11 agosto 2014

Esperienza e storia




«Il giocattolo è una materializzazione della storicità contenuta negli oggetti, che esso riesce a estrarre attraverso una particolare manipolazione. Mentre, infatti, il valore e il significato dell’oggetto antico e del documento è funzione della loro antichità, cioè del loro presentificare e rendere tangibile un passato più o meno remoto, il giocattolo, smembrando e travisando il passato ovvero miniaturizzando il presente – giocando, cioè, tanto sulla diacronia che sulla sincronia – presentifica e rende tangibile la temporalità umana in sé, il puro scarto differenziale fra “l’un tempo” e l’ “ora non più”.

Visto in questa luce, il giocattolo presenta qualche analogia col bricolage, di cui Lévi-Strauss, in alcune pagine ormai classiche, si serve per illustrare il procedimento del pensiero mitico. Come il bricolge, anche il giocattolo si serve di “briciole” e di “pezzi” appartenenti ad altri insiemi strutturali (o, comunque, di insiemi strutturali modificati) e anche il giocattolo trasforma così antichi significati in significanti, e viceversa. […]
La miniaturizzazione appare qui non tanto come ciò che permette di conoscere il tutto prima delle parti e di vincere, afferrandolo in un colpo d’occhio, ciò che c’è di temibile nell’oggetto (La poupée de l’enfant n’est plus un adversaire, un rival ou même un interlocuteur…), quando come ciò che permette di cogliere e di godere la pura temporalità contenuta nell’oggetto. La miniaturizzazione è, cioè, la cifra della storia. Così non è tanto il bricoleur, quanto il collezionista a presentarsi naturalmente come figura contigua al giocatore. Poiché, così come si collezionano oggetti antichi, si collezionano miniature di oggetti. Ma, in entrambi i casi, il collezionista estrae l’oggetto dalla sua distanza diacronica o dalla sua sincronica vicinanza e lo coglie nella remota prossimità della storia, in quella che, parafrasando una definizione di Benjamin, si potrebbe definire “une citation à l’ordre du jour” nell’ultimo giorno della storia».

Giorgio Agamben, Infanzia e storia. Distruzione dell'esperienza e origine della storia, Einaudi, 1978

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Cari amici riprenderemo a scrivere il prossimo settembre. Grazie a tutti.

Liebe Freundinnen und Freunde werden wir wieder schreiben im kommenden September. Vielen Dank an alle.

Dear friends, we will resume writing in September. Thanks to all.

6 agosto 2014

Robert Capa - Retrospective



Robert Capa and Gerda Taro
Fred Stein Archive/ Getty Images ©

A Lucca, nell’affascinante sede del Museo d’arte contemporanea, è possibile visitare fino al novembre prossimo una retrospettiva dedicata a Robert Capa. Il grande fotografo è presente con una novantina di scatti tra i più rappresentativi del suo impegno al fronte. Si cammina attraverso il Novecento. In un anno che vede prodursi una continua riflessione sulla guerra, nel corso delle commemorazioni del primo conflitto mondiale, ferita tragicamente riaperta proprio in queste settimane dall’offensiva nella striscia di Gaza, allestire una mostra sul lavoro di Capa assume un significato particolare. Il visitatore si trova al centro di una scena di assoluto impatto emotivo.

Il racconto di cinque guerre, tante sono quelle verso cui Capa ha puntato il suo obiettivo, ci scorre davanti agli occhi, scagliandoci nell’immediatezza dei fatti. La memoria storica collide per un istante con un senso di umanità che la completa e al contempo la trascende. Ci sfilano davanti pose e gesti di disperazione ma anche sprazzi di pace, nei quali si intuisce l’aspra lotta dei protagonisti per strappare se stessi alla catastrofe.
Capa è dunque un maestro del fotogiornalismo di guerra, eppure la sua mano è capace di ritrarre un’incredibile gamma di sfumature che va ben al di là dello spirito di cronaca. Basti riflettere su un paio di aspetti. Esclude volontariamente dalla propria narrazione i feriti gravi. La morte è documentata di rado, viene da dire che entra nella sua macchina come una presenza improvvisa, frutto di un incontro accidentale. Si pensi alla celeberrima immagine del miliziano spagnolo oppure al mitragliere americano che gli cade a un paio di metri, colpito da un cecchino a Lipsia. Potrebbe sembrare un paradosso per un fotografo impegnato a percorrere zone di guerra, e invece l’interesse di Capa è quasi interamente rivolto ai sopravvissuti, a coloro che pur annientati nelle cose più care vanno avanti. E qui si può forse cogliere anche cosa animava l’uomo a rischiare tanto, per riportare indietro frammenti di vita dalla devastazione; in lui non andava mai smarrita l’idea che anche nell’atrocità era possibile riscattarsi, recuperare un’umanità più consapevole, capace di ergersi su più solide fondamenta.
Nato a Budapest nel 1913 da una famiglia ebrea, a soli diciassette anni è già profugo politico per aver protestato contro il regime nel suo paese. Nel 1931 si stabilisce perciò a Berlino, dove inizia a studiare giornalismo presso la Hochschule für Politik. Il suo talento viene raccolto dall’agenzia berlinese Dephot (abbreviazione di Deutscher Photodienst) presso cui è impiegato come assistente alla camera oscura. Gli ottimi risultati con cui si distingue nei lavori secondari, gli procurano il conferimento del suo primo incarico importante nell’autunno del ’32, in occasione della conferenza annunciata da Lev Trockij allo Sport Palast di Copenhagen. Si tratta di un evento di rilievo, perché il leader sovietico costretto in esilio, non viaggiava né dunque interveniva in pubblico da più di tre anni, a causa di difficoltà incontrate nel rilascio dei documenti. Capa racconta che mentre tutti i colleghi, segnalati dalle pesanti attrezzature che portavano con sé, erano costretti a restare fuori – Trockij infatti non voleva essere fotografato – lui è riuscito a intrufolarsi con la sua Leica compatta, mettendo a segno uno scoop che sarebbe stato anche il suo debutto. Le foto escono infatti a tutta pagina su «Der Welt-Spiegel», supplemento settimanale del «Berliner Tageblatt», con notevole risonanza.
Tuttavia il ’33, anno della presa al potere da parte dei nazisti, inaugura un nuovo periodo difficile nella vita del fotografo, costretto al suo secondo esilio, stavolta in Francia. Parigi lo conquista subito, tanto che lo scrittore Christopher Isherwood, dopo una conversazione su una nave diretta in Cina, dirà di lui che era più francese dei francesi. Tuttavia l’esistenza nella metropoli è tutt’altro che facile. Capa fa letteralmente la fame e stenta a vendere le sue fotografie. Può contare solo su un po’ d’aiuto da parte dei rifugiati ungheresi e tedeschi a Montparnasse, e sull’intraprendenza di una giovane ragazza tedesca, Gerda Taro, che gli rimedia qualche ingaggio. Con Gerda c’è subito un affiatamento personale che va oltre la collaborazione. Il loro rapporto sarà precocemente stroncato nel luglio ’37, sul fronte spagnolo, dove la donna è colpita a morte. Robert non supererà mai del tutto questa perdita, e lo stesso ritorno sul fronte spagnolo avviene tra non poche incertezze solo nell’ottobre dell’anno successivo.
Di sicuro gli accadimenti spagnoli, con quelli registrati in territorio cinese, che nella considerazione di Capa assurgono a specchio orientale della resistenza del Fronte Popolare contro l’avanzata del fascismo, sono due vertici di straordinaria intensità documentaristica che la mostra lucchese ben rappresenta. Ma vi è pure l’incredibile impresa con cui ha salvato i concitati momenti del D-Day. Neanche a farlo apposta, colui al quale i reportages dalla Spagna erano valsi il titolo di “maggior fotografo di guerra”, ha difficoltà a rimediare incarichi per raggiungere gli scenari della seconda guerra mondiale. Questa situazione si protrae fino al ’43 (con un’unica parentesi nella Londra del ’41), quando finalmente è inviato in Nord Africa, quindi in Italia e in Normandia. Si tratta di un itinerario che in parte ricalca quello seguito dallo scrittore John Steinbeck, allora reporter di guerra per la stampa americana, insieme al quale nel ’47 Capa intraprenderà un importante viaggio in Europa orientale, esperienza riversata nella scrittura a quattro mani del Diario russo.
Le foto dello sbarco costituiscono senza dubbio un altro momento apicale nella carriera di Capa. E in effetti, di fronte a queste immagini lo spettatore è catapultato in prima fila. Ci si sente vulnerabili e smarriti, almeno quanto deve essersi sentito il fotografo mentre avanzava in quell’inferno di proiettili. Uscito dai mezzi anfibi, facendosi scudo con una lamiera, Capa e la sua macchina sono un tutt’uno con la fluttuante linea dei soldati. E, se non fosse stato per un pasticcio combinato da uno sviluppatore, che mandò in malora quasi tutti i negativi, avremmo potuto contare su un repertorio davvero incredibile.
Facce di profughi, uomini e donne sorpresi in posizione fetale sulle macerie delle loro case, bambini accovacciati sui propri bagagli, esseri in cerca di salvezza ritratti negli istanti della fuga, volti incorniciati dalle reti di un campo di smistamento, contadine attraversano i boschi di Cassino, somigliano a divinità primitive che hanno perduto il loro tempio, combattenti arruolati nella resistenza abbracciano le compagne e vanno al fronte, la folla di Parigi festeggia la liberazione ma i cecchini sparano seminando il panico, le strade di Berlino sono come ripiegate su se stesse, ognuno piange la sua disperazione, ognuno sembra sperare in qualcosa, che tutto abbia fine, che tutto abbia inizio.
La poetica di Capa vi si aggira come un dono.
Se si vuole capire qualcosa non solo limitandoci ai fatti storici ma ancor più fissando lo sguardo sugli stati d’animo che hanno scosso fin nelle sue viscere il secolo scorso, il contributo di Robert Capa diviene una tappa obbligata.



Nicchia vuota - Via delle Conce, Lucca
(Testo e foto di Claudia Ciardi)



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Lucca - Center of Contemporary Art

Robert Capa - Il catalogo di Silvana editoriale
Sous la direction de: Andréa Holzherr / Magnum Photos - Format: 23 x 28
Pages: 144
Nombre d'illustrations: 100 in b/n

In questo blog:
  Once there was a war - C'era una volta una guerra, John Steinbeck

«Un libro passato forse senza troppo clamore nelle librerie italiane ma su cui vale la pena riaccendere l'attenzione dei lettori. Una cronaca in presa diretta della seconda guerra mondiale che costituisce una testimonianza unica per la ricchezza di fatti e ritratti raccolti al fronte e per l’efficace semplicità con cui l'autore ce li presenta.
La grande metafora dello spazio-tempo fiabesco evocata da Steinbeck potrebbe risultare in un primo momento stridente, dato che siamo in presenza di un dramma collettivo in cui hanno agito figure concrete, fatalmente racchiuse in una precisa porzione di storia».

Wunden der Welt

«L’allestimento documenta le atrocità che si sono consumate in ogni angolo del pianeta, da “Il miliziano colpito a morte” di Robert Capa, indimenticabile narratore della Spagna dilaniata dalla guerra civile, alle primavere arabe. Dagli sguardi annientati dei passanti che scrutano il cielo durante gli allarmi aerei in una Bilbao sfinita dall’assedio (maggio del ’37) a quelli altrettanto persi dei soldati tedeschi che, anni dopo, si troveranno prigionieri in Normandia, sopravvissuti sì ma costretti a fare i conti con la propria sconfitta».


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