2 febbraio 2015

Robert Walser, «Qui tutto è silenzio»




Robert Walser, forse non molti lo sanno, oltre a essere un eccellente miniaturista della prosa tedesca, è anche un magnifico poeta, con al suo attivo un corpus di ben trecentocinquanta componimenti, raccolti nella più recente edizione critica dal germanista Jochen Greven.
Il libro pubblicato da Casagrande, editrice del Canton Ticino, ripropone il volume d’esordio dello scrittore svizzero, contenente quaranta poesie stampate nel 1909 da Paul Cassirer, il quale procedette poi a una ristampa nel 1919. Walser, che dal 1905 al ’13 abitò a Berlino in cerca di fortuna, senza trovarla, si offrì nudo alla scena letteraria, convintamente svestito di orpelli e leziosità d’avanguardia. Non cercate moti visionari o burrasche espressioniste nei suoi versi, perché resterete delusi. E in effetti il suo naufragio berlinese va ascritto anche all’ostinazione con cui seppe defilarsi da ogni ribalta. La metropoli esigeva velocità, adattamento, dosi di spregiudicatezza fino all’impostura; Walser aveva soltanto la propria flebile voce da eremita, e un’inquietudine immensa che lo bruciava internamente, spingendolo sempre e comunque a sottrarsi. 
Questo volume, a cura di Antonio Rossi, ha il pregio di restituire al lettore italiano un momento creativo estremamente travagliato e complesso per lo scrittore svizzero, rappresentando compiutamente quel respiro, anche attraverso la fedeltà grafica all’edizione originale. Dettaglio non irrilevante, perché le liriche vennero allora accompagnate da sedici acqueforti di Karl Walser, fratello del poeta, qui riprodotte al centro del volume, temperamento assai diverso da quello di Robert, che gli permise di districarsi con successo nella grande città, dove lavorò come artista e disegnatore di scenografie. Qui li ritroviamo insieme in un serrato dialogo dai commoventi toni intimistici. In una ideale passeggiata Karl asseconda il fratello che desidera accoglierlo nel suo mondo fatto di levità e “profondissima quiete”.
La realtà rimane sospesa, fuori da questo spazio fragilissimo, un Weltinnraum in cui l’autore sembra chiedere al tempo di attendere, di abdicare e risparmiarlo, perché meglio e compiutamente possa ascoltarsi. Paesaggi innevati, sfondo prediletto alla sua umile epica del vagare e divagare, per una silhouette minuscola, appena accennata su una striscia bianca. Le sue composizioni hanno il cromatismo soffuso degli acquerelli cinesi o giapponesi, ricordano la limpida pittura di montagna di un Hiroshige, trattenendo in sé un identico mistero. La neve non è solo un fenomeno naturale ma si impone come un riflesso interiore, una distesa sulla quale l’anima si aggira, in preda a spossatezza e desiderio di pace, tra lontananza e ritorno a casa (weit/ heim), secondo una delle oscillazioni più ricorrenti nei suoi testi.
È un elemento che segna anche realmente la vita del poeta. Nella bellissima memoria di Sebald, in una paginetta che è alla base di una delle mie prime folgorazioni verso la letteratura tedesca, si ricorda brevemente la tempesta di neve che sorprese Walser in Friedrichstrasse a Berlino, un episodio, a distanza di tempo, particolarmente vivido nella sua mente. Se pensiamo poi alla morte di Walser, il cui corpo fu rinvenuto il giorno di Natale, riverso nella neve al bordo di una strada di campagna, viene quasi da parlare di una propensione fatale.  
In questo continuo affondare e risalire nel quale vede la sua vita dibattersi, in questo essere presenza spettrale a se stesso e agli altri, in questa stringente ammissione di transitorietà, che lo obbliga a portare con sé l’assillo di una nostalgia senza centro e senza scopo, il suo canto resta in bilico tra redenzione e caduta. Diverse sono le consonanze, alla lettera, che si ravvisano con la poetica di Else Lasker-Schüler e Rainer Maria Rilke, non a caso temperamenti artistici schivi, capaci di elaborare temi e linguaggi estremamente personali. E in ciò il riverbero opaco di una nevicata diviene espressione di una mantica.
Metafora visiva potentissima, dunque, proprio perché sottrae anziché mostrare, copre, livella, cela e raggela, rende le cose tra loro affini, e per questo ancor più docili all’immaginazione. Emanazioni del bianco sono il silenzio, il regresso all’infanzia, la presa di coscienza della vulnerabilità umana.
«Intendo per povertà una sofferenza/ silenziosa, uomini estranei/ all’azione, sparpagliati/ qua e là, teneri come la neve», dedica tra le più sentite alla condivisione della sorte degli ultimi. 
E l’innocenza che al mattino pare farsi strada sulla terra, sopra la neve appena caduta, mentre «i tetti luccicano come tavoli per bambini», o ancora i rami imbiancati degli alberi lungo un sentiero che è quasi una soglia trasfigurale, suscitando sgomento e dolcezza: «Gli alberi sotto cui cammino/ hanno rami come mani di bambino,/ implorano senza fine, se mi fermo,/ con dolcezza indicibile». Pur sradicato, sofferente, abbattuto il poeta non rinuncia a spingersi avanti, andando verso coloro che lo respingono, attaccandosi ai pochi istanti di rivelazione che gli sono concessi per tornare alla vita con un’idea di compiutezza, se non gioiosa, almeno serena: «Non sono più preoccupato/ poiché posso, integro, attraversare/ il mondo come mondo».     

(Di Claudia Ciardi)

Idillio

Qui tutto è silenzio, qui mi sento bene,
i pascoli sono freschi e puri
e le chiazze d’ombra e di sole
vanno d’accordo come bambini giudiziosi.
Qui si libera la mia vita
fatta d’intensa nostalgia,
qui si libera il mio volere.
Una commozione silenziosa mi prende,
linee attraversano i sensi,
non so, tutto è intrico
e tutto è contraddetto.
Non odo più lamenti
e tuttavia ci sono nell’aria lamenti
lievi, candidi, come in sogno
e di nuovo non capisco più nulla.
So solo che qui tutto è silenzio,
niente più assilli e costrizioni,
qui mi sento bene e posso stare in pace
poiché nessun tempo mi misura il tempo.

Schäferstunde

Hier ist es still, hier bin ich gut,
hier sind die Matten Frisch und rein,
und Schattenplatz und Sonnenschein
sind sich wie artige Kinder gut.
Hier ist mein Leben aufgelöst,
das eine harte Sehsucht ist,
ich weiß nicht mehr, was Sehnsucht ist,
hier ist mein Wollen aufgelöst.
Ich bin so still, so warm bewegt,
es ziehen Linien durchs Gefühl,
ich weiß nicht, alles ist Gewühl, 
und doch ist alles widerlegt.
Ich höre keine Klagen mehr,
und doch ist Klage in dem Raum,
so sanfter Art, so weiß, so Traum,
und wieder weiß ich gar nichts mehr.
Ich weiß nur, daß es still hier ist,
entblöst von allem Drang und Tun,
hier bin ich gut, hier kann ich ruhn,
da keine Zeit die Zeit mir mißt.

In disparte

Faccio la mia passeggiata,
essa mi porta un poco lontano
e a casa; poi, in silenzio e senza
parole, mi ritrovo in disparte.

Beiseit

Ich mache meinen Gang;
der führt ein Stückchen weit
und heim; dann ohne Klang
und Wort bin ich beiseit.

Luce opprimente

Due alberi sorgono nella neve,
il cielo, stanco della luce,
se ne va e nei dintorni non c’è nulla
fuorché malinconia.

E dietro gli alberi sporgono
scure abitazioni.
Ora si sente dire qualcosa,
ora abbaiano dei cani.

Nella casa appare adesso
l’amata lampada a forma di luna.
La luce di nuovo si spenge,
è come se si aprisse una ferita.

Com’è piccola qui la vita
e come grande è il nulla.
Il cielo, stanco della luce,
ha dato tutto alla neve.

I due alberi piegano 
l’uno verso l’altro le loro teste.
Nubi attraversano in girotondo
la quiete del mondo.

Drückendes Licht

Zwei Bäume stehen im Schnee,
der Himmel, müde des Lichts,
zieht heim, und sonst ist nichts
als Schwermut in der Näh’.

Und hinter den Bäumen ragen
dunkle Häuser hinauf.
Jetzt hört man etwas sagen,
jetzt bellen Hunde auf.

Nun erscheint der liebe, runde
Lampenmond im Haus.
Nun geht das Licht wieder aus,
als klaffte eine Wunde.

Wie klein ist hier das Leben
und wie groß das Nichts.
Der Himmel, müde des Lichts,
hat alles dem Schnee gegeben.

Die zwei Bäume neigen
ihre Köpfe sich zu.
Wolken durchziehn die Ruh’
der Welt im Reigen.


Robert Walser, Poesie, a cura di Antonio Rossi, Edizioni Casagrande (Bellinzona), 2000


Related links:

W. G. Sebald, Il passeggiatore solitario (in ricordo di Robert Walser), Adelphi, 2006

Robert Walser, La passeggiata, traduzione di Emilio Castellani, Adelphi, 1999
La mia recensione su Sololibri.net 



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