che Esopo si riscopra vicino a un altro grande sabotatore e ispiratore della cultura greca, Socrate, del quale è riportata la notizia relativa a una versione musicale delle favole composta in carcere.
Esopo sbeffeggia il potere e gli uomini che vi aspirano, con tutta la semplicità derivata dalla saggezza popolare, per sua natura irriverente senza montature, senza pesantezze sapienziali.
E non sorprende neppure che un dotto operante attorno al mille e trecento in quella vasta terra di confine, al centro di tanti flussi culturali, che era l’impero bizantino, tale Massimo Planude, si sia occupato di trasmetterci memoria di questo autore, riconoscendovi un concentrato morale privo di orpelli, nel quale il quotidiano con le sue baruffe, i suoi motteggi inesorabili e veloci come un giro di carte, e soprattutto le sue sferzanti incomprensioni, assurge a esempio in sé perfettamente conchiuso di una specie di sacralità. 

(Di Claudia Ciardi)


«Omero ed Esopo hanno nei secoli perduto ogni connotato sicuramente tangibile: e tuttavia essi sono i due luoghi terminali della fantasia greca, due sedi simboliche, da una parte uno dei grandi insondabili templi del mondo, dall’altro un sasso attentamente lavorato da un anonimo contadino, e piantato nel suolo accanto ad una tana di lepri, tra rovi ed ulivi».

[…]

«Erodoto e Plutarco parlano di Esopo: per essi, Esopo è ancora uno schiavo frigio, vissuto nel sesto secolo prima di Cristo, ucciso a Delfi; a quel tempo, nessuno parla ancora della sua deformità. La sua autorità letteraria è grande agli occhi di Aristofane e di Socrate».

[…]

«Se Omero è il poeta degli eroi, dei nomi propri, che non mancano né ai codardi né ai pitocchi, in Esopo solo gli dèi hanno un nome: anonimi gli uomini; per il resto, di volta in volta, si adopera “la volpe”, “il lupo”, “il leone” come se fossero personaggi singolari: in realtà, non ci sono personaggi ma unicamente ruoli».

[…]

«Una favola esopica è una fulminea epifania, una apparizione: balena un disegno, appare qualcosa di umile, ma disegnato con estrema parsimonia, una nudità non frettolosa. Tra i ruoli non vi sono praticamente mai relazioni emotive. […] Le regole della favola vogliono sentimenti minuscoli, minuti, afflitti ma non tragici: rancore, furbizia predatrice, astuzia del debole che si salva, avarizia, una cattiveria svelta e terrestre. Operando in modo esattamente contrario all’epica e alla tragedia, la favole riduce e raggrinza le dimensioni del mondo, ignora lo spazio, la violenza, tutte le condizioni estreme; non cerca né lacrime né commozioni né turbamenti, ma al più un breve e chiocco riso; niente riso eroico, rabelaisiano. La penuria del mondo esopico, come l’anonimato, appartengono alle regole letterarie cui ho scelto di ubbidire».

[…]

«Circola nelle favole esopiche un’aria di empietà chiotta e defilata, una svelta imprecazione da povero; ma quel che di vagamente più vi si avverte, è di una pietà da dèi silvani, da satiri, e anonimi custodi dei termini e dei cardini».

(Giorgio Manganelli)


«L’Egitto faraonico conobbe una vivace fioritura di favole: i papiri ce ne hanno tramandato esempi, uno dei quali, l’apologo dello Stomaco e delle Membra, particolarmente celebre in quanto ritornerà, rielaborato, anche nella Roma repubblicana.
Del resto, le favole che compaiono nel mondo greco e nel mondo romano e che hanno come protagonisti coccodrilli, gatti e scarabei, difficilmente si possono separare dalla tradizione egizia dove, come è noto, i predetti animali rientrano nell’ambito sacrale.
Anche nella Bibbia compaiono esempi moraleggianti che ricordano la favola: nel libro dei Giudici (IX, vv. 8-15) è ricordata la vicenda degli Alberi che eleggono loro sovrano il Rovo; e questo, avido di potere, si serve del Fuoco per distruggere gli Alberi, presunti insidiatori del suo potere. L’allusione è evidente: il Rovo è assunto a simbolo dell’infido strapotere dello Stato assolutista e la favola rientra nella feconda tradizione dell’apologo politico.
Nella tradizione letteraria assiro-babilonese sono pure documentati interessanti esempi di favole: vi ritornano in particolare i “contrasti”, brevi quadri a fine didattico-moralistico, in cui agiscono animali e piante. L’esempio più noto risale al secolo VII a. C. e descrive un vivace battibecco fra la Palma e il Tamersico in cui ciascuna delle due piante fa vanto delle sue precipue qualità.
È tuttavia il mondo indoeuropeo quello che offre la più ampia testimonianza del genere favolistico: la letteratura sanscrita ne è ricchissima: nel Mahābhārata ricorrono frequenti i richiami alla favola; ma il genere letterario trova le sue più significative testimonianze nelle sillogi favolistiche, quali, per citare le più celebri, le Jātaka buddhiste e il Pañcatantra.
Si tratta, in entrambi i casi, di raccolte che rappresentano il punto d’arrivo della complessa storia della favolistica indiana: le redazioni giunteci delle due opere risalgono al IV-V secolo della nostra era, ma il materiale che vi compare risale ad una età certo molto remota. Nelle Jātaka buddhiste sono riferite, in una elegante prosa intercalata da versi, numerose storie morali intorno alle molteplici vite che il Buddha ebbe a trascorrere, in forma varia d’animale e d’uomo, prima di nascere definitivamente nelle spoglie dell’Illuminato.
Il Pañcatantra, invece, è un composito caleidoscopio ove compaiono quali personaggi gli animali (sciacalli, topi, cornacchie, colombe, tartarughe, gazzelle, scimmie etc.) eletti a simbolo dei diversi atteggiamenti dell’uomo. Animali vili o coraggiosi, sciocchi o saggi, fonte di consigli in merito al vivere quotidiano. A collegare le varie favole sono inserite nel corso della narrazione numerose strofe sentenziose, dalle quali appare volgarizzato il pensiero della speculazione filosofica indiana».

(Emanuele Banfi)


Proporrò periodicamente una favola di Esopo, in cui ognuno potrà scoprire in libertà metafore e allusioni con quel che gli accade attorno, in tempi che praticano il fraintendimento con rigore scientifico e che hanno perso la facoltà di sdrammatizzare, mentre trattano il vero dramma con desolante sufficienza. In base a quanto ho spigato nella premessa, essendo la morale talora ridondante se non fuori fuoco, tralascerò di copiarla.
Esopo è un classico perché i suoi contenuti non invecchiano. Le situazioni da lui descritte si riscontrano in ogni epoca e perciò continuano a irridere, senza perdere lo slancio e il profondo insegnamento che le contraddistinguono.

L’uomo e il satiro

«Raccontano che una volta un uomo fece un patto di amicizia con un satiro [divinità dei boschi, associata al corteo di Dioniso]. Sopraggiunse l’inverno e si fece freddo. L’uomo portava le mani alla bocca e ci soffiava su e, al satiro che gli domandava perché facesse così, rispondeva che si scaldava le mani per il freddo. Più tardi, imbandita loro la mensa, poiché il cibo era molto caldo, l’uomo lo prendeva un pezzetto per volta, lo avvicinava alla bocca, e soffiava. Il satiro domandava allora, di nuovo, perché facesse così; e l’uomo rispondeva che stava raffreddando il cibo perché era troppo caldo. E il satiro a lui: «Caro mio, se tu sei uno che dalla stessa bocca manda fuori e caldo e freddo, alla tua amicizia io rinuncio!».



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