28 aprile 2014

Strade


Foto di Claudia Ciardi ©

Un tempo le strade erano buone amiche e riuscivano pure a dispensare qualche gioia. Ai primi caldi si camminava volentieri tra i vicoli, sotto i muri che con naturalezza sfoggiavano il belletto degli anni. In quel groviglio di crepe e mattoni, da dove l’intonaco era spontaneamente saltato giù, ci si sentiva ospiti desiderati; uno sconforto, una confessione, un amore avrebbero trovato lì un solerte spirito della pietra, disposto quanto mai all’ascolto. Ogni davanzale, ogni scalino, la più insignificante breccia schiusa su una parete, perfino le tristi bocche di lupo, dietro i cui spazi ciechi si smarriva il selciato, accoglievano il cuore del passante e lo stringevano a sé con l’indulgenza di un nonno.
Gli scantinati in cui guardavo, entravano nelle chiare fantasie della mia infanzia. Avevo esperienza delle prime vertigini, e quando mi lasciavano, non raramente mi sorprendeva la nostalgia di provarle ancora. Capitava così un’altra passeggiata nella via meravigliosa, io stringevo leggermente il corpo a quello di mia madre e facevo domande incomprensibili sulle aperture che bucavano la strada, come altrettanti sentieri che si sarebbero potuti esplorare; l’eco di questa curiosità dura ancora dentro di me.
E mi ricordo anche certe bottegucce di artigiani che lavoravano vicino al fiume, silenziosi occupanti di fondi di palazzi, risparmiati alla fredda imponenza dei piani superiori. C’era un orologiaio col pizzetto caprino, una banderuola arruffata sulla scheggia del mento, la pelle scura e rugosa e una lente cerchiata di nero perennemente attaccata all’occhio. Quando arrivava qualcuno le sue mani subito si slanciavano verso il sacchetto che il cliente aveva con sé, mani piccole, bianche e scattanti che con soccorrevole determinazione estraevano l’oggetto bisognoso di cure. Si avvicinava il bottone metallico all’orecchio, dopo averlo ritualmente scosso tra due dita, e per un attimo restava in ascolto, come il medico ascolta il cuore di un paziente. Se il caso era ritenuto grave, allora si poteva vedere un fremito attraversare il corpo dell’anziano, poco prima di emettere la diagnosi. Se invece era di immediata soluzione, armeggiava per qualche momento con pinzette, forcine, soluzioni lubrificanti, spennellava, lucidava, caricava finché la cassa ticchettante faceva ritorno spensierata nella sua custodia. Ogni tanto in vetrina comparivano delle pendole e tutto il vano era improvvisamente soggiogato dal sinistro beccheggiare di quelle arche resuscitate.  
Poco più avanti, il negozio di vernici teneva a bella mostra il catalogo sopra il bancone, la proprietaria lo sfogliava con professionale lentezza, facendone schioccare le pagine, mentre io m’incantavo a ogni rettangolo di colore che per qualche attimo fluttuava nell’aria. Sui barattoli era disegnato un cigno, la mia fantasia lo trasportava in placidi laghetti e giardini proibiti, ma mi faceva anche ricordare di un povero pavone con la coda spelacchiata, un animale che sotto il peso dei suoi incalcolabili anni si trascinava in un cortile a pochi metri da lì. Amavo gli angusti quadrati offerti dall’incontro dei vicoli, amavo le storie che vi si raccoglievano come pellegrini attorno a un altare, aspettavo con avidità di sentire il rumore dei portoni spinti sui cardini, per inventare le mie storie. In città questi spazi li chiamano chiostre, ma gli adorati popolani che m’insegnarono la parola adesso non ci sono più; dalla mia infanzia queste sillabe mi si sono strette al collo come il più caro degli abbracci, e se ora mi visitasse una delle voci da cui ascoltavo quella lingua per me straordinaria la riconoscerei senza indugio fra centinaia. Negli angoli delle strade si aprivano antri, dove prendevano campo suppellettili, arnesi, imballaggi, stoffe, mondi prodigiosi legati alle improbabili esistenze che li possedevano. E quando da Battellino si tostava il caffè, l’aroma si spandeva in tutti i vicoli, restandoci per una buona mezz’ora; dalle mie finestre allora vedevo carovane e attendamenti e carichi di spezie, e la bottega diveniva un favoloso suq in mezzo alla città.
Ma più di chiunque altro, inconfessabilmente, tutti aspettavamo una donna vestita di lana nera, il corpo appesantito, le mani tozze, mani da lavorante; così conciata, nella lunga gonna, coi capelli mossi e corvini in dispetto all’età, avrebbe anche potuto essere una zingara o un’indovina. A ogni autunno la caldarrostaia piazzava il robusto paiolo sotto i loggiati, attizzava la brace e girava, girava là dentro, incrociando in quel gesto lo sguardo dei passanti, che si ammorbidiva come una luna di pasta messa a lievitare. Anno dopo anno a me sembrava che la vecchia mestasse insieme ai suoi frutti meravigliosi anche un po’ della mia vita, qualcosa di me scivolava via, si ribellava e subito svaniva, al pari delle braci sollevate in aria dai capricci del vento.    
Le strade ora indossano panni diversi ma in realtà sono irrimediabilmente invecchiate. Se torno a visitarle quasi non le riconosco. Qui, come altrove, hanno lavorato di compasso e squadra, tagli e rifiniture che raggelano, il dialetto non suona più come una volta nelle bocche dei nuovi bottegai, pochi, ordinati abitatori di locali alla moda. Anche i vicoli sono vuoti. Appartengo all’ultima generazione di ragazzi che ha saputo giocare, ridere a crepapelle, battersi, correre tra queste pietre, quando ancora se ne stavano al loro posto rotte e magnifiche. Il nostro nascondino copriva tutto il quartiere, il fiato ci mancava, sudavamo, urlavamo, cantavamo sguaiati e di tanto in tanto una mamma avanzava a grandi falcate per riprendersi il figlio, e ci gridava l’irripetibile perché lo avevamo portato sulla cattiva strada. Tutti prima o poi abbiamo rimediato una brutta caduta, ma ci si rialzava sempre fieri e più alti di qualche spanna. E quel senso di assoluta paura e appagamento quando strisciavo a terra per intrufolarmi in un magazzino abbandonato, mi è stato fedele compagno in anni assai più seri e atrocemente uguali. Dopo metri e metri fatti gattonando al buio, col terrore di essere scoperti, sbucavamo nel cortile di un palazzo, allora le nostre mani sporche e doloranti si cercavano, tremavamo frastornati, ubriachi per l’impresa e restavamo così, in silenzio, a cavalcioni di un tempo eterno.

 (Di Claudia Ciardi)

      Genova – Carruggio con vetrata, traversa di Canneto il Curto (zona S. Lorenzo) - Foto di Claudia Ciardi ©

23 aprile 2014

Lou Reed - Berlin, 1973


«Impossibile immaginare come sarebbe stata la musica rock se i Velvet Underground non fossero mai esistiti. […] Si può affermare in modo piuttosto convincente che l’album di debutto della band, The Velvet Underground & Nico (1967), è stato il più influente della storia del rock. Di sicuro è difficile pensare a un altro disco che abbia alterato il suono e il vocabolario del rock in modo così  forte, spostandone in un solo colpo tutti i parametri. Ampie fasce di musica pop venute dopo esistono solo all’ombra di quel disco: è possibile che il glam rock, il punk e tutto ciò che rientra anche lontanamente nella categoria dell’indie rock e dell’alternative rock sarebbero esistiti anche senza The Velvet Underground & Nico, ma è difficile immaginare in che modo. Di sicuro i Velvet Underground non sono stati l’unica band della fine degli anni sessanta a tentare di colmare il baratro apparentemente sconfinato tra il rock e l’avanguardia, e Lou Reed di sicuro non è stato l’unico autore convinto che i testi delle canzoni potessero avere la stessa dignità e la stessa importanza della letteratura “seria”. Loro però sono stati gli unici a far sembrare il superamento di quel baratro la cosa più naturale del mondo. […] Con l’avanzare della sua carriera, Lou Reed diventava sempre più contraddittorio. Il volto che presentava al mondo, almeno nelle interviste, era incessantemente combattivo, sdegnoso e taciturno, e questo si rifletteva spesso nella sua musica: le quattro faticose canzoni che compongono il lato b del suo concept album del 1973, Berlin, sono espressioni piuttosto straordinarie di freddezza e crudeltà».

Alexis Petridis, The Guardian (November, 2013)



Non basta certamente un solo ascolto per capire il sound di Berlin (1973). L’etichetta di concept album, formula con cui si definisce una raccolta le cui canzoni ruotano attorno a un unico tema, di sicuro non basta a contenere tutte le suggestioni di questo lavoro. La prima volta che mi ci sono messa, non troppo tempo fa, non l’ho capito quasi per nulla ma di sicuro posso dire di esserne rimasta affascinata. La crudeltà dei suoni lascia l’ascoltatore spiazzato, costringendolo a prendere a calci i suoi quattro stracci borghesi, nel caso in cui ne sia vestito. E l’elemento che più a suo tempo scatenò la critica è proprio questo schiaffo dato platealmente alle convenzioni borghesi. Il racconto impietoso di una crisi di coppia cozzava con i migliori spot dell’idillio familiare, perfetto, equilibrato e senza macchia. La famiglia descritta da Reed è invece l’anticamera di tutte le ansie e contraddizioni moderne. La musica crea uno spaccato narrativo senza precedenti e Reed sembra voler trascinare il suo pubblico davanti allo specchio per dire a ognuno senza girarci troppo intorno: «Amico, o hai il coraggio di guardarti o hai chiuso». Scelta tematica estremamente coraggiosa perché c’è anche molto di autobiografico, una autoanalisi esibita su un palco.
L’artista lega il suo cinismo, la sua buona dose di umorismo macabro e yiddish, la sua personalità schizofrenica, le sue paranoie, il suo senso di alienazione allo sfondo di una Berlino altrettanto cupa e delirante, che dialoga a meraviglia con la sua personalità. Reed trova una sintonia perfetta proprio con la città del Muro, che lo contamina e finisce per esasperare certi tratti della sua musica: del resto, dove meglio avrebbe potuto essere concepito un disco che parla di una separazione tra due persone, di una rottura che non potrà essere sanata in alcun modo, di un rapporto che va a rotoli in una singolare e deprimente coincidenza tra storia individuale e collettiva?
La relazione tra Jim e Caroline, entrambi tossicodipendenti, corre sul ‘versante selvaggio’ di nichilismo, degrado, meschinità che spesso sfociano in gesti di odio e cattiveria gratuita, concludendosi tragicamente col suicidio di Caroline.
«A film for the ear» lo definì Reed, e in effetti quel pianoforte che affiora dalla buia e fumosa sala di un caffè, tormentato quanto basta per l’atmosfera che si respira attorno al Muro, una volta sentito vi resterà appiccicato addosso come la più pungente delle ossessioni. Notte  anni ’70,  frontiera gelida e insonne, davanti a questa tastiera scura in volto resterete completamente disarmati: la melodia non vi darà tregua, picchierà dritta sui vostri nervi, che vi piaccia o no scenderà giù come un bicchiere di veleno e si farà ascoltare.
Così Reed firma una delle più dolenti e crude cartoline della metropoli, incrociando spietatamente la Stimmung di quel complicato decennio; questa Berlino triste, introversa, stremante, città simbolo della divisione e della decadenza, narrata sul filo dei riferimenti a Bertolt Brecht e Kurt Weill, finisce per abitare ognuno di noi.
Perfino quando si ascolta un pezzo strumentale come Neuköln (la grafia giusta sarebbe con la doppia “L”), scritto da David Bowie, che a Berlino viveva a Schöneberg sulla Hauptstraße, e Brian Eno nel 1977 per l’album Heroes, si comprende quanto Reed abbia lasciato il segno con la sua Berlin del ’73. Bowie, del resto, non celò mai il grande debito d’ispirazione che lo legava a Reed, tanto da avergli prodotto il suo secondo album di grande successo, Transformer, lavoro che precede proprio Berlin.
«It’s intensely dark in its lyrical content» si legge in un commento della BBC, e questo è infatti il marchio di fabbrica di uno scavo affilatissimo dentro i caratteri umani, un’opera al nero che guarda in faccia le miserie della vita.
Lou Reed, scomparso a 71 anni lo scorso 27 ottobre 2013, vogliamo ricordarlo così, come un interprete assurdo e proprio perciò altrettanto impeccabile di un’epoca. Ribelle, fuori dalle righe, poeta devoto alla sua stagione in inferno, Reed ha scritto a suo modo una parte di storia all’ombra del Muro, e ci pare giusto, tra le tante immagini e testimonianze che vanno avvicendandosi in questo venticinquesimo anniversario della caduta, far rivivere anche un po’ della sua voce.

(Di Claudia Ciardi)




Tracklist
:
Berlin
Lady Day
Man of good fortune
Caroline says I
How do you think it feels?
Oh, Jim
Caroline says II
The kids
The bed
Sad song
Rockol/ review
******


Berlin may be a great album, it's just not an easy one to listen to. It's intensely dark in its lyrical content, charting the doomed relationship of Caroline and Jim following them through drug addiction, domestic violence and suicide. Not the cheeriest of subjects for a concept album.

First released in 1973, it was a commercial failure but became a cult classic. Berlin came hot on the heels of Reed's glam rock masterpiece Transformer. Anyone expecting a commercial follow-up was non-plussed to say the least. But 30 years after its debut, Reed is now touring the album for the first time, hence the re-issue.

Lou Reed has never been the most melodious of singers, but his gravelly, nasal, mumble-y singing suits the subject matter perfectly. His voice sounds like he has been there, done that, and adds an air of jaded, cynical depression to the tracks.

Who else could carry off lyrics like, 'Caroline says as she gets up off the floor/You can hit me all you want to, but I don't love you anymore/ Caroline says while biting her lip/ Life is meant to be more than this, and this is a bum trip'? It's not exactly Kylie Minogue territory.

But doom and gloom aside, musically Berlin is brave, adventurous and keeps on surprising you.

"Caroline Says I'' is a particularly odd track, sounding generally upbeat. Until you listen to the lyrics, that is. More creepily, ''Kids'', about Caroline's children being taken away, features producer Bob Ezrin's children screaming for their mother.

"The Bed'' sounds like a love song, but is instead about Caroline's suicide. The words are filled with regret and the soft acoustic sounds help you picture her drifting into unconsciousness.
Berlin is definitely a challenge, and is about as far away from pop, or dinner party music as you can get. But thanks to Ezrin's production it has a rich, lush sound with the string and horn sections, and backing choir (and occasional cracking guitar solo), showcased best on "Sad Song''. 

This was the sound of Lou trying something new, brave and ambitious at a time before he was in thrall to rock 'n' roll history. As such it's stood the test of time and you won't regret the time you spend listening to it. Just don't expect to be cheered up.

BBC Review by Helen Groom


Lou Reed - portrait
Links:

20 Essential Lou Reed Tracks
A look back at the legendary rocker's best moments from the Velvet Underground and beyond - su Rolling Stone Music

Remembering Lou Reed's Classic Album Berlin  - Ted Drozdowski

Lou Reed - Berlin Album Review - Contact Music

Official Italian Site

Clouds&Clocks di Beppe Colli

Lou Reed: Berlin. La prima tragedia pop postmoderna
Sul blog «Detriti di passaggio», il 21 ottobre 2013

Lou Reed (part two)
Sul blog «Spirito critico»



17 aprile 2014

I mercatari




Calafati, eccentrico nome di una strada dove s'immaginano segreti movimenti di navigli, sguardi lenti di scafi come animali occupati nella muta, melodia di sartiame presaga e fatale. E gatte magre agli angoli delle case, come si addice ai porti, teste e zampe incorniciate da vetrate liberty che danno l’impressione di esser cresciute lì da sole. È giorno di mercato. Qui ognuno cerca un rimedio alle proprie fantasie o un’assoluzione per non aver più di che fantasticare. Solo, vestito di cenci ma nobile nel portamento se ne sta un alfiere con l’organetto e una batteria portatile sulla schiena, che ne accresce il gesto a dismisura. L’emiciclo della folla lo osanna e lo perde centinaia di volte in un’ora. Ma cos’è per lui il tempo, se non un capriccio caduto dalle ciglia dell’universo? Tutto e niente lo tocca. Ovunque si riunirà un piccolo crocchio a salutarlo, ovunque gli astanti peseranno le loro vite nella sua, e i mocciosi grideranno al giullare, tra scherno e desiderio d’imitarlo. Guardate la livrea sbiadita, i pantaloni senz’orlo che doppiano meravigliosamente i suoi pensieri, guardatelo bene questo alambicco delle mille anarchie chiuso nel pugno della necessità, e intascherete la vostra dose di saggezza.
Non molto tempo fa, ogni volta che mi preparavo a partire, mi capitava d’incontrare un omino tanto piccolo e vecchio, somigliante a certi personaggi delle fiabe che, scherniti dall’improvvido passante, rivelano insospettabili poteri. Un ometto bianco, gentile e levigato come un pezzo d’avorio, di cui si sarebbe fabbricato volentieri un portafortuna. Agitava nella mano un barattolo di latta col manico, mentre l’altra metà del corpo giaceva abbandonata su un bastone, e in quella postura sembrava intero intero una reliquia.
Una volta mi fece strada fino al treno. Lui apparentemente non si accorse di nulla ma io già sapevo che sarebbe andata così, e il chioccante ramo da pellegrino su cui si arrampicava la sua figura divenne una bacchetta prodigiosa, lievissima, pronta a suonare anche uno spartito se si fosse presentata l'occasione, e in quel modo avanzò, incutendo rispetto ai viaggiatori.
C’era poi un altro essere incantato, un barbone che girava per le strade con un ombrello nero attaccato al braccio, e più il tempo volgeva al bello, più questa esile caricatura d’uomo si stringeva tutta al suo cimelio. Non parlava mai, allo stare seduto preferiva giacere disteso, facendo leva sul gomito, un lucumone sfrattato intento a fissare le nuvole. Che creatura invidiabile. Era un sensitivo e ogni volta che l’ho incontrato ho ringraziato il caso, perché su di me si posavano gli occhi più chiari della città.  
Tutti e due avrebbero potuto esser dipinti nella logora divisa di quell’alfiere, nelle divise di migliaia di paggi che scortano i visitatori tra i banchi delle fiere domenicali. Questo regno dei mercatari è simile a un bulbo di vetro dove vengono costruiti straordinari mondi in miniatura che non sono finzioni ma ci trascinano dritti al cuore della nostra infanzia. Se poi in quella bolla trasparente nevica pure, allora vorremmo abitarci per sempre. Io continuo a sognare questi luoghi, anno dopo anno la mia fantasia li contempla in adorazione e quando si distrae, lasciandone cadere uno in sogno, tutto in me si schiude a una gioia rotonda come il pane. Si sente un alito venire dal fondo dei ricordi, e subito abbiamo desiderio di seguirlo, quasi stessimo acciuffando la nostra ombra, ma vorremmo anche fermarci nelle piccole stradine di gesso, tra giardini, lampioni, muretti, fili della biancheria, persiane, abbaini e comignoli. In ognuna di queste cose si vorrebbe entrare, posarcisi pochi attimi, giungendo le braccia alle ginocchia, sparire dentro il paese di sogno, che non ha altro indirizzo se non in noi. Così, la visita a un mercatino è un po’ come aggirarsi in una contrada capovolta, dai cui fantasiosi incroci ciascun artigiano osserva il nostro andare. Immaginiamo amuleti, pozioni che le loro sapienti mani hanno travasato da lune dipinte su vetri e specchi colorati. Tutto ci convince della bontà della veglia ma ogni cosa si offre altrettanto docile all’invenzione. In chi protende la sua mercanzia, io vedo un silenzioso messaggero, un cacciatore di tesori a riposo, ma il mio preferito è quel genere di ambulanti perennemente in attesa; immobili come statue di sale sorgono al centro delle loro conquiste, eteree città di bricchi e quadretti, porte e fontane d’oriente che il loro sguardo contempla di striscio, sulle quali la mano può correre libera e tornare con quel briciolo d’impudenza che viene da una rivelazione. Tra paggi, fattucchiere e prestigiatori c’è poi un personaggio destinato a raccogliere le sorti di tutti. Lo troverete quasi sempre in un angolo, in quei passaggi miracolosi che mettono in comunicazione due vicoli o due piazze, architetture con cui parliamo più scioltamente che con chiunque altro. L’ultimo artista che ho incontrato era vestito di nero e aveva incorporato nel costume un siparietto dove nulla accadeva. Ma la gente continuava a fissare la ridicola pancia che faceva da ribalta, aspettandosi chissà quale numero da quel ventre impassibile.
A me per un attimo ricordò il vecchio teatrino di legno che mi regalarono da bambina. Non riuscivo a combinarci niente di buono, non una scena che potesse andare avanti per qualche minuto né il movimento sciolto e sicuro di un burattino, il sipario di tanto in tanto crollava, l’asticella che lo reggeva non voleva saperne di tenersi in equilibrio sul traverso, e l’orologio dipinto sul frontone pretendeva un eccesso di riguardo pari al suo sconvolgente immobilismo. Quell’occhio mi bloccava, esasperando la mia antipatia per i quadranti che in seguito si sarebbe manifestata pienamente, quando la maestra mi umiliò, costringendomi a montare due lancette su un disco di legno. Da allora non sono più tanto sicura di dare il giusto peso al tempo, minuti e ore si dipanano come stelle filanti, e mi lasciano da sola, su queste quattro assi che ritrovo in ogni strada in cui passeggio. Il telo del palco non si alza né si abbassa, il ventre aspetta il suo ventriloquo, e io resto in piedi in cerca di qualcosa da dire.

(Di Claudia Ciardi)


10 aprile 2014

Naufragio di guerra #1




L’appoggio alla Grande Guerra assume l’aspetto di sterminate riunioni di massa nelle piazze delle più importanti città del continente (Vienna, Parigi, Londra, Berlino). Le metropoli fanno da ribalta e potente cassa di risonanza dello stato d’animo che dominava le classi popolari nel ’14, alla notizia dello scoppio del conflitto. A tali entusiastiche accolte infatti prendono parte principalmente studenti e operai. Moltissimi sono i giovani volontari, tra i quali figurano non pochi intellettuali e artisti; dell’entusiasmo e del grande inganno architettato dallo Stato a spese della generazione più giovane riferisce ad esempio Louis-Ferdinand Céline, all’inizio del suo capolavoro Viaggio al termine della notte. Altro nome rilevante è quello di Joseph Roth che, rifiutato più volte tra gli effettivi perché cagionevole di salute, si offre volontario per il fronte orientale. Anni dopo, sfogandosi con il collega italiano Enrico Rocca, parlerà con estrema amarezza di quella frenesia di morte che allora si impadronì dei popoli europei, un sentimento che sarebbe costato un prezzo altissimo, segnando per sempre chi fece ritorno a casa: «Mi riconosco nella comunità mondiale di tutti i partecipanti alla guerra, nella generazione dei decimati, dei reduci impotenti e dei morti» (6 maggio 1930). Disagio che peraltro aveva già espresso in pagine memorabili, introducendo il suo resoconto sulla Provenza, viaggio dai risvolti quasi liberatori, alla scoperta di un cosmo risparmiato dagli eventi, che tuttavia finì per acuire il suo senso di solitudine e la sua intima lacerazione. Per non dire di quel magnifico filone di narrativa dei reduci (Hotel Savoy, La ribellione, Fuga senza fine) che mette al centro proprio gli sconfitti di ogni guerra: i soldati che riportano in patria la sconvolgente esperienza del fronte – per saperne di più si veda qui la scheda della nostra pubblicazione.
Le attese trionfalistiche dei molti che in maniera tanto aperta, ma anche in preda a una cieca esaltazione, le avevano manifestate in quel surreale agosto del ’14, si impantanarono letteralmente nel corso degli anni tra fango, sterco e sangue, nell’indecente logoramento delle trincee, nelle dissennate strategie militari che falciarono milioni di vite umane per avanzamenti effimeri, se non palesemente inutili. L’offensiva della Somme in Francia (dal novembre 1916 al gennaio ’17) costò più di un milione di morti, arrivando a contendere a Stalingrado il triste primato di battaglia più sanguinosa della storia. 
Un disincanto che devastò migliaia di famiglie di dispersi (compresa quella di chi scrive). Tema immenso sul quale nei suoi diari spende parole toccanti e allo stesso tempo lucidissime la scultrice berlinese Käthe Kollwitz, il cui figlio morì a diciotto anni nelle Fiandre. Così lo storico Jay Winter commenta lo stato d’animo dell’artista: «Ciò che aggiunge al lutto della Kollwitz una dimensione particolare era il suo senso di colpa, il rimorso per la responsabilità avvertita dalla generazione precedente per il massacro dei giovani soldati. […] Scoprire, come lei avrebbe fatto nel corso della guerra, che l’idealismo del figlio era mal riposto, che il suo sacrificio era stato vano, fu terribilmente doloroso».
Al fenomeno cosiddetto delle “comunità di agosto”, cioè della festosità di piazza che abbiamo sin qui descritto, l’Italia risponde tepidamente. Riflesso di un’opinione pubblica divisa e di una classe politica più che incerta sul da farsi, è non a caso il complicato e lungo baratto della posizione italiana presso Londra che durerà tra tira e molla, anche imbarazzanti, fino al marzo del ’15. 
Le sparute folle interventiste in Italia, mondo di minoranza rispetto all’adesione europea, sono per lo più sorrette da intellettuali, artisti e piccola borghesia, su cui cercava di far presa la frangia più convintamente schierata a favore della guerra: si pensi alle infuocate arringhe dannunziane, espressione di quel nazionalismo strisciante che si consoliderà nel dopoguerra. Dall’altra parte si annoverano i contadini, che vedono nella guerra un’inutile perdita di tempo e vite umane – in sostanza un dannoso allontanamento dalle terre – i cattolici e i socialisti. Questa fetta cospicua di popolazione professa un neutralismo di peso negli equilibri rappresentativi del paese: costoro si facevano infatti portatori di un punto di vista che apriva al dialogo con l’Austria, secondo cui Trento e Trieste sarebbero state cedute dietro trattativa.
I giovani italiani desiderosi di gettarsi nell’impresa erano senz’altro influenzati dalla convinzione di replicare l’epopea risorgimentale. Pensavano che la guerra potesse riscattarli dalla mediocrità scandalosa e corrotta del giolittismo e in generale da una quotidianità sentita come vuota, nella quale era impossibile divenire protagonisti. La guerra sarebbe stata la porta d’entrata nella storia e questa grande illusione era alimentata e alimentava il pensiero di cimentarsi in un evento di breve durata, glorioso e vincente.
Per comprendere più a fondo la situazione italiana vogliamo infine accennare al clima economico. Nel ’13 il nostro paese vive una recessione che in parte migliora dal ’14 al ’15, quando le imprese italiane guadagnano terreno perché speculano sulle ordinazioni e le forniture ai paesi belligeranti. Questo diffonde un clima di ottimismo ma i buoni affari, come era del resto prevedibile, a un certo punto si bloccano. È una sorta di ricatto imposto all’Italia, chiamata irrevocabilmente a prendere posizione.

(Di Claudia Ciardi)




Per saperne di più sulle fasi dell'intervento italiano si veda il nostro precedente post:
Naufragio di guerra #0

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A Riposo

Versa il 27 aprile 1916

Chi mi accompagnerà pei campi

Il sole si semina in diamanti
di gocciole d’acqua
sull’erba flessuosa

Resto docile
all’inclinazione
dell’universo sereno

Si dilatano le montagne
in sorsi d’ombra lilla
e vogano col cielo

Su alla volta lieve
l’incanto s’è troncato

E piombo in me

E m’oscuro in un mio nido.

Fase d’oriente

Versa il 27 aprile 1916

Nel molle giro di un sorriso
ci sentiamo legare da un turbine
di germogli di desiderio

Ci vendemmia il sole

Chiudiamo gli occhi
per vedere nuotare in un lago
infinite promesse

Ci rinveniamo a marcare la terra
con questo corpo
che ora troppo ci pesa

Due poesie di Giuseppe Ungaretti da L’Allegria (sezione Il Porto Sepolto)
*Versa è una frazione di Romans d'Isonzo, in provincia di Gorizia

Per approfondire:
Lultima estate dellEuropa. Il grande enigma del 1914: perché è scoppiata la Prima guerra mondiale?

David Fromkin
Garzanti Libri, 2005 - 399 pagine

Per la maggior parte degli europei, la primavera del 1914 - al culmine della Belle Époque - fu una stagione meravigliosa, spensierata e piena di speranze. Dietro le quinte, tuttavia, si stava preparando il primo massacro della storia, il primo conflitto su scala planetaria, una guerra che getta le sue ombre fino ai nostri giorni. Lo storico Fromkin ricostruisce le settimane che hanno preceduto il fatale agosto del 1914 per mettere in luce le cause che portarono alla prima guerra mondiale.


Europes Last Summer: Who Started the Great War in 1914?
David Fromkin
Knopf Doubleday Publishing Group, 2007

When war broke out in Europe in 1914, it surprised a European population enjoying the most beautiful summer in memory. For nearly a century since, historians have debated the causes of the war. Some have cited the assassination of Archduke Franz Ferdinand; others have concluded it was unavoidable.

In Europe’s Last Summer, David Fromkin provides a different answer: hostilities were commenced deliberately. In a riveting re-creation of the run-up to war, Fromkin shows how German generals, seeing war as inevitable, manipulated events to precipitate a conflict waged on their own terms. Moving deftly between diplomats, generals, and rulers across Europe, he makes the complex diplomatic negotiations accessible and immediate. Examining the actions of individuals amid larger historical forces, this is a gripping historical narrative and a dramatic reassessment of a key moment in the twentieth-century.

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Il Tempo e la Storia con la conduzione di Massimo Bernardini va in onda dal lunedì al venerdì alle ore 13.10 su Rai 3 e alle 20.30 su Rai Storia, ch. 54 del Digitale Terrestre e ch. 23 Tivù Sat. 

“Sarajevo 1924” con Lucio Villari – in onda lunedì 20 gennaio 2014
Il 28 Giugno del 1914 a Sarajevo, capitale della Bosnia, vengono assassinati l’erede al trono d’Austria Francesco Ferdinando d’Asburgo e sua moglie la Principessa Sofia Chotek. 
Trenta giorni dopo l’Europa precipita in una guerra che durerà cinque anni, mobiliterà 65 milioni di soldati, causerà la morte di 20 milioni di persone tra militari e civili e la fine di tre grandi imperi. 
L’omicidio a Sarajevo di Francesco Ferdinando è la scintilla che innesca la Prima guerra mondiale. 
L’Austria – sottolinea lo storico Lucio Villari - dichiara guerra alla Serbia come una sorta di “spedizione punitiva”, una guerra lampo limitata a dare una lezione alla Serbia, ma che invece nel giro di una manciata di settimane coinvolgerà tutte le superpotenze europee. L’omicidio di Francesco Ferdinando si consuma in un giorno simbolo del patriottismo serbo, il Vidovdan, la Festa di San Vito, celebrazione commemorativa della battaglia della Piana dei merli del 1389 contro gli ottomani durante la quale il sultano venne assassinato da un serbo. E sarà un giovane studente serbo, Gavrilo Princip, membro di un gruppo politico che chiedeva l’annessione della Bosnia alla Serbia, a sparare “la pallottola che diede inizio al primo conflitto mondiale”.

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«Cent’anni fa la Grande Guerra cambiò il mondo. Che eredità ha lasciato il conflitto? Lo raccontano la Storia e i luoghi»
Supplemento di 16 pagine su «La Stampa», 16 gennaio 2014

Links:
Dal blog «Un caffè con lo storico» a cura di Sergio De Santis



Edvard Munch, Angst, 1896

2 aprile 2014

Antony Beevor - Berlino 1945. La caduta


Il bestseller come genere letterario fabbricato per disegnare nel giro di qualche settimana una parabola di tutto rispetto - parola che a sua volta sa sempre più di svendita - sui successi di un autore, non rientra nelle pubblicazioni di questo blog. Chiunque ci segua lo sa perfettamente. Tuttavia nel caso del lavoro di Beevor, avvincente e documentata narrazione della Battaglia di Berlino, ci sentiamo di contravvenire alla regola che ci siamo imposti. Vi sono casi in cui i libri divengono bestseller loro malgrado. Beevor ha saputo portare all'attenzione di milioni di lettori un argomento di storia contemporanea, oggetto di studi specialistici, materia in cui si muovevano agevolmente gli addetti ai lavori e al massimo qualche appassionato. Lo ha fatto con la disinvoltura dello scrittore di razza ma anche e soprattutto senza rinunciare ai ferri del mestiere dello storico. Per questo riproponiamo l'articolo che qualche anno fa abbiamo dedicato a quest'opera, un volume che non può mancare nella biblioteca di tutti quanti desiderano capire cosa furono gli ultimi mesi di guerra nel '45.


Destruction in a Berlin street

Berlino 1945. La caduta 

Titolo originale: Berlin. The Downfall 1945
Autore: Antony Beevor
Collana: Bur Storia
Anno di pubblicazione: 2002



Antony Beevor, ufficiale di carriera dell’esercito britannico, si è dedicato alla professione di scrittore come romanziere e saggista, occupandosi principalmente dei fatti della seconda guerra mondiale. Berlino 1945. La caduta è stato pubblicato nel 2002, accompagnato da un programma televisivo della BBC a tema, diventando subito un bestseller in sette paesi del mondo.
Il libro è un’articolata monografia su uno degli assedi più logoranti della storia. L’impatto degli armamenti moderni su una città già provata dal corso degli eventi di fine guerra e le perdite, i soprusi e i disagi patiti dai civili, sono entrati di peso nella memoria collettiva europea.
Berlino non è solo la metropoli ferita e lacerata di una Germania sconfitta ma è la capitale di un’Europa annientata dalla guerra, è il centro dei lutti e del dolore di un intero continente che per l’ennesima volta ha spento nelle armi le proprie tensioni e fragilità politiche.
Il racconto di Beevor oltre a essere puntualissimo per quel che riguarda il dato militare, dà straordinario rilievo al contenuto delle fonti, che spaziano dalla memoria personale (i diari), alle lettere dei soldati al fronte (tedeschi e russi), ai resoconti ottenuti attraverso interviste postume ai testimoni, agli appunti di scrittori al seguito dell’Armata Rossa (come ad esempio le ampie citazioni tratte da Vasilij Grossman). Questa pluralità di voci che si intreccia al dettagliato resoconto dei fatti conferisce alla narrazione un respiro corale che rende la lettura avvincente, riuscendo a far vivere al lettore l’esperienza dei giorni in cui si è consumato il tramonto di una città e il dramma della sua gente.
Ci sono parti del libro che hanno una tale forza descrittiva da emergere come scene isolate nell’elevato ritmo della battaglia.
Così il capitolo 22 sui combattimenti nella foresta basterebbe da solo per trarvi una sceneggiatura per un film. Inoltre episodi quali le ultime sortite dal Bunker dopo il suicidio di Hitler, la mattanza sul Charlottenbrücke, l’attraversamento dell’Elba da parte dei 100.000 profughi in fuga dai Russi e la resistenza del generale W. Wenck che fino agli ultimi momenti di guerra ha cercato di mettere in salvo i civili e i propri uomini, si pongono con altrettanta indipendenza e vigore narrativo nel complesso della trama.
C’è infine un aspetto che declina questa saggio di storia in studio antropologico: la testimonianza delle donne. Numerose sono infatti le presenze femminili evocate attraverso la scrittura semplice e diretta dei diari che molte donne di Berlino hanno tenuto nella solitudine e nell’angoscia delle terribili settimane in cui di colpo si sono travate al centro della guerra.
Berlino è del resto il luogo in cui più che mai si è rovesciata la tradizione che vuole le donne a casa e gli uomini in guerra. Qui sono state proprio le donne a sopportare il peso di un conflitto arrivato al parossismo. Antony Beevor considera non a caso il punto di vista femminile una prospettiva privilegiata per l’esplorazione dei fatti. 
I corpi delle donne sono stati offesi dalla fame e dagli stupri. Le donne sono rimaste sole con i loro bambini nel quotidiano terrore che la carestia o le armi potessero ucciderli, e infine hanno avuto il compito ingrato e amaro di consolare i loro uomini, tornati disperati e sconfitti, in un paese depredato della propria identità.
Quella di Beevor è l’introspezione di una città rinata dalle ceneri a cui l’Europa deve saper guardare come il centro in cui la sofferenza della guerra, una sofferenza che da secoli affligge i popoli del vecchio continente, ha raggiunto l’acmè. Questa è l’eredità di memoria che ci lascia Berlino, la metropoli «dove la gente vive col proprio destino», questo è ciò che dobbiamo aver presente quando pensiamo all’Europa.

Di Claudia Ciardi (settembre 2009)


Per approfondimenti sui fatti trattati dall’autore si rimanda all’ampia e curata bibliografia del libro.


Berlin the Capture and Aftermath of War 1945-'47 

Segnaliamo domenica 6 aprile alle ore 16.00 in Piazza del Grano a Pescia (PT), l'incontro:
Quattro grandi letterati europei tra le due guerre mondiali
A cura di Claudia Ciardi
Ospite la casa editrice Via del Vento
Si veda la presentazione dell'evento su Pinterest



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