25 ottobre 2015

Intervista a Simone Oggionni


Se le luci della Plaka o dentro il palazzo del parlamento la sera del referendum fossero state spente, il mondo avrebbe forse stabilito che la crisi in Grecia c’è davvero. Un’immagine paradossale ma neppure così tanto quando viene accostata a molte delle analisi fatte circolare nelle settimane in cui si è sfiorata la rottura coi vertici europei. A quanto sembra per credere completamente a qualcosa si ha bisogno di segni tangibili. Il che è per certi versi anche lecito, se vogliamo, senza dimenticare però che ormai neppure l’eccesso di rappresentazione, quando c’è, serve a convertire la sensibilità di chi osserva. Non sono bastate le immagini di corpi straziati in ogni parte del mondo per frenare la proliferazione delle armi e il relativo giro di affari che comporta, spesso alquanto oscuro.
E qui si pone anche una questione sulla cultura del nostro tempo. Come i segni di denuncia sarebbero potuti arrivare da un’informazione che per la gran parte esplora un avvenimento da un’unica prospettiva? L’unilateralità del racconto tende a consegnarlo alla catastrofe o alla frivolezza. I fatti della vita umana però sono qualcosa di ben più complesso. Vi sono frivolezze che generano catastrofi e viceversa; a volte dinanzi alla più grande tragedia l’uomo riprende le proprie abitudini con scioccante normalità. Eppure anche un atteggiamento di distacco estremo può essere dettato da altro. In mezzo c’è una gamma di problemi che nel quotidiano frastuono in cui scorrono le notizie emerge di rado.   
Insomma, per tornare all’inizio del ragionamento, il debito greco non viene dalla bolletta dell’elettricità. Se nei mercati i generi alimentari non mancano, ciò non vuol dire che tutta la popolazione abbia in tasca i soldi per comprarseli. Nel frattempo sarà bene ricordare che non poche attività hanno chiuso i battenti e numerosi cittadini si sono rivolti ai servizi assistenziali. L’idea del greco sprecone e godereccio, trionfando con iperbolica cattiveria su una copertina nostrana dove Tsipras e Varoufakis ridevano vestiti da pagliacci, è stata il fulcro di una campagna denigratoria molto pesante. Negli ultimi mesi l'unione europea, che non è chiaramente unione politica, ha mostrato la preoccupante propensione a una conflittualità difficile da assorbire senza conseguenze. Quanto era lontano a luglio il corteo dei capi di Stato che appena sei mesi prima sfilava a Parigi contro il terrorismo. Le smagliature del progetto si sono scaricate nel recupero di stereotipi nazionali che si credevano dimenticati. Il nord con la sua disciplina di ferro bacchetta con ossessività crescente un sud corrotto, troppo vicino a quel mondo arabo instabile e pericoloso, da cui si teme possa essere contaminato e col quale condividerebbe più di un difetto. I paesi dell’est costituiscono un fronte più o meno omogeneo nel rifiutare le politiche di accoglienza. La Russia infine è la pietra dello scandalo che divide tutti e impedisce il delinearsi di una politica estera comune. La nave imbarca acqua. Il confronto serrato tra Grecia e Germania ha esasperato una polarizzazione che non si è mai risolta e nasce evidentemente da un equivoco sul quale l’unione è fondata: l’Europa a trazione tedesca. Che la Germania orientasse e dettasse il ritmo alle politiche continentali, poteva anche starci. Il problema è che i tedeschi questo ruolo non vogliono e non sanno interpretarlo come ci si aspetterebbe. La leadership nordica si ferma alla rendicontazione economica. Quel che conviene va incentivato, ciò che costituisce una perdita va scaricato. Desolatamente matematico quanto insussistente sul piano politico. Ma aggiungerei anche sul piano della stessa economia. Non esiste impresa senza la disponibilità ad accollarsi dei rischi o che non voglia reinvestire una parte dei profitti per sostenere al meglio l’attività, specie nei momenti di maretta. 
Con la Grecia, a causa di simili miopie protratte nel tempo e che purtroppo perdurano, si è sfiorata la rottura. Gli Stati Uniti hanno giocato un imbarazzante ruolo di mediazione, rintuzzando il delirio dottrinale a marchio Schäuble. Qui le cose si possono vedere da due punti di vista diversi. Ringraziando gli Stati Uniti, ed è la cosa a mio parere più logica, per aver guidato verso l’uscita dall’impasse – dando alla Germania e ai partner continentali la piena dimostrazione dell’immaturità a prendere in mano le proprie sorti, con misera figura degli stessi. Ma ci si potrebbe anche rammaricare che la Germania non abbia completato l’opera, costringendo la Grecia alla resa fuori dall’euro. Il che avrebbe sollevato chiaramente quei dubbi sullo stato di salute del progetto europeo che al momento restano sul tavolo ma che nessuno ha il coraggio di impugnare, proprio perché manca quello che si potrebbe definire un “clamoroso precedente”. Tuttavia l’uscita della Grecia dall’euro va detto che avrebbe aperto uno scenario con ricadute incontrollabili su una popolazione già molto provata. Chi si sarebbe assunto questa responsabilità? È pur vero che il popolo greco non viene garantito dal terzo salvataggio andato in porto nelle scorse settimane - ed ecco che torniamo alla metafora navale ma la nave resta ancora senza pilota. Il nodo della vicenda, anziché essere sciolto, rischia di ingarbugliarsi ulteriormente.           
In mancanza di un laboratorio politico serio, sarà difficile uscire dall’emergenza. Tanto più che quella greca è solo una delle molteplici crisi che l’Europa si trova a fronteggiare. Stigmatizzare i tentativi di progettualità politica a livello nazionale, e quindi comunitario, è frutto di un livellamento pericoloso che vede l’attività governativa come un semplice strumento da cavalcare sulla stretta e scomoda mulattiera dell’Ordoliberalismus.  
Se schierarsi pro finanza si trasforma in un atto devozionale verso certi apparati fino a divenire il discutibilissimo passepartout per una carriera, se insolvenza diviene sinonimo di insubordinazione, se invocare il coinvolgimento reale dei cittadini nelle politiche che influiscono sulle loro vite è sinonimo di populismo, allora ci sono molte cose da rivedere.  
Di tutto questo parliamo con Simone Oggionni, classe ’84, membro indipendente del coordinamento nazionale di Sinistra ecologia e libertà, fondatore di «Esse», cantiere vivace e poliedrico dedicato alla discussione di grandi temi che attraversano l’attualità. Oggionni gestisce inoltre un blog in proprio, «Reblab», e uno spazio sull’«Huffington Post». Per Mimesis edizioni ha appena dato alle stampe il libro Manifesto per la sinistra e l’umanesimo sociale, steso con Paolo Ercolani, insegnante di filosofia all’Università di Urbino e giornalista. Si rimanda alla scheda della pubblicazione dove è anche possibile richiedere questo lavoro.
Per quanto riguarda la Grecia invito a rileggere il mio intervento Nostri greci d’oriente, in cui si sono commentati a caldo gli sviluppi della crisi in seguito alla firma dell’accordo di luglio da parte del governo Tsipras. Più avanti, sempre su questo blog, parleremo del numero 7 di «Limes», volume di grande interesse che dà uno spaccato del confronto fra Grecia e Germania, nella proiezione globale dei rapporti di forza USA-Russia.






Per screditare la Grecia e svuotarla del proprio rilievo geopolitico, soprattutto nel momento in cui la trattativa con i vertici UE si faceva più dura, è stata messa in circolazione la storiella di un paese corrotto, piccolo, allo sbando. Un’appendice traghettata per caso nell’Unione europea e di cui sbarazzarsi senza troppo clamore. Ma la storia non ha tardato a respingere al mittente il ridicolo di queste narrazioni. Primo, l’estensione costiera della Grecia e le risorse energetiche dell’Egeo. Secondo, la sua posizione geografica che ne fa una doppia porta tra Medio Oriente e Balcani (e nell’attuale emergenza legata ai profughi vediamo come ricopra un ruolo assolutamente centrale). Terzo, conseguenza della collocazione geografica, un paese che da sempre condivide le sorti occidentali e al contempo dialogante con l’est. La Grecia si candida più che mai a divenire ago della bilancia nelle prossime crisi. I problemi, come spesso accade, possono anche trasformarsi in opportunità. Nonostante gli attacchi alla sovranità nazionale imposti dall'eurocentrismo monetario, saprà la Grecia raccogliere la sfida e conservare la propria caratteristica di cerniera tra due mondi? 

Mi è capitato recentemente di affrontare con i compagni del gruppo dirigente di Syriza esattamente questo tema. A partire dalla percezione divulgata e dalla narrazione dominante e contro di esse: la Grecia è al centro dell’Europa, di un’Europa che riscopre il Mediterraneo come opportunità e che smette di guardare soltanto a Occidente. Il fatto che oggi al governo della Grecia ci siano i nostri compagni fa ben sperare, perché è la garanzia che con serietà si farà di tutto per ricollocare quel Paese al centro dei processi e non ai margini, dove era stato condannato da tanti anni di austerità e di cattivo governo. Mi vorrei concentrare sulle basi ideologiche dell’austerità, perché così chiariamo di cosa stiamo parlando anche quando parliamo della Grecia prima di Tsipras.
L’idea che il debito pubblico sia moralmente deprecabile costituisce uno dei fondamenti teorici più solidi della critica neoclassica al modello keynesiano. Senza andare troppo indietro nel tempo, e senza scomodare i padri nobili della vulgata mainstream, basti pensare che una delle pietre miliari della letteratura economica di questi anni è un lavoro dei professori Reinhart e Rogoff che tenta di mostrare su base empirica l’impossibilità da parte degli Stati di sopportare un debito pubblico elevato. Nonostante larga parte delle loro tesi sia stata smentita dalla prova disastrosa delle politiche di austerità – su cui lo stesso Olivier Blanchard, capo economista dell’FMI, ebbe modo di articolare un mea culpa – sul piano dell’egemonia culturale è prevalsa l’idea (bizzarra, non fosse drammatica) che i colpevoli della crisi finanziaria sono quegli Stati e quelle generazioni che hanno acquistato diritti lussuosi al mercato del tempo, senza curarsi del fatto che in un futuro immediato non avrebbero potuto pagare quanto dovuto. Insomma, che scandali come il disastro Lehman Brothers siano disfunzioni accidentali di un sistema altrimenti perfetto, e che la colpa sistemica sia invece di quanti chiedono spesa pubblica per finanziare diritti essenziali come previdenza, istruzione, sanità. È in questo framework ideologico che la Grecia interpreta il ruolo di Stato allo sbando da punire a ogni costo, e nulla c’entra l’entità di un debito complessivamente irrisorio. È in quest’ottica che nelle trattative recenti, l’obiettivo della Troika è stato soltanto uno: normalizzare e umiliare la Grecia. 

La vittoria di Pirro, espressione tra le più quotate per descrivere la crisi greca. Attribuita dapprima a Berlino, quando ha costretto Tsipras al tavolo dei creditori, poi di nuovo a Tsipras, reduce dal successo elettorale (settembre 2015). Tutto ruota attorno al piano di salvataggio firmato a luglio. Chi dei due contendenti ne uscirà più ammaccato? O forse bisognerebbe dire, chi ne uscirà per primo? Intanto colpisce l’improvviso silenzio dei mezzi d'informazione. Intrapreso il cammino delle riforme – schema ormai rodato – la Grecia è di nuovo scomparsa. Davvero questa rassicurazione di palazzo basta a dichiarare il cessato allarme?

In questi anni abbiamo assistito più volte alla scomparsa e alla ricomparsa della vicenda greca nel dibattito pubblico. La ragione è drammaticamente evidente: ogni “cura” somministrata a un paziente bisognoso di stimolare la propria economia non ha fatto che peggiorare la situazione, facendo lievitare al 180% il rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo. Si parla in percentuali, perché i valori assoluti sarebbero meno eloquenti: la questione centrale che si evita accuratamente di menzionare non è quanto sia cresciuto il debito greco in questi anni, ma quanto sia diminuito il prodotto interno lordo proprio a causa delle politiche di austerità. Solo pochi dati significativi: una persona su quattro e un giovane su due non lavorano. Il PIL è calato del 25% a fronte di una previsione del 5 da parte dei creditori.
Anche stavolta, alla firma di un nuovo canale di finanziamento - imposto a condizioni onerosissime - cala il sipario su un dramma tutt’altro che passato, e sulla vergogna di un’Europa sconfitta e ostaggio della sua nuova recrudescenza nazionalista.
Sarebbe in ogni caso un azzardo fare previsioni sull’esito economico di quest’ultimo accordo, che ha l’unico merito di lasciare altro tempo a Tsipras per intervenire con manovre redistributive sulla politica fiscale entro i margini consentiti. Altro tempo per ingaggiare battaglia con l’oligarchia greca, la corruzione e l’evasione disastrosa. Altro tempo, soprattutto, per continuare a chiedere una rinegoziazione del debito, sia in termini di scadenze sia in termini di valori assoluti. In economia come in politica il tempo è una variabile preziosissima, che il governo ellenico sta provando a utilizzare in maniera a mio avviso estremamente intelligente, anche consolidando un rapporto con il popolo greco che – come si è visto con il referendum – è fondamentale e virtuoso.

Mi collego al discorso precedente, citando un passo tratto da un articolo di Stavros Lygheròs, “Il prezzo della vittoria di Pirro”, uscito sul numero 7 di «Limes». 
«La squadra negoziale greca ha avuto l’ingenuità di pensare che l’indizione del referendum avrebbe provocato grandi sconvolgimenti nei mercati, il che avrebbe costretto i creditori a firmare l’accordo subito prima del voto o subito dopo l’attesa vittoria del no. Invece, sono stati ampiamente sottovalutati non solo i meccanismi di manipolazione dei mercati internazionali destinati ad assorbire gli shock, ma anche la reazione della dirigenza europea». 
Si tratta di una riflessione che coglie un punto essenziale, la messa in atto cioè di pesanti manovre di contenimento laddove una situazione rischi di andare fuori controllo. Si indice un referendum? Bene, da qualche parte si lavora allo smontaggio del risultato politico. Insomma, mentre gli elettorati vanno svuotandosi e le democrazie perdono smalto, una finanza sempre più agguerrita ridisegna regole e asset, occupando gli spazi lasciati vacanti da questa emorragia di rappresentanza. Quali le conseguenze nel breve termine?

Nel 2013 JP Morgan, banca d’affari coinvolta nello scandalo subprime, scriveva testualmente che “i sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione dell’area europea, a causa di una forte influenza delle idee socialiste”. Insomma: le Costituzioni europee avrebbero impedito l’applicazione delle politiche lacrime e sangue. La finanza, cioè, esplicitamente, prende parola per orientare la politica – quella a essa compiacente – contro i popoli e contro la democrazia.
Non mi sorprende che i mercati, cioè il capitalismo (e in particolare la grande finanza), giochi sul terreno greco una partita campale.
Oltre alla reazione dei mercati, però il governo Tsipras attendeva una risposta dell’opinione pubblica europea e internazionale che spingesse a riconsiderare in chiave politica una crisi che fino a quel momento era stata affrontata con il solo beneficio della ragioneria spicciola. Attendeva una risposta politica, soprattutto delle Sinistre. E questa risposta non c’è stata. Vedo con preoccupazione un’Europa che invece sa rispondere avvitandosi in una spirale nazionalista, in cui gli interessi nazionali sono prevalsi perfino sulla logica economica. Tutto questo rivela la fragilità di un gigante dai piedi di argilla, che esiste nella sua forma monetaria pattizia e non in quella democratica, ben più necessaria. La storia recente ci impone di compiere uno sforzo maggiore per immaginare e costruire un’Europa radicalmente diversa, che passi attraverso il superamento degli accordi di Maastricht e dei trattati dell’austerità.

Gli Stati Uniti hanno mal digerito la miopia tedesca nella gestione della crisi greca. Nessuno aveva interesse a una Grecia fuori dall’euro, neppure Putin e neanche la Cina. Gli unici a non inquadrare il problema in una dimensione politica sono stati proprio i tedeschi. La favola dell’Europa a trazione teutonica è naufragata nell’Egeo. La leadership della Merkel ne è uscita pesantemente compromessa e la crisi dei profughi, scoppiata in concomitanza della bufera ellenica, non ha aiutato. La visibilità della cancelliera nelle ultime settimane si è notevolmente ridotta in tutti i media, perfino quelli della madrepatria. Si può dire in bilico il suo immediato futuro politico e con lei il mito di una Germania forte e leale?     

Nei giorni immediatamente successivi al referendum suonavano evidenti, oltre che clamorose rispetto al recente passato, le preoccupazioni di Christine Lagarde e del Fondo Monetario Internazionale sull’effettiva capacità della Grecia di onorare il debito senza una ristrutturazione dei pagamenti, così come richiesto a più riprese da Tsipras. A queste si è sommato il timore di ben diversa natura del governo americano, comprensibilmente ansioso per l’eventuale passaggio della Grecia nell’orbita cinese o peggio ancora russa a fronte di uno scenario globale sempre più incerto. Sia che si voglia considerare una logica strettamente economica, sia che si voglia considerare un punto di vista geopolitico è prevalsa la linea dell’insensata umiliazione, che ha annichilito in un sol colpo la logica utilitarista e la dignità di un popolo.
Ma andrei cauto nel dire che la leadership di Angela Merkel è pesantemente compromessa. Sulla crisi dei profughi, il governo tedesco si è mosso con grande intelligenza, con grande capacità mediatica, mostrandosi come un’alternativa alla logica ungherese dei Muri. Le immagini dei profughi che entrano in Germania con la bandiera dell’Unione Europea mi fanno riflettere. Non perché Merkel sia un baluardo di solidarietà. Ma perché esiste una dimensione politica della complessità che talvolta non cogliamo e che invece dobbiamo indagare. Un discorso analogo potrebbe essere fatto per Renzi, ma non è forse questo il luogo per farlo.

Chi ha avuto interesse ad aggravare gli effetti della crisi economica è anche chi finora si è maggiormente arricchito. Eppure si aprono scenari drammaticamente inattesi che, minando l’integrità del sistema, potrebbero risucchiare quanti hanno finora realizzato lauti guadagni. Utopia o vero rovesciamento delle sorti?

Così come per il deficit, larga parte della letteratura dominante ritiene che fra il tema della diseguaglianza e quello della crescita non vi sia alcuna attinenza. Robert Lucas, premio Nobel per l’economia, scriveva addirittura che niente è più velenoso per lo studio dell’economia quanto concentrarsi sui problemi della distribuzione. Ma anche su questo tema l’evidenza empirica racconta una storia profondamente diversa. Dall’amministrazione Reagan in poi, seppur con risultati altalenanti, le politiche fiscali e monetarie dei governi statunitensi hanno contribuito da un lato alla creazione di bolle speculative, dall’altro allo scollamento complessivo fra enormi redditi da capitale e redditi da lavoro sempre più esigui all’interno dei contesti nazionali. Pur senza entrare nel dettaglio, insomma, l’idea di un allineamento naturale e progressivo della ricchezza proposta da Kuznets, così come l’idea più generale di una marea che fa alzare contemporaneamente tutte le barche, si sono rivelate suggestioni inefficaci per interpretare la realtà.
Se il primo problema è la diseguaglianza, però, il secondo non meno importante rispetto alla domanda riguarda un’ipotetica razionalità dei mercati, che la vicenda greca ha dimostrato non esistere, almeno sul piano organico. Forse, utilizzare l’espressione keynesiana Animal Spirits per commentare la crisi ellenica non è una forzatura. L’ipertrofia della finanza non conosce limiti logici prima ancora che etici. Mentre a piazza Syntagma si festeggiava la vittoria della democrazia sul moloch tecnocratico, nel mondo miliardi di azioni venivano detenute e rivendute in un tempo medio di circa venti secondi ognuna: un’immagine che mette in evidenza l’incompatibilità più elementare fra i tempi e la felicità dell’umano e la dimensione totalizzante di un’economia così concepita.
Difficilissimo pronosticare gli esiti: quel che è certo, però, è che l’idea positivista di un capitalismo che conterrebbe in sé gli elementi, pure matematici, della propria scomparsa non basta più a descrivere un sistema molto più complesso, capace di sussumere, elaborare e superare ogni contraddizione, per quanto clamorosa. Né è detto che l’avidità auto-distruttrice degli attori della crisi produca uno spostamento in senso egualitario della ricchezza. 
Ma il soggetto che può intervenire nell’economia e nella Storia per influenzarne e determinarne gli esiti è uno solo: è la Politica, incarnando processi e destini collettivi. In questo la politica ha sempre a che fare con la democrazia. E con l’idea, profondissima, che il destino collettivo è il frutto di due elementi. La lotta e il conflitto, da una parte. E un esercizio rigoroso del pensiero e della volontà, dall’altro.

(Intervista a cura di Claudia Ciardi)

15 ottobre 2015

Guglielmo II e la tenzone dei coboldi


Copertina di una rivista di trincea - prima guerra mondiale

Queste righe potrebbero anche intitolarsi pedinamento. Ma andiamo per gradi. Vi sono diversi modi di essere lettori, così come per esprimere a qualcuno la nostra stima si possono imboccare vie differenti. Barbe didascaliche, spropositi accademici, pedanterie di ogni taglia non giovano alla comunicazione. Lo scrittore che se ne ammanta, invita il lettore a uno scimiottamento altrettanto patetico e immancabilmente lo distoglie dall’oggetto della propria riflessione. Sentire e sapere divergono come due mete su cui non si può contare, perché chi scrive tende con colpevole lucidità a imboscarsi. Lo sfoggio sapienziale, lontano dal riflettere un autentico radicamento di sguardi e culture, troppo spesso è un mezzo che favorisce la fuga, forse anche l’insinuarsi in un messaggio di travisamenti quando non di spudorate falsità. L’affettazione letteraria, escludendo chi se ne serve per prenderla a sberle, dovrebbe far stare in campana quel popolo sterminato di incauti che si avvicina a un testo. Per questo stesso motivo il tipo allevato nel turgore accademico, rischia di essere una gran seccatura. Le sue lenti saranno sempre un po’ più spesse di quelle di altri, il suo passo un filo più marziale, la sua pompa fragorosamente irritante. Quando siete innocenti, cioè non avete fornito alcun appiglio a un simile contegno e vi piove comunque addosso, ebbene, ci si può solo rassegnare. È così infatti che ha inizio un pedinamento in piena regola. Voi non lo sospettate neppure, ma ci sarà un occhio sempre spalancato sul vostro scrittoio, pronto ad annotare qualsiasi pur minimo scricchiolio nei vostri ragionamenti, solerte a rilevare quelle che per lui sono inaccettabili trascuratezze, ma soprattutto vi servirà su un piatto d'argento la sua specialità: sarà lo spericolato cocchiere delle contraddizioni che vi attraversano. Perché, sia chiaro, ciò che i comuni mortali interpretano come normale attività di un cervello, per il lettore abituato alle scarrozzate auliche ogni bisbiglio rischierà di compromettere il bisbiglio precedente e via dicendo. Ogni singola parola si rovescerà sui banchi di un tribunale, sarà setacciata da un codice che ne vaglierà o meno l’ortodossia giuridica, tutto insomma verrà riscritto secondo la sua vicina o lontana parentela con la cosiddetta procedura fino all’inappellabile sentenza. Per lo più a sfavore di quell’insieme che troppo blandamente ha incoronato la cincischiaggine.
Di simili comportamenti costrittori ammetto che ne ho sperimentati diversi. Quasi sempre, alla fine di una lezione, mi è successo di sentirmi rivolgere domande imbarazzanti. Laddove confidavo in una riflessione di più ampio respiro sulla poesia, se di poesia si era parlato, puntuale e brutale giungeva la smentita dell’impiccione di turno. Le mirabolanti possibilità del suo ingegno gli consentivano appena di articolare una questioncina cronologica o di rimettere in ballo un luogo comune, tanto comune, che smentirlo avrebbe potuto scatenare una sommossa o magari farmi venire un mancamento. Più volte ho lasciato affondare cotanta ottusità insieme alla sua dottrina. Le donne, in questi casi, si fanno benvolere un po’ di più, anche se di un’inezia. Ma se capita quella che si spertica per mezz’ora tra psicologismi e beghe intellettuali non sospette, posso solo sperare che il suo braccio sfiori quello del vicino bacchettone, e che presi da reciproca voluttà inforchino l’uscita.
Eppure c’è un’altra situazione perfino più imbarazzante. Il costrittore numero tre è il peggiore, principalmente perché più educato degli altri due. Le sue buone maniere pretendono di far breccia ad ogni nostro passo. Al cuore non ci arriva, in quanto non gli riesce di vedere più lontano del suo naso. Ma secondo lui sì che vede lontano, e tanto più lontano di noi che sa esattamente quello che cerchiamo, quello che una nostra frase sottintendeva, dove volevamo arrivare “eh, io so quel che lei voleva dire”, è il ritornello che porta ben in vista nel taschino. Sente di doverci consolare da qualcosa che ci indispone e che solo lui sa cosa sia. Ovvio, la sua presenza innanzitutto, ma ancora una volta il naso oscura l’orizzonte e di nuovo eccolo che ci viene incontro. 
Se qualcosa mi infastidisce davvero è chi pretende di essere l’interprete esatto della sensibilità altrui. Non c’è bisogno di dire, quasi anzi me ne vergogno, che siamo degli infiniti. Quasi nascondiamo a noi stessi certe inconfessabili sfumature di quel che proviamo. Chi è così folle da affiancarsi a qualcuno con una simile prolissità emotiva? Con le donne poi è un errore che sa di dilettantismo. Le donne non cercano affinità ma somiglianza. L’affinità è l’atteggiamento di quanti pretenderanno la vostra simpatia, relegandovi sulla soglia delle proprie attenzioni, e a patto che non ve ne lamentiate. Nasce al confine di due personalità e purtroppo è destinata a non varcarlo mai. La somiglianza invece, quando è autentica, cioè quando nessuno si preoccupa di rimarcarla, gioca le sue carte nel disaccordo, sboccia nel pieno di una vera e propria bufera tra due caratteri in opposizione ma non opposti. Nessuno rinfaccerà la sua similitudine all’altro, si può star tranquilli. Non vi sarà pedinamento alcuno, e forse prima o poi ci si sorprenderà inaspettatamente vicini in un momento di tregua. 
E vengo, dunque, all’ultimo caso di petecchiosa ridondanza che mi ha investita. Si parlava di Dino Campana, ne ho scritto anche a più riprese in passato e nell’anno in corso. A settembre mi conferiscono un riconoscimento nell’ambito delle celebrazioni del poeta. Qualche tempo dopo discuto di modernità e classicismo e salta fuori il nome di Guglielmo II, cui il poeta di Marradi dedica come noto i Canti Orfici. Poiché non riservo all’imperatore tedesco un giudizio esattamente lusinghiero, nel folto del bosco il ridicolo letargico costrittore di turno pensa bene di scrivermi e mettermi sotto il naso la deprecabile contraddizione in cui sarei caduta. Ora, io non ho diciamolo pure un nasino alla francese, ma non mi impedisce come altri di vedere abbastanza chiaro davanti a me. Insomma, per qualche strana proprietà logica sarebbe contraddittorio lodare la poesia di Dino Campana e criticare Guglielmo II. Il signor imperatore in questione gestì malamente la politica estera del suo paese, e il suo trono fu risucchiato dalla prima guerra mondiale; giusto ma pur sempre lieve contrappasso per aver fomentato, con lena anche maggiore dei vicini austriaci, quel bagno di sangue. Dino Campana aveva una venerazione per la cultura tedesca. Era un infaticabile traduttore, lettore onnivoro in molte lingue, ma al tedesco riservò sempre un posto d’onore. Fu tra i primi divulgatori in italiano di alcuni saggi freudiani “minori” che in Italia non si conoscevano neppure dal titolo. Insomma, quella dedica ancor prima di qualsiasi ricaduta politica, è scaturita in modo sanguigno e istintivo dal desiderio di rendere pubblico il legame tra il poeta e le cose d’oltralpe. Ma prendiamola anche per quel che è, un sonoro svarione di cui l’autore si pentì amaramente, data l'incombenza del casus belli, arrivando a cancellarla dalle copie in suo possesso e provando a fare lo stesso su quelle già vendute; un disperato inseguimento della propria opera che, pur se per motivi diversi dai tormenti della gestazione, proseguì a quanto pare dopo la stampa.  
Questo modo un po’ gendarme di guardare all’altro, di cavillare, sovrapporre, intrigare, brigare, che fa finire tutto nel vicolo cieco dell’assurdità, mi crea disagio. Sembra che la pigrizia e ancor più la somma incapacità di osservare le cose nel loro insieme, esasperino i dettagli, per occultarli con scientifica regolarità. E come potrebbe andare in modo diverso: ad avvicinarsi troppo l’immagine si sfuoca e il guardone sbatte contro la parete. Il ragionamento viene frantumato, a tal punto scomposto da negare le sue stesse premesse. Va da sé che le conclusioni non hanno più alcun valore. Proprio mentre mandiamo a male la nostra emotività, ci facciamo latori di una logica perfetta! Al confronto, il cilindro di un mago ostenta più coerenza. 
Insomma, per quanto mi riguarda mi avvio ben volentieri al patibolo delle contraddizioni monarchiche o d’altra natura. In un’epoca così prona a togliere pagliuzze per lasciarsi cadere in testa macigni, è difficile augurarsi qualcosa di meglio. Appurata la demenza dei detrattori, come del resto è sempre stato, non resta che confidare nella buona compagnia dei poveri diavoli. 

(Di Claudia Ciardi)      

9 ottobre 2015

Risus abundat!



 Duendecitos 
                                   Francisco Goya - Caprichos n. 49


Il riso abbonda e c’è poco da stare allegri. Non di cibo si discute ma di quella espressione liberatoria che solleva l’uomo dagli affanni quotidiani. Il parlare comune agita sulla punta della lingua una scorza di verità. Vi entra infatti un sentire che, applicando alla vita uno sguardo semplificato, ne ricava una saggezza tascabile, pur valida anche se non così esemplare. Il detto latino inclina forse troppo alla censura, «il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi», chi non è stato motteggiato in questo modo, evidenziando però un uso improprio del riso. L’ammonimento è chiaro. Ridere, essendo una manifestazione di spontaneità, forse una delle più nobili di cui siamo stati dotati, non va d’accordo con l’eccesso né con la forzatura. Un sorriso non è solo l’affiorare sulle nostre labbra di un sentimento che improvvisamente ci innalza. È un moto di tutta la persona sul cui volto risale una subitanea energia diffusa in ogni parte del suo corpo, della quale non si sospettava l’esistenza, e che invece se ne stava in attesa nelle sue più nascoste cavità. Non a caso avviene che la bellezza di qualcuno, mentre sta ridendo, si trovi accresciuta, come per un incantesimo.  
Ridere in eccesso, a sproposito, è segno di insicurezza, nervosismo, finanche follia. Non ridere mai è ugualmente il sintomo di una perdita del sé. Scontare una delusione spesso basta a farci dimenticare per molto tempo questa sacrosanta valvola di sfogo. Del resto, a soffermarsi sull’etimologia di deludere, è chiaro come l’essere umano sia un pendolo destinato a oscillare tra felicità e assenza di felicità, che non significa solo infelicità ma una gamma piuttosto estesa, per certi versi ancor più insidiosa, di stati d’animo, dalla poeticamente nota mestizia alla più decadente noia. Deluso è chi, suo malgrado, si è allontanato dal gioco, in latino ludus. Il che vuol dire non partecipare a una dimensione di leggerezza e divertimento, di cui il riso è appunto il veicolo di maggiore espressività. 
La nostra epoca, che assomma le più diverse nevrosi e tende a trascurare con scientifica ignoranza gli aspetti essenziali del vivere, ha un rapporto alquanto controverso con l’emotività. Ama circondarsi di sensazioni artificiali, surrogati di menti e corpi, dove il coinvolgimento opera per induzione, e il più delle volte è tenuto a bada fuori dalla porta. È un’emozione addomesticata, svilita, prevenuta in ogni suo slancio. Quando in uno scambio epistolare o in una conversazione si affaccia qualcosa di somigliante a un sentimento, se una frase o addirittura una sola parola osano sfidare gli schemi della medietà, va letta banalità, che in questo tempo sciagurato sorvegliano i pensieri di uomini e donne, scattano immediate le sanzioni del caso. La parola viene dispersa insieme alla voce che l’ha pronunciata. 
Tutto ciò che invita all’approssimazione, alla fretta, all’opportunismo, perfino al delitto, ottiene il più largo consenso perché, come dire, queste cose sono smerciate ovunque e tranne la rovina di chi le pratica, non richiedono altro. Quasi che andare al diavolo sia meno compromettente di capire qualcosa di se stessi. Ecco il senso comune ed ecco la ricetta del mondo odierno. Ogni tanto riemerge il ricordo di un bel paesaggio, e ci scopriamo ambientalisti della domenica, oppure vestiti da cultori dell’arte seminiamo polemiche versiamo fiumi d’inchiostro sul tale e il talaltro giornale, una rubrica tiene alta la sua picca contro un’altra, ma in un simile baccano pittura e poesia restano irrimediabilmente obliate. E questa attitudine fallace non da altro deriva se non dal sentire poco o nulla le cose dentro di noi, per quello che sono. 
Saper ridere allora, si capisce, diventa impresa assai complicata. Distanza e freddezza cui ormai si accompagna per rassegnazione la sensibilità nel suo complesso, producono una landa desolata sulla quale ci si adagia come bambini già vecchi. E così stando le cose, al ridere non spetta neppure un’esistenza larvale, l’unica sua strada è la paralisi. 
E mentre in molti lamentano la gran tristezza che li affligge, mentre è un continuo sparlare di problemi che attanagliano altri problemi, così pesanti e insormontabili da non impedire la frenesia con cui si inseguono i difetti del prossimo, sempre da qualcuno additati come pregi, l’isteresi vacanziera scambiata per viaggio e altre insulsaggini di ogni tipo; mentre è tutto un rumore di tenaglie, uno sforbiciare di astio e invidie, e punzecchiature di egoismo e incomprensione tutto pur di non rivolgere lo sguardo dove serve, navighiamo in questo artificio emotivo all’apparenza accogliente come un seno materno ma che prima o poi rischierà di soffocarci.
Così, per non abdicare con troppo clamore a ciò che natura contempla, abbiamo fabbricato il riso per tutte le occasioni. Miracolo della grafica che dissemina i nostri messaggi di rotonde faccine con la lunetta della bocca sempre uguale, né più lunga né più corta, né più storta né meno. Il visino abbozzato si appiccica lì alla fine di una frase, stupidamente ridanciano, e anche un po’ in falsetto, quando parliamo del nulla e nel bel mezzo di un annuncio importante. Accade pertanto che l’intensità vera di una gioia non si avverte e l’invito a ridere o sorridere di una cosa suona come un’equivoca appendice. E per non farsi mancare nulla, ecco venire in sostegno della risolina in scatola la giornata del sorriso: abitanti della terra, ricordiamoci almeno come ridere!
Si moltiplicano moine intorno a tutto quello che bisogna adescare – il riso e la sua preda, il riso e il suo pantano commerciale, la deriva televisiva, in un quiz si apre il pacco sorriso. Ma che felicità!
No, non abbonda il riso e neanche l’umano.

(Di Claudia Ciardi)

1 ottobre 2015

La scuola carrarese dell'Ermitage




Ancora pochi giorni per vedere i marmi dell’Ermitage esposti a Palazzo Cucchiari a Carrara, sedici sculture che da San Pietroburgo, dopo circa tre secoli, tornano nel luogo che tenne a battesimo la creatività di questi artisti. Nel Settecento infatti la cosiddetta scuola carrarese acquisì una larghissima fama, interessando soprattutto collezionisti tedeschi e russi. Presenti alla mostra sono non a caso diversi busti commissionati dai regnanti prussiani e da alti esponenti della nobiltà d’oltralpe. Visitando questo allestimento, si torna davvero indietro nel tempo, nel senso del tempo storico vissuto dalla cittadina toscana all’apice della propria gloria, quando cioè le sue maestranze ne innalzarono il nome nel contesto internazionale. Il percorso suggerisce molto bene come l’avvicendarsi di secoli di duro lavoro, e di vita altrettanto dura, dentro e all’ombra delle cave apuane, abbia saputo far germogliare lentamente, nelle generazioni, l’urgenza del creare. Millimetrica secolare limatura di sensibilità, arte del levare passata da artigiani scalpellini ai loro allievi e così via, negli anni, fino a consolidare una tradizione in grado di attrarre personalità anche dall’esterno, prestigiose committenze, e infine i compratori russi. E in che cosa avrebbe potuto manifestarsi se non nella statuaria, paziente esercizio attorno alla materia, tentativo di ricavare forme dall’informe, di infondere alla pietra un respiro vivente? 
Questo evento scaturisce da un’importante collaborazione con gli enti culturali russi, in primo luogo il Museo dell’Ermitage, rappresentato da Sergej Androsov, responsabile della curatela carrarese. Festeggia inoltre la riapertura al pubblico, dopo gli attenti lavori di restauro, delle sale di Palazzo Cucchiari, raffinata dimora ottocentesca opera di Leandro Caselli, disegnatore della Carrara moderna. Ulteriore celebrazione del luogo che proprio nello scorcio urbanistico che va da qui alla Chiesa di San Francesco, con la sua impervia e solare scalinata da tempio orientale, alla vicina scuola di scultura la cui architettura gioca con inserti moreschi, esalta la durevole ricerca d’arte e bellezza rappresentata in mostra. 
Un posto d’onore nella collezione la occupa senz’altro l’Orfeo di Antonio Canova. In gioventù, lo scultore di Possagno, lesse i classici latini, Ovidio e Virgilio, traendone appunti per una sua personale interpretazione della storia di Orfeo ed Euridice. Frutto di questo studio sono le due statue realizzate tra il 1773 e il 1776, attualmente custodite al Museo Correr di Venezia. L’Orfeo esposto a Carrara è un doppio, sul quale in passato si è acceso un dibattito di attribuzione risolto infine a favore dell’artista veneto, che attirò l’interesse dei russi, finendo nello sterminato fondo dell’Ermitage dove tuttora si trova. Il fatto che Canova abbia realizzato due versioni dell’Orfeo simboleggia l’attaccamento dell’artista a questo soggetto. Si tratta di una statua di medie dimensioni raffigurante l’attimo in cui il cantore, che tutto muoveva a commozione, comprende il tragico e irrimediabile errore che ha commesso voltandosi. L’artista ha assimilato profondamente i versi virgiliani «cum subita incautum dementia cepit amantem», tratti dal IV libro delle Georgiche, quell’improvvisa e improvvida follia che afferra l’uomo, ormai sul punto di uscire dall’Averno, e che lo spinge a voltarsi verso l’amata. Orfeo è fotografato così, in quella fatale torsione che lo rende tragicamente consapevole della sua irrimediabile perdita per aver infranto il patto con le divinità ultraterrene. Quei Mani più potenti di Ade, signore dell’aldilà, che non conoscono perdono e che lo stesso Foscolo cita in epigrafe dei suoi Sepolcri, altro poeta dialogante con la morte, che invoca il giuramento degli antichi perché ne sorreggano la parola. I versi virgiliani, alcuni riportati non a caso anche nel basamento dell’opera, tracciano la labilità dell’esistenza mortale in opposizione all’implacabile disegno divino, il quale riflette un disegno di natura.
Che Canova si sia appassionato a questo mito è assai comprensibile. Prima di tutto c’è il filone dell’epica sepolcrale che attraversa la cultura settecentesca, creando mode ma anche influenzando a un livello assai più profondo il gusto artistico. Poi c’è la grande allegoria che è racchiusa in questa storia. Orfeo è poeta; la discesa all’inferno, la separazione dalla donna che ama sono le prove cui l’artista è chiamato in vita. L’arte tende a essere sfuggente, si raggiunge nelle avversità e soprattutto nell’avversità del mondo, richiede da parte di chi la coltiva una volontà ferma. Vacillare anche solo un istante, implica disperdere i propri sforzi. 
Il giovane Canova si affaccia sulla scena dell’arte dimostrando di aver recepito questa lezione e di averla ben chiara davanti a sé. L’allestimento carrarese rende in maniera ammirevole l’atmosfera che aleggia attorno a questo Orfeo, posizionato in fondo a un corridoio lasciato quasi al buio, rimando voluto agli inferi. Nell’avvicinarsi alla statua il visitatore ripete il cammino di Euridice e allo stesso tempo sente su di sé la disperazione dell’uomo, che investe con forza chi fissa quel volto dai tratti convulsi. 
Il migliore omaggio a un ospite illustre di Carrara, dove soggiornò mentre provvedeva a reperire i marmi per il mausoleo Ganganelli, lì commissionando i blocchi, e dove fu eletto socio onorario dell’Accademia di Belle Arti.

(Di Claudia Ciardi)


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