25 gennaio 2014

Meeting Ost: «Most»



Parallelamente alla crisi economica che da diversi anni affligge gli stati membri dell’Europa occidentale, è cresciuto il dibattito attorno ai paesi che occupano la metà orientale del vecchio continente. Tra aspettative e demonizzazioni l’intellighenzia figlia di un occidentalismo oltranzista, in preda ormai alla stanchezza senile, continua a guardare a est con non poco scetticismo, mostrando spesso nelle proprie analisi scarsa obiettività. L’eredità di atteggiamenti coltivati in piena guerra fredda è dura a morire e continua a infiltrare l’evolversi dei rapporti tra europei occidentali e orientali.
Non è infrequente sentir dire che il recente allargamento dell’Unione sarebbe una delle cause della crisi e del suo acuirsi. Dirimere una tale questione implicherebbe incrociare diversi dati e perdersi in parecchi meandri statistici. Sia sufficiente dire che le letture sbilanciate verso una sola ‘verità’ in genere fanno rima con parzialità, e chi punta preventivamente il dito contro qualcuno, di solito ha più di una cosa da farsi perdonare. Ricordiamo, per chiarezza storica, che a Atene nel 2003, dieci paesi dell’Europa centrale, orientale e mediterranea firmavano il trattato di adesione alla UE, entrato in vigore il 1° maggio del 2004 con le quindici ratifiche dei vecchi stati membri. Si realizzava così quello che è stato ribattezzato come “allargamento big bang”, con il passaggio dei membri UE da quindici a venticinque, per poi divenire ventisette nel 2007 (con l’ingresso di Romania e Bulgaria). Di fatto, a partire dal 2004, l’Unione non è più soltanto tra stati occidentali. Saper guardare a questa nuova realtà implica uscire dalla sindrome del “blocco unico”, visione livellante e deliberatamente preclusa a qualsiasi approfondimento. Entità unica l’Europa orientale lo è stata, pagando peraltro, è giusto non dimenticarlo, un prezzo altissimo a livello culturale e identitario. Ciò che ha reso temporaneamente possibile tale assimilazione è una sovrastruttura politica, perciò quando parliamo di Europa dell’est si dà propriamente a tale espressione un significato politico e non geografico. Questa Europa infatti non è nata né culturalmente né etnicamente omogenea. Al suo interno vivono comunità di orientamento religioso differente: cattolico, greco-cattolico, russo-ortodosso, romeno-ortodosso, luterano, battista, ebraico e musulmano. Abitano in città cosmopolite o comunità rurali, appartengono a diverse aree linguistiche: slave, romanze, ugro-finniche, baltiche e germaniche. Si può parlare di una regione orientale, non senza periodi di insofferenza e turbolenze all’indirizzo di Mosca, in un periodo storico preciso, che si colloca tra il 1945 e il 1989. E anche all’interno di questa forzata koiné bisogna distinguere tra chi faceva parte dell’Unione Sovietica già dal 1917-’18 e chi è entrato nel blocco dopo la seconda guerra mondiale. Se poi ci si spinge ancora più indietro, alla dominazione asburgica e all’influsso veneziano, ad esempio, si scoprono ulteriori incroci e ci si imbatte in altre realtà peculiari e non meno complesse. La sensazione rothiana di «perdere una patria dopo l’altra» – dapprima la sua Galizia si dissolverà insieme ai fasti viennesi con lo scoppio della Grande Guerra, poi l’annessione dell’Austria da parte della Germania nel 1938, aprirà una falla irreparabile nella sopravvivenza di questo ‘mondo di mezzo’ – testimonia la labilità in cui è immerso da sempre il variegato cosmo orientale, inevitabilmente fascinoso quanto sfuggente agli occhi di chi lo attraversa.  
Dunque, come differenti sono le storie e gli apporti culturali dei paesi dell’est (una cosa sono le repubbliche baltiche, un’altra i Balcani, altra ancora Polonia, Ucraina, Romania, Ungheria), come differente è stato il loro complicato decorso post sovietico, altrettanto versatile, comprensivo e lungimirante dovrebbe essere il dialogo che i membri fondatori dell’Unione europea hanno interesse a sostenere con una realtà tanto frastagliata.
La tendenza che va per la maggiore, anche perché per proporzione inversa comporta uno sforzo minore a livello di studio e ricerca sull’altro, è invece quella della riduzione della complessità fino alla banalizzazione del passato storico. Non c’è da stupirsi dunque, se la dialettica ovest-est conosce periodi di allontanamento e battute di arresto. Il pregiudizio occupa un posto ancora rilevante nel dibattito, e il vederne affiorare per intero l’apporto negativo, quando maggiori sono le difficoltà per tutti i membri comunitari, invita a fare urgentemente autocritica e a svecchiare visioni politiche molestamente incardinate a una dottrina occidentalista ormai in affanno.
L’incertezza che costantemente paralizza l'azione, il rigore astratto dei dettati protocollari di Bruxelles, il calendario delle regalie da elargire non prima di aver dato prova di adesione incondizionata alle teologie della BCE, se tirati troppo per le lunghe e senza che si giunga a un maggior coinvolgimento delle parti, come in tutti i progetti, quindi anche in quello unitario, rischiano di produrre disaffezione e logoramento.
Di tutto questo ci parla con competenza e passione «Most», la rivista quadrimestrale prodotta dalla redazione di East Journal, sito di approfondimento storico e analisi politica dedicato a eventi rilevanti di Europa centrale, orientale, Russia, Vicino Oriente e Asia. Si tratta di un osservatorio quanto mai prezioso, che mi sento di consigliare a chi desidera documentarsi e tenersi aggiornato su questa parte di mondo, perché proprio qui sono in atto importanti redistribuzioni di potere non prive di conseguenze per il futuro dell’Europa.
Gli autori insistono a ragione su un concetto che, in questo momento di bonaccia e disorientamento nelle dinamiche europeiste, è bene non stancarsi di divulgare: «Il processo di allargamento è ancora in corso e i Balcani e la Turchia sono oggi le sfide che l’Unione si trova davanti. Nella storia degli ultimi sessant’anni di integrazione europea, allargamento e approfondimento dell’Unione sono sempre andati di pari passo. L’UE assomiglia ad una bicicletta, che funziona solo quando le due ruote, allargamento ed approfondimento, procedono insieme. Se l’allargamento dovesse veramente essere messo in pausa, come paventato da alcuni, il rischio è che anche l’integrazione si arresti».
Un’affermazione che proprio nell’Ucraina degli ultimi due mesi vede un banco di prova molto delicato. La protesta pro-Europa si sta allargando anche alla parte russofona della popolazione. Se in questa circostanza Bruxelles mostrasse un po’ più di coraggio, la Russia finirebbe per venire a più miti consigli. Una Ucraina europea farebbe cadere le minacce russe: davvero Putin insisterebbe sulla chiusura dei rubinetti del gas? Andrebbe avanti su una posizione che implicherebbe la perdita degli entroiti derivanti dalla vendita degli idrocarburi ai paesi europei? Improbabile. Si tratta più che altro di una guerra dei nervi. L’Europa teme una escalation delle ritorsioni e allora l’unica cosa di cui è capace, mettendosi nella scia di Washington, è agitare lo spauracchio delle sanzioni, che danneggerebbero inevitabilmente la popolazione, già provata da un quadro economico difficile. I tentennamenti europei nei confronti dell’Ucraina hanno ricadute immediate sulla gente che adesso è in piazza ma anche sulla tenuta e coerenza del processo di integrazione. La giornalista Julija Mostovaja ha dato voce alla drammaticità di questo stallo, riassumendolo qualche settimana fa su «Zerkalo Nedeli» con queste parole: «Un tempo l’Ucraina era considerata il ponte tra la Russia e l’Europa. Lo è ancora oggi, ma in questa fase i suoi estremi geografici stanno affondando in un mare di soldi russi. E in questo mare si trova anche Evromajdan ["Piazza europea", il nome con cui in Ucraina si indica la mobilitazione filoeuropea]. Mosca la odia, Washington è nervosa, Bruxelles la ama di un amore platonico».
Il laboratorio di «Most» contribuisce alla costruzione di un’alternativa culturale e politica. Attraverso la ricognizione di dati storici, alternati al racconto dell’ampio spettro dell’attualità, invita il lettore a esercitare tutto il proprio senso critico, perché essere attori di quel che sta accadendo, avrà una profonda rilevanza nel dialogo tra future generazioni.

(Di Claudia Ciardi)


Alcuni tra gli argomenti di maggior rilievo su «Most» #6:
  • L’avventurosa e difficile migrazione dei Trentini in Bosnia
  • La questione dei Rom in Ungheria: tra razzismo e degrado sociale
  • L’allargamento dell’Europa: il problematico dialogo con la Turchia, la costellazione jugoslava, le aspettative europee del popolo ucraino
Ulteriori informazioni sul sito di East Journal 

In questo blog:
Oriente-Occidente
oriente - come ‛ occidente ' (v.), o. per lo più è usato in senso generico, a indicare la parte dell'orizzonte dove sorge il sole, il balco d'orïente dell'Aurora (Pg IX 2), la plaga irraggiata e fatta ridente da Venere mattutina (I 20, XXVII 94), la parte del cielo ove, poco prima dell'alba, i geomanti (v.) vedono apparire delle stelle nelle quali possono scorgere la figura della loro Fortuna Maggiore (XIX 5).
Assume un significato metaforico e simbolico quando è designato come luogo di nascita di s. Francesco in sostituzione di Assisi (Ascesi, Pd XI 54). Un altro punto interessante in tal senso è quello in cui un'anima della valletta dei principi intona l'inno della sera ficcando li occhi verso l'oriente (Pg VIII 11).
In proposito il Buti commenta: «nome de' fare l'omo quando adora Iddio, che si de' volgere all'oriente: e però tutte le chiese antiche ànno volto li altari a l'oriente; ma ora, quando non si può commodamente fare, non v'è cura, imperò che Iddio è in ogni luogo».

20 gennaio 2014

Carl von Ossietzky e l’autodafé di Joseph Roth


Erich Heckel, Dead Pierrot, 1914

In occasione delle iniziative legate al ricordo della Shoah, culminanti nella Giornata della Memoria il prossimo 27 gennaio, desidero occuparmi di due scrittori, dalla cui opera si possono trarre interessanti riflessioni sull’attualità.
Il primo è Joseph Roth, al quale abbiamo dedicato già diversi interventi, la seconda Erika Mann, di cui ho avuto il piacere di leggere una raccolta di racconti recentemente pubblicata in Italia.
Perché questa scelta? Il motivo può sembrare fin troppo scontato – i loro scritti sono disseminati di spunti che aiutano a rafforzare il nostro senso critico, mettendoci in guardia dalle tante storture imposte alla realtà. Non vi è epoca immune dall’errore pianificato e dall’agire in difetto, per questo è importante esercitare la nostra attenzione, affinché possiamo riconoscere la presenza di certi sintomi sin dal loro primo palesarsi.
Alla fin fine quel che si legge in alcuni graffianti pezzi giornalistici rothiani e nelle caricature che, strette tra ignavia e vigliaccheria, riempiono le pagine della Mann, non è lontano dalle innumerevoli lacerazioni che nel quotidiano rischiano di compromettere la nostra esistenza sociale.
L’articolo di Roth che qui intendo presentare mi ha colpito principalmente per due aspetti. Innanzitutto il vigore con cui fa appello a un’opinione pubblica stordita dalle malefatte del regime hitleriano dà forma a un personalissimo j’accuse, atto di coraggio e profonda onestà intellettuale, voce unica in un coro ammutolito. Poi, c’è il fatto che la drammatica vicenda di Carl von Ossietsky, scrittore pacifista deportato in un lager, scopre purtroppo un atteggiamento molto diffuso in base al quale nella considerazione di qualcuno ci si dedica ad aspetti che non contemplano i bisogni reali della sua persona, la sua condizione nella vita di tutti i giorni, ad esempio dove si trova, se è felice, se gode di salute e serenità, insomma se all’interesse che ha dato fiato alle fanfare di qualche pubblico encomio corrisponde una concreta e altrettanto manifesta preoccupazione per la persona umana.
Roth avanza così il dubbio che certe congreghe istituzionali investite del compito di difendere la cultura e lo spirito dell’Occidente, finiscano per avere ben poco di battagliero e si trovino maggiormente a loro agio tra i blandi proclami dettati da una coscienza salottiera. Questo idealismo da poltrona consentirebbe loro di mantenere una distanza comoda e rassicurante dai poveri sfortunati che intendono salvare – ma sul più bello, per loro stessa ammissione, non ci riescono. E spesso è sufficiente un po’ di contrizione, pari al gesto con cui si toglie la polvere da un paio di scarpe, per battere in ritirata.
Mette il dito nella piaga, Roth, e lo fa senza risparmiarsi. Da esule, da funambolo che si aggira tra le macerie dell’Europa a un passo dalla seconda guerra mondiale, apre una breccia per criticare quegli stessi atteggiamenti ottusi e sornioni che, fuori dalla Germania, hanno assecondato e perfino sostenuto l’ascesa di Hitler. Soprattutto non dimentica che Ossietzky, come tanti altri allora e in ogni epoca, è «immerso nella latrina di un campo di concentramento», ed è prima di tutto un uomo, e come uomo, come insieme di corpo e mente che esiste in un momento preciso e irripetibile della storia, bisogna tentare di salvarlo. Se Ossietzsky diviene invece un’astrazione, allora non avrà speranza, perché sarà stato dimenticato dal mondo assai prima della sua morte fisica.

(Di Claudia Ciardi)

Carl von Ossietzky (Amburgo 1889 – Berlino 1938) fu giornalista, scrittore, pacifista. Lavorò per la rivista «Die Weltbühne» e ne divenne coeditore a partire dal 1927. Nel marzo del 1929 un suo collaboratore, Walter Kreiser, scrisse un articolo di denuncia contro il riarmo, per il quale anche Ossietzky venne posto sotto processo nel novembre del 1931. Venne condannato a un anno e mezzo di reclusione e arrestato nel maggio 1932, ma uscì dal carcere sette mesi dopo. Dopo la presa del potere da parte di Hitler, Ossietzky venne nuovamente arrestato il 28 febbraio 1933. Un anno dopo fu incarcerato nel campo di concentramento di Esterwegen (a ovest di Brema). Nel 1935 ricevette il Premio Nobel per la Pace, ma il regime nazista si rifiutò di liberarlo. Ben presto le condizioni di salute di Ossdietzky degenerarono e così fu trasferito in un ospedale di Berlino dove morì il 4 maggio 1938 all’età di 48 anni.

(Dalla nota di Susi Aigner in Joseph Roth, Autodafé dello spirito, Castelvecchi, 2013; il volumetto raccoglie alcuni articoli finora inediti in Italia, firmati da Joseph Roth tra il 1933 e il 1939, anno della scomparsa dello scrittore austriaco. Di seguito riportiamo, nella stessa traduzione della Aigner, l’articolo dedicato a Carl von Ossietzky, uscito su «Das Neue Tagebuch», il 3 luglio 1937)



Kriminalaffäre Nobelpreis – L’affare criminale del Premio Nobel
«La lodevole, la meritevole risoluzione, che il Pen Club ha adottato al suo ultimo convegno per la tragica vicenda Ossietzky, purtroppo prenderà la via di tutte le risoluzioni; la via della dimenticanza.
Prima dell’onorificenza del Premio Nobel, che è stata per così dire assegnata all’astratto Ossietzky, intendo dire, al concetto dello scrittore tedesco martoriato nel Terzo Reich, non però a quello in carne e ossa – e solo Dio sa se è ancora vivo –, dalle risoluzioni ci si poteva aspettare alcuni effetti.
Dopo tale onorificenza una risoluzione non è più sufficiente. Ora potrebbe al massimo essere d’aiuto un provvedimento del Consiglio dei Ministri inglese, non però un provvedimento degli scrittori. E nonostante si possa presumere con una certa sicurezza che un Consiglio dei Ministri europeo in questa rassegna mondiale si occuperà eventualmente più di un padiglione che di un uomo immerso nella latrina di un campo di concentramento tedesco, sarebbe stato ovvio dovere del Comitato per il premio Nobel interessare alla causa del suo Premio Nobel alcuni «potenti di questa Terra» e non lasciare la preoccupazione, per la vita di Ossietzky e per l’Onore del Comitato ai più impotenti di questa Terra, vale a dire agli scrittori. Io ammiro i miei colleghi, perché hanno la capacità di attenersi ostinatamente a metodi che si sono rivelati per cento volte inefficaci, ridicoli e spesso addirittura dannosi. Il ministro e scrittore Goebbels legge le risoluzioni con lo stesso piacere che provammo noi leggendo il «Simplicissimus».
Non si può dire che per Ossietzky canti solo un gallo. Al contrario: tutti i galli cantano per lui. In quanto a metodi infruttuosi però, gli scrittori non vengono superati neanche dalla buon’anima della socialdemocrazia. Un appello urgente al mondo attraverso la radio sarebbe stato più efficace, anche se questo mondo probabilmente avrebbe spento l’apparecchio già dopo le prime fasi. Un appello urgente al Presidente degli Stati Uniti avrebbe, almeno per un paio di giorni, fatto tendere l’orecchio a questo «mondo» sordo. Ma la «risoluzione» di un congresso che in verità – siamo onesti! – è una conventicola, una protesta sub rosa, chi la vuol conoscere? Ha il Pen Club fatto anche il minimo sforzo perché i suoi discorsi, diretti a un ampio pubblico, venissero trasmessi via radio? Ed è stato fatto anche un solo tentativo di illuminare la fitta oscurità diffusa attorno al Premio Nobel assegnato a Ossietzky?
Perché regna l’oscurità attorno al Premio Nobel a Ossietzky. È stupefacente che ci si interroghi così raramente o per niente sui seguenti fatti: 1. Come si è espresso Ossietzky – veramente – al riguardo? Con chi? 2. Chi ha ricevuto i soldi: lo Stato o la moglie di Ossietzky e, se nessuno dei due, chi li amministra? 3. Il Comitato per il Premio Nobel ha intrapreso dei passi presso il governo del Terzo Reich: a) per avere notizie chiare sullo stato di salute del Premio Nobel? Quando? Dove? Chi ha risposto? Come è stata la risposta? b) se Ossietzky è malato, un rappresentante del Comitato ha parlato col suo medico, ha richiesto anche solo un resoconto scritto da parte del medico?
Qua occorre un criminologo, non una risoluzione. È un caso criminale. Si è mai verificato che venisse conferita un’onorificenza e chi assegna il premio non si preoccupasse di sapere se il premiato fosse malato o venisse torturato o fosse diventato pazzo? In guerra era usanza conferire un’onorificenza postuma a soldati coraggiosi caduti. Veniva comunicato nell’ordine di servizio che l’insignito era caduto. Quanto onesto e pulito appare il comportamento di un comandante, che doveva distribuire premi di guerra. E quanto patetico risulta, invece, u areopago etico che distribuisce premi per la Pace. Se non è un caso criminale, allora è una brutta, sanguinosa commedia. Ci si può immaginare uno scambio epistolare di questo tipo tra il Comitato per il Premio Nobel e il Terzo Reich:
Richiesta a Sua Eccellenza, Signor Ministro-Megafono Caino presso Berlino: «A Sua Eccellenza ci permettiamo di chiedere gentilmente, perché il Suo pacifico fratello Abele, che abbiamo appena premiato, non viene a ritirare il suo premio. Distinti saluti…».
Risposta: «In risposta alla Sua Le comunico che considero il conferimento di un premio per la Pace al mio cosiddetto fratello Abele un’ingerenza nelle questioni di uno Stato estero. Il Signor Abele è impossibilitato a ritirare premi per motivi di salute. Ogni notizia gioiosa potrebbe ucciderlo! Heil! Caino».
Telegramma del Comitato: «Grazie per l’informazione! Siamo decisi a non danneggiare oltre Abele».
Ma, se già il Comitato fallisce, cosa fanno i colleghi di Ossietzky, intendo i più intimi? I Premi Nobel? Si confronti ancora una volta il cameratismo tra soldati con la solidarietà dei cosiddetti «intellettuali»: Ammettiamo che il tenente X e il tenente Y debbano essere onorati a una parata, un certo giorno, per un merito comune. Per motivi inspiegabili manca il tenente Y. In dieci casi su cento il tenente X non seguirà la disciplina militare e chiederà conto della misteriosa assenza del suo camerata. In cinquanta casi su cento il tenente X obbedirà alla disciplina militare, ma non riposerà finché non avrà scoperto dove è il suo camerata. E cosa fecero i Premi Nobel che avevano la fortuna di appartenere a Paesi civilizzati? Si misero un frac, fecero un discorso, non ricordarono neanche una parola l’assente e andarono con i premi in banca per investirli in azioni il più possibile sicure: i premi sono impegnativi…

Solo un altro passo avanti e il famoso scrittore Schicklgruber [ironia che rimanda a Hitler in quanto Schicklgruber era il cognome di sua nonna] sarà candidato per il Premio Nobel per la Pace. Il suo stato di salute non lascia a desiderare. Potrà senz’altro andare in Svezia».




Related links:

La quarta Italia [Das vierte Italien], cura e traduzione di Susi Aigner, Castelvecchi, 2013
Recensione di Claudia Ciardi:

«I reportages di Joseph Roth sull’Italia fascista, tenuti per conto del quotidiano «Frankfurter Zeitung», furono all’origine della clamorosa rottura con l’editore tedesco. Gli articoli ‘italiani’ risalgono all’autunno del ’28 e costituiscono un cammeo ironico e mordace dei tic che attanagliavano la penisola ai tempi della dittatura».

In questo blog:
Woher und wohin – Ebraismo e Wanderung
A proposito del libro di Claudia Sonino, Esilio, diaspora, terra promessa. Ebrei tedeschi verso Est.
Con testi di Heine, Lessing, Zweig, Döblin, Roth,
Mondadori, 1998

15 gennaio 2014

Racconto di Berlino - Erzählung aus Berlin #1


Gli incontri a Berlino non sono mai privi di significato. Intendo con ciò che un gesto, un volto in cui ci si imbatte per le strade della metropoli hanno un’implicazione quasi metafisica, un tiro di dadi della sorte che si riserva, con opera infaticabile e cinica, di comporre gli eventi nella più esaltante combinazione.
È per questo che, quando mi capita di tornare in città dopo un lungo periodo, la mia attenzione è quasi interamente catturata dalla gente che mi sfila accanto.
Una volta aveva spiovuto da poco, la sera ormai avanzata. Io scendevo i viali restando un passo dietro a me stessa, inspiravo l’aria frizzante del temporale che strisciava su alberi e case come un insetto ubriaco, e sembrava che in me si facesse largo una bizzarra creatura impastata di pioggia, posseduta da frettolosa voluttà. Nell’aria serpeggiava un bagliore bluastro, molle e indolente, simile a certe confessioni che sole avvengono nei sogni. Le traiettorie di uomini e cose sbocciavano confusamente, creature soggiogate a un ritmo indecifrabile, oscurità di ingranaggi, anonimi ticchettii di ruote dentate e lancette nelle mani di un sapiente orologiaio, il tempo, che esortava a rallentare e ancor più abdicare. 
Ovattati erano anche i pensieri, fluivano madidi affiancati dall’incespicante e fuligginoso corteo di ombre che sempre scorta i passanti lungo le banchine della ferrovia sotterranea. Anche il treno di città sembrava correre su un binario d’acqua, pauroso anfibio con le fauci protese verso il muro dei pendolari. In precedenza avevo interpellato l’inserviente della stazione – ancora adesso mi chiedo se fosse un uomo o una donna – che in una bizzarra tenuta da casellante, brandendo con la sinistra una bandierina per chissà quali segnalazioni, mi aveva indicato il binario con estrema lentezza, masticando insieme alla parola “Gleis” un che di sconcertante. In compagnia di un simile augurio, alla successiva stazione di cambio, il manico della valigia ha deciso di cedere. Non me ne sono stupita poi tanto. Quindi, sospinta dall’inaudita corrente di maschere e viaggiatori sono saltata a bordo dell’ultimo treno per raggiungere casa. 
Ora il vagone dondolava, spoglio e silenzioso, pareva riconsegnarmi a uno spazio liscio e intatto, esistente da qualche parte nei ricordi come l’interno di un vaso di ceramica, ma forse ben più antico e lontano di un’infanzia, un identico moto di stagioni che sanno l’una dell’altra senza corrispondersi, uno strascico di sentimenti come sponde in un fiume o cantilene materne.
Mentre mi abbandonavo a questa e altre riflessioni, più istintive che logiche, non desistevo dal cercare attorno a me una traccia, un indizio che fosse in grado, se non di spiegare la natura di quel percorso, almeno di farmene comprendere la bontà o comunque di vederci una qualche sensatezza.
E è così che nel riflesso turchese dei vetri del treno, nell’atmosfera morbida e assonnata di quell’insospettabile pomeriggio, l’ho finalmente trovato. Era il viso scarno di una donna, sfumato e distante come ogni cosa in quell’ora, un viso meravigliosamente incorniciato dalle luci tenui della carrozza, il che contribuiva all’immobilismo della sua espressione, una posa quasi ieratica che scoraggiava ogni interesse per la natura dei singoli lineamenti. Guardava dritto, senza interessarsi a niente, ma per un attimo – un istante è durato – ho creduto che fissasse nella mia direzione e che mi avesse riconosciuta. Sì, proprio così, riconosciuta. Come due persone che s’incontrano per strada dopo anni e, prima di proseguire, frastornati fino alla diffidenza, si scambiano un saluto, non più di un cenno in cui sono racchiuse le loro vite, incapaci di parlarsi.
Questa donna, o meglio, questo volto, rappresentava qualche cosa di simile ma io sapevo che non poteva esserci stata nessuna conoscenza precedente. Vengo da troppo lontano, mi ripetevo, ho pochi amici qui e quei pochi mi appartengono, non può essere che tu li abbia per te, che tu sappia… semplicemente non può essere.
Poi il treno è scivolato in galleria. Quando siamo tornati alla luce, nel lampo azzurro e traligno che ci scolorava il presente, la donna – il volto – non c’era più. Impossibile. Non ci siamo fermati, non può essere scesa. Magari mi sono distratta, avrà cambiato posto.
Eppure qualcosa in me suggeriva, quasi con prepotenza, che quella nereide bistrata, la vaga indovina di quel giorno, erano scomparse. Sapevo anche che da quell’incontro il mio ritorno aveva avuto la sua benedizione. Tutto quanto non era successo in lunghi mesi, si era rivelato nel breve spazio di un viaggio in treno. Adesso potevo finalmente andare a casa.

(Foto e testi di Claudia Ciardi ©)


Schöneberg

Am Wannsee

Gesundbrunnen - Hochstraße

Gesundbrunnen - Swinemünder Brücke

Licheni nella Fabeckstraße - Flechten in Fabeckstraße

Friedrichstraße Bahnhof 2:00 a.m.

Schöneberg - Hauptstraße

10 gennaio 2014

Naufragio di guerra #0



In vista delle commemorazioni della prima guerra mondiale, scoppiata il 28 luglio 1914 e di cui quest’anno ricorre il centenario, vorrei accompagnare i lettori sui sentieri della memoria attraverso la voce del poeta Giuseppe Ungaretti, che conobbe l’esperienza atroce e logorante della trincea.
Nel corso di tutto il 2014 e fino al maggio del 2015 proporrò periodicamente alcuni suoi versi tratti da L’allegria, testamento poetico del fronte, diario di un naufrago sopravvissuto all’orrore. Accenneremo brevemente ai luoghi da cui Ungaretti ha scritto, collocandoli nella loro dimensione storica e geografica di avamposti di guerra.
Maggior rilievo sarà dato al ciclo di poesie che compone la sezione Porto sepolto, pubblicata in volume nel ’16,  dove più densa è l’evocazione degli episodi vissuti in prima linea a partire dal 1915. Ma non trascurerò neppure le altre liriche della raccolta, perché in questo straordinario journal dove l’uomo analizza se stesso nel tentativo di recuperare i frammenti della propria esistenza, dappertutto si riflette il sentimento di un animo diviso tra la gioia per la vita salvata e lo sconcerto per la catastrofe che si è portata via i compagni.

Pubblicata una prima volta nel 1919 con il titolo Allegria di naufragi, la storia editoriale di questo volume è lunga e complessa. Nel ’23 esce un’edizione rivista e intitolata semplicemente L’allegria. Da questo momento in poi i testi verranno più volte rimaneggiati, fino ad approdare alla versione definitiva del 1969, anno precedente alla morte del poeta.

La raccolta si apre con un gruppo di poesie riunite sotto il titolo Ultime (Milano 1914-’15) ed è chiusa dalla sezione intitolata Prime (Parigi-Milano 1919), quasi che Ungaretti non abbia potuto fare a meno di intessere un racconto à rebours, avendo la guerra innescato il desiderio di percorrere all’inverso i fiumi della vita. Giunti allo spaesamento della foce, nella lotta contro corrente per sfuggire alla furia della distruzione, il poeta prova conforto al pensiero della sorgente. A giungervi sarà un uomo cambiato che solo aggrappandosi al filo dei ricordi, tenendo fermo lo sguardo al grembo delle proprie origini, è riuscito a salvare se stesso. Niente potrà più essere uguale, la frattura continuerà a scuotere la vita del reduce, insinuandosi nella sue memorie del prima e del dopo. Le poesie di Prime sono le poesie dell’azzeramento, i versi del ritorno alle cose che tuttavia parlano con voci “frante”, tra le quali l’uomo sbatte disorientato, cieco mendicante respinto dal mondo. Il naufragio è compiuto. Il vivo che per un attimo ha fissato l’abisso torna alla superficie coperto di un “arido manto” su cui i ricordi galleggiano solitari e smorzati ma capaci ancora di sprigionare intatto l’inquietante bagliore del dramma che li ha attraversati.

L’Italia entrò in guerra il 23 maggio 1915 dopo serrate trattative condotte dall’allora ministro degli esteri Sidney Sonnino (Pisa, 1847 – Roma, 1922), in forze nel governo Salandra. Stipulato il Patto di Londra, trattato in base al quale il paese avrebbe ricevuto vari compensi territoriali, soprattutto a spese dell’Austria, l’Italia si impegnò a scendere in campo contro gli imperi centrali. 

Sonnino fu politico relativamente corretto a fronte della situazioni che venne chiamato a gestire. 
Conseguita la laurea in giurisprudenza (1865), decise di intraprendere la carriera diplomatica (1867-’73). Viaggiatore e cosmopolita, fu tra i primi a occuparsi con maggiore incisività della ‘questione meridionale’. Portò a termine, insieme a Leopoldo Franchetti, un’inchiesta (1876-’77) in cui venivano evidenziati gli aspetti negativi del latifondo e si criticava l’assenteismo dei proprietari terrieri del Mezzogiorno. In conseguenza dello scandalo della Banca di Roma, nelle vesti di ministro delle Finanze e del Tesoro (1893-’94) intervenne per arginare la crisi economico-finanziaria del paese e risanare il bilancio dello Stato.

Le aspettative legate all’ingresso in guerra dell’Italia furono spazzate via dall’alto tributo di sangue versato dalla nazione (5.200.000 gli italiani arruolati, di cui 650.000 i caduti). Le dodici battaglie sull’Isonzo (qui, sui due fronti, si contarono 250.000 morti e 100.000 dispersi, cioè tre volte Hiroshima) non passarono senza conseguenze, gettando discredito sul comando e le alte cariche dell’esercito. Ne scaturirono inchieste e strascichi polemici che si protrassero fino al ’25, l’anno della vergognosa ‘riabilitazione’, quando Mussolini nominò Cadorna maresciallo d’Italia – mentre la commissione istituita nel ’18 lo aveva indicato come il principale artefice della disfatta – e Badoglio ricevette la nomina di capo di Stato Maggiore, nonostante venisse additato come il responsabile dello sfondamento del fronte a Tolmino, e a suo carico fosse stata depositata una relazione di tredici pagine misteriosamente sparita (forse su indicazione del generale Diaz, forse per l’intervento diretto dell’allora capo del governo Vittorio Emanuele Orlando).
Per gli italiani dunque non si trattò affatto di una partecipazione indolore e quella di Vittorio Veneto si offrì fin da subito come una vittoria vistosamente zoppicante.
Sonnino partecipò alla Conferenza di pace di Parigi (18 gennaio 1919) insieme al primo ministro Orlando. La delegazione entrò subito in forte contrasto con il presidente americano Thomas Woodrow Wilson che impugnò il Trattato di Londra, contestando alcune delle promesse fatte all’Italia. Fu la fine della carriera di Sonnino. Provato e amareggiato per la mancanza di riconoscimento riservata all’enorme sforzo bellico messo in campo dal paese, si oppose nello stesso anno all’introduzione del sistema elettorale proporzionale e, con la caduta del governo Orlando (giugno del ’19), non si ripresentò alle elezioni. Nonostante nel 1920 fosse stato nominato senatore, preferì ritirarsi definitivamente a vita privata, dedicandosi alla passione di sempre: gli studi danteschi.

A proposito della prima guerra mondiale come conflitto diverso da tutti i precedenti, scrive Roberto Bianchi, docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze:
«La guerra esplosa tra gli Stati europei diventò un conflitto globale e totale, combattuto con forme e obiettivi fino ad allora considerati tipici delle guerre civili e coloniali. Nata con le regole della diplomazia dell’Ottocento, la prima guerra mondiale divenne rapidamente qualcosa di nuovo e di inedito, volto a mobilitare l’intero corpo sociale e ad annientare definitivamente il nemico, privato di ogni legittimazione morale».

Tra gli enormi e irreversibili cambiamenti che la Grande Guerra innescò, quello forse di maggior portata per le future sorti del vecchio continente fu la fine dell’egemonia europea su scala mondiale. 
Da ‘ombelico del mondo’, nel trentennio a venire l’Europa sancì definitivamente la propria posizione di frontiera, spaccata in due dalla “cortina di ferro”, schiacciata tra i due imperi, americano e sovietico.

(Di Claudia Ciardi)


Giuseppe Ungaretti legge I fiumi
Eterno

Tra un fiore colto e l’altro donato
l’inesprimibile nulla

(Da Ultime)


Nasce forse 

C’è la nebbia che ci cancella

nasce forse un fiume quassù

ascolto il canto delle sirene
del lago dov’era la città

(Da Ultime)


Ritorno

Trinano le cose un’estesa monotonia di assenze

ora è un pallido involucro

l’azzurro scuro delle profondità si è franto

ora è un arido manto

 (Da Prime)


Ironia 

Odo la primavera nei rami neri indolenziti. Si può
seguire solo a quest’ora, passando tra le case soli
con i propri pensieri.
È l’ora delle finestre chiuse, ma
questa tristezza di ritorni m’ha tolto il sonno.
Un velo di verde intenerirà domattina da questi alberi,
poco fa quando è sopraggiunta la notte, ancora secchi.
Iddio non si dà pace.
Solo a quest’ora è dato, a qualche raro sognatore,
il martirio di seguirne l’opera.
Stanotte, benché sia d’aprile, nevica sulla città.
Nessuna violenza supera quella che ha aspetti silenziosi
e freddi.

(Da Prime)


Segnalazioni:

La Grande Guerra, 1914-1918 su «Focus Storia Collection», Inverno 2013
In questo blog:
Un contributo in vista del centenario della Grande Guerra.
Eine Fliege stirbt: Weltkrieg – Una mosca muore: guerra mondiale

Il blog «C’è vita su Marte» ha recensito Robert Musil, Narra un soldato/ Ein Soldat erzählt, Via del Vento edizioni (novembre 2012)


«Corriere della Sera», Joseph Roth, L'incantatore/ Der Zauberer, Via del Vento edizioni, 9 gennaio 2014

Links:


Albo dei caduti della Grande Guerra

Arte nella Grande Guerra

Europeana- Remembering the First World War

Foto della Grande Guerra su Xaaraan il blog di Antonella Beccaria

Giornali di trincea (a cura di Francesco Maggi)

La Grande Guerra sul Carso e sul fronte dell'Isonzo

Museo storico della Grande Guerra (Rovereto)

Sito di approfondimento storico e materiale didattico

Società storica per la Guerra bianca (presidente Marco Balbi)

Verso l'anniversario (Trento, marzo 2013)


Pier Paolo Pasolini intervista Giuseppe Ungaretti

4 gennaio 2014

August Sander - Antlitz der Zeit


August Sander im Siebengebirge um 1941 
 (Forse pensando a Caspar David Friedrich)

A partire dalla metà dell’Ottocento la fotografia acquista un ruolo sempre più importante, aiutando lo studio dell’uomo e delle sue abitudini. L’impiego di questo mezzo infatti, quasi per naturale predisposizione, si accompagna agli sviluppi della nascente antropologia, di cui le Società francese e tedesca erano allora le più autorevoli esponenti, dettando non a caso il metodo per la realizzazione del ritratto scientifico. All’inizio del XX secolo si assiste a un interessante mutamento della figura del fotografo antropologico che va svincolandosi dal suo compito di documentarista e inizia a coltivare in maniera autonoma alcuni aspetti più creativi insiti nel meccanismo di riproduzione delle immagini. La prima guerra mondiale è stata un banco di prova assolutamente peculiare anche per i fotografi. Non solo professionisti, incaricati di mappare il territorio o immortalare i reparti ma anche ufficiali che di loro spontanea iniziativa hanno portato con sé le apparecchiature per documentare l’esperienza in prima linea.
Nascono così, nell’affollato trentennio che unisce due guerre spaventose e le tragedie dei molti e dei singoli da esse generate, talenti come Edward Curtis, famoso per gli scatti dedicati agli indiani d’America, Roman Vishniac, russo di origini, fotografo della Germania del ’20 e dal 1935, su incarico di un ente umanitario ebraico, della vita nei ghetti, August Sander, ‘biografo’ delle diverse classi sociali tedesche a partire dalla fine dell’Ottocento e soprattutto celebre narratore delle tante ombre che assediavano i volti dei suoi connazionali nel periodo weimariano. Kodak, Brownie, Rolleiflex e Leica sono tra le prime macchine portatili che ci hanno raccontato il turbolento e drammatico passaggio dalla Belle Époque alla seconda guerra mondiale.


Roman Vishniac, People behind bars - Berlin Zoo, early 1930s ©

August Sander - Beggar (mendicante), 1926 ©

«Il mio primo incontro con la fotografia avvenne nel 1890, in un'epoca in cui il kitsch e la degradazione del gusto erano ancora al loro apogeo. Per me, come per tutti quelli che non ne avevano mai avuto, il primo apparecchio fotografico appariva come una scatola magica. […]
I primi negativi che stampai mi procurarono una gioia immensa, più stemperata per i miei familiari i quali trovarono che le rughe dei volti erano poco estetiche e creavano dei brutti effetti. Era come dire che la fotografia di un dilettante non ritoccata non poteva equivalere alle fotografie di pessimo gusto dei fotografi professionisti dell'epoca».

Queste riflessioni di August Sander (1876-1964) non solo esprimono tutto l’entusiasmo di un giovane ragazzo cresciuto nel bacino minerario di Herdorf (Siegerland), che trova proprio negli abitanti della borgata industriale i soggetti dei suoi primi scatti, ma tradiscono anche l’insoddisfazione per certe mode che rischiano di inchiodare la fotografia a vacui e inservibili clichés
Sembra di riascoltare qui le parole che Roth affidò a un feuilleton del 1929 nel quale ragionava della maggiore empatia che si respirerebbe nelle vecchie fotografie in contrapposizione alla freddezza che assedia i ‘nuovi’ ritratti.

È dunque chiara, fin dall’inizio, in Sander la volontà di fare della fotografia una professione ma ancor più un’arte nella quale la ricerca di verità e poesia permettono di dipanare quel filo sottile di memorie che unisce le generazioni, contribuendo alla storia di un paese.
Nel tempo resterà fedele ai volti che ne avevano tenuto a battesimo gli esordi. La sua predilezione andrà alla strada, agli sguardi di accattoni, reduci, invalidi, disoccupati, girovaghi, artisti del circo, gente ai margini che volutamente ‘fa sfilare’ accanto a ordinati ritratti di borghesi e impeccabili divise. Un silenzioso dialogo, un accostamento perfino irriverente, agli occhi di molti, da cui traspare la devozione sincera di Sander per gli ultimi.

Dopo l’esperienza come fotografo militare nel reggimento di fanteria di stanza a Treviri (1897-1899), si impiega nello stabilimento fotografico Greif a Linz, dove il suo nome inizia a circolare fuori dalla ristretta cerchia della sua clientela. Questo gli permette di esporre con successo i suoi lavori, riuscendo a segnalarsi con la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di Arti Decorative di Parigi. Nel 1910 si trasferisce a Colonia, da quel momento in poi sua città adottiva, inaugurandovi il proprio atelier.

Parlando della sua carriera e delle fonti di ispirazione dei soggetti via via rappresentati, come nel caso della raccolta Uomini del XX secolo, più volte Sander indugerà sull’infanzia e l’adolescenza, su quel microcosmo acerbo e arcaico che aveva contribuito alle sue prime impressioni sul mondo.

«Ma è nel mio paesetto del Westerwald che sono nati i personaggi della cartella. Queste persone delle quali io conoscevo le abitudini fin dall'infanzia mi sembravano, anche per il loro legame con la natura, designati apposta per incarnare la mia idea di archetipo. La prima pietra era così posta, e il tipo originale servì da referente per tutti quelli che ho trovato in seguito per illustrare nella loro molteplicità le qualità dell'universale umano».

La fedeltà alle origini intride tutta la sua poetica e comporta scelte non allineate col gusto estetico del tempo. I visi scavati dei suoi contadini, gli operai fiaccati da massacranti turni di lavoro, i suoi storpi e acrobati non hanno nulla a che fare con i canoni della bellezza ariana propagandati dal regime. Sander ci mostra una Germania in bilico tra arretratezza e progresso, una nazione afflitta da fragilità mascherate da prove di forza ma perciò tanto più vera e commovente, molto più disponibile a raccontare se stessa nei suoi primi piani di quanto non lo fosse sui cartelloni pubblicitari e nelle martellanti campagne d’immagine pianificate dal potere.

(Di Claudia Ciardi)


August Sander - Circus Artists, 1926 ©

August Sander photographiert Deutsche Menschen Published in 1959 which includes 46 portraits with text, from the series "project Menschen des 20. Jahrhunderts (20th-century people) including a text about August Sanders himself. All in Dutch.
The magazine DU a Swiss publication was founded in 1941 and still running today.

The name August Sander (1867-1964) is famous for the extensive series of portraits from the project Menschen des 20. Jahrhunderts (20th-century people). With this extensive collection, Sander attempted to portray all walks of life in the first half of 20th-century Germany.

Source: DU MAGAZINE 225 | November 1959


During military service, August Sander was an assistant in a photographic studio in Trier; he then spent the following two years working in various studios elsewhere. By 1904 he had opened his own studio in Linz, Austria, where he met with success. He moved to a suburb of Cologne in 1909 and soon began to photograph the rural farmers nearby. Around three years later Sander abandoned his urban studio in favor of photographing in the field, finding subjects along the roads he traveled by bicycle.

"Man of the Twentieth Century" was Sander's monumental, lifelong photographic project to document the people of his native Westerwald, near Cologne. Stating that "[w]e know that people are formed by the light and air, by their inherited traits, and their actions. We can tell from appearance the work someone does or does not do; we can read in his face whether he is happy or troubled," Sander photographed subjects from all walks of life and created a typological catalogue of more than six hundred photographs of the German people. Although the Nazis banned the portraits in the 1930s because the subjects did not adhere to the ideal Aryan type, Sander continued to make photographs. After 1934 his work turned increasingly to nature and architectural studies.

Source: Getty.edu


August Sander - Circus Artist (portrait), 1926 ©

Bibliography:

August Sander: Photographs from the J. Paul Getty Museum
August Sander
Getty Publications, 2000

The long life of German photographer August Sander (1876-1964) spanned one of the most turbulent eras in his country's history. The Great War of 1914-1918, the Weimar Republic, the reign of National Socialism, and the horrors of World War II all left an indelible imprint on both the man and his work. Sander, a conventional studio portraitist who transformed himself into an avant-gardist, exemplified the complex and sometimes contradictory nature of his time.

The Photography of Crisis: The Photo Essays of Weimar Germany
Daniel H. Magilow
Penn State Press, 2012

The Photography of Crisis examines narrative photography and creates a snapshot of where Germany was after World War I and what it would become with the rise of National Socialism. By reading Weimar photo essays within their historical and literary context, Daniel Magilow shows how German photographers intervened in modernity's key political and philosophical debates regarding the changing notions of nature, culture, personal identity, and national identity.

August Sander. Uomini del ventesimo secolo
August Sander, Alfred Döblin
Abscondita, 2012

Il volume, che contiene anche un saggio di Alfred Döblin, raccoglie sessanta ritratti in bianco e nero scattati da Sander tra il 1905 e il 1929.

Links:

Moma Collection

Extensive Sander's photo gallery on Amber online

August Sander – Portfolio



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