27 luglio 2015

Nostri greci d'oriente



Una gorgone - Museo Paolo Orsi - Siracusa 


Parlare dell’attuale crisi greca – non poi così attuale visto che si trascina da parecchi anni – istituendo un paragone col glorioso passato dell’Atene classica, in nome del quale i cittadini dovrebbero essere dispensati dai loro ingenti debiti, è secondo me rendere un cattivo servizio alla Grecia, oltre a rendere se stessi ridicoli. È un po’ come quando l’Italia cerca di ritrovare qualche barlume di autostima nella gloria dell’impero romano, in Dante o nell’arte michelangiolesca. Se per giunta a sostenere la similitudine è chi di queste cose ha scarsa consapevolezza, causa una sensibilità deficitaria, tutto suona ancora più improbabile. Insomma, almeno questi grandi teniamoli al riparo dalle tragiche baruffe del quotidiano, che con sconcertante puntualità ci imboccano di travisamenti.
La consapevolezza di una cultura e il suo uso in una narrazione identitaria sono processi leciti, anzi essenziali a quei leganti che sorreggono e alimentano le dinamiche di convivenza in una società. Non sono certo cose da demonizzare in sé. Secondo il sociologo e antropologo Émile Durkheim il ricordo e la sua celebrazione sarebbero una fonte e una condizione del sacro: «non vi può essere società che non abbia il bisogno di intrattenere e di rinvigorire a intervalli regolari, i sentimenti collettivi e le idee collettive che restituiscono la sua idea e la sua personalità». 
Ciò implica pure che il manifestarsi di tali processi avvenga all’interno di un contesto in grado di rappresentarli. Vale a dire che la citazione del passato, svincolata dalla narrazione, è inefficace. Poniamo pure che nei greci il senso dell’eredità culturale sia ancora più radicato, più vivo per certi versi. 
Però, affermazioni provenienti da persone adulte, che vantano perfino qualche velleità letteraria, di questo tenore, “i greci hanno avuto Anassagora, Democrito, Socrate, Platone, sono gli inventori della democrazia, dunque non paghino nulla”, mi lasciano perplessa. Che significato ha una frase del genere? A chi esprime solidarietà, ai greci di Pericle o agli elettori di Tsipras? Diverso sarebbe intervenire, provando a fare un ragionamento sullo scenario politico ed economico greco di adesso. Ma in tal caso ci vuole troppo tempo, bisogna aver masticato un po’ di Grecia degli ultimi anni, aver letto tanta stampa italiana e straniera, magari aver seguito l’ascesa politica di Tsipras da prima che vincesse le elezioni dello scorso gennaio.
Insomma, la strada diviene assai accidentata e per chi insegue le humanae litterae nel nuovo millennio è proprio un percorso sconsigliabile. Meglio mantenersi sull’astratto, così si dice tutto senza aver detto nulla. E viepiù si evitano polemiche con il genere dello scrittore contemporaneo, poco disponibile a osservare la propria incompetenza, ma subito pronto a dire agli altri che di certe cose, siccome non se ne sa nulla, è meglio tacere. Un curioso autodafé di beata ignoranza. 
Le sviolinate di solidarietà alla Grecia in nome del prestigio nell’arte e nei saperi equivalgono al pacifismo in astratto che non aiuta i dibattiti e a volte rischia di essere anche più funesto di una dichiarazione di guerra: quella almeno si può abortire, mentre a non prendere posizione si rischia quasi sempre di essere complici del disastro.
Per quanto mi riguarda, il terzo pseudo salvataggio della Grecia lo vedo come una bufala colossale. Non mi pare che Tsipras abbia tradito nessuno. Ha semplicemente preso atto della posizione scomodissima in cui è venuto a trovarsi. Troppe pressioni. Se avesse rovesciato il tavolo, i creditori sarebbero saltati addosso ai greci con tutte le loro forze; e li avrebbero conciati molto, molto male. L’accordo è pessimo, ma ora i greci non sono formalmente attaccabili. Hanno firmato, con i soldi hanno saldato subito quel che c’era da saldare – va bene, i soldi il popolo non li ha visti, ma a dirla tutta non sono neppure soldi loro, questi che sono arrivati negli ultimi giorni. Quindi per ora, i greci non hanno perso. Anzi, semmai hanno guadagnato, tempo soprattutto. 
Il Movimento Cinque Stelle ha sbagliato a criticare Tsipras dopo l’accordo, dando una lettura politica a mio avviso immatura. E se il Movimento aspira a una leadership vera, bisogna che impari a ragionare con più freddezza. D’accordo metterci il cuore, appassionarsi a un argomento, ma in politica bisogna saper aspettare. Gli attacchi frontali, la storia lo dimostra, finiscono sempre piuttosto male. Anche se si dispone del più largo consenso popolare.
Tornando a Tsipras, seguo il suo percorso da molto prima che divenisse leader di Syriza. Ho avuto modo di sondare anche quali atteggiamenti gli destinasse l’opinione pubblica tedesca, e prima ancora di quale considerazione godesse Samaras presso i tedeschi. Importante per la Germania era (è) ibernare la Grecia, provare a spengere l’incendio dopo che era stato appiccato. Adesso è tutto molto più difficile, anche se in apparenza l’iter riformista avvia l’Ellade verso la calma piatta della rassegnazione. Ma come disse anni fa Seraphim Fyntanidis, «i greci sono un popolo surreale». Nel bene e nel male.
Per concludere sullo scenario attuale, né Tsipras né Varoufakis si sono improvvisati politici. Il secondo, tacciato di incompetenza, ha un curriculum zeppo di esperienze di studio e insegnamento in America e Australia. Vero che la fama curriculare può nascondere anche meccanismi poco limpidi, che vanno dalla raccomandazione spicciola al favore politico, però gli americani non ti danno incarichi se non hai del talento, se non sono in qualche misura interessati alle tue teorie. 
Del resto negli States, in materia economica, si stanno affermando correnti di pensiero meno allineate con certo mal riposto rigorismo, e anche all’interno del Fondo Monetario pare esserci maretta. Su diversi siti di stampa indipendente, potrete trovare molto materiale al riguardo. E si tratta di canali piuttosto accreditati.    
Invece, sul versante delle Grecia antica, per chi è affezionato alla citazione colta, al parallelo con i nostri padri culturali, prima di lanciarsi in frasi a effetto destinate quasi sempre a ricadere su se stesse, consiglio la lettura di due bei saggi sui rapporti di scontro-incontro tra penisola greca e oriente.
Uno è un contributo di Antonio Battegazzore, uscito su «Sandalion» esattamente vent’anni fa, dove si esplora la dicotomia greci-barbari, l’altro è un articolo di Carmine Catenacci, pubblicato nei «Quaderni Urbinati» dove si parla dell’oriente degli antichi e dei moderni. Si scoprono cose assai interessanti. Le culture non sono il frutto di una autoctonia. Se anche i poteri si impegnano a favorire l’isolamento di un luogo ricorrendo a diverse strategie (muri, eserciti, guerre, massacri), la contaminazione avverrà comunque.
Fatta salva l’epopea delle guerre persiane, ricordiamoci che i rapporti tra la Grecia e gli orientali furono costanti e che ciò che noi celebriamo come cultura greca è il frutto di molti confronti, assimilazioni, mescolanze. Quelli stessi che noi definiamo ingegni ‘puri’ del mondo greco, non solo vantano origini anatoliche ma hanno anche speso lungo tempo in oriente. Alcuni esempi: Talete di Mileto, che viaggiò in Egitto, Pitagora di Samo, che a quanto pare in Egitto trovò conferma e spunti per le sue teorie matematiche, Erodoto di Alicarnasso che nelle sue Storie tradisce una passione costante per le culture estranee a quella greca, e perciò soprannominato già nell’antichità “filobarbaro”.
Son cose su cui avremo modo di tornare. Invito intanto a rileggere l’altra fondamentale monografia di Mario Bussagli, di cui ci siamo occupati recentemente, sulle contaminazioni tra oriente e occidente attestate nell’arte.
Quanto alle verità del giovane scrittore insoddisfatto, concluderei con una annotazione di Nanni Cagnone tratta dalle sue “formule di cortesia”: «Molti esponenti delle ultime generazioni sembrano affetti da falsa precocità: han subitaneo accesso a molte fonti, ma – difettando di tecnica, di non insegnati metodi – non sanno cosa farne. Non sanno ricordare, non sanno pazientare, non sanno che è difficile giungere a qualcosa. Lavorano ansiosamente, come chiunque abbia fretta. In accordo con la mediocracy contemporanea, sembrano destinati a presunzione e frivolezza. Il loro motto potrebbe essere: publish or perish».  

(Di Claudia Ciardi)


Bibliography:

Antonio Battegazzore, La dicotomia greci-barbari nella Grecia classica: riflessioni su cause ed effetti di una visione etnocentrica, «Sandalion», vol. 18, 1995, pp. 5-34

Carmine Catenacci, L’oriente degli antichi e dei moderni. Guerre persiane in Erodoto e Guerra del Golfo nei media occidentali, «Quaderni Urbinati», vol. 58, n.1 (1998), pp. 173-195

Mario Bussagli, La via dell’arte tra oriente e occidente, «Art Dossier», Giunti, 1986

Nanni Cagnone, Formule di cortesia (dedicato a Giuseppe Pontiggia), «Il Verri», 2011, pp. 20-26 

17 luglio 2015

Franco Cardini - L'ipocrisia dell'occidente



Franco Cardini,
Lipocrisia delloccidente.
Il califfo, il terrore e la storia,
Editori Laterza, 2015


Il saggio di Franco Cardini, di cui qui ci occupiamo brevemente, è uscito lo scorso aprile. Ribadirne la data di stampa è importante, perché l’autore tenta l’analisi di un fronte assai movimentato, che va dai conflitti che scuotono il Medio e Vicino Oriente alla posizione alquanto scivolosa, quando non apertamente contraddittoria, dei paesi occidentali. Dunque, trattandosi di una materia che più di altre è soggetta a continua mutazione, si rende ancor più necessario circoscriverne con precisione i limiti temporali cui ci si riferisce.
L’autore apre con l’attentato a «Charlie Hebdo» per poi intraprendere un cammino a ritroso, dall’invalicabile linea rossa dalla quale Obama si scagliò contro Assad nelle ore delle concitate notizie sull’uso di armi chimiche ai danni di civili siriani, alla nuova intifada tra israeliani e palestinesi, passando per l’escalation del califfato. Questo flashback ad alta densità si conclude con il violentissimo attacco talebano alla scuola gestita da militari a Peshawar: su 145 morti, 132 erano giovanissimi studenti dell’istituto. Il sanguinoso episodio sarebbe stato una ritorsione contro l’appoggio del premier pachistano Nawaz Sharif alle offensive con i droni statunitensi. Un attentato che ci riporta alla mente la barbarie dei 1200 piccoli ostaggi dall’1 al 3 settembre 2004 di un commando di fanatici nella scuola Numero 1 a Beslan, dove a morire furono centinaia di persone tra cui 186 bambini. Anche nel caso della strage in Ossezia, per quanto si debba andar cauti col prospettare delle sovrapposizioni, l’obiettivo dei sequestratori non era limitato all’indipendenza cecena ma si inseriva nel progetto fondativo di un emirato islamico nel nord del Caucaso.    
Nell’ultimo decennio la matassa si è drammaticamente ingarbugliata, trascinando con sé molti interrogativi circa la pesante compromissione delle lobbies occidentali che, ipotizza Cardini, pescano nel torbido al punto da servirsi di frange dell’islamismo radicale armato per destabilizzare a proprio vantaggio un’area, quella mediorientale per l’appunto, di notevole interesse sotto il profilo economico e geopolitico.
Districarsi tra gli attori in campo e le rispettive posizioni non è semplice, soprattutto perché, come lo storico si premura di far notare a chi legge, ciò che all’apparenza risulta contrapposto, a guardare da vicino, condivide interessi col suo presunto avversario. Non scendo troppo nel dettaglio, in quanto non sarebbe possibile in poche frasi; del resto Cardini provvede a farlo magistralmente nel libro, riuscendo in circa centocinquanta pagine a toccare i punti nevralgici della questione, comparando quel che avviene adesso con ciò che fu il potere califfale nel Medioevo e ancora nel corso della restaurazione ottomana ad opera di Selim I, durante il ‘500.
I rapporti tra mondo arabo e Europa di allora si scoprono complessi, talvolta tesi, ma continui e estremamente proficui. Cardini riporta le cose nell’alveo del tempo, e mostra come tutto quello che ha riempito in maniera anche sanguinosa il nostro oggi, si collochi al di fuori dei sentieri tracciati secoli fa. Da una parte vi è un’enorme ignoranza storica di chi pretende di raccontare le dinamiche in corso – l’autore è molto severo verso certa propaganda mediatica – dall’altra c’è la vulnerabilità di chi a quella propaganda è esposto, spesso senza avere adeguati strumenti per giudicare, che saremmo noi. Infine, c’è un elemento che sgombra il campo da molta retorica sul conflitto di civiltà, ed è il problema della sottoproletarizzazione delle società contemporanee, o disagio sociale che dir si voglia, al quale Cardini attribuisce in larga misura i problemi che ci troviamo di fronte. Dal momento che la ricchezza va concentrandosi in una élite sempre più ristretta, e finché accettiamo passivamente questa tendenza, per paura o per una sorta di rassegnata incapacità a intervenire, non potremo evitare che la progressiva marginalità vissuta da centinaia di milioni di esseri umani non sfoci in fenomeni violenti. L’autore insiste più volte sul dato incontrovertibile ma forse non assimilato come tale dal cittadino medio d’occidente, che il mondo scosso dalla maggiore conflittualità è anche quello in cui più estesamente sussiste, peraltro aggravandosi, il divario riguardante la distribuzione di risorse, ossia l’Africa e l’Asia orientale. C’è anzi, denuncia Cardini, un insopportabile banalizzante manicheismo che colloca alle nostre latitudini le patrie di ogni moderna libertà, mentre a oriente le matrici di un pericoloso regresso. È un po’ la storia del parente ricco che accusa il parente povero di essere un inguaribile fannullone, ma che sa bene come la propria fortuna si regge sulla truffa al suo consanguineo.
E per suffragare tale manicheismo che ancora con malriposta acredine filtra nei discorsi di certa intellighenzia nostrana, vorrei tornare un attimo ai fatti della Grecia. A questo paese si possono rimproverare a volontà la disinvoltura e le corruttele nella gestione della cosa pubblica, però è uno sproposito buttare tutto il discredito da una parte e farci paladini – nel caso di noi italiani men che mai – di un modello che sappiamo contenere fin troppe ingiustizie. Nella giornata del referendum, il commento di un giornalista di una nota testata nazionale mi ha lasciata di stucco: «È la lotta di chi non sa l’inglese, non viaggia e non ha nulla da perdere, contro gli altri». Il sessantuno per cento dell’elettorato che si era pronunciato per il “no” alle ricette di austerità, si appiattiva nell’informe massa dei diseredati, persi al sistema liberista. Ci sarebbe molto da discutere attorno alla frase che ho citato, mi limito a dire che è desolatamente volgare perché dipinge un mondo in scala insopportabilmente ridotta, e si libera del disagio altrui sfiorando quasi l’autocompiacimento.
Per tornare alla prefazione di Cardini, che affronta il problema del crescente divario tra ricchi e poveri in modo del tutto diverso, senza ipertesti che con troppa leggerezza scivolano nel luogo comune, ecco ciò che dice di certa faziosità mediatica: «la vulgata continua a trionfare, bella semplice pulita. E maniacale, repellente nel suo manicheismo che si spera sia almeno in malafede, perché altrimenti sarebbe troppo idiota». Me lo auguro anch’io, ma che le cose stiano davvero così non mi consola per nulla. Anzi, la malafede per questioni di carriera su cui si illudono ancora certi giovanissimi, mi crea una ripulsa anche peggiore rispetto all’opinione dell’attempato giornalista di cui sopra. Vi è nel libro in questione una chiosa illuminante, presa in prestito da Bertolt Brecht: «Quando marciate contro il nemico, state attenti che il nemico non marci alla vostra testa».
Leggetelo questo saggio di Cardini, perché vi aiuta a ragionare, nella prospettiva storica, sui dilemmi che ci esortano a prendere posizione e che stanno mettendo alla prova la tenuta stessa dell’unione europea. 
Si può essere in disaccordo su alcuni punti, su certe proposte e soluzioni – nel mio caso difendo le “primavere arabe” come autentica volontà di rovesciamento di assetti che ormai non erano più percepiti come rappresentativi, né credo all’opportunità di interventi di terra per uscire dal pantano-Isis; non riesco neppure a immaginare come potrebbero essere concepiti perché abbiano una qualche efficacia, se non per il sostegno indiretto che si può dare ai curdi. Ma al di là di queste e altre riflessioni, Cardini ha il merito di tenere i fatti a distanza dalle campane dell’allarmismo o di retoriche ormai scadute. Ripercorre gli eventi e li puntella con le solide e rassicuranti impalcature della storia. Un buon diario di bordo, con molte osservazioni utili e sagge, in un periodo di rischiosa navigazione a vista.

(Di Claudia Ciardi)
      

9 luglio 2015

Fury - La guerra dei carristi




Titolo originale: Fury
Regia: David Ayer
Nazione: U.S.A.
Genere: Azione, Drammatico
Durata: 134'
Anno: 2014
Sito ufficiale: www.furymovie.tumblr.com/...


Cast: Brad Pitt, Scott Eastwood, Logan Lerman, Shia LaBeouf, Jon Bernthal, Michael Peña, Jonathan Bailey, Jim Parrack, Eugenia Kuzmina, Brad William Henke, Branko Tomovic, Anamaria Marinca, Christina Ulfsparre


Segnalato tra i dieci migliori film dell’anno dal «National Board of Review», con un costo di lavorazione di 80 milioni di dollari, il war movie Fury, diretto da David Ayer, è uscito in America lo scorso novembre, posizionandosi subito in testa al box office US. Ambientata nel ’45, in una Germania ormai sotto assedio e disperatamente rabbiosa, la storia si svolge senza squilli di carica né moine patriottiche, cui ci hanno invece abituati le celebrazioni di campagne vittoriose come il D-Day, l’offensiva delle Ardenne. Qui non c’è nulla di epico, non si riesce neppure ad abbracciare con lo sguardo il terreno di battaglia. Tutto appare frammentato, sconvolto, tragicamente assurdo come fu del resto in quelle settimane impossibili prima che ogni cosa giungesse a conclusione.
L’esercito americano ha l’ordine di avanzare fino alla centrale del potere tedesco. Ovunque arrivino le forze d’invasione, il paesaggio si dispiega come una raccapricciante no man’s land. E il regista, per dirci cosa sia la guerra, sceglie proprio questo livello, la strada, dove il basso ventre dei carri armati macina polvere e vite umane. È una narrazione che rasenta la claustrofobia. Lo spettatore, costretto a focalizzarsi sulla forzata precaria convivenza di cinque uomini dentro una tale macchina della morte, sente sulla sua pelle la crudezza della guerra. In un recente passato cinematografico questa prossimità tra chi osserva e chi recita la parte di soldato la si è potuta notare ad esempio nella rappresentazione di scontri fra sottomarini – anche lì spazi angusti, uomini costretti a guardare in faccia i loro limiti, comandanti capaci di azioni eroiche ma in genere soccombenti alle umane debolezze. Da un simile punto di vista, l’ultimo lavoro di Olmi si è spinto ancora più avanti, facendoci letteralmente entrare in trincea. Olmi ha messo in scena l’azzeramento dello spazio-tempo in un avamposto della Grande Guerra, inchiodando l’orizzonte sentimentale di quanti fino a allora si sono confrontati con questo tema. Come ha scritto Alessandra Kezich su «La Stampa» del 24 maggio 2015: «Con Torneranno i prati Ermanno Olmi porta a estrema astrazione la denuncia dell’inutile strage, inscenando un allucinato Kammerspiel in uno sperduto avamposto sulle vette innevate dove nulla ha più senso, a parte una residua fiammella di spirito umano. Chi un giorno vorrà riprendere il racconto dell’indicibile orrore della guerra, dovrà ripartire da qui».
Insomma, una nuova via tesa a scandagliare il profilo psicologico di quanti si trovano risucchiati da un conflitto è aperta. David Ayer aggiunge a sua volta un tassello importante. Prima di tutto perché sceglie di collocare la vicenda in un periodo storico piuttosto inesplorato, per non dire trascurato, che riguarda appunto le ultime spasmodiche contrazioni dell’impero nazista. Poche le realizzazioni filmiche, ma non così cospicue neppure le stesure libresche. Accanto all’eccellente saggio-romanzo di Antony Beevor sulla battaglia di Berlino, che coordina elementi tecnici e testimonianze personali poggiandosi saldamente su basi storiche, il resto è affidato piuttosto al resoconto militare oppure alle annotazioni diaristiche, spesso senza che le due cose siano tra loro comunicanti. In secondo luogo il regista americano si avventura in un universo altrettanto poco conosciuto che è la vita (e la guerra) dei carristi. Piccola digressione storica. I carri armati sono cosa sconosciuta ai teatri bellici fino alla prima guerra mondiale. Fanno la loro comparsa sulla Somme (novembre del ’16 – gennaio ’17), in Francia, luogo di uno dei più efferati massacri di tutti i tempi; resteranno sul campo più di un milione di soldati, contendendo il triste primato a Stalingrado. Richiesti dagli inglesi nel ’16, furono inviati in Francia in appositi imballaggi che recavano il nome di tanks (cisterne), come se si trattasse di una spedizione di contenitori d’acqua. Ritirati quasi subito per le pessime condizioni del terreno, vennero poi utilizzati in massa nel’17-’18. Tra i maggiori teorici e divulgatori della tattica dei carri va ricordato il generale tedesco Heinz Guderian (1888-1954) che nel ’38 venne nominato comandante di truppe corazzate, segnalandosi nella campagna di Francia, con le operazioni di sfondamento a Sedan; quindi come comandante di armata corazzata partecipò alla campagna di Russia e alla battaglia di Mosca. Nella seconda guerra mondiale i Panzer tedeschi erano sul piano meccanico e della potenza di fuoco superiori agli Sherman americani. Le perdite tra gli alleati furono dunque ingenti, aggravate dall’ostinazione del nemico. 
I protagonisti del film si sono lasciati alle spalle lo sbarco in Normandia e lo sfondamento delle linee francesi, che riaffiorano nei loro discorsi solo come immane macelleria – il puzzo della carne in putrefazione, carcasse di uomini e cavalli lasciate marcire sul terreno. Non c’è nulla di epico, nessun inno alla vittoria, solo la voglia di finirla presto, una disperata stanchezza che talora eccita il morale del gruppo per poi gettarlo nel più desolato sconforto. È interessante l’attenzione che viene riservata proprio allo stato d’animo, apparentemente contraddittorio, che più investe chi combatte mentre si scopre gravato dalla solitudine e dalla desolante consapevolezza della morte. Un misto di entusiasmo e abbattimento per una situazione che riguarda da vicino la propria fine, nella quale anzi è nitidamente stagliata la fine. Lo si coglie ad esempio nelle parole del sergente Don Collier (Brad Pitt), che in una pausa tra commilitoni non esita a definire l’occupazione del carrista “la cosa più bella da fare”. Consegnato senza difese alla violenza e alla precarietà dell’esistere, l’uomo si ripiega in se stesso alla disperata ricerca di un senso. Ci sono cose simili nei diari dal fronte di Robert Musil, quando descrive l’attesa dell’impatto dei proiettili e l’irrefrenabile pulsione edonistica che coglie chi sta sotto e che inconfessabilmente quasi vorrebbe andargli incontro. 
Nel film gli uomini sono prostrati, abbrutiti, snervati dall’accanita resistenza tedesca, che ancora è in grado di infliggere perdite rilevanti alle forze d’invasione. I rari momenti di tregua non bastano a ripristinare un clima se non di serenità almeno di fiducia. Pitt fa la parte del leone, in un ruolo che gli calza a pennello, sebbene non sia da annoverare fra le sue prove migliori. A conferma, se mai ve ne fosse bisogno, di non essere unicamente un bello da copertina ma un attore capacissimo e di grande versatilità.   
Altrettanto bravo ma un po’ meno credibile nel ruolo, la giovane recluta catapultata tra i veterani. Il battesimo del fuoco è per lui rapido quanto devastante. In questo caso si indulge troppo forse al giovane immacolato che spara recitando il Vangelo, già visto in altre salse, e quindi a rischio stereotipia. Fin da quando fa il suo ingresso l’inesperto Norman (Logan Lerman), sorretto dalla forza della fede, porta con sé l’aura della salvezza. Troppo scontato. Io lo avrei sporcato un po’ di più. Per il resto comunque una buona nuova pagina di cinema di guerra. 

(Di Claudia Ciardi)

   

1 luglio 2015

Espressionismo tedesco




Palazzo Ducale, a Genova, rinnova quest’anno l’appuntamento espressionista e “berlinese”, inaugurato nel 2013-2014 da Edvard Munch, con una bella mostra dedicata al gruppo della Brücke. Si tratta di un evento di grande spessore, che conferma la qualità dell’offerta culturale del capoluogo ligure.
La rassegna, curata da Magdalena M. Moeller, direttrice del Brücke-Museum di Berlino, comprende oltre centotrenta opere fra dipinti, stampe e disegni che hanno il compito di illustrare contaminazioni ma anche sostanziali differenze tra gli animatori di questa avanguardia. Occupa un ruolo centrale l’impatto con la nascente metropoli, che ebbe una sostanziale importanza per certi sviluppi del gruppo ma fu anche alla base della sua disgregazione. Del resto, tale è la storia dell’espressionismo, non solo per quanto riguarda il suo manifestarsi in pittura o nella grafica. Se ne seguiamo i progressi in poesia, nella musica, nel cinema, sarà impossibile non constatarne la natura di amalgama più che composito, nel quale confluiscono personalità anche assai diverse tra loro, dove a fronte di strappi e continue rigenerazioni, anzi proprio in virtù di queste forze contrastanti, per circa un decennio perdurano quelle istanze di rifiuto dello status quo che hanno contribuito a scuotere le fondamenta del potere imperiale in Germania.
Un’ascesa tutto sommato veloce, dunque, dalle profonde implicazioni politiche. Dagli inizi di questa avventura, nata ufficialmente il 7 giugno 1905 a Dresda, allo scioglimento del gruppo nel 1913, alcune straordinarie personalità fanno clamorosamente parlare di sé e sconvolgono il panorama dell’arte tedesca. Tutto comincia, perfino un po’ per caso, sui banchi del Politecnico di Dresda, alla facoltà di architettura. Fritz Bleyl e Ernst Ludwig Kirchner si conobbero lì nel 1901. Era il loro primo semestre di lezioni, Bleyl fu attirato da un compagno a dare un’occhiata ai disegni di un corsista. Ne rimase subito molto colpito e verso quel ragazzo di Chemnitz, che era per l’appunto Kirchner, sentì un’immediata simpatia. Divennero inseparabili per l’intero periodo universitario. Lo scarso interesse per i programmi accademici, era ampiamente compensato dalla comune passione per il disegno. Nel 1904 fecero la conoscenza di Erich Heckel e Karl Schmidt-Rottluff. A proposito di quei momenti in cui il gruppo stava prendendo forma, ecco il ricordo di Kirchner: «E così un giorno un giovane salì le scale di casa mia declamando lo Zarathustra a gran voce, senza bavero né cappello, presentandosi come Erich Heckel». A Schmidt-Rottluff il merito di aver trovato il nome con cui presentarsi sulla scena culturale tedesca: «Schmidt-Rottluff disse che avremmo dovuto chiamare il gruppo Brücke, era una parola dai tanti significati, non avrebbe rimandato ad alcun programma preciso ma avrebbe per così dire condotto da una sponda all’altra».
Tra i più clamorosi tentativi di reclutamento, gli inviti caduti nel vuoto a Matisse e a Munch. La Brücke si distinse da subito anche per la verve comunicativa, grazie a un intenso lavoro pubblicistico che ne accompagnò le attività, approdando a numerosi allestimenti che videro un graduale crescente afflusso di visitatori. Dalla prima, per certi versi improbabile, esposizione tenuta nell’autunno del 1906 nella sala vendite di una fabbrica di lampadari, a Dresda, alle migliori gallerie d’arte, da cui iniziarono a essere ospitati già a partire dal 1907. Fino al 1910 saranno più di trenta le grandi mostre organizzate in Germania, Svizzera e Scandinavia.
Un ambito specifico sono proprio i manifesti, le locandine, i materiali promozionali delle attività del gruppo; si noti che il programma artistico non venne affidato a un lungo articolo di giornale (come nel caso del futurismo) ma a un breve testo inciso su una xilografia di Kirchner. 
Merita infine spendere qualche parola sull’adesione, piuttosto inaspettata, di Emil Nolde alle istanze dell’avanguardia. Nel gennaio del 1906 Nolde espose le sue opere alla prestigiosa Galerie Arnold di Dresda. Neppure un mese dopo ricevette una lettera di ammirazione per le sue “tempeste di colore” e la richiesta di prendere parte alle attività della Brücke. Nell’allestimento genovese, Nolde è una presenza imponente, sia sul piano pittorico sia per la grafica. Notevoli le acqueforti e le xilografie esposte. Nolde fece parte dell’associazione per un anno e mezzo, uscendone dopo un tempo abbastanza breve a causa di divergenze con gli altri membri; il suo era un temperamento spiccatamente individuale e si può comprendere con facilità come abbia sentito presto il bisogno di tornare al suo percorso. Da mettere in conto anche una non trascurabile differenza di età, rispetto ai fondatori – Nolde era più vecchio di una ventina d’anni. Resta un nome di punta del gruppo, e il suo passaggio tra i fondatori ebbe conseguenze rilevanti per se stesso ma anche per coloro che con lui entrarono in contatto durante quell’esperienza.
Il 1911 fu l’anno del trasferimento a Berlino di Kirchner, Schmidt-Rotluff e Heckel. Max Pechstein si era occupato di sviluppare contatti in loco fin dal 1908, e il salto si prospettava alquanto appetibile. Ma l’incontro con Berlino poteva essere privo conseguenze. La metropoli in pieno fermento, quasi in preda a violente convulsioni con le quali smarriva il proprio volto ottocentesco, perfino agreste, per diventare grande città (dai 300.000 abitanti del 1850 era arrivata a contarne 2 milioni nel 1910), sprigionò una carica di aggressività difficile da controllare per i giovani artisti. Ognuno reagì in maniera diversa, ognuno si sentì arricchito ma anche irrimediabilmente sottratto a se stesso. I colori si scurirono le forme divennero spigolosi: una metamorfosi che si coglie bene ad esempio nelle cosiddette “scene di strada” di Kirchner. E proprio costui fu tra i principali responsabili della rottura, avvenuta nel maggio del 1913.
A Genova, non solo potrete aggirarvi come se vi trovaste nelle sale del museo berlinese, ma sotto i vostri occhi scorrerà attentamente ricostruita una straordinaria parabola creativa che è anche una delle stagioni più intense dell’arte novecentesca, dove il bisogno di rinnovamento del linguaggio pittorico e letterario si salda su istanze cruciali che alimenteranno la protesta sociale in Germania e altrove, nei difficili anni successivi alla prima guerra mondiale. 

(Di Claudia Ciardi)



Emil Nolde - Violette Berglandschaft 


Catalogo della mostra:
Espressionismo tedesco. Da Kirchner a Nolde, 1905-1913, Skira, 2015




In concomitanza, sempre nel contesto di Palazzo Ducale, troverete una retrospettiva sul fotografo tedesco August Sander, accompagnata da un film documentario in cui le persone che lo hanno conosciuto ne raccontano l’arte. Qualcuno ha definito la fotografia di Sander lo “specchio magico” del popolo tedesco. I suoi ritratti hanno colto esattamente com’erano i tedeschi  in un preciso momento. Ma è negli scatti di quel ceto derelitto, spinto ai margini della società, che l’arte di Sander acquista la forza di una rivelazione: la mendicante, il rappresentante di misuratori di forza, gli artisti del circo, il carnevale degli artisti a Colonia, il minatore invalido, la donna delle pulizie, il facchino. Soffermatevi su ognuno di questi volti e vi si aprirà un mondo.
Eppure la particolarità di Sander sta anche nell’aver saputo ritrarre la natura come se fosse una persona umana. Eccovi gli scatti dedicati all’amatissimo Siebengebirge con la corona dei monti vista dal Reno. Oppure i bellissimi alberi innevati sui sentieri di quelle stesse montagne, immortalati ad esempio nella pace di un sentiero, la vigilia di Natale del 1938.
Per approfondire rimandiamo all’articolo Antlitz der Zeit, pubblicato su questo blog.
   

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