23 giugno 2015

Intervista a Rassegna est


Parlare della situazione in Ucraina non è semplice e neppure scontato. I media occidentali se ne occupano ormai a singhiozzo. Dopo gli accordi di Minsk è sceso un silenzio piuttosto surreale. Poi riflettori nuovamente accesi ai primi di maggio di quest’anno in seguito ai violenti scontri a Marynka (Ucraina orientale) che hanno fatto parlare gli analisti dell’inizio di un’ “offensiva d’estate” in Ucraina. E quando il clima sembra surriscaldarsi, la macchina della diplomazia europea e americana torna puntuale a spolverare lo strumento delle sanzioni. Putin ha recentemente risposto con una blacklist di ottantanove indesiderati, cioè persone cui per diverse ragioni potrebbe essere negato il visto di ingresso in Russia. A Elmau, sulle Alpi bavaresi in Germania, lo scorso 7/8 giugno (assente la Russia esclusa dal G8 dopo l’annessione della Crimea) Obama si è lasciato andare a dichiarazioni ripetitive e nella sostanza deludenti: le sanzioni avrebbero sortito l’effetto sperato sull’economia russa – entrata in difficoltà, secondo il presidente americano, in conseguenza della loro applicazione – e perciò sarebbe bene tenersi pronti, se necessario, a incrementarle. 
Gelo da parte di non pochi osservatori e qualche imbarazzo pure nel governo tedesco, fino ad allora alfiere convinto delle posizioni statunitensi. Tra i commenti a caldo che mi è capitato di leggere, ve ne era uno molto significativo che più o meno diceva così: Obama senza freni al G7, dall’altra parte la Russia, in mezzo noi.
Giusto, ma direi che in mezzo, prima di tutto, ci sono gli ucraini di cui non si parla mai o quasi. Non si parla delle condizioni di questo popolo, ed è difficile imbattersi in una fotografia nitida, scattata senza faziosità, in grado di raccontarci cosa sia l’Ucraina ora. Più facile leggere articoli sulla futura terza guerra mondiale – Kiev contenderebbe a Sarajevo il primato di nuova polveriera d’Europa – o sui ritorni di fiamma tra i nostalgici della guerra fredda.  
Majdan è stata sì il centro di una contestazione guidata da certa intellighenzia filooccidentale che vorrebbe portare l’Ucraina sotto l’egida di Bruxelles ma non si è detto abbastanza che conteneva anche un moto di protesta assai più turbolento, che sfidava la corruzione del governo in carica, denunciando le drammatiche condizioni economiche del paese. Questa era (è) la pancia della piazza. Di anno in anno l’economia ucraina peggiora. Il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto di riformare il sistema paese ma le criticità, proprio in quanto sommate a uno scenario di guerra, rischiano di permanere a lungo e certe esortazioni, per quanto lecite, sono destinate a suonare assai ridicole. 
Ne discutiamo qui col coordinatore di «Rassegna est», giornalista professionista, collaboratore di «Il Foglio» e autore per Castelvecchi, Matteo Tacconi, classe ’78, che risponde a una serie di domande il cui scopo è riassumere alcune vicende nodali che hanno scosso l’Ucraina nel biennio 2014-2015. Si tratta anche di ristabilire un ponte con i due contributi ospitati da questo blog nel maggio 2014, incentrati sul tema dell’inquieta frontiera orientale, peraltro riportando anche il punto di vista di un narratore galiziano d’eccezione, Joseph Roth.
Da tempo il sito «Rassegna est» dedica spazio a questi temi, mettendo al centro il quadro economico e politico ucraino e quindi europeo, che certo risente di quel che sta accadendo. Diversamente qualsiasi discussione su tale scenario non avrebbe senso. Trascurare le reali problematiche di questo territorio esteso quanto complesso lo riduce a uno strano oggetto del contendere tra poteri forti, dove fascismi e capitalismi di vecchia e nuova fabbrica intrecciano una relazione pericolosa, senza curarsi dell’impatto sulla vita della gente – e ciò per i suoi effetti negativi, lo ripetiamo, non riguarda solo gli ucraini, ma anche russi e europei. Ecco qui un estratto di uno degli ultimi pezzi pubblicati sul sito da Matteo Tacconi  e Stefano Grazioli:
«Due milioni di posti di lavoro e cento miliardi in valore aggiunto nell’export di beni e servizi. Nel peggiore dei casi sarebbe questo il costo economico e sociale che l’Europa pagherebbe in ragione delle sanzioni comminate alla Russia, che a sua volta ha eretto un muro commerciale nei confronti dell’agroalimentare europeo. I dati sono quelli del Wifo, l’Istituto austriaco per la ricerca economica, con sede a Vienna. I suoi ricercatori si sono messi al lavoro per conto del Lena, consorzio di testate giornalistiche europee, di cui fa parte anche «Repubblica». Ma quando è lontano questo scenario apocalittico? Purtroppo non molto. Il Wifo sostiene che avanti di questo passo la più amara delle previsioni potrebbe diventare realtà. I paesi Ue che ne risulterebbero più penalizzati sono la Germania e l’Italia. Berlino potrebbe perdere un punto di Pil, l’Italia lo 0.9%».
L’invito è a leggere questo e gli altri contributi, che con chiarezza ci guidano in una vicenda all’interno della quale non è facile orientarsi e i cui numerosi punti insoluti rischiano di creare una massa critica con pesanti ricadute per tutti.






L’Ucraina, parola contenente la radice slava “kraj” (limite, bordo), ha inscritto nel suo nome un destino che la colloca “al margine”, “sul confine”. Ciò non sarebbe di per sé un fatto negativo. Intanto perché la natura di confinanti è un tratto diffuso nelle comunità umane – ognuno è confinante di qualcuno. Poi perché lo stare sul confine non dovrebbe necessariamente comportare un’equazione con la marginalità. Escludere, allontanare se non bandire da un contesto, da un orizzonte culturale ha assai poco a che fare con la reale posizione occupata da un soggetto, da una comunità, da uno spazio geografico. Si tratta piuttosto di un’operazione “ex post”, dovuta a fattori che mutano col mutare degli eventi storici e dunque delle differenti attitudini umane che ad essi si accompagnano. La natura di ponte, per così dire, tra Europa e Asia che l’Ucraina reca in sé, dovrebbe essere una risorsa sia per gli occidentali sia per i russi. Oggi invece tutto questo ci spaventa, lo guardiamo come un focolaio destinato a destabilizzarci, c’è chi addirittura parla di nuova Jugoslavia. Come riportare la situazione di questa affascinante e turbolenta frontiera su binari che permettano una seria discussione politica con cui affrontare, e possibilmente risolvere, i tanti problemi che affliggono il paese, mettendo al centro finalmente il popolo ucraino di cui poco o nulla si parla? 

Ormai lo spazio negoziale è sempre più stretto. A livello ucraino il governo di Kiev non vuole decentralizzare più di tanto la gestione amministrativa, perché lo considera un cedimento ai filorussi. Che da parte loro pretendono un vero e proprio autogoverno, quasi uno Stato a sé. Un punto d’incontro non è facile da trovare. Le strozzature sono evidenti anche sul piano internazionale, che non è certo slegato da quello ucraino. L’Occidente ha confermato le sanzioni alla Russia per i prossimi sei mesi. Proviamo a metterci nei panni di Obama, Merkel e altri. Foste in loro fareste cadere le sanzioni? Per fare cosa? Per ridare linfa all’export ma confermare lo scippo russo dell'Ucraina? Ora proviamo a entrare nella testa di Putin. Ha ottenuto quanto voleva ottenere: la Crimea a Mosca, il Donbass ingovernabile, l’Ucraina dilaniata e sull’orlo del default economico. Il Cremlino è parte del problema e della soluzione. Situazione perfetta. Per quali motivi dovrebbe rinunciare a questo privilegio? Sacrificare due o tre punti di Pil val bene il gioco che Putin sta conducendo. Ecco, davanti a tutto questo lo spazio negoziale si stringe.   

Parliamo di un paese molto esteso, secondo per superficie nel continente europeo con i suoi 600.000 km², abitato da circa 50 milioni di persone. Al suo interno ha una vasta varietà di gruppi etnici il maggiore dei quali è quello ucraino cui fa seguito la cospicua minoranza russa, che non coincide però con la più ampia popolazione russofona. Vi sono poi etnie cosiddette minoritarie, che però nell’insieme costituiscono un panorama molto ampio e vivace: bielorussi, rumeni e moldavi, tatari di Crimea, tedeschi, ungheresi, polacchi, ebrei, armeni, greci, rom, caucasici, turchi, azeri, georgiani.
Insomma, un quadro assai composito che, se da una parte moltiplica a dismisura il fascino culturale dell’Ucraina, dall’altra complica non poco le cose sul piano politico, data la moltitudine di interlocutori rappresentativa di altrettante anime del territorio. Dire, ad esempio, che ad ovest del Dnepr c’è un’Ucraina più europea rischia di essere una semplificazione, perché sempre si faranno i conti con la straordinaria eterogeneità antropologica e storica di quest’area: Galizia, Transcarpazia, Crimea, Bucovina sono realtà non assimilabili e con tratti distintivi accentuati.
Un mediatore, un cooperante, un diplomatico hanno davanti a sé una doppia sfida. Evitare il radicalizzarsi della posizione russa versus quella del continente europeo, che spazzerebbe via tutto il resto e farebbe violenza ai tanti volti del paese, ma badare anche a non costituire un incentivo, per quanto involontario, alla disgregazione. È un’analisi condivisibile? E nel caso, dove e come trovare le risorse per questo collante politico? 

L’Ucraina paga la mancata costruzione di una statualità condivisa e di un idem sentire del paese. Non è certo una missione facile, tenuto conto della complessa stratificazione culturale. Ma il punto è proprio questo. Questa crisi ha dimostrato che una statualità pallida può creare, anche in assenza di precedenti tentazioni separatiste o radicaliste (queste sono invenzioni, manipolazioni e conseguenze del conflitto in corso), voragini enormi. La soluzione, visto che l'origine del caos è anche uno Stato fragile, sta proprio nella costruzione di uno Stato nuovo, diverso, serio. Ci sarà molto da lavorare. 

Mi collego alla domanda precedente, citando una riflessione di Lucio Caracciolo apparsa su «La Repubblica» del 21 febbraio 2014: «Lo sfaldamento della Repubblica ucraina difficilmente avverrebbe lungo una nitida linea est-ovest, produrrebbe semmai una pletora di Ucraine maggiori e minori, divise da confini porosi». Dico subito che non condivido gli esiti di questo pezzo di Caracciolo che si augurava allora l’intervento deciso e decisivo di Obama – dopo aver sentito le dichiarazioni del presidente americano all’ultimo G7 rabbrividisco, anche se col senno di poi è facile parlare. Parto dal presupposto che l’Europa bisogna che impari a togliersi da sola le castagne dal fuoco, specialmente se a bruciare è il camino di casa. E però la prospettiva evocata da Caracciolo mi pare credibile. Difficile immaginare una linea di frattura netta est-ovest ma piuttosto una frantumazione con esiti imprevedibili. Qual è il vostro punto di vista sia riguardo l’intervento americano sia sull’ipotesi di uno sfaldamento dell’Ucraina?

Si leggono ultimamente analisi da risiko. Un pezzo d’Ucraina alla Russia, un altro alla Polonia, una strisciolina sottile sottile di terra anche all’Ungheria. Lasciano il tempo che trovano. Quanto alla linea di frattura est/ovest, su questo in effetti non ci sono grossi dubbi. Parliamo di linea sfumata, non chiara, che scorre gradualmente. Ci sono “terre di mezzo” che rendono impossibile la spaccatura netta del paese.   

E veniamo alla questione principale attorno a cui ruota la galassia Ucraina. L’economia del paese va letteralmente a rotoli. Il Fondo Monetario esige riforme in cambio di aiuti, un ritornello ormai noto – lo sentiamo ogni giorno nelle trattative sul debito greco. Tuttavia in un paese che in parte è coinvolto in un conflitto, suona come un’esortazione ridicola - del resto lo è pure per la Grecia, figuriamoci in un contesto belligerante.
Leggendovi, avete dedicato molti articoli all’economia ucraina, richiamando l’attenzione su dati affatto secondari e che invece, nelle analisi che circolano, tendono a passare inosservati, se non a essere taciuti.
Nell’ipotesi che si trovi una soluzione per riassorbire del tutto i sintomi della guerra, cosa che non può in ogni caso prescindere dall’andamento del mercato interno e dai dati allarmanti sulla disoccupazione, quali rischi corre l’Ucraina dal punto di vista 
economico? 

Crediamo che l’economia sia una cartina di tornasole formidabile di questo paese e di questo conflitto. Le logiche oligarchiche, il rapporto tra denaro e consenso, l'energia russa, l’impegno irrituale del Fondo Monetario Internazionale (ha prestato soldi a una nazione in guerra, mai visto): di cose da raccontare ce ne sono, eccome, sul fronte dell'economia. Chiusa questa premessa, rispondo alla domanda. L’Ucraina corre rischi enormi, primo tra tutti l’insostenibilità del debito (i creditori pretendono di essere pagati, Kiev non ha soldi) e il conseguente pericolo che il Fondo Monetario, se non si trovasse un accordo sul debito tra governo e creditori, potrebbe chiudere i rubinetti. Questa è l’emergenza di queste settimane. 
  
Poco più di un anno fa, alla fine del febbraio 2014, a Kiev si consumò un bagno di sangue. Per strangolare la protesta di piazza Majdan, uno Yanukovich sempre più isolato, lasciò mano libera ai cecchini. Fu il punto di non ritorno. Scaricato dai suoi e dai russi - clamorose le dimissioni del sindaco di Kiev e la fuga del principale finanziatore del potere presidenziale, l’oligarca russofono Akhmetov, noto al mondo come patron dello Shaktar calcio di Donetsk, che riparò prontamente a Londra in quei giorni di orrore e vergogna – dopo aver precipitato il paese nel caos, il suo futuro di statista era ormai compromesso.
Allora si parlò di guerra civile, oggi si prospetta uno scontro fra Nato e Federazione Russa, senza che peraltro l’Ucraina abbia risolto le sue clamorose lacerazioni interne. Come si è giunti a questo sviluppo e cosa rischia l’Europa? 

Questo scontro tra Nato e Russia lo vedo molto improbabile. Non è nell'interesse della prima, né della seconda. Realisticamente parlando la Nato non pensa affatto di allargarsi all’Ucraina (perché offrire un posto a un paese senza esercito, senza economia e senza dei pezzi di terra?). Quanto alla Russia: pensiamo davvero che possa permettersi uno scontro con la forza militare più potente al mondo? Non scherziamo. Una cosa è tuttavia chiara. La crisi ucraina ha smontanto pezzo dopo pezzo il dialogo tra Russia e Occidente, dimostrando quanto questo stesso dialogo, questo presunto matrimonio su cui tanta enfasi s’è fatta in questi anni, fosse nelle basi molto debole. Si può fare un matrimonio solo sulla base di scambi commerciali, a “loro” la nostra tecnologia e a “noi” la loro energia, senza creare uno spazio comune che tenga conto di diritti, giustizia, governance?

 (Intervista di Claudia Ciardi)


13 giugno 2015

Lou Andreas Salomé - Una notte


Studiare la figura di Lou e avvicinarne l’opera con il lavoro di traduzione mi ha consentito di entrare in un mondo affascinante dove si respirano l’incontro e l’estrema sintesi culturale tra oriente e occidente, tema a me molto caro. La Russia, essendo lei di origini pietroburghesi, e poi ancora la Persia (Iran), attraverso il marito, Friedrich Carl Andreas, bussano alle porte della sua patria creativa, i cui mezzi d’espressione sono la lingua e la letteratura tedesca. E tedeschi sono pure la maggioranza dei suoi sodalizi, legati ai più diversi campi del sapere, dalla politica alla medicina, fino alla conoscenza, per certi versi rivelatrice, di Sigmund Freud.
Quanto all’orientalismo, in Germania si afferma a partire da Bismarck che divenne promotore di un progetto per l’invio in Medio Oriente di rappresentanti diplomatici e militari. Affinché questo personale potesse ricevere un’adeguata preparazione, nel 1887 fu fondato a Berlino l’Istituto per le Lingue orientali. Carl Andreas ricevette il posto di professore di persiano e di turco. Era tuttavia uno studioso puro e mal si adattava alle politiche accademiche, in linea con le direttive di utilità e profitto tracciate dal governo.
Questo provocò una rottura che ebbe conseguenze non irrilevanti sul piano della sua carriera e, ancor più, del proprio sostentamento economico. La vicenda si risolse nel 1903, anno della sua riabilitazione, quando fu chiamato a ricoprire la cattedra di lingue asiatiche all’università di Gottinga.
Politica dunque, e solo in minima parte attrattiva culturale o, come fu per diversi artisti dell’epoca, moda, allusione senza coinvolgimento, esotismo estetico. Ma pure in tal caso con qualche eccezione: si pensi al polimorfismo orientaleggiante che pervade i libri della Lasker-Schüler
Lou Andreas Salomé scrisse molto, anche per bisogno come ebbe a ripetere in diverse circostanze. Assai più capace nella saggistica, le sue opere narrative non mancarono del favore di critica e lettori. La generosità degli amici che orbitavano intorno al variegato panorama editoriale tedesco, la aiutò a procurarle non solo una certa fama ma anche quei mezzi che le furono utilissimi per poter viaggiare pressoché ininterrottamente, coltivando i tanti scambi con intellettuali e artisti, vitali allo sviluppo della sua personalità.
Il giovane scrittore che legge queste cose prova un certo disagio a raffrontarle alla propria esperienza. Ne ho parlato qualche tempo fa, forse proprio sull’onda di un simile intrecciarsi, sotto i miei occhi, di non poche situazioni la cui costante era proprio la solidarietà tra studiosi. Come sarebbe possibile e pensabile oggi dalle proprie collaborazioni – almeno in Italia, ma l’aria che ho respirato fuori non mi è parsa animata da maggiore slancio – rimediare anche solo il premio, per non dire il compenso materiale, utile a spostarsi, a fare un viaggio, a raggiungere qualcuno che sia in grado a sua volta di farci sviluppare nuovi sodalizi, di insegnarci qualcosa? Mi pare abbastanza arduo. E ciò spiega anche lo scarso entusiasmo che si respira, fin troppo spesso, tra gli addetti ai lavori. Ma soprattutto, al di là delle condizioni materiali – necessarie – che in passato permettevano il realizzarsi di questi incontri, non c’era la fatica del crearsi di un rapporto, non si girava attorno alle cose, non ci si perdeva in congetture sulla convenienza di avere o meno davanti una persona: chi meritava di essere coinvolto in una discussione non veniva escluso, ma cercato e fatto arrivare dove lo si riteneva utile. A costo di disaccordi, contrasti e perfino scissioni – emblematico proprio il caso della scuola freudiana – era comunque importante stare insieme, coltivare i contatti con una certa assiduità, stimolarsi. A me pare che questa sia stata proprio la grande forza, anche e soprattutto creativa, insita nell’esaltante ventennio culturale che va dalla fine dell’Ottocento all’inizio del Novecento.

(Di Claudia Ciardi)



Lou Andreas Salomé, Una notte,
a cura di Claudia Ciardi,
traduzione di Claudia Ciardi e Katharina Majer,
Via del Vento edizioni, giugno 2015
ISBN 978-88-6226-079-4
Euro 4,00

Scheda del libro/ Book snippet

Collection/ Collana «I quaderni di Via del Vento»


Di Lou Andreas Salomé, amica e compagna di numerosi intellettuali, quali Nietzsche, Rilke, Freud, moglie del noto orientalista Carl Andreas, studiosa eclettica e grande viaggiatrice, fra le pioniere della psicoterapia, queste edizioni presentano un racconto inedito in Italia. 


From the book
«Dapprima ci pensa con ostinata amarezza, con disperato struggimento, si mette a girarci intorno, sente di essere proprio infelice, poi prova terrore e cerca inutilmente di staccarsi da lui. Crede ancora di sentire il discorso di poc’anzi ma stavolta non è solo la sua ragione a seguire le parole – l’intera atmosfera della morte scivola sopra di lei e l’afferra.
È come se fosse stata scaraventata fuori da un giardino di rose sul bordo nudo di uno strapiombo dove s’infrange il mare. Ma non è sola, piuttosto sono con lei tutte le persone – l’essere umano essenzialmente – ogni singolo essere che vive, ama e muore. Si sente legata nel pieno dell’affanno alla grande totale sofferenza di tutto l’esistere, la sua esigua, isolata pena d’amore svanisce e s’inabissa. Ora non avrebbe potuto baciare e neppure dormire. Siede, le mani intrecciate attorno alle ginocchia, e con turbati occhi aperti fissa la notte. 
Nella lampada langue il lucignolo. Si alza lentamente e lo estingue. Il cielo sopra l’ospedale inizia a tingersi lievemente di rosso. Passano bianche caliginose nubi mattutine. Dalle chiome dei castagni che si levano come una nera massa compatta si ode il basso verso assonnato di un uccello. Qua e là una finestra illuminata degli edifici laterali getta il suo bagliore nello scuro groviglio delle foglie, e un ramo carico di fiori risalta».


7 giugno 2015

Roberto Carifi - Infanzia




Roberto Carifi,
Infanzia. Poesie 1980-1983,
Raffaelli Editore, 2012


Desidero spendere qualche parola su Infanzia, raccolta di versi di Roberto Carifi, lettore e traduttore dal francese ma anche studioso di Heidegger e di alcuni tra i maggiori poeti tedeschi del Novecento come Rilke e Trakl. Il volume, ristampato da Raffaelli nel 2012, contiene le poesie del primo Carifi, quello che all’inizio degli anni Ottanta tesseva la lezione onirica, quasi oracolare, del maestro Piero Bigongiari attorno alle sintesi rilkiane, soprattutto il Rilke vorticante delle Duinesi. Un connubio che in queste prove inaugurate nel 1980 e portate a maturazione tra l’81 e l’83,  s’impone al lettore per la capacità di generare immagini ad altissimo voltaggio, spesso di non facile comprensione.
Per Bigongiari, grande “fabbro” della lirica italiana novecentesca, purtroppo ancora latamente misconosciuto presso i suoi connazionali, Carifi nutre non solo l’ammirazione verso l’artista che con generosità gli ha fatto da mentore, ma anche una profonda riconoscenza, consapevole che la parola del poeta di Via del Vento ha certamente tracciato più di un solco nel suo stesso universo lirico, aiutandolo a trovare la propria strada. Avendo avuto il piacere di sentirmi recitare da lui i versi bigongiariani, posso testimoniarne tutta la devozione, che ha peraltro contribuito anche al mio personale approfondimento di quel cosmo, influendo in parte, in ragione di alcuni simbolismi comuni, sulla mia traduzione di Georg Heym.    
Infanzia, titolo derivante dalla sezione centrale del volume – centrale non solo perché sta esattamente in mezzo alle altre, ma perché ne è il centro tematico, giunto di trasmissione che scarica la sua forze evocativa al resto dell’architettura, è un viaggio regressivo ma non in senso temporale soltanto, è piuttosto il rifluire di un immaginario che desidera uscire da se stesso, dalle coordinate della propria esperienza e della storia in cui è stretto, per contemplarsi nella propria essenza, nel punctum originis, nel momento in cui la simbiosi col mondo è possibile, ma che in Carifi rimane sfuggente, chiusa nel dramma dell’abbandono, di una lacerante solitudine, una sorta di morirsi dentro. Emblematico il richiamo al tempo aoristo (nella lingua greca antica privo di connotazione temporale) che scandisce un frammento di vita, una camminata in una piazza, ma che più ancora sembra ritmare l’intero universo carifiano, in un monito a uscire dalla catena degli eventi, a cogliere “da fuori” un istante di se stessi: «Siate senza vergogna, esatti/ come quel punto che lacera la storia».
Poetica d’impianto complesso si diceva, che richiede non poche letture, innervandosi su modelli di per sé già criptici; molti dei passaggi di Carifi, a quelle sintesi commisti, vanno avvicinati lentamente, perché avvenga l’impercettibile travaso da cantore a ascoltatore. Nasce un senso di spossatezza nel visitare gli estremi della memoria, ricorre una nostalgia emorragica per una meta ardua da raggiungere e ancor più da sviscerare nell’elaborazione poetica.
Solitarie sere paesane, giardini immobili dove palpitano brandelli recisi di vita, stanze fredde, una madre cerca di vegliare sulla casa ma resta confinata nello strappo delle stagioni, istanti di gioco sui fondali della campagna, lumini che a stento si divincolano dalla notte e sembrano interrogarsi sulle assenze: «Dietro la casa il bosco/ un lumicino copre le macerie/ dove eravamo come due facce ritagliate/ il nulla quel puro suono ci vegliava/ lungo la scala mormorava il mese». Fantasticherie orfiche intridono i ricordi e virano al nero, l’ombra di Dino Campana si allunga di tanto in tanto sui panni carifiani. Così ad esempio la chiusa del testo appena citato, «e su volando nella piazza/ chi sanguinò dall’alto un albero stellato,/ mamma che voce ringhia nella notte» risente di un passo degli Orfici, «ed ecco sentiamo ansimare/ il cuore che ci amò di più!/ Guardiamo: di già il paesaggio/ degli alberi e l’acque è notturno/ il fiume va via taciturno…/ Pùm! mamma quell’omo lassù!».
Due costanti si aggirano per l’intera raccolta a rinserrare l’allegoria apolide e atemporale del poeta, la figura dell’angelo e quella del cortile, doni tratti l’uno da Rilke l’altro da Bigongiari. L’angelo è la creatura che non ha linguaggio (in sintonia con la totale immersione nell’infanzia che è in-fari, non ha cioè la facoltà verbale), lontano dalle passioni umane, tremendo nella sua perfezione, essere-luogo dove tutto cristallizza, annullandosi: «Si gettano nelle madri/ con i visini appesi alla mischia/ dove l’angelo li dissangua/ bocca senza battaglie che ordina di non crescere». Il cortile è il microcosmo che riflette il macrocosmo, spazio interiore ed esteriore che non ha centro e dunque neppure collocazione fisica, ma elemento nodale di ogni memoria: «come un’occhiata rossa/ nei cortili fingono gioia,/ stupore: viene per noi, sorella/ quella masnada scura…», peraltro vicinissimo alla clausola di Bigongiari «la morte è questa/ occhiata fissa ai tuoi cortili» (da Pescia-Lucca). 
Quadro irrisolto, discesa nella stagione della vita che ancora non possiede la parola, dunque esercizio del dire quel che non è stato detto ma è stato, inattingibile alfabeto dell’essenza poetica.

(Di Claudia Ciardi)


Succhiano questo giallo di primavera
mentre si compie il giro
nel fracasso di ciglia
e le mani corrono dietro la nuca
finché la fanghiglia si alza,
piano, con un colpo di remi
invisibile
come una nascita… “urleranno dai pozzi
di marzo, stanati dalle prime rose”
animali trafitti nel sonno. Così fissano
i bambini, lucignoli nei cortili
di piombo e di lava
…quelle madri… chiameranno
da un capo all’altro, mischia
dei nati,
che fanno cenno dirigendosi
a Est

(Da Viaggi d’Empedocle, 1980)


Fuori dal tempo

Ciascuno ha un mistero, un ago
che lo ricuce al nulla
dove anche la notte è una luce
sventagliata sul mare
e vince
con decisione guerriera. Allora,
conficcati nell’esistenza,
guardano immobili la parola
che li trascina
fuori dal regno, di nuovo
spalancati nel marmo delle madri
sono l’orma che maledice
e fa tornare l’alba

(Da Infanzia, 1981)


Spalancati dalla luce

Forse un tempo aoristo è questa piazza
che ci raccoglie, piccoli passi
di chi farà a brandelli le stagioni
e ordina “siate senza vergogna, esatti
come quel punto che lacera la storia”
poi, spalancati dalla luce, abbiamo
un disastro da custodire
migliaia di anni in un dettato
che raduna le voci, i corpi
la pura forza gormogliata
dove il mondo è calmo
e lascia entrare il fuoco sulle terrazze
finché afferrati dall’amore stiamo,
sentinelle, sospesi all’angelo ferito

(Da Infanzia, 1980)


Related links:

Infanzia e Oriente - Kindheit und Orient

Esperienza e storia (riflessioni a partire da Giorgio Agamben, Infanzia e storia)

Piero Bigongiari - Cento anni di poesia

Holzwege - Questione di sentieri

Valerio Gelli - La poesia del disegno


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