18 gennaio 2015

Intervista ai No Gronda


I No Gronda, comitato di cittadini ambientalisti costituitosi nel genovese per opporsi alla costruzione di un tratto di autostrada, denominato Gronda, estremamente invasivo per una città che ha già sopportato non pochi stravolgimenti della propria fisionomia originale, intervengono sul dissesto idrogeologico, rispondendo alle domande rivolte in precedenza al prof. Paolo Arduini dell’Università di Pisa e al Gruppo 183.
Leggerete di seguito, tra le altre riflessioni, a cosa si indirizza principalmente l’attività dei No Gronda e quanto la loro esperienza, maturata durante gli anni di opposizione al progetto del passante autostradale, abbia rafforzato una coscienza e una sensibilità nei confronti di certi problemi, che urge trovi diffusione in tutto il paese. Per ulteriori notizie sui presidi e le battaglie portate avanti dal gruppo siete invitati a visitare il sito web Dibattito pubblico – Coordinamento dei comitati anti Gronda di Genova.
La tutela dei cittadini è fatta di prevenzione, come ci spiegano molto bene gli amici che hanno partecipato alla stesura di questo contributo, e nel caso specifico ciò significa “cultura del territorio”. Senza acquisire questo concetto, che può sembrare quasi scontato, ma che di fatto non trova alcuna rispondenza nella pianificazione e realizzazione delle opere sul territorio nazionale, la conta di vittime e danni, lo spreco di risorse, l’incremento esponenziale delle criticità, continueranno a essere la nefasta conseguenza di gravi tare amministrative.
Per questo, coerentemente con la loro riflessione, la domanda sul grado di efficienza della macchina dei soccorsi, chiamata in causa a disastro avvenuto e spesso al centro di fitte polemiche, rimane senza risposta.




La tutela del territorio passa necessariamente per la consapevolezza dei cittadini. La comprensione dei problemi è il primo elemento su cui edificare una comunità solida, che sia in grado di mettere a punto strategie efficaci per risolvere le proprie criticità. Dovendo giudicare il grado di coscienza e impegno civile su questi temi in Italia, cosa minaccia principalmente lo sviluppo di tali aspetti e quali, invece, le conquiste che sono state fatte grazie al lavoro capillare e paziente di comitati e associazioni? 

La domanda potrebbe essere anche riformulata come: Da dove nasce l’esigenza dei cittadini di riunirsi in Comitati? 
Quando una comunità si rende conto che scelte prese altrove mettono a rischio il territorio e la salute dei cittadini, allora nasce la necessità di informarsi. Si inizia quasi per caso, si analizza il problema, le ricadute sul territorio, la reale necessità di quanto sta per essere realizzato. Fortunatamente, negli ultimi anni, internet ha fornito uno strumento di conoscenza straordinario, che consente ai cittadini di informarsi, analizzare i progetti, le leggi, le esperienze maturate altrove su problemi analoghi. È dunque possibile farsi un’opinione e diffondere le nozioni, alimentando la consapevolezza di una comunità, di una città, su uno specifico problema, ma anche portando alla ribalta nazionale certi delicate situazioni.

Il caso della Gronda è emblematico: l’amministrazione comunale ha istituito, nel 2009, un dibattito pubblico durato tre mesi, durante il quale l’intenzione finale doveva essere comunque quella di legittimare un tracciato e veicolarne la costruzione (infatti l'opzione zero - ossia la possibilità di arrivare ad una non costruzione dell'opera - non era contemplata, contrariamente all’esperienza francese del débat public alla quale ci si voleva ispirare). Il dibattito pubblico ha finito invece con lo spingere i cittadini ad informarsi, a scambiarsi idee ed opinioni e dati in merito all'opera, alimentando invece la consapevolezza che l’infrastruttura proposta fosse inutile e dannosa e, dunque, a coalizzarsi per contrastarne la realizzazione. Lo dimostra la relazione finale del dibattito pubblico, nel quale la Commissione ha scritto che «le riflessioni sviluppate attorno al problema della congestione del nodo di Genova hanno confermato che la Gronda non è il rimedio, ma uno dei possibili rimedi. Il merito dei sostenitori della “opzione zero” è stato quello di richiamare l’attenzione sullo sviluppo del trasporto su ferro e di opere stradali e di aver proposto politiche integrate per una mobilità “dolce”», senza arrivare, di fatto, ad una scelta di tracciato fra quelli proposti dall’amministrazione comunale.

Le conquiste di Comitati ed Associazioni sono state, dunque, l’aver contribuito a diffondere una consapevolezza sulle problematiche in gioco, ed aver fornito uno strumento (la collaborazione fra cittadini) che consenta loro di confrontarsi con le Istituzioni e cercare di avere una voce in capitolo. In questi anni, i Comitati No Gronda hanno continuato la lotta, collaborando con altri comitati, associazioni ed esperti  e partecipando attivamente all’iter istituzionale di Valutazione di Impatto Ambientale dell’opera, attraverso osservazioni puntuali ed un sempre maggior grado di conoscenza del progetto.

Ciò che minaccia lo sviluppo della diffusione della coscienza dei problemi, è sostanzialmente da indicare in tre fattori: 1) La mancanza di ascolto dei cittadini da parte delle istituzioni, spesso arroccate su posizioni trasversali o di partito; 2) L’influenza degli organi di stampa – spesso adagiati sulle posizioni lobbistiche – sull’opinione pubblica; 3) L’eccessiva durata, in Italia, delle procedure burocratiche che accompagnano la genesi e la realizzazione di un'opera; fatto che può –  alla lunga – portare uno scollamento ed un senso di impotenza fra i cittadini.

Non appena è iniziato l’autunno abbiamo vissuto un vero e proprio stato di calamità a causa del continuo susseguirsi delle alluvioni. La Liguria, il basso Piemonte, Parma, Carrara, la provincia di Roma. Ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo. In un territorio a fortissimo rischio idrogeologico, tutela e prevenzione si sono rese latitanti per troppi anni. Quali considerazioni? 

Purtroppo, al di là di una assai carente prevenzione e controllo del territorio, quello che più preoccupa è l’assoluta assenza di una “Cultura del territorio” che ha caratterizzato la politica, soprattutto locale, degli ultimi decenni. Le carenze politiche si sono automaticamente riflesse poi sulla comunità che, priva di un indirizzo e di una informazione capillare, è cresciuta troppo spesso, nell’inconsapevolezza delle tematiche legate all’ambiente e alla sua tutela. In questa ottica il lavoro svolto da comitati e associazioni si è rivelato essere spesso l'unica fonte vera di informazione, ma non sufficiente a creare una cultura capillare che dovrebbe avere nella scuola un punto di riferimento.

La cementificazione è certamente uno dei tanti mali italiani. Il settore dell’edilizia che, fino a poco prima della recessione, figurava come uno dei volani economici della penisola, nasconde in realtà moltissime ombre e più di una responsabilità nell’attuale sfacelo del territorio. Che tipo di politiche bisognerebbe avere il coraggio di organizzare da subito?  

L’Italia, la cui fragilità territoriale è conclamata, dovrebbe investire le risorse nella messa in sicurezza del proprio territorio e nella riqualificazione dei centri urbani. Queste sono le uniche grandi opere che servirebbero al nostro paese. A livello nazionale, occorrerebbe un piano straordinario per la messa in sicurezza del territorio, avviando immediatamente le opere necessarie per la risoluzione delle emergenze più stringenti, realizzando quindi un sistema di monitoraggio e di gestione delle criticità del territorio a lungo termine. A livello regionale, occorrerebbe incentivare la rinascita della campagna: troppe situazioni di dissesto nascono dallo stato di incuria e di abbandono in cui versano le campagne ed i nostri monti. Inoltre, attraverso un meccanismo di sgravi, occorrerebbe promuovere la messa in sicurezza dei centri urbani e delle periferie cittadine, inibendo la possibilità di procedere a nuove operazioni di consumo di suolo, ma promuovendo, invece, la riqualificazione di quanto già esistente che, spesso, è fatiscente oppure versa in condizioni di abbandono.

I danni portati dal dissesto idrogeologico sono, sul piano economico, ingentissimi. Un esempio: 40 milioni di euro il costo dello scolmatore sul Bisagno a fronte di 60 milioni di danni stimati nell’alluvione del 9 ottobre. Si continuano a sostenere opere faraoniche quali la Gronda, per rimanere in territorio genovese, e la Tav. Perché, neppure a fronte dell’enorme difficoltà economica in cui ormai si dibatte il paese, e delle caratteristiche palesemente controproducenti di questi progetti, la classe dirigente non fa marcia indietro una volta per tutte? 

L’ostinazione con la quale molti dei nostri politici continuano a promuovere le grandi opere nasce dallo stesso sistema politico italiano, che vede i segretari di partito dettare le linee che gli altri membri devono seguire senza nemmeno preoccuparsi di verificare quanto loro impartito. Purtroppo questo si vede sia a livello locale sia a livello nazionale, dove troppo spesso chi deve decidere non è nemmeno informato sull'argomento di merito e segue le direttive di questo o quel segretario o presidente di regione. Senza poi contare quando ci sono poi di mezzo veri e propri interessi economici o legami con la criminalità organizzata, come dimostrato anche dalle recenti cronache.
Altro punto è l'assoluta mancanza di lungimiranza della classe politica, in particolare quella ligure che ha comandato negli ultimi decenni. Le scelte sul territorio sono sempre state dettate più da necessità di raccogliere immediati consensi elettorali, che da una attenta programmazione delle politiche in corso e future.

(Intervista di Claudia Ciardi)

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