29 dicembre 2015

L'ellenismo secondo Berlino (I)





Il confronto tra Grecia e Germania che ha raggiunto il suo apice lo scorso luglio nei giorni delle frenetiche trattative sul debito ellenico, in realtà per rimandare la questione a data da destinarsi, ha rappresentato indubbiamente un punto di non ritorno nel dibattito politico europeo. Oltre a una sonora figuraccia di tutte le parti coinvolte. La Grecia invece, a quanto pare, ne è uscita piegata ma affatto sconfitta sul piano morale. Imponendo ai convenuti Ue un governo socialista, profondamente rinnovato rispetto ai vecchi oligopoli incarnati da Pasok e Nuova Democrazia, i due partiti che di fatto si erano divisi le zone di influenza nel paese, Alexis Tsipras, giovane fondatore di Syriza e volto nuovo della politica greca, è riuscito in un’impresa senza precedenti: liquidare in blocco la vecchia classe dirigente. Elemento importantissimo su cui non è minimamente caduta l’attenzione mediatica, presa dal terrore del populismo che ormai siamo abituati a sentire ovunque evocato, quasi sempre a sproposito. Uno sproposito che va a braccetto con la categoria del ridicolo e che rischia di rafforzare proprio il vero populismo, quello più irrazionale e violento, col quale gli attuali movimenti di protesta nati nello scenario europeo non hanno nulla a che vedere. Diversamente si seguita a infilare nel calderone gruppi anti-tutto, frange dei più vari e concitati estremismi, insieme a soggetti che tentano la via complicata dell’attivismo e della militanza politica per costruire discorsi alternativi e spostare gli equilibri di potere verso altre zone della società. Chi prova a intercettare il malcontento popolare, promuovendo una politica inclusiva e autenticamente rappresentativa non può ricevere la continua stigma verticistica di governanti e intellettuali. La pervicacia con cui ciò avviene tradisce interessi estranei al bene comune.
Torniamo al contesto europeo. Che Podemos, Ciudadanos (il Podemos di destra per dirla in maniera semplificata), Syriza, Movimento Cinque Stelle siano in ascesa è un dato di fatto. Entrano nei parlamenti, acquistano porzioni di consenso più ampie a ogni tornata elettorale. Sono forze che non legano tra loro, almeno al momento. Se si trattasse di amici si potrebbe dire che si conoscono per nome ma non amano frequentarsi. Ma la convergenza potrebbe anche verificarsi, chi lo sa. Piuttosto mi preme un altro discorso, diciamo riguardante la fenomenologia di questi gruppi. Nascono dalla crisi, ma non solo da quella economica come si ripete dappertutto, semmai da uno scivolamento sistemico, uno squilibrio innescato da molteplici fattori di crisi e perciò destinato ad avere conseguenze ad ampio raggio.    
Non ho menzionato Front National e Lega non per autocensura fascistica – tra l’altro anche questa narrazione del fascismo immanente rischia di essere un nonsenso quanto il populismo – ma perché, insieme a ben più autorevoli commentatori, credo si tratti di ‘rimanenze’ di apparato che amplieranno la loro piattaforma di votanti se il quadro sociale insisterà a essere deteriore; tuttavia non avranno molte chance di affermarsi in via durevole all’interno della ricomposizione cui si accennava. Tra i due schieramenti c’è inoltre una differenza non da poco, che l’alleanza in sede Ue si sforza di mascherare. Mentre Marine Le Pen ha come ipotetico referente l’insieme dell’elettorato francese, del resto il patriottismo è in Francia un argomento storicamente molto forte, Salvini ha un vizio di forma che non potrà superare nonostante ne inventi di tutti i colori, l’origine settaria e territoriale della Lega abbracciata all’ampolla padana. Inoltre il supposto nazionalismo italiano non sarebbe spendibile come collante, non almeno nella misura di quello francese. 
L’opinione pubblica delle diverse latitudini, e in Italia con accelerate ancora più brusche, ha già dimostrato di prendere a scorno un certo modo di fare che la indora per poi alla prima curva della strada tradirla in quel po’ di amor proprio che ancora le scorre in corpo; riguardo l’italiano medio, il limite invalicabile sta nell’essere platealmente ritratto come impecorito o ingufito – nel modo più bonario possibile dico pure che la metafora del gufo assiso e brontolone ha esaurito se stessa. In altre parole, l’elettore mostra a questo punto parecchia insofferenza e irritabilità se lo si tira in ballo come un infante da prendere per mano, sottintendendo che da solo non potrebbe fare di meglio perché privo di vero intendimento. 
I sobbalzi all’interno dei singoli paesi europei e le altrettante pressioni sui confini (crisi in Ucraina, emergenza profughi, turbolenze nei mercati asiatici) comportano che ogni vento minacci una tempesta, facendoci sentire in «piccioletta barca». Laddove servirebbero strategie, risposte decise e compatte, un fronte comune da opporre al disintegrarsi dei tanti fronti periferici, non per innalzare muri ma per farci trovare preparati e solidi dinanzi al deterioramento del quadro globale, permangono incertezze e assurdità nella gestione continentale. Anziché sfruttare il teatro della crisi greca come un palco da cui mostrare al mondo forza e fermezza politica (non fiscale!) e l’ecumenismo proprio di chi si proclama guida d’altri, la Germania ha preferito trasformarsi in una motrice impazzita. E così, nei caldi giorni di luglio, siamo deragliati. Di là dall’oceano gli Stati Uniti guardavano attoniti. Ad appena un paio di decenni dalla riunificazione, la Germania è partita per la sua galoppata in solitaria, mostrando di non possedere nessuno degli antidoti che l’America si era premurata di iniettarle nel corso della lunga liaison postbellica. La casa era ormai scoperchiata, l’insofferenza sotto gli occhi di tutti. E subito dopo la Grecia, sono venute le difficoltà coi profughi, al di là di molta propaganda a buon mercato – prima la Germania li avrebbe presi tutti, poi siccome il flusso si manteneva eccedente ha ricominciato a strigliare i paesi mediterranei perché non attuano i dovuti controlli; sarà una coincidenza ma dopo l’appello della cancelliera agli industriali dell’auto affinché si impegnassero a creare posti di lavoro per gli immigrati è scoppiato lo scandalo Volkswagen – qualcuno nella madrepatria non ha gradito e ha passato i suoi dossier a chi poteva sollevare un vespaio? Le spine reazionarie pungono sempre al momento giusto. E l’avvertimento non si è fatto attendere: signora non si allarghi troppo, siamo pur sempre la Germania! 
Incensare Merkel sul «Time» a fine anno è stata una mossa ancora una volta mediatica, per mettere un po’ di pace. Prima della valanga lepeniana, ci teniamo caro l’immobilismo della CDU. Inoltre il passaggio delle consegne per assicurare l’Europa o ciò che ne resterà al suo futuro non potrà che avvenire attraverso Berlino. Ecco qui la cosiddetta strategia d’uscita statunitense. Lasciare il vecchio continente per concentrarsi sulle potenzialità asiatiche. Una cosa all’apparenza semplice addirittura scontata, se non fosse che la sua attuazione rivela molte pecche. E quindi torniamo alla Grecia, perché tra i tanti incubi che la vicenda ha materializzato presso i diversi centri del potere mondiale, c’è anche la possibilità dell’Europa così impostata di cavarsela da sola. Per quanto conti la mia opinione, io credo che una simile teoria poggi su una premessa sbagliata. Finché immagineremo un’Europa a trazione di qualcuno, nel presente la Germania, il progetto continuerà ad avanzare pestandosi regolarmente i piedi e un bel giorno si rifiuterà di camminare. Nel caso specifico, la storia insegna che una Germania dominante tende a destabilizzare le altre nazioni; l’ultima volta l’effetto è stato tragico. È vero, i fatti non si ripetono, magari questi antidoti particolari adesso li abbiamo, però è bene non dare per scontato nulla. Penso che nei dibattiti pubblici questa sia una buona pratica. Si comincia omettendo qualcosa e si finisce chissà dove. Nei giorni della trattativa greca violenza e umiliazione si sono mescolate in modo sinistro, anche tra la gente comune: pagate, porci, o ve la faremo vedere. Alla solidarietà, estesa e però per lo più ridotta al lumicino di opache memorie liceali persino un po’ folkloriche, si alternavano frasi concitate e volgari che me ne ricordavano altre.
E siccome chi si sbraccia e alza la voce in genere la spunta sul più onesto oratore di questo mondo, in mancanza di una vera consapevolezza politica il pericolo non è superato. Diceva Hermann Hesse: «I tedeschi sono un grande e notevole popolo, chi lo negherà? Sono forse il sale della terra. Ma come nazione politica… impossibile. Voglio, una volta per tutte, non avere più nulla a che fare con loro sotto questo aspetto». Una frase estrema, frutto di un periodo particolarmente atroce per la Germania stessa a cui questa nazione era arrivata non senza avere in aiuto la dissennatezza del proprio vicinato. Eppure un certo fondo di verità scorre ancora in queste righe. Riconoscerlo non toglie nulla alla Germania, e rafforzerebbe in noi la volontà nel rivendicare un’integrazione autenticamente paritaria.

(Di Claudia Ciardi) 

15 dicembre 2015

Peter Fröberg Idling - Potere e verità




Il corposo saggio di Peter Fröberg Idling è una delle opere letterarie che hanno ricevuto maggiori attenzioni in Svezia negli ultimi anni. Uscito nel 2006, quando l’autore allora trentaquattrenne si è imposto al pubblico come giovane esperto di storia e cultura cambogiana, l’anno successivo viene votato dai lettori svedesi come miglior libro. È stato quindi stampato in Italia nel 2010 dalla casa editrice Iperborea, con il contributo per la traduzione dello Swedish Art Council. Mi sia concesso di dire, a titolo di premessa, che l’impresa di Idling è degna di un paese nordico che non ha nei confronti della letteratura, e in generale della ricerca, il rapporto ambiguo spesso nutrito di una certa freddezza, che hanno i paesi del sud europeo. Laddove il merito si trasforma concretamente in spinta creativa e realizzazione personale, anche e soprattutto nella sfera del lavoro, al di qua delle Alpi finisce per essere percepito come un appesantimento della persona, impantanandosi e in parecchi casi perdendosi. Laddove si trovano più agilmente canali ufficiali cui indirizzare il talento, senza che il proprio tempo e le proprie risorse che di quel tempo costituiscono l’ossatura ne soffrano, al sud questi meccanismi non sono scontati. Chi non abbia un blasone familiare tale da renderlo appetibile a qualche altro blasone, s’imbatterà in un cosiddetto talent scout – oggi usa molto riporre ogni virtù in questa strana figura – il cui ruolo è spesso del tutto marginale quando non antitetico alla solida preparazione di un novizio.
Che questa tipologia umana sia in grado di rimediargli risorse vere e contatti seri affinché riesca a portare avanti i suoi progetti, non è minimamente immaginabile. Fra l’altro mi è capitato per un periodo abbastanza lungo e sconcertante dei miei chiamiamoli pure inizi, di sentire ovunque ribadita in forma di massima la separazione tra l’essere studioso e l’essere poeta o scrittore. Neppure un sarto arriverebbe a tanto; quando anche si trattasse di tenere insieme due panni di consistenza assai diversa, le sue forbici si sottrarrebbero al taglio. Quale danno si infligge in questo modo a un giovane che non ha ancora compreso dove vedano indirizzate le sue capacità, in cosa potrebbero essere utili. La creatività è disciplina e viceversa. Chi predica assoluti, ha poca dimestichezza con entrambe. Insomma, se Idling per mettere mano alla sua storia fosse stato gettato tra le braccia di improbabili mediatori culturali e umanisti a tempo perso che del lavoro in casa editrice non hanno la più vaga idea, non avrebbe realizzato neppure un decimo della sua impresa e i fondi per i viaggi in Cambogia, che gli hanno permesso di lavorare come ricercatore e giornalista, non sarebbero mai venuti. Mi spiace gravare le riflessioni sul libro, senz’altro tra i più dettagliati resoconti sulla storia contemporanea del sud-est asiatico, con una polemica che rischia di spostare l’attenzione dal tema. E tuttavia, leggendo, non ho potuto fare a meno di tornare a questa constatazione che credo abbia bisogno di essere rimessa al centro di un dibattito sulla cultura in paesi come l’Italia. Si tratta, dunque, di qualcosa di organico al processo che ha accompagnato la mia scoperta della prosa di Idling, e che forse lui stesso tende a suggerire ai suoi lettori, insieme al resto, più specificamente legato ai contenuti storici e antropologici di cui si occupa. Questo giovane intellettuale, infatti, ha avvicinato numerosi protagonisti tra cui diversi sopravvissuti alle persecuzioni di regime e alcuni importanti ex esponenti della dirigenza khmer, oltre a essersi spinto in ogni angolo della Cambogia, un paese le cui infrastrutture sono ancora deficitarie, causa i danni subiti durante i bombardamenti americani, nel corso della guerra civile, sotto il regime di Pol Pot che propugnò il ritorno a un primitivismo agricolo, e poi ancora con la liberazione vietnamita. Un lavoro monumentale, verrebbe da dire, incentrato sul valore della testimonianza, che lo scrittore cerca di riabilitare a pieno, denunciando la leggerezza con cui una buona parte dell’intellighenzia l’aveva liquidata nel corso della barbarie. Inevitabile perciò che la nostra mente corra ai lati pratici del narrare di Idling, in che modo è riuscito a portare in fondo la sua inchiesta, quali difficoltà ha incontrato e su quali aiuti ha invece potuto contare. A fronte di una vicenda tanto complessa e scottante come il potere dei khmer che si impose in Cambogia dal ’75 al ’79, non sono aspetti secondari, e insisto, non considerarli quanto dovremmo è indicativo di un tirare frettolosamente a diritto davanti alle necessità del mestiere letterario.
E proprio sulla letterarietà dell’opera, prima ancora di dedicarmi al fatto storico, desidero accennare qualcosa. Né romanzo né saggio tout court ma neanche completamente reportage. Il racconto procede secondo le movenze di un diario peraltro incompiuto. C’è un po’ del miglior Dagerman redattore delle cronache dalle macerie tedesche nel dopoguerra. Anche qui uno sguardo che si aggira nello spazio in cerca di tracce scomparse, impressioni, atmosfere che riempiano il vuoto incombente su una delle vicende più fosche del Novecento. Forse è il senso di devastazione senza i tratti apparenti della devastazione a fare della Cambogia l’incubo surreale che continua a perseguitarci come un rumore di fondo. Troppe lacune ne infittiscono il mistero, dilatano i dubbi, sviano l’osservatore. E in questo risiede il mio personale interesse verso un argomento altrimenti lontano da quanti di solito attirano le mie riflessioni.
Idling annoda la trama intorno a un nucleo essenziale, la spedizione compiuta nella Kampuchea Democratica da quattro connazionali nell’agosto del ’78, con lo scopo di descrivere in patria e al resto dell’occidente i benefici della rivoluzione. Dalla caduta della capitale Phnom Penh il 17 aprile del ’75 la Cambogia, ribattezzata Kampuchea secondo l’antica parola khmer, aveva infatti tagliato ogni comunicazione col mondo esterno. Vietate le visite straniere, chiuso l’aeroporto con l’unica eccezione di un volo da e per la Cina una volta ogni quindici giorni, niente giornali o bollettini radio. Un black out che non lasciava intendere nulla. Il sospetto non avrebbe osato spingersi tanto a fondo e sostenere lo sguardo della vera tragedia che si stava consumando. Poi uscirono i primi racconti di sopravvissuti cambogiani, in fuga dai carcerieri khmer. Diversi intellettuali di sinistra, solidali con la rivoluzione, minimizzarono la portata delle testimonianze, mettendo in guardia l’opinione pubblica circa la loro autenticità. Il dibattito si infiammò. A posteriori è interessante vedere come l’ideologia riuscì a travalicare il buon senso di troppi. Idling dedica non a caso molte pagine alla questione. Potrebbe sembrare semplicissimo, un moto riflesso, accordare fiducia a un profugo uscito da un paese lager, e invece nulla di più complicato. Tra i detrattori scopriamo anche Noam Chomsky, voce dissidente e impegnata, tuttora attivo sulla scena del dibattito interno americano. Ma pure dopo, quando emerse la brutale realtà del genocidio, ci fu chi volle discolparsi dagli errori di valutazione commessi. Sì, il dramma era ormai cosa nota, però sui numeri non si poteva fare affidamento, insomma la portata della vicenda era soggetta ancora a non poche oscillazioni. Come se ciò dovesse influire sul giudizio morale circa i risvolti della politica khmer. 
Lo scrittore è molto abile nel salvare ogni sfumatura caratteriale dei suoi interlocutori e anche il particolare all’apparenza più contraddittorio diviene così elemento di rilievo per una ricognizione complessiva. La Cambogia è il frutto di un contesto, uno scenario storico che vede fortemente destabilizzata quella fetta del continente asiatico. La corruzione interna dilagante, i problemi economici e infine i bombardamenti decisi a tavolino da Nixon e Kissinger, scavalcando il Congresso, per uscire dalla palude vietnamita. L’ascesa dei khmer rossi va collocata entro un tale degrado, in una fase convulsa che portò alla guerra civile prima e alla presa del potere da parte dei comunisti di Pol Pot, alias Saloth Sar, subito dopo. Avviate le collettivizzazioni, sgombrate le città, simbolo del parassitismo e della corruttela dilagante nelle classi più agiate, dal paese non filtrò più nessuna notizia. Solo qualche rapporto ufficiale, proveniente da Phnom Penh, e null’altro. Materiale che affluiva, ad esempio, nella sede della rappresentanza diplomatica della Kampuchea a Berlino Est e che veniva puntualmente rimaneggiato dai suoi impiegati, per renderli più appetibili, più “all’occidentale”. Uno di questi uomini, Someth, sposato alla svedese Marita Wikander, alla chiusura della sede venne richiamato in Cambogia; da quel momento se ne persero le tracce. La Wikander prese poi parte alla spedizione svedese col segreto proposito di rimediare informazioni sul marito, senza riuscirvi. È probabile che quando avvenne il viaggio, fosse già morto, una delle tante vittime dell’S-21, la sede del braccio armato dell’Organizzazione, oggi museo della memoria, dove la polizia segreta seviziava e uccideva i prigionieri. Tra questi si contano anche due cittadini americani, due ragazzi che si erano avventurati sul Mekong in cerca di marijuana, anche loro inghiottiti nel nulla. In seguito si seppe che vennero arrestati e portati all’S-21 con l’accusa di spionaggio. 
Dei quattro membri della delegazione svedese, uno è un nome di rilievo. Si tratta di Jan Myrdal, uomo allora sui cinquant’anni, figlio dei premi Nobel Alva e Gunnar Myrdal. Giornalista, intellettuale di sinistra, il suo resoconto cadde come un macigno nell’opinione pubblica del suo paese. Tutto in Cambogia procedeva al meglio, i khmer avevano attuato un programma efficace per riparare i danni del colonialismo e svincolarsi in via definitiva dalle insidie imperialiste dei loro vicini. Su questo ragionamento poggia la domanda che scuote dall’inizio alla fine il libro di Idling: possibile che non si siano accorti di niente, che i quattro ospiti abbiano coperto più di un migliaio di chilometri attraverso le campagne cambogiane e che nulla del disastro sia trapelato? Malafede, ignoranza colossale o incredibile perizia dei funzionari comunisti? Myrdal aveva l’aggravante della maturità, rispetto ai suoi accompagnatori trentenni. Di sicuro poteva vantare una preparazione più solida e tuttavia nessuna incertezza ha scalfito le sue tesi. 
Si coglie nella cosciente irresolutezza di tali interrogativi un andamento alla Rashmon, secondo cui più si corre dietro alla verità più questa si nega, mostrando mille volti, tanti quanti sono coloro che cercano di dare la loro versione dei fatti. Il fascino di una simile lettura è quasi tutto riconducibile al tentativo di esplorare le zone meno note della mente umana. Al di là del contenuto storico, ammetto di essermi avvicinata al libro principalmente per capire come e se sarebbero arrivate certe risposte. Diciamo pure che l’interesse psicologico ha di gran lunga sovrastato gli altri. L’esito, lo ribadisco, vale lo sforzo di addentrarsi in questo robusto volume. Il fatto che le soluzioni che aspettiamo sfuggano di continuo, mostra per contrasto la sconvolgente ossessione del meccanismo: quando ci si crede lucidi, si è invece spesso distanti dalla realtà. Nel caso cambogiano, inoltre, l’attuarsi della violenza assume un che di distaccato, è un qualcosa che accade certamente per programma politico ma allo stesso tempo si ha la sensazione che buona parte di quanto viene eseguito sia l’estremo effetto di un qualcosa che è fuori dal controllo e dalla volontà dei singoli. Un’agghiacciante computisteria di regime. Impossibile non riandare alla banalità del male della Arendt. 
C’è anche un altro lato selvaggio nella ricerca di Idling, che a mio parere ci riguarda da vicino. E ruota introno alla raccolta di informazioni sul conto di qualcuno. I khmer, questi strani esseri vestiti di nero – anche qui il parallelo con altri estremismi sembra naturale, il nazismo, l’Isis –  venuti dalla giungla, che pure da ragazzi avevano avuto il singolare privilegio di studiare a Parigi – in un paese dove appena duecentocinquanta cambogiani nell’arco di mezzo secolo avevano fruito di quella possibilità – misero in campo uno spionaggio capillare mischiato a forme di superstizione e altri aspetti irrazionali: se un badile si rompeva o l’acqua si scopriva contaminata, era opera della controrivoluzione e il presunto responsabile veniva giustiziato. Del resto, controllare qualcuno implica di per sé un atteggiamento ostile, e diciamolo tradisce un eccesso di difesa: ti controllo perché ho un sospetto o solo perché non mi piaci e voglio crearti dei problemi. Non è raro che un simile atteggiamento sconfini nella paranoia e che l’ingranaggio finisca presto o tardi per mettere in mezzo degli innocenti. Nei regimi succede con esasperata crudeltà. Ma attenzione, siamo noi al riparo da fenomeni di questo tipo? Magari dai più estremi. In ogni modo si percepisce tra le righe del libro un invito a riflettere. Accodarsi a qualcosa che somiglia a un indizio, solo perché esiste nella nostra testa, millantare, confondere, illudersi di ricavare un’idea valida da certi angoli sbrecciati delle vite altrui, perché non si riescono ad avere informazioni di prima mano, è chiaramente un modo di danneggiare e screditare gratuitamente qualcuno. Cose che finiscono per avere ripercussioni sulla società nel suo complesso. In Cambogia, e altrove, le vittime si sono contate a milioni. Nella Babele d’occidente, in preda a crisi d’ansia e rutilanti esternazioni pubblicate sui social network, il pericolo si mostra meno grave, ma non per questo va ignorato.  
Passiamo tre, quattro volte al giorno davanti a un barbone e non lasciamo un’elemosina ma la stessa foto di un poveraccio postata sui magici davanzali dei nostri profili può riscuotere migliaia di consensi. Quando il lavoro di Idling è uscito le cose non avevano ancora preso questa piega, eppure molti dei quesiti che ci poniamo adesso, nelle sue pagine sono affrontati con sorprendente lungimiranza.  

(Di Claudia Ciardi) 


Peter Fröberg Idling,
traduzione di Laura Cangemi,
pp. 344
Iperborea, 2010

7 dicembre 2015

Considerazioni sul Pinocchio illustrato (I)


La copertina originale di Pinocchio nell'edizione Salani, Firenze 1924


Scrivere qualcosa sulla tradizione del Pinocchio illustrato significa entrare in uno di quegli universi paralleli dell’editoria da cui si corre il pericolo di essere inghiottiti senza neanche accorgersene. La ribollente vulcanica enigmatica fiaba qual è la “bambinata” di Collodi, che ha visto la luce nel 1883 e non pensa minimamente a invecchiare, ha tenuto a battesimo un filone altrettanto animato, per non dire tempestoso, di disegni. Che si tratti di tavole, vignette, cornici, questa inaugurata da Enrico Mazzanti, geniale interprete della prima edizione a stampa delle avventure del burattino, si configura come un’abitudine assai longeva, la cui sagoma non si è ancora compiutamente rivelata e sulla cui fronte chissà quanti altri frutti meravigliosi spunteranno.  
Per ciò che riguarda il romanzo di Pinocchio, ma anche qui ci si muove su un terreno mutevole – quanto riduttiva se non inappropriata è l’etichetta di romanzo – le illustrazioni stanno al libro come uno specchio magico; gettano sulle parole un riflesso che ora le assottiglia ora le dilata in maniera spaventosa e ne preserva l’incantesimo. Il dinamismo, quella specie di iperattività che proietta le vicende narrate nella vertigine del ritmo, fino al parossismo, e che per questo le espone anche a un’irrefrenabile angoscia, è l’elemento assorbito da tutti coloro che per motivi diversi hanno reso omaggio al capolavoro collodiano. Si può parlare quindi, senza esagerazione, di vero e proprio travaso emotivo fra testo e interpreti. E in cosa poteva tradursi la velocità che mette in moto la storia, il pepe nella parlantina del bambino-marionetta e le sue fughe ispirate da monelleria, spirito di bravata e paura di affrontare la realtà, se non in una esplosione prismatica di gioia creativa? E intendiamoci, non mi riferisco solo a chi si è cimentato con Pinocchio in un rapporto cosciente di mimesi artistica, provocandolo alla riscrittura o sovrascrittura, ma anche e soprattutto al lettore comune che in apparenza non cova velleità in tal senso, e che pure Collodi sembra istillargli, portandolo inesorabilmente dalla sua parte, dal lato di una fantasia rumorosa e pasticciona le cui pulsioni risvegliano in lui immagini che credeva di non possedere affatto. Frasi del tipo «Bada, Grillaccio del malaugurio! Se mi monta la bizza guai a te!», che vengono dal primo Pinocchio, quello che rifiuta la sua natura di balocco ma quanto al divenire bambino non sa decidersi, oppure «Babbo mio, aiutatemi… perché io muoio», pronunciata sulle soglie dell’ultima metamorfosi, con il compito di avviare la trama al suo scioglimento definitivo, danno la misura della varietà di registri disseminati in un’opera tutt’altro che semplice o dilettantesca. In questa seconda battuta affiora a mio avviso un’eco dell’invocazione di Cristo al padre, che al di là della specificità religiosa, connette la storia, giunta qui a una svolta se vogliamo catartica, con la sfera del sacro. Qui in maniera più scoperta che altrove, essendo tutto il quadro di salvataggio del padre da parte di Pinocchio un episodio assai struggente. Collodi si appella a degli “universali” della storia umana e la sua grandezza sta nel non calarli dall’alto come citazioni colte ma nel tirarli fuori senza parere, quasi venissero per proprio conto, che poi è quel che di solito accade quando uno scrittore si trova in totale sintonia con la sua materia. Del resto, l’infanzia, intesa nella sua qualità filosofica di collettore di simboli, non è per nulla un mondo pacificato. Voltarsi verso il tempo trascorso, misurarsi con la memoria non è cosa che si intraprende a cuor leggero; ogni narrazione, non importa se condivisa o meno con altri, implica un nuovo scendere a patti con la nostra identità, dunque la riscoperta di un universo simbolico nel suo intero, qualcosa che reca in sé un aspetto tangibile. E tuttavia più che un toccarsi è uno sfiorarsi, perché non appena si crede di essere sulle tracce di un’esperienza, i contorni sfuggono, il contenuto si rovescia e diventa di nuovo inafferrabile. Forse il fascino del manichino, delle meravigliose trasformazioni che avvengono nel libro, deriva anche dall’aver saputo riprodurre sulla pelle di una fiaba questo eterno movimento del nostro sé.
Il ceppo dotato di spirito vitale, chiacchierino e dispettoso, continua dunque a vegetare tra i suoi lettori e disegnatori. Alcuni di questi temi sono stati oggetto di una lezione durante la giornata inaugurale del Book festival a Pisa, e siccome ogni toscano che si rispetti, nativo o adottivo, è un collezionista di Pinocchio, quantomeno un suo devoto studioso, il pubblico non ha mancato l’appuntamento; mi è anche capitato qualche tempo dopo di proseguire il discorso con un bancarellaio che porta in giro libri per l’Italia, tra cui rare edizioni illustrate del romanzo di Collodi, e dove io per grazia e per fortuna ho rimediato una copia musicale con illustrazioni a rilievo, stampata da Edicart (Legnano, 2012), un piccolo gioiello nel suo genere. Alla conferenza pisana sono intervenuti Riccardo Greco, responsabile di Vittoria Iguazu Editora, e l’illustratore Fabio Leonardi per presentare il loro accurato lavoro di riedizione dei primi quindici capitoli dell’opera usciti sul «Giornale dei Ragazzi» nel 1881. Fu questa pubblicazione a determinare le vibranti proteste dei giovanissimi lettori che inondarono i tavoli redazionali delle loro letterine con la richiesta che la storia continuasse. E di tale cesura, del rammendo tra una prima e una seconda parte, Pinocchio porta segni evidenti proprio a partire dal suo cromatismo. Fino all’impiccagione del burattino alla quercia grande a prevalere sono i toni del grigio, che rimanda ai resti del focolare, e del bianco, colore della miseria e anche di una abbacinante inflessibilità che incombe sugli eventi, dove non c’è spazio per il perdono; dopo si fa largo un’idea di redenzione veicolata dall’ampliarsi degli sfondi – non più il cosmo chiuso del villaggio intorno a cui tutto era girato in precedenza, ma le pianure, il cielo, il mare e quella strana contrada a metà fra regno della pura immaginazione e porta degli inferi che è il paese dei balocchi. Non è un caso, fa notare Stefano Bartezzaghi nel suo saggio fondamentale su Pinocchio, che la descrizione di questo luogo, o più propriamente non luogo, batta su vocaboli di pertinenza infernale: “pandemonio”, “baccano indiavolato”. Ritmo, disordine e frastuono  rimandano a livello visivo alle rappresentazioni dell’inferno, e anche a quelle diablerie d’uso medievale che pare avessero ispirato più di qualcosa allo stesso Dante, antesignane per certi versi dei moderni mascheramenti carnevaleschi. Ancora una volta, vediamo quanto dettagli che giudichiamo magari superficiali ci mettano in comunicazione con strati molto profondi della nostra cultura. Né viene meno di nuovo il simbolismo cristiano, cui si attinge lo ripeto non in senso stringente, in nome di un’ortodossia da catechesi, ma traendone l’universalità del messaggio di redenzione e salvezza. Il peccato originale di Pinocchio consiste nel suo essere burattino. Per risolvere l’ambiguità che questa condizione comporta dovrà sottoporsi a diverse prove, finché l’anima del giocattolo non entrerà più in conflitto con quella del bambino. Eppure Collodi, desiderando essere all’altezza dei dispetti del suo personaggio, ci rivolge una domanda e ci lascia nel dubbio: alla fine della storia, Pinocchio si impone alla nostra attenzione nelle conquistate sembianze di creatura viva o come balocco? In effetti, del bambino si ignorano le sorti, mentre la marionetta affolla il nostro immaginario e i giochi dei più piccoli. E di più, sebbene nel corso della storia Pinocchio sia dotato di poteri che lo distinguono come non umano – le sue azioni, il modo in cui riesce a cavarsi d’impaccio o, al contrario, la sua propensione soccombente sono indizi chiari di una natura che trascende la realtà – mentre leggiamo capita spesso di dimenticare che si tratti di un burattino. Insomma la sovrapposizione è un’altra delle burle che lo scrittore non lesina al suo pubblico, al punto che il tempo della fiaba e quello delle consuetudini quotidiane si coalizzano in un vortice ora stridente ora indecifrabile, con l’effetto che ogni cosa, in certe situazioni, sembri al suo posto, pur non essendolo. 
A sentire che Fellini aveva in mente un suo Pinocchio per il cinema salvo poi rinunciare al progetto, restai malissimo. La narrazione cinematografica, il grande prisma impazzito su cui il contemporaneo fissa le sue ombre: c’è in ballo la capacità di illustrare un’opera non meno di chi esercita il mestiere di disegnatore. Se poi si tratta di un grande ritrattista, un virtuoso dell’immagine, allora il rammarico è doppio. Mettendo in conto il rischio di farsi prendere sulle scatole, sono cose che in un genio andrebbero sollecitate con impudica insistenza. Parlo di quanti hanno il privilegio nel corso del loro passaggio terreno di incontrare e frequentare delle menti d’eccezione. Non oso figurarmi come le note espressioniste e grottesche di Collodi si sarebbero aperte un varco in un simile estro, una cosa di sicuro da pazzi, tra incantesimo per golem e tarantismo. 
Pinocchio è pure questo, già si è detto. Vive anche, perfino con maggiore intensità, in chi lo incontra senza acchiapparlo. La sua corsa giocosa ne fa un messaggero fugace e impertinente, un’apparizione fantasmagorica che incuriosisce, trascina e respinge. Anche solo restare sulla soglia, affacciarsi per un attimo a quel teatrino da cui il discolo è fuoriuscito, significa subire un fascino, condividerne il destino, avanzare in quel regno del sovvertimento fiabesco che tuttavia si scopre non poi così distante dalle nostre più segrete, e forse anche più vere, inclinazioni.

(Di Claudia Ciardi) 


Un’illustrazione di Pinocchio realizzata da Luigi e Augusta Cavalieri - Salani (Firenze 1924 - ristampa 1939)

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Animali di Esopo e Collodi (all'interno della rubrica Aesopica)

Il mito di Pinocchio (Su «Il tempo e la storia» - Rai.tv) a cura dello storico Luciano Curreri, autore della postfazione Play it again, Pinocchio in Le avventure di Pinocchio, Einaudi 2014

Stefano Bartezzaghi, Il paese senza balocchi (2002), introduzione a Le avventure di Pinocchio, Einaudi 2014

Pinocchio illustrato da Fabio Leonardi (2015) - Vittoria Iguazu Editora

29 novembre 2015

Die goldene Adele



Foto di Maria Altmann - Sullo sfondo il ritratto della zia Adele Bloch-Bauer


“Adele in oro” è il titolo di uno dei più famosi ritratti eseguiti da Gustav Klimt, su incarico di Adele Bloch-Bauer, moglie di un noto industriale ebreo austriaco. L’opera fece molto parlare di sé nel 2006, quando dopo una lunga vertenza legale, la signora Maria Altmann, erede e nipote di Adele, riprese possesso del quadro. In quell’occasione la tela e altre opere klimtiane appartenute ai coniugi Bloch-Bauer passarono dalla galleria del Belvedere agli Stati Uniti, patria adottiva della Altmann dagli anni della seconda guerra mondiale. 
La vicenda è ora tornata alla ribalta grazie al toccante film girato da Simon Curtis, che per il ruolo della protagonista ha scelto la bravissima Helen Mirren. Al di là della trama e dei dettagli che riguardano la realizzazione della pellicola, quanto mi preme sottolineare in queste poche frasi, è l’idea di “spirituale”, anzi volendo essere precisi, quella di appropriazione spirituale nel senso mirabilmente attribuito da Thomas Mann a tale concetto, che esce fuori dal lavoro di Curtis. Dipanare il filo di una memoria è forse uno dei compiti più ardui dal punto di vista cinematografico. Se poi a questa memoria si pretende di dare spessore storico, di collocare ogni suo fotogramma all’intersezione tra individualità narrante e epoca cui si richiama, allora le difficoltà aumentano di molto. In effetti lo sfondo Jugendstil del quadro, diviene una quinta allargata della cosiddetta età dell’oro nella cultura viennese. Un mondo elitario, perfino sfarzoso, alla cui affermazione l’interessamento e il denaro dei raffinati committenti ebrei diede un significativo contributo e forse anche una sua fisiognomica. Tutto questo è reso in modo essenziale, senza sbavature né eccessi retorici. Non ci si sofferma sul pianto per la razzia nazista né narcisisticamente si indugia troppo sulla bellezza di quella stagione, pure indubbia per non dire abbagliante. Questo tempo spazzato via dalla furia della dittatura, e quindi della guerra, emerge in via frammentaria, discontinua, un flashback interrotto singhiozzante, che riflette la fatica della protagonista ad avvicinare il passato causa il nodo emotivo che vi incombe.
Se come dice Giorgio Agamben, riprendendo un celebre assunto benjaminiano, il dramma dell’oggi consiste nell’incomunicabilità dell’esperienza, la Altmann è più che mai anello di congiunzione riluttante, quando non del tutto avverso, tra l’ammutolimento provocato dalla guerra, con le sue irrisarcibili lacerazioni, e un dopo che ha preteso ogni energia perché la vita riprendesse a scorrere nel suo alveo. Due fasi alle quali non si riesce a guardare senza sentirsi braccati, estinti. E così non sorprende che questo volgersi all’indietro avvenga all’insegna di un libro per l’infanzia, la storia di un ragazzo rapito dal vento e trascinato verso una straordinaria avventura, che la Altmann leggeva insieme allo zio, la cui copia gualcita ma salva esce fuori tra gli oggetti della sorella appena deceduta. Una novella echeggiata in quelle stesse stanze della grande casa viennese, dove Adele, creatura fiabesca di malinconica femminilità, sedeva in posa davanti a Klimt, e dove le porte in modo assai simbolico, quasi in ogni ricordo, si aprono per poi richiudersi alle spalle dei protagonisti. Un dentro-fuori che è anche un prima-dopo. Spazio e tempo tendono l’uno all’altro ma non si toccano, non conservano quell’intimità dialogante che di solito appartiene alla memoria, piuttosto emergono a loro volta come quadri staccati, senza cornice, troppo rapidi perché lo sguardo riesca a soffermarsi.    
Non è un caso se il film si apre su Klimt, di cui noi vediamo solo le mani e sentiamo la voce, lenta, calda, in una sala poco illuminata. La sequenza è dominata da toni in seppia, una vecchia fotografia dimenticata in un cassetto. Il pittore è già creatura spirituale, prima emanazione di una sfera quasi mistica, quella dell’arte, cui partecipa anche chi con lui entra in contatto. Perciò anche le altre scene in cui appare Adele sono dominate dai chiaroscuri, a voler definire una presenza che si intravede soltanto. Come se tutto, persino nel momento stesso in cui stava accadendo, non fosse completamente di questo mondo. Dunque non un semplice artificio per marcare la lontananza temporale di quell’incontro di anime ma precisa scelta espressiva per parlare di un qualcosa che travalica il sentire comune. Ed è proprio questo elemento, colto e ravvivato in un’orchestrazione perfetta, grazie anche al tema musicale composto da Hans Zimmer e Martin Phipps, a rendere convincente l’opera di Curtis. Un’appropriazione spirituale, si diceva, che libera la sua carica emotiva in un crescendo ad alta intensità, dall’addio ai genitori – ultima porta che si chiude definitivamente sugli anni spensierati della giovinezza  – fino al ritorno catartico nella vecchia casa dove i volti di familiari e amici si fanno di nuovo incontro alla protagonista, così come li aveva lasciati. Qui il cerchio si chiude, con quel che è andato perduto e quello che si è cercato di recuperare in un mutilo risarcimento postumo. Da alcuni punti di vista, il narrare di Curtis mi ha suggerito le atmosfere e la struggente pacatezza di Il posto delle fragole di Bergman, soprattutto nel commiato della protagonista dai genitori. Pur essendo scene concepite in modo assolutamente diverso, si può dire che una sensibilità di fondo le avvicini, almeno questa è stata la mia impressione. Tra l’altro solo pochi giorni prima, mi era capitato di vedere per la prima volta Kundun, il tributo di Martin Scorsese al Tibet. Devo dire che è stata una piccola fortuna, perché ne ho tratto tutto il fascino sprigionato da un sincretismo di opposti dove spirito e natura si congiungono in quell’unicum annunciato da Mann come piena affermazione dell’umano. E ancora una volta, in modo per l’appunto casuale, ciò mi ha evidenziato una singolare sintonia sentimentale con la storia della Altmann. Attimi di autentica strappati con sempre maggiore difficoltà all’incedere fragoroso del quotidiano e che facciamo fatica pure a riconoscere, qualora qualcuno riesca nell’impresa affatto scontata di raccontarceli. Non mi hanno quindi stupita alcuni commenti piuttosto freddi, che dimostrano l’aver ignorato del tutto lo scavo emotivo compiuto dal regista. Per me un’appropriazione spirituale è quando in autunno all’imbrunire mi capita di passeggiare rasentando il muro dell’orto botanico a Pisa, immersa in un silenzio e una luce irreali, oppure quando la domenica in campagna, a casa dei miei, sento entrare dalla finestra le note imprecise e ripetitive di un violino, e starei ore ad ascoltarlo, o ancora quando a Barcola, sul golfo di Trieste, mi ha sorpresa un temporale. Oppure… ma va bene, non c’entra granché o forse sì. Sono cose che non si possono insegnare; si sentono o non si sentono. Magari basterebbe a volte soffermarsi un po’ di più.

(Di Claudia Ciardi)



Maria Altmann Theme (soundtrack) 

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Klimt a Milano (La mostra di Palazzo Reale organizzata in collaborazione col Belvedere di Vienna)

Gustav Klimt - Secession

21 novembre 2015

L'università del dissenso



Qualche rigo per introdurre l’articolo citato nel mio precedente contributo. Come già detto, l’attualità delle riflessioni di questo pezzo, basta a meritare la loro riproposta. La forma in cui è stato scritto, nove anni or sono, permette al tema di parlare ancora con chiarezza. Il fatto che si prenda spunto da un testo sessantottino ha un valore accidentale; il ragionamento degli studiosi chiamati in causa trova infatti una sua consistenza ben al di là delle fitte retoriche costruite intorno alla protesta. Resta innegabile che un generale ripensamento di certi apparati non sarebbe emerso senza quella sfaccettata sollevazione di coscienze, dove aspetti senz’altro puerili convivevano con una dissidenza più meditata. Ho avuto la fortuna di farmi spiegare il Sessantotto da chi lo aveva vissuto, anche se forse il racconto più sincero è venuto dal mio primo compagno, che da ragazzo organizzò i mercatini rossi nelle periferie della città e passò le nottate a ciclostilare volantini. Si prese qualche manganellata e non fece carriera politica. Quasi tre decenni dopo, quando io l’ho conosciuto, ne parlava all’ombra della sua sterminata biblioteca come un’avventura giovanile, rivendicandone tuttavia il fondamentale contribuito allo svecchiamento del sistema. Di fronte alla mia perplessità, mi ripeteva che qualcosa era stato smosso, qualcosa che oggi, insieme a molto altro, si tende a dare per scontato. 
Anche in queste stesse ore. Mentre sentiamo ripetuto ovunque l’invito a custodire i “valori occidentali”, dimentichiamo che non si tratta di assiomi, ignorando peraltro la lunga e traumatica vicenda della loro conquista, ma anche l’altrettanto turbolenta fase della loro discussione interna ed esterna. Sulle scissioni del nostro tempo, troppo spesso descritto nei termini di una asintomatica variabile, indegna perfino di un manuale di fisica, riporto alcune frasi che Thomas Mann, attaccato in modo pretestuoso da alcuni giornalisti americani, dedicò alla polemica che lo coinvolse nel 1951. Mi sembrano emblematiche di come il confronto democratico, sviato ad arte da personaggi di dubbia caratura morale, ma evidentemente molto comodi quando ci si prepara a una “caccia alle streghe” in pieno stile, corra il rischio di finire in un pantano di irrazionalità dove vengono gettati tutti, tranne quelli che soffiano sul fuoco.
   
«…Mi viene dato del bugiardo solo perché il signor Tillinger crede unicamente alle sue “streghe”. Ho replicato a lui e al «Freeman», e posso contare sul fatto che la stampa riporterà immediatamente la mia risposta. Certo, tutto ciò rimane un’infamia sintomatica, tanto quanto una truce sciocchezza. Rinnegati ex comunisti ed ex spioni sovietici, esperti traditori – senza alcuna eccezione! – si ergono e sono accettati quali paladini della democrazia. Gente incapace di distinguere il nero dal bianco e che, almeno presumibilmente, ritiene i trucchi più primitivi della propaganda comunista migliore moneta della parola di un uomo, d’integrità finora indiscussa; questa è la gente chiamata a difendere la decenza e la libertà. Non sono comunista e non lo sono mai stato. Nemmeno sono suo compagno di viaggio, né potrei mai esserlo, lì dove il viaggio finisce nel totalitarismo. In quest’occasione, però, voglia essere dichiarato che in questo paese, di cui diventare cittadino è stato per me un onore, l’odio per i comunisti – isterico, irrazionale e cieco – rappresenta un pericolo di gran lunga più terribile del comunismo all’interno; si appare in procinto di cadere e di abbandonarsi completamente alla follia persecutrice e al furore persecutorio; tutto questo non solo non potrà condurre a nulla di buono, bensì, se al più presto non si riflette, condurrà al peggio». (Thomas Mann, Io constato…)

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Molte delle argomentazioni qui evidenziate vengono da un vivace libro di storia politica, L’università del dissenso, Einaudi, a cura di Theodore Roszak, dato alle stampe nel clima di protesta del ’68. Distanziandosi dagli entusiasmi gratuiti che quel periodo suscitò e che sono alla base di una sua impolitica mitizzazione, questo volume si configura come un osservatorio attento allo stallo culturale della società statunitense nel decennio che va dai Sessanta ai Settanta, difficoltà ancora insuperata e che, anzi, rappresenta tutt’oggi un elemento di crisi profonda del mondo occidentale.

Vorrei cominciare questa mia riflessione con le parole di Louis Kampf, un professore americano controcorrente che, negli anni ’60-’70, insieme a pochi altri colleghi, mantenne uno sguardo lucido su quello che stava succedendo nel mondo accademico del suo paese, rilevando la pesante compromissione delle sfere più alte della cultura con la crescente aggressività dell’imperialismo statunitense.
«Al congresso dell’anno scorso [si tratta della Modern Language Association] mi sentii quasi sopraffatto dal pensiero del Vietnam. Vedevo, al posto dei miei colleghi accademici, fantasmi di contadini vietnamiti bruciati dal napalm. C’era qualcuno, in tutto il congresso, che se ne preoccupava? C’era qualcuno, fra coloro che in quel momento leggevano le loro comunicazioni, che metteva il suo lavoro in rapporto a questo problema? Qualcuno la cui umanità entrasse a far parte dell’abilità tecnica? A un certo punto mi trovai immerso nella seguente fantasia: se tutti questi 15 mila congressisti, infuriati per la carneficina che sta avvenendo nel Vietnam, decidessero di occupare la Casa Bianca…»
Il sistema americano, bisognoso di reclutare nel minor tempo possibile persone che mostrassero di abbracciare in maniera acritica le ideologie dominanti, aveva cominciato a costruire, con particolare incremento nel secondo dopoguerra, la propria strategia di mercenariato, volto all’accrescimento dei ranghi di un’élite che ratificasse senza sollevare problemi e polemiche di natura sociale e morale, le decisioni governative.
L’allettamento principale, attraverso cui lo Stato si assicurava la collaborazione incondizionata dei soggetti reclutati, erano i soldi. Le continue promesse di carriere, premi, avanzamenti, vacanze, crearono una competizione esasperata tra chi faceva parte o si accingeva a frequentare le roccaforti della cultura americana.
Le aspirazioni carrieristiche dei singoli distolsero sempre più dai reali compiti critici della cultura e distrussero soprattutto i legami tra gli uomini che detenevano un sapere più alto rispetto alla media e che, fino a un certo momento, avevano quantomeno tentato di interpretare i loro rapporti alla luce se non di un attivismo sociale, almeno di un’idea di impegno morale nei confronti della collettività.
I legami all’interno dei componenti della classe dirigente e dei corpi accademici vennero destinati al mantenimento di vuoti formalismi e apparenze, ai quali i singoli mostravano di adempiere entusiasticamente, ancora una volta per trarre ulteriori vantaggi personali. In questo rincorrersi di egoistiche aspettative, l’impegno culturale militante andava a farsi benedire, le facoltà scientifiche conoscevano tempi d’oro grazie a lauti finanziamenti, perché da quelle ci si attendeva l’innovazione, soprattutto a livello di tecnologie belliche, che avrebbero guidato alla conquista del mondo e portato prosperità al paese, mentre gli umanisti alloggiavano in soffitta.
Ci si doveva assicurare che non venissero fuori dei novelli philosophes che tanto avevano insistito sulla militanza delle lettere; era necessario che queste discipline fossero relegate in uno spazio estetizzante, poco visibile, ma ben lustro e accogliente, quanto bastava per tenere mansueti i suoi abitatori. 
Gli allettamenti monetari hanno funzionato davvero bene in questa prospettiva. Louis Kampf rilevava come l’evanescenza del mondo accademico, comprato dai vertici dello Stato, costituiva un’enorme problema politico, dal momento che la cultura rinunciava così ad una necessaria dimensione di indipendenza e al proprio compito di discussione critica dei problemi della società.
Theodore Roszak, nome importante della retroguardia accademica americana, si è soffermato sul fenomeno della ricerca, di come questa, ripiegata su se stessa e svuotata di molte finalità concrete, aveva prodotto splendidi risultati specialistici, destinati ad arricchire molte scaffalature di biblioteche. Ma sulla validità delle tante compilazioni c’era molto da dire. Quante servivano a tenere i singoli inchiodati alle sedie dei loro studi, impegnati in cose che irrimediabilmente li avrebbero distolti dalla realtà effettuale? 
Ora, è lecito avere opinioni diverse sulla ricerca, e io personalmente che sono onnivora di letture non ho difficoltà a ammettere che a un certo punto un qualche studioso, per elaborare la propria teoria, avrà bisogno di ripescare precedenti lavori che si pensavano avviati a un definitivo anonimato. La relatività einsteiniana, per fare solo un esempio, è nata così. Ma la questione che pongono Kampf e Roszak riguarda l’urgenza morale di un risveglio dal torpore in cui abbiamo sprofondato la ricaduta concreta del nostro sapere (e dunque saper fare!), visto che molte delle problematiche dell’università americana sollevate 30-40 anni fa, restano ancora insolute.
Mi riferisco ad esempio allo scandalo che si consuma attorno alle lettere. A che serve lo studio della letteratura, se non si trae dai suoi testi un insegnamento morale e non lo si trasmette alla collettività? La funzione degli studi umanistici pare arrestarsi al compito di far apparire un po’ meno rozzi gli uomini di scienza, in generale riducendosi a corollario di qualcos’altro. Che le università siano diventate in molti casi l’incubatore di una vacuità culturale e, per conseguenza, professionale è un triste dato oggettivo. La crisi dell’occupazione viene soprattutto da una debolezza estrema, per così dire dialettica, del sistema scolastico. 
Si è senza dubbio registrata negli ultimi anni una preoccupante acutizzazione dei processi di svendita culturale, e si è incrementata la rinuncia a formare persone consapevoli e dotate di una coscienza critica. Mi pare quindi che gli appelli dei due intellettuali citati siano, a oggi, disattesi.
Quando si rinuncia alla cultura e all’insegnamento morale che racchiude, quando non ci si sofferma più a analizzare i fenomeni e si perde contatto con gli strumenti che a ciò servono, si butta via la possibilità di criticare le nostre stesse azioni.
Ed è per questo, forse, che abbiamo una quantità elevatissima di studi sui danni della deforestazione, ma stiamo cancellando dalla faccia della terra le foreste primarie, come in Camerun e in Borneo. E gli studenti non bloccano le lezioni per parlare insieme ai professori delle stragi del Libano, della guerra in Iraq o del pericolo terrorista, ma pensano a quanti crediti stanno accumulando con i corsi e gli esami.
Si svegli chi può!

(Di Claudia Ciardi – agosto 2006)

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Erika Mann - The lights go down (Wenn die Lichter ausgehen)

Un caffè con Weber

17 novembre 2015

Un caffè con Weber


Vincent van Gogh, Vecchio seduto, (1890) olio su tela, Otterlo, Kroller-Muller Museum

Era il 2006, un anno importante sul piano personale, per alcuni incontri che si materializzarono nella mia vita, quasi fossero stati preparati e rafforzati da certe letture in cui mi addentrai allora in circostanze assolutamente casuali. Mi riferisco alla saggistica antropologica e alla poesia americana. L’antropologia innescò un lento processo di apertura verso l’esterno, cosa che l’esperienza universitaria aveva offerto in dosi carentissime, e inaugurò una fase di rimozione di quelli che nella sfera culturale si potrebbero definire freni inibitori. Espressione questa che forse suscita qualche perplessità, ma non saprei trovarne una più appropriata ripensando dopo tanto tempo come la pluriennale ligia attenzione da parte mia a programmi e studi troppo poco discussi nel divenire delle cose, avessero stemperato una certa vivacità critica, o meglio, l’avessero messa al bando sul nascere. E qui ebbe inizio anche una singolare rottura, che purtroppo non trovò altro sbocco se non in una definitiva presa di distanza. Il chiuso delle aule aveva un volto piuttosto compiaciuto, non vi era alcuna drammatizzazione al riguardo, il corpo accademico rattrappiva ingessato e contrapposto da presunte distrofie ideologiche o da semplice disinteresse verso un progetto comune. Siccome l’obiezione sarebbe riuscita a manifestarsi solo dopo aver intrapreso dei giri molto larghi e sempre trascinandosi dietro lo spettro del fraintendimento, fu abbastanza naturale arretrare. Chiaramente nella totale indifferenza, ci sarebbe stato da sorprendersi del contrario. 
In parallelo, la poesia americana che cominciai a divorare allora, da Ezra Pound a Lawrence Ferlinghetti, gustati in piena beatitudine, nel rigetto istintivo di biografi e commentatori, mi aiutò a traghettare l’ormai appesantito bagaglio dei classici verso altre direzioni. Si può dire che sul piano letterario avvenne ciò che aveva insidiato, ribaltandolo, il mio sguardo sulla realtà. Era bastato entrare in una stanza e aprire una finestra per respirare un po’ d’aria fresca, gesti in apparenza banali ma non così tanto se qualcuno con una scusa o con un’altra ci tiene lontano dalla porta. L’ingenuità in cui mi dibattevo era tuttavia colossale. Non si tocca un personaggio ingombrante come Pound, pensando di campare solo dei suoi versi. Quello che io davo per scontato, non lo era per altri. Mi trascinai mio malgrado in una strana situazione, dove un interesse del tutto spontaneo per un poeta veniva stiracchiato e quindi platealmente tradito. Bisognava intanto capire chi fosse costei che parlava del poeta fascista. Una simpatizzante o un’innocua da palleggiare perché una bandiera fosse portata davanti a un’altra? Due aspetti che avrebbero potuto tranquillamente coesistere, sulla cui convivenza si faceva anzi un grande affidamento. Il bello però doveva ancora venire. La questione ebraica. Nel dubbio che fossi un’antisemita, l’indagine proseguì. Perché avevo frequentazioni tedesche, pur non facendo parte di nessun empireo universitario, a che titolo soggiornavo in Germania, non avendo una borsa di studio né figurando il mio nome in nessuna zona franca nepotista? Credo di aver fatto un pieno di luoghi comuni come mai in nessun’altra stagione della mia vita. Per fortuna, quando questo controllo kafkiano mostrò il suo profilo dozzinale e abborracciato, i doni della poesia si erano già consolidati in me, e la seccatura in cui ero incappata non li poté disperdere. Fu come se stessi guadando un fiume in piena notte. Mentre qualcuno aspettava nel punto in cui mi ero immersa, pensando che sarei presto tornata indietro, i miei piedi poggiavano già su un fondale sicuro. E non se ne parlò più, com’era prevedibile, com’è sempre quando le cose cominciano mancando di autenticità, e su una forzatura così evidente pretenderebbero di accampare anche qualche diritto. 
Estate di nove anni fa, dunque. Con l’insospettabile immediatezza di un’alchimia tutto bruciò in me a una velocità vertiginosa. A un tale processo contribuì molto l’amicizia e il dialogo con una cerchia bizzarra e tutto sommato eterogenea per età e inclinazioni che mi spronò a andare fino in fondo a quel ripensamento. La rivolta interiore insomma abbracciò felicemente i suoi complici. 
Ma c’è un episodio che ricordo in particolare, fra le lunghe chiacchierate dell’anno in cui meglio mi sono conosciuta. Avvenne con uno studente fuori corso, ignoro chi me l’avesse presentato né come ci ritrovammo soli a un tavolino a parlare e parlare. Passarono due ore forse più e sembrava che ci fossimo appena seduti. A un tratto, confessò: «Io comunque mollo, ho bisogno di un lavoro. Non so neppure se lo troverò. Con questa roba non vado da nessuna parte. Qui siamo rimasti a Weber, te lo propinano come una Bibbia, e dopo sembra che non sia esistito altro. Siamo fermi al primo dopoguerra, quando va bene».
Fu una dichiarazione d’intenti abbastanza brusca e diceva tutto. Era anche molto più avanti di me. Se io avevo un’insofferenza generica verso alcune forme della ritualità accademica che mi sembravano indisponibili alla comunicazione e all’incontro, lui si era posto il problema di un’utilità reale, una ricaduta concreta di quello che era materia di studio. Fino a allora non avevo pensato di mettere in discussione, diciamo così, la sostanza del modello. Pur espressa in modo un po’ approssimato, la sua indignazione fotografava la comunità studentesca, nel suo intero o quasi, come un recipiente cui era destinato molto poco di quello che si sarebbe dovuto sapere, e quel poco era esposto a diverse storture se non proprio stravolto. Per lui, l’aver avuto coscienza di una cosa simile, bastava e avanzava a farlo desistere dal proseguire.
Qualche settimana dopo scrissi un articolo su questi temi, un articolo asciutto, direi maturo, che tuttora rivendica a pieno titolo l’attualità dell’argomento sollevato davanti a quel caffè, senza rivelare direi nessuna giovanile sfasatura, o se anche fosse, la si percepisce molto in sordina. Ecco perché mi sorprende non poco chi mi legge adesso, quando inciampando in qualcosa che magari non gradisce su basi ideologiche, sposta il proprio fastidio su una mia presunta attitudine a imbarcarmi, a soggiacere a aspetti un po’ troppo ruvidi per una personalità femminile, a invischiarmi nella polemica – molto poco femminile anche questo – tutte cose che, volendo essere obiettivi, si sono sempre date, fin da quando ho cominciato a scrivere, e non mi pare abbiano corroborato nulla di eccessivamente indigesto.
Alcuni, quando leggono qualcosa senza aver prima allentato i lacci che legano la loro sensibilità, pregiudizi che condizionano irrimediabilmente il loro rapporto con l’altro, di cui credono di conoscere il carattere, tendono a scambiare un atteggiamento critico per una morbosa assiduità nel non essere in pace con se stessi. Quando dicono “arrabbiato” intendono “poverino”, mentre la rabbia è un sentimento pure molto nobile, quando è ragionato rifiuto di cose ingiuste e superficiali che attentano a un dibattito, al confronto di posizioni differenti, estromesse per impedirne l’integrazione, e non ha perciò nulla a che spartire con il pregiudizio borghese.   
E vengo a quanto ha sorretto fin qui il mio ragionare. L’incomunicabilità. Le lacerazioni che attraversano il nostro mondo, quello in cui comprensibilmente rivendichiamo di voler stare tranquilli, un mondo che nulla potrà impedire vada nella direzione della pace, della cultura e della convivenza proficua tra esseri umani, non solo in occidente ma ovunque, le tragedie che scuotono quelle che un attimo prima pensavamo fossero per noi delle indiscutibili certezze, uscire, incontrarsi, visitare un museo, sono figlie di una incomunicabilità di fondo. Siamo divisi, violentemente contrapposti anche a casa nostra. Il divario sociale scava solchi spaventosi. Disoccupazione, sacche di esclusi, diseredati, gente per cui l’opportunità di un riscatto dovrebbe essere contemplata al pari di coloro che quell’opportunità riescono a coglierla assai precocemente nella propria vita. Non possiamo ignorare che tutto questo ci indebolisca e ci esponga. La scuola, l’università devono essere strutture formative vere, comunità condivise e frequentate dai cittadini, anche dopo che il ciclo di studi di ognuno si sia concluso. Io vedo, invece, un occidente sempre più frantumato, colmo di livore, di deliri revanscisti degli uni contro gli altri, in preda a falsi ideologismi, a atteggiamenti di sconvolgente incongruenza qualsiasi siano i problemi che ci pungolano a cercare delle soluzioni. È chiaramente una guerra, strisciante, brutale come solo una guerra può esserlo, una rappresentazione bellica in astratto, perché si annida in una mentalità, quella occidentale odierna, che non vuole riconoscersi anche nelle sue debolezze. Non ci sarebbe nulla di male, anzi, ne usciremmo rafforzati. E il terrore non troverebbe più dove ingaggiare la propria battaglia.

(Di Claudia Ciardi)

9 novembre 2015

Taboga





Numeri, statistiche, salterii. Un essere sta a un formulario come un fiume al deserto. Vite cifrate, e questo è tutto. Computisteria del linguaggio, dozzinale classificazione di un carattere e di una psiche: l’arrabbiato, il nevrotico, il subdolo, l’arrogante, il candido, l’edipico, il faustiano, il narciso. Declinabili anche al femminile, ovvio, tendenti a una casistica infinita. Reclinabili in oggetti, collocati in non meno intasate circostanze. L’essere cosa, la più fine scoperta dei tempi. Specchi buoni o cattivi, muti o parlanti, con matrigna o senza, commerci e denari, ipoteche, saldi di fine stagione, svendite, aste, voglie inconfessate, erotismi confusi o stancamente estrusi. Ingenuità affacciata sul mercato, una piazza di barattieri, molte voci nessuna opinione. Oliato esercizio dell’imbroglio, moto di rapina. Il contabile? In fondo al corridoio, ultima porta. Annota le paranoie altrui, sbocconcellando frasi, la pietra pomice gli sbatte tra medio e anulare, scartavetra ipotetiche di un possibile abbastanza irreale mentre sull’indice tiene attaccati i duali e scompone i triviali. Andamento runico o latino classico? Agrammatismo. Gran brutto segno, qui si rasenta la nevrosi. 
Che esistesse anche questo mestiere di scodellatori della parola, inzuppata nei raggiri lessicali, benedetta dall’analista testamentario, proprio non lo potevo immaginare. Da qualche parte si taglia e cuce una lingua per ottenere un profilo criminale. Perché l’osservatore annota solo il difetto, tutto quel che stona è incriminato, e il capo d’accusa segue a ruota. Se malauguratamente un disturbo non si trova, il vizioso non potrà certo rischiare se stesso. No davvero, bisogna che inventi qualcosa, che provveda alla malalingua computazionale. Annaffierà ogni interlinea col sospetto, stravolgerà il senso seminando cretinerie in toni e semitoni purché l’impianto accusatorio non sia compromesso.  Potere del pregiudizio, quanti alleati. 
Di anno in anno soccombenti alle medesime affezioni, loro i dottori dell’alter ego, non riescono a guarire. A testa in giù dentro i gironi a cui sono assegnati, così alacri nell’andare incontro ai peccatori, che qualcuno gli ha ordinato di redimere, da essere prevedibili. È triste constatare gli umani limiti ma pur sempre umano. Alla rivelazione della stupidità, invece, non c’è verso di rassegnarsi. Ci si sente anzi gettati nello sconforto. Ciò da cui è tratto un singolare giovamento, necessario perché l’istinto di sopravvivenza si mantenga in posizione eretta, quella volontà di ognuno che tende alla realizzazione ed è appesa a un filo assai sottile, la fiducia nelle capacità degli altri, subisce un danno. In alcuni casi anche irreparabile.
Non è un contraccolpo da poco. Potrebbe sopraggiungere anche la morte per asfissia. Sforzi e aspettative scialacquati in qualche frazione di secondo. Ma come si è arrivati a tanto? E più temibile ancora, il carattere violento della stupidità affatto nuova a simili svolte. C’è nel guardare da un angolo ottuso un’assurda propensione a fare del male, a agire con protervia, a sovvertire i significati, elemento comune all’imbalsamatore di lingue appena raccontato. Il vivere sospettando genera altro sospetto, ma sempre più esteso, incallito e di volta in volta più offuscato in rapporto a una sana percezione delle cose. Gli addendi e le proporzioni sono gradualmente stravolti, scambiati. Già, perché lo stolto, soffermandosi poco e niente, si chiama fuori dalla realtà, e questo scarsissimo grado di coinvolgimento lo induce a passar sopra, a perpetrare la sostituzione senza il minimo rimorso. 
Tra formule pasticci raggiri legalmente imbanditi, mentre si prende atto dell’assurdo con leggerezza, scherzandoci sopra come una tollerabile devianza, un impiccio di cui liberarsi con un’alzata di spalle, ecco sopraggiungere il colpo. L’irruzione è tanto repentina quanto efficace. Piomba su una resistenza ormai sviata, per meglio dire spirituale, nel senso del suo quasi totale distacco dalle vicende terrene; del resto, una tale iniziativa non verrebbe mai presa se non si andasse sul sicuro. 
L’urna è rovesciata, l’alveare staccato dal ramo, preso a calci. Ognuno, come ape operosa, fino a un attimo prima se ne stava chiuso nel suo nido sigillato di cera. Un buco confortevole e caldo bastante a tenere il mondo a distanza. Fuori il lavoro – perché a un’ape il lavoro non manca – e dentro la pace domestica. Poi d’un tratto, che gran brutta corrente d’aria! Da dove viene, cosa annuncia? 
Il cifrario è stato cambiato, nulla sarà più come prima. Nuovi ordini, tutto da rifare. 
Il contabile ora è in ambasce. Altro che qualche sbellicamento di parole, qui non si sa più dove guardare. Ma l’imbecillità essendo entrata ovunque nell’alveare, s’illuderà che ogni cosa sia rimasta al suo posto, come nulla fosse. E senza renderci conto di essere stati scaraventati giù, talmente in basso da non capire neanche dove siamo, penseremo di vivere ancora appesi a un ramo dove niente e nessuno verrà a disturbare. E di tutto si farà una giostra. Provino i signori lo scivolo più alto mai costruito. Mentre la musica stempera la paura del salto, intorno la folla preme per avere un biglietto.


(Di Claudia Ciardi)



* Insieme ai due qui pubblicati, Risus abundat! e Guglielmo II e la tenzone dei coboldi, questo pezzo fa parte di una galleria di prose di andamento polemista e totemico, un’irregolare riflessione sul vivere, liberamente ispirata a Einbahnstraße di Walter Benjamin. 

3 novembre 2015

Igort - Quaderni ucraini






L’opera di Igort, disegnatore nato a Cagliari cinquantasette anni fa e bolognese di adozione, è stata per me una delle più interessanti scoperte narrative sulla vicenda ucraina. In generale direi che è finora una della più belle graphic novel che mi sia capitato di leggere. Un volume denso che ripercorre le principali e strazianti tappe della storia del paese, dalle collettivizzazioni staliniane, passando per l’invasione nazista e l’inquinamento radioattivo, a oggi. Un paese povero difficile, poco amato dai suoi amministratori, troppo spesso corrotti quando non spudoratamente collusi con la criminalità locale. Patria perciò di disagio, divario, scissioni, violenze, drammi. Luogo destinato a oscillare tra la farsa delle “rivoluzioni colorate” e i carri armati russi. Nel febbraio 2014 abbiamo visto com’è finita a piazza Majdan. Un massacro consumato tra un’opinione pubblica cosiddetta europeista che se ne sbatteva dei fremiti fascisteggianti di Kiev – come dire, va bene tutto, purché sia muro contro muro con la Russia – e dall’altra parte gli entourages sovietici sempre più determinati a trasformare la questione ucraina in una prova di forza. Intanto la crisi economica si è aggravata. Sempre nel 2014 i razionamenti dell’energia elettrica hanno comportato il ritorno all’utilizzo del carbone e della legna anche in città, con un conseguente aumento dei prezzi di questi materiali. Nella sua appendice Igort dedica una tavola più che eloquente alle foreste della steppa, minacciate dall’assalto al legname da parte di bisognosi e trafficanti.
Quanto a me, per tutto il periodo delle medie, associai l’Ucraina al mio manuale di tecnica. E più precisamente a una pagina di quel manuale che descriveva l’incidente di Černobyl’. Una striminzita cronologia sulle fasi del disastro, descritto ora per ora, da cui trapelava una crescente concitazione via via che la cosa scivolava di mano agli addetti. Insomma, nell’adolescenza l’Ucraina fu per me nient’altro che un incubo nucleare, rafforzato dalla presenza dei bambini contaminati ospiti di alcune colonie marine. L’Holodomor non sapevo neppure cosa fosse. La prima volta che ho sentito questa parola, prima ancora di capire a cosa si riferisse, ricordo di averla percepita in tutta la sua negatività; era a causa delle sillabe, come dire, mi suonava male. In genere succede così, i suoni mi influenzano, anche dopo averli riportati al loro significato. Qualora una spiegazione venga in soccorso e attenui l’effetto negativo, e non è certo questo il caso, la mia sensibilità si converte a fatica.
Holodomor, suono scuro, pesante, una di quelle parole che ti battono in testa fredde come il ferro. Dal ’31 al ’33 l’Ucraina, la regione del Kuban’, il Kazakistan sono falcidiati dalla carestia. Le vittime vengono stimate tra i 4 e i 7 milioni. Ci si liberava dei corpi scaricandoli in fosse comuni. Venivano issati a gruppi di venti sui carri, come si faceva durante le epidemie. Qualcuno, ancora vivo, si divincolava in mezzo alla catasta, troppo debole per liberarsi. I monatti ucraini arrivavano di notte, nei villaggi, un giro silenzioso, affrettato, con cui si cercava di occultare l’orrore. Questa la conseguenza degli espropri stalinisti. Un autentico genocidio che Igort evoca con struggenti litanie di volti disegnati a carboncino, fantasmi in giacca e colbacco, in fila con una valigia in mano, avviati alla deportazione. E poi le isbe, le fattorie abbandonate, corpi rantolanti di fronte a un focolare vuoto.
L’Ucraina è stata per la Russia ciò che l’Egitto fu per Roma: un immenso granaio, la dispensa dell’impero. Sotto Stalin venne avviato un programma a marce forzate teso a sostenere l’industrializzazione sovietica; i prodotti agricoli, principalmente il grano, furono prelevati per la quasi totalità dai commissari incaricati. Con un impatto devastante sull’economia e sui secolari equilibri di quel mondo. Annientata la proprietà, spazzate via in un soffio le relazioni che ruotavano attorno a questa. I funzionari furono così cinicamente zelanti nell’attuare il piano che lo stesso Stalin ebbe a lamentarsene. Tardi comunque e con lacrime di coccodrillo. Più che altro gli bruciava la consapevolezza che l’Ucraina sarebbe stata da allora in poi refrattaria al sentimentalismo russofilo. Solita cecità della politica di regime. Pretendere tutto e subito, bruciare le tappe a qualsiasi prezzo, fosse anche l’autodistruzione. Quello ucraino è un popolo paziente, avvezzo alla fatica, al sacrificio. Come in ogni società contadina, il carattere è dato dalle lunghe attese cui abitua la natura. Sfiancarlo, svilirlo, perseguitarlo è stato un errore colossale, irrimediabile. Un vulnus che resta lì, aperto, talmente sconcio da far rabbrividire. E anche ora la Russia, anziché assecondare l’indole di questo popolo, slavo di cultura, dunque vicino, più che mai vicino – impossibile non capirsi tra vicini, se non per una reciproca voluta sconsideratezza – insiste sulla strada dello scontro aperto, perfino del terrore. 
La terra, dunque. Questa sconfinata bellezza ucraina. Oggi i giovani non la vedono come una risorsa. È semmai qualcosa che suscita apprensione. Inurbamento e fine violenta di un microcosmo tradizionale, antico, cosparso di una grazia originaria. Morte pasoliniana di un mondo arcaico. Come è stato per il nostro meridione e per ogni collettività trascinata nel livellamento capitalista. Con l’aggravante del nazismo e dei soviet; proprio il caso di dire che gli ucraini hanno sperimentato tutte le “opzioni” politiche. E i segni sulla loro pelle sono ben visibili.
Igort, punta la sua matita sulla leva biografica. Nel libro si alterna una galleria di ritratti, visi di anziani con una storia familiare sconvolgente alle spalle e davanti a loro. Perché sempre ci sono i figli, perduti allo stesso modo e forse anche peggio in questo Holodomor permanente, una carestia della storia, una vacatio di potere e progettualità politica che dura da troppo tempo. Holodomor, parola grave, di timbro cupo che suona ancora più triste quando si apprende che neppure sul riconoscimento della carestia come crimine contro l’umanità gli Stati sovrani sono riusciti a pronunciarsi in modo unanime. Fra i sottoscrittori pesano le assenze di Cina, Russia, Francia, Inghilterra e Germania, per citare le più vistose. 
Molti sentimenti scuotono le pagine di questo reportage. Tutto ruota attorno a un’umanità gentile ma annichilita, rassegnata, ormai chiusa in se stessa, per aver visto oltre ciò che è umanamente sopportabile. E tutto torna sempre alla terra, eterno ciclo degli eventi. Quella campagna generosa ma anche estremamente desolata che Igort inserisce come un fondale ritmico nel suo racconto. Un personaggio silenzioso eppure potente che entra dappertutto, vero specchio dell’anima ucraina, radice della sua identità e resistenza.

(Di Claudia Ciardi) 


Igort – Quaderni ucraini. Le radici del conflitto.
Un reportage disegnato,
Coconino Press, 2010 (2014)






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25 ottobre 2015

Intervista a Simone Oggionni


Se le luci della Plaka o dentro il palazzo del parlamento la sera del referendum fossero state spente, il mondo avrebbe forse stabilito che la crisi in Grecia c’è davvero. Un’immagine paradossale ma neppure così tanto quando viene accostata a molte delle analisi fatte circolare nelle settimane in cui si è sfiorata la rottura coi vertici europei. A quanto sembra per credere completamente a qualcosa si ha bisogno di segni tangibili. Il che è per certi versi anche lecito, se vogliamo, senza dimenticare però che ormai neppure l’eccesso di rappresentazione, quando c’è, serve a convertire la sensibilità di chi osserva. Non sono bastate le immagini di corpi straziati in ogni parte del mondo per frenare la proliferazione delle armi e il relativo giro di affari che comporta, spesso alquanto oscuro.
E qui si pone anche una questione sulla cultura del nostro tempo. Come i segni di denuncia sarebbero potuti arrivare da un’informazione che per la gran parte esplora un avvenimento da un’unica prospettiva? L’unilateralità del racconto tende a consegnarlo alla catastrofe o alla frivolezza. I fatti della vita umana però sono qualcosa di ben più complesso. Vi sono frivolezze che generano catastrofi e viceversa; a volte dinanzi alla più grande tragedia l’uomo riprende le proprie abitudini con scioccante normalità. Eppure anche un atteggiamento di distacco estremo può essere dettato da altro. In mezzo c’è una gamma di problemi che nel quotidiano frastuono in cui scorrono le notizie emerge di rado.   
Insomma, per tornare all’inizio del ragionamento, il debito greco non viene dalla bolletta dell’elettricità. Se nei mercati i generi alimentari non mancano, ciò non vuol dire che tutta la popolazione abbia in tasca i soldi per comprarseli. Nel frattempo sarà bene ricordare che non poche attività hanno chiuso i battenti e numerosi cittadini si sono rivolti ai servizi assistenziali. L’idea del greco sprecone e godereccio, trionfando con iperbolica cattiveria su una copertina nostrana dove Tsipras e Varoufakis ridevano vestiti da pagliacci, è stata il fulcro di una campagna denigratoria molto pesante. Negli ultimi mesi l'unione europea, che non è chiaramente unione politica, ha mostrato la preoccupante propensione a una conflittualità difficile da assorbire senza conseguenze. Quanto era lontano a luglio il corteo dei capi di Stato che appena sei mesi prima sfilava a Parigi contro il terrorismo. Le smagliature del progetto si sono scaricate nel recupero di stereotipi nazionali che si credevano dimenticati. Il nord con la sua disciplina di ferro bacchetta con ossessività crescente un sud corrotto, troppo vicino a quel mondo arabo instabile e pericoloso, da cui si teme possa essere contaminato e col quale condividerebbe più di un difetto. I paesi dell’est costituiscono un fronte più o meno omogeneo nel rifiutare le politiche di accoglienza. La Russia infine è la pietra dello scandalo che divide tutti e impedisce il delinearsi di una politica estera comune. La nave imbarca acqua. Il confronto serrato tra Grecia e Germania ha esasperato una polarizzazione che non si è mai risolta e nasce evidentemente da un equivoco sul quale l’unione è fondata: l’Europa a trazione tedesca. Che la Germania orientasse e dettasse il ritmo alle politiche continentali, poteva anche starci. Il problema è che i tedeschi questo ruolo non vogliono e non sanno interpretarlo come ci si aspetterebbe. La leadership nordica si ferma alla rendicontazione economica. Quel che conviene va incentivato, ciò che costituisce una perdita va scaricato. Desolatamente matematico quanto insussistente sul piano politico. Ma aggiungerei anche sul piano della stessa economia. Non esiste impresa senza la disponibilità ad accollarsi dei rischi o che non voglia reinvestire una parte dei profitti per sostenere al meglio l’attività, specie nei momenti di maretta. 
Con la Grecia, a causa di simili miopie protratte nel tempo e che purtroppo perdurano, si è sfiorata la rottura. Gli Stati Uniti hanno giocato un imbarazzante ruolo di mediazione, rintuzzando il delirio dottrinale a marchio Schäuble. Qui le cose si possono vedere da due punti di vista diversi. Ringraziando gli Stati Uniti, ed è la cosa a mio parere più logica, per aver guidato verso l’uscita dall’impasse – dando alla Germania e ai partner continentali la piena dimostrazione dell’immaturità a prendere in mano le proprie sorti, con misera figura degli stessi. Ma ci si potrebbe anche rammaricare che la Germania non abbia completato l’opera, costringendo la Grecia alla resa fuori dall’euro. Il che avrebbe sollevato chiaramente quei dubbi sullo stato di salute del progetto europeo che al momento restano sul tavolo ma che nessuno ha il coraggio di impugnare, proprio perché manca quello che si potrebbe definire un “clamoroso precedente”. Tuttavia l’uscita della Grecia dall’euro va detto che avrebbe aperto uno scenario con ricadute incontrollabili su una popolazione già molto provata. Chi si sarebbe assunto questa responsabilità? È pur vero che il popolo greco non viene garantito dal terzo salvataggio andato in porto nelle scorse settimane - ed ecco che torniamo alla metafora navale ma la nave resta ancora senza pilota. Il nodo della vicenda, anziché essere sciolto, rischia di ingarbugliarsi ulteriormente.           
In mancanza di un laboratorio politico serio, sarà difficile uscire dall’emergenza. Tanto più che quella greca è solo una delle molteplici crisi che l’Europa si trova a fronteggiare. Stigmatizzare i tentativi di progettualità politica a livello nazionale, e quindi comunitario, è frutto di un livellamento pericoloso che vede l’attività governativa come un semplice strumento da cavalcare sulla stretta e scomoda mulattiera dell’Ordoliberalismus.  
Se schierarsi pro finanza si trasforma in un atto devozionale verso certi apparati fino a divenire il discutibilissimo passepartout per una carriera, se insolvenza diviene sinonimo di insubordinazione, se invocare il coinvolgimento reale dei cittadini nelle politiche che influiscono sulle loro vite è sinonimo di populismo, allora ci sono molte cose da rivedere.  
Di tutto questo parliamo con Simone Oggionni, classe ’84, membro indipendente del coordinamento nazionale di Sinistra ecologia e libertà, fondatore di «Esse», cantiere vivace e poliedrico dedicato alla discussione di grandi temi che attraversano l’attualità. Oggionni gestisce inoltre un blog in proprio, «Reblab», e uno spazio sull’«Huffington Post». Per Mimesis edizioni ha appena dato alle stampe il libro Manifesto per la sinistra e l’umanesimo sociale, steso con Paolo Ercolani, insegnante di filosofia all’Università di Urbino e giornalista. Si rimanda alla scheda della pubblicazione dove è anche possibile richiedere questo lavoro.
Per quanto riguarda la Grecia invito a rileggere il mio intervento Nostri greci d’oriente, in cui si sono commentati a caldo gli sviluppi della crisi in seguito alla firma dell’accordo di luglio da parte del governo Tsipras. Più avanti, sempre su questo blog, parleremo del numero 7 di «Limes», volume di grande interesse che dà uno spaccato del confronto fra Grecia e Germania, nella proiezione globale dei rapporti di forza USA-Russia.






Per screditare la Grecia e svuotarla del proprio rilievo geopolitico, soprattutto nel momento in cui la trattativa con i vertici UE si faceva più dura, è stata messa in circolazione la storiella di un paese corrotto, piccolo, allo sbando. Un’appendice traghettata per caso nell’Unione europea e di cui sbarazzarsi senza troppo clamore. Ma la storia non ha tardato a respingere al mittente il ridicolo di queste narrazioni. Primo, l’estensione costiera della Grecia e le risorse energetiche dell’Egeo. Secondo, la sua posizione geografica che ne fa una doppia porta tra Medio Oriente e Balcani (e nell’attuale emergenza legata ai profughi vediamo come ricopra un ruolo assolutamente centrale). Terzo, conseguenza della collocazione geografica, un paese che da sempre condivide le sorti occidentali e al contempo dialogante con l’est. La Grecia si candida più che mai a divenire ago della bilancia nelle prossime crisi. I problemi, come spesso accade, possono anche trasformarsi in opportunità. Nonostante gli attacchi alla sovranità nazionale imposti dall'eurocentrismo monetario, saprà la Grecia raccogliere la sfida e conservare la propria caratteristica di cerniera tra due mondi? 

Mi è capitato recentemente di affrontare con i compagni del gruppo dirigente di Syriza esattamente questo tema. A partire dalla percezione divulgata e dalla narrazione dominante e contro di esse: la Grecia è al centro dell’Europa, di un’Europa che riscopre il Mediterraneo come opportunità e che smette di guardare soltanto a Occidente. Il fatto che oggi al governo della Grecia ci siano i nostri compagni fa ben sperare, perché è la garanzia che con serietà si farà di tutto per ricollocare quel Paese al centro dei processi e non ai margini, dove era stato condannato da tanti anni di austerità e di cattivo governo. Mi vorrei concentrare sulle basi ideologiche dell’austerità, perché così chiariamo di cosa stiamo parlando anche quando parliamo della Grecia prima di Tsipras.
L’idea che il debito pubblico sia moralmente deprecabile costituisce uno dei fondamenti teorici più solidi della critica neoclassica al modello keynesiano. Senza andare troppo indietro nel tempo, e senza scomodare i padri nobili della vulgata mainstream, basti pensare che una delle pietre miliari della letteratura economica di questi anni è un lavoro dei professori Reinhart e Rogoff che tenta di mostrare su base empirica l’impossibilità da parte degli Stati di sopportare un debito pubblico elevato. Nonostante larga parte delle loro tesi sia stata smentita dalla prova disastrosa delle politiche di austerità – su cui lo stesso Olivier Blanchard, capo economista dell’FMI, ebbe modo di articolare un mea culpa – sul piano dell’egemonia culturale è prevalsa l’idea (bizzarra, non fosse drammatica) che i colpevoli della crisi finanziaria sono quegli Stati e quelle generazioni che hanno acquistato diritti lussuosi al mercato del tempo, senza curarsi del fatto che in un futuro immediato non avrebbero potuto pagare quanto dovuto. Insomma, che scandali come il disastro Lehman Brothers siano disfunzioni accidentali di un sistema altrimenti perfetto, e che la colpa sistemica sia invece di quanti chiedono spesa pubblica per finanziare diritti essenziali come previdenza, istruzione, sanità. È in questo framework ideologico che la Grecia interpreta il ruolo di Stato allo sbando da punire a ogni costo, e nulla c’entra l’entità di un debito complessivamente irrisorio. È in quest’ottica che nelle trattative recenti, l’obiettivo della Troika è stato soltanto uno: normalizzare e umiliare la Grecia. 

La vittoria di Pirro, espressione tra le più quotate per descrivere la crisi greca. Attribuita dapprima a Berlino, quando ha costretto Tsipras al tavolo dei creditori, poi di nuovo a Tsipras, reduce dal successo elettorale (settembre 2015). Tutto ruota attorno al piano di salvataggio firmato a luglio. Chi dei due contendenti ne uscirà più ammaccato? O forse bisognerebbe dire, chi ne uscirà per primo? Intanto colpisce l’improvviso silenzio dei mezzi d'informazione. Intrapreso il cammino delle riforme – schema ormai rodato – la Grecia è di nuovo scomparsa. Davvero questa rassicurazione di palazzo basta a dichiarare il cessato allarme?

In questi anni abbiamo assistito più volte alla scomparsa e alla ricomparsa della vicenda greca nel dibattito pubblico. La ragione è drammaticamente evidente: ogni “cura” somministrata a un paziente bisognoso di stimolare la propria economia non ha fatto che peggiorare la situazione, facendo lievitare al 180% il rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo. Si parla in percentuali, perché i valori assoluti sarebbero meno eloquenti: la questione centrale che si evita accuratamente di menzionare non è quanto sia cresciuto il debito greco in questi anni, ma quanto sia diminuito il prodotto interno lordo proprio a causa delle politiche di austerità. Solo pochi dati significativi: una persona su quattro e un giovane su due non lavorano. Il PIL è calato del 25% a fronte di una previsione del 5 da parte dei creditori.
Anche stavolta, alla firma di un nuovo canale di finanziamento - imposto a condizioni onerosissime - cala il sipario su un dramma tutt’altro che passato, e sulla vergogna di un’Europa sconfitta e ostaggio della sua nuova recrudescenza nazionalista.
Sarebbe in ogni caso un azzardo fare previsioni sull’esito economico di quest’ultimo accordo, che ha l’unico merito di lasciare altro tempo a Tsipras per intervenire con manovre redistributive sulla politica fiscale entro i margini consentiti. Altro tempo per ingaggiare battaglia con l’oligarchia greca, la corruzione e l’evasione disastrosa. Altro tempo, soprattutto, per continuare a chiedere una rinegoziazione del debito, sia in termini di scadenze sia in termini di valori assoluti. In economia come in politica il tempo è una variabile preziosissima, che il governo ellenico sta provando a utilizzare in maniera a mio avviso estremamente intelligente, anche consolidando un rapporto con il popolo greco che – come si è visto con il referendum – è fondamentale e virtuoso.

Mi collego al discorso precedente, citando un passo tratto da un articolo di Stavros Lygheròs, “Il prezzo della vittoria di Pirro”, uscito sul numero 7 di «Limes». 
«La squadra negoziale greca ha avuto l’ingenuità di pensare che l’indizione del referendum avrebbe provocato grandi sconvolgimenti nei mercati, il che avrebbe costretto i creditori a firmare l’accordo subito prima del voto o subito dopo l’attesa vittoria del no. Invece, sono stati ampiamente sottovalutati non solo i meccanismi di manipolazione dei mercati internazionali destinati ad assorbire gli shock, ma anche la reazione della dirigenza europea». 
Si tratta di una riflessione che coglie un punto essenziale, la messa in atto cioè di pesanti manovre di contenimento laddove una situazione rischi di andare fuori controllo. Si indice un referendum? Bene, da qualche parte si lavora allo smontaggio del risultato politico. Insomma, mentre gli elettorati vanno svuotandosi e le democrazie perdono smalto, una finanza sempre più agguerrita ridisegna regole e asset, occupando gli spazi lasciati vacanti da questa emorragia di rappresentanza. Quali le conseguenze nel breve termine?

Nel 2013 JP Morgan, banca d’affari coinvolta nello scandalo subprime, scriveva testualmente che “i sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione dell’area europea, a causa di una forte influenza delle idee socialiste”. Insomma: le Costituzioni europee avrebbero impedito l’applicazione delle politiche lacrime e sangue. La finanza, cioè, esplicitamente, prende parola per orientare la politica – quella a essa compiacente – contro i popoli e contro la democrazia.
Non mi sorprende che i mercati, cioè il capitalismo (e in particolare la grande finanza), giochi sul terreno greco una partita campale.
Oltre alla reazione dei mercati, però il governo Tsipras attendeva una risposta dell’opinione pubblica europea e internazionale che spingesse a riconsiderare in chiave politica una crisi che fino a quel momento era stata affrontata con il solo beneficio della ragioneria spicciola. Attendeva una risposta politica, soprattutto delle Sinistre. E questa risposta non c’è stata. Vedo con preoccupazione un’Europa che invece sa rispondere avvitandosi in una spirale nazionalista, in cui gli interessi nazionali sono prevalsi perfino sulla logica economica. Tutto questo rivela la fragilità di un gigante dai piedi di argilla, che esiste nella sua forma monetaria pattizia e non in quella democratica, ben più necessaria. La storia recente ci impone di compiere uno sforzo maggiore per immaginare e costruire un’Europa radicalmente diversa, che passi attraverso il superamento degli accordi di Maastricht e dei trattati dell’austerità.

Gli Stati Uniti hanno mal digerito la miopia tedesca nella gestione della crisi greca. Nessuno aveva interesse a una Grecia fuori dall’euro, neppure Putin e neanche la Cina. Gli unici a non inquadrare il problema in una dimensione politica sono stati proprio i tedeschi. La favola dell’Europa a trazione teutonica è naufragata nell’Egeo. La leadership della Merkel ne è uscita pesantemente compromessa e la crisi dei profughi, scoppiata in concomitanza della bufera ellenica, non ha aiutato. La visibilità della cancelliera nelle ultime settimane si è notevolmente ridotta in tutti i media, perfino quelli della madrepatria. Si può dire in bilico il suo immediato futuro politico e con lei il mito di una Germania forte e leale?     

Nei giorni immediatamente successivi al referendum suonavano evidenti, oltre che clamorose rispetto al recente passato, le preoccupazioni di Christine Lagarde e del Fondo Monetario Internazionale sull’effettiva capacità della Grecia di onorare il debito senza una ristrutturazione dei pagamenti, così come richiesto a più riprese da Tsipras. A queste si è sommato il timore di ben diversa natura del governo americano, comprensibilmente ansioso per l’eventuale passaggio della Grecia nell’orbita cinese o peggio ancora russa a fronte di uno scenario globale sempre più incerto. Sia che si voglia considerare una logica strettamente economica, sia che si voglia considerare un punto di vista geopolitico è prevalsa la linea dell’insensata umiliazione, che ha annichilito in un sol colpo la logica utilitarista e la dignità di un popolo.
Ma andrei cauto nel dire che la leadership di Angela Merkel è pesantemente compromessa. Sulla crisi dei profughi, il governo tedesco si è mosso con grande intelligenza, con grande capacità mediatica, mostrandosi come un’alternativa alla logica ungherese dei Muri. Le immagini dei profughi che entrano in Germania con la bandiera dell’Unione Europea mi fanno riflettere. Non perché Merkel sia un baluardo di solidarietà. Ma perché esiste una dimensione politica della complessità che talvolta non cogliamo e che invece dobbiamo indagare. Un discorso analogo potrebbe essere fatto per Renzi, ma non è forse questo il luogo per farlo.

Chi ha avuto interesse ad aggravare gli effetti della crisi economica è anche chi finora si è maggiormente arricchito. Eppure si aprono scenari drammaticamente inattesi che, minando l’integrità del sistema, potrebbero risucchiare quanti hanno finora realizzato lauti guadagni. Utopia o vero rovesciamento delle sorti?

Così come per il deficit, larga parte della letteratura dominante ritiene che fra il tema della diseguaglianza e quello della crescita non vi sia alcuna attinenza. Robert Lucas, premio Nobel per l’economia, scriveva addirittura che niente è più velenoso per lo studio dell’economia quanto concentrarsi sui problemi della distribuzione. Ma anche su questo tema l’evidenza empirica racconta una storia profondamente diversa. Dall’amministrazione Reagan in poi, seppur con risultati altalenanti, le politiche fiscali e monetarie dei governi statunitensi hanno contribuito da un lato alla creazione di bolle speculative, dall’altro allo scollamento complessivo fra enormi redditi da capitale e redditi da lavoro sempre più esigui all’interno dei contesti nazionali. Pur senza entrare nel dettaglio, insomma, l’idea di un allineamento naturale e progressivo della ricchezza proposta da Kuznets, così come l’idea più generale di una marea che fa alzare contemporaneamente tutte le barche, si sono rivelate suggestioni inefficaci per interpretare la realtà.
Se il primo problema è la diseguaglianza, però, il secondo non meno importante rispetto alla domanda riguarda un’ipotetica razionalità dei mercati, che la vicenda greca ha dimostrato non esistere, almeno sul piano organico. Forse, utilizzare l’espressione keynesiana Animal Spirits per commentare la crisi ellenica non è una forzatura. L’ipertrofia della finanza non conosce limiti logici prima ancora che etici. Mentre a piazza Syntagma si festeggiava la vittoria della democrazia sul moloch tecnocratico, nel mondo miliardi di azioni venivano detenute e rivendute in un tempo medio di circa venti secondi ognuna: un’immagine che mette in evidenza l’incompatibilità più elementare fra i tempi e la felicità dell’umano e la dimensione totalizzante di un’economia così concepita.
Difficilissimo pronosticare gli esiti: quel che è certo, però, è che l’idea positivista di un capitalismo che conterrebbe in sé gli elementi, pure matematici, della propria scomparsa non basta più a descrivere un sistema molto più complesso, capace di sussumere, elaborare e superare ogni contraddizione, per quanto clamorosa. Né è detto che l’avidità auto-distruttrice degli attori della crisi produca uno spostamento in senso egualitario della ricchezza. 
Ma il soggetto che può intervenire nell’economia e nella Storia per influenzarne e determinarne gli esiti è uno solo: è la Politica, incarnando processi e destini collettivi. In questo la politica ha sempre a che fare con la democrazia. E con l’idea, profondissima, che il destino collettivo è il frutto di due elementi. La lotta e il conflitto, da una parte. E un esercizio rigoroso del pensiero e della volontà, dall’altro.

(Intervista a cura di Claudia Ciardi)

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