29 dicembre 2015

L'ellenismo secondo Berlino (I)





Il confronto tra Grecia e Germania che ha raggiunto il suo apice lo scorso luglio nei giorni delle frenetiche trattative sul debito ellenico, in realtà per rimandare la questione a data da destinarsi, ha rappresentato indubbiamente un punto di non ritorno nel dibattito politico europeo. Oltre a una sonora figuraccia di tutte le parti coinvolte. La Grecia invece, a quanto pare, ne è uscita piegata ma affatto sconfitta sul piano morale. Imponendo ai convenuti Ue un governo socialista, profondamente rinnovato rispetto ai vecchi oligopoli incarnati da Pasok e Nuova Democrazia, i due partiti che di fatto si erano divisi le zone di influenza nel paese, Alexis Tsipras, giovane fondatore di Syriza e volto nuovo della politica greca, è riuscito in un’impresa senza precedenti: liquidare in blocco la vecchia classe dirigente. Elemento importantissimo su cui non è minimamente caduta l’attenzione mediatica, presa dal terrore del populismo che ormai siamo abituati a sentire ovunque evocato, quasi sempre a sproposito. Uno sproposito che va a braccetto con la categoria del ridicolo e che rischia di rafforzare proprio il vero populismo, quello più irrazionale e violento, col quale gli attuali movimenti di protesta nati nello scenario europeo non hanno nulla a che vedere. Diversamente si seguita a infilare nel calderone gruppi anti-tutto, frange dei più vari e concitati estremismi, insieme a soggetti che tentano la via complicata dell’attivismo e della militanza politica per costruire discorsi alternativi e spostare gli equilibri di potere verso altre zone della società. Chi prova a intercettare il malcontento popolare, promuovendo una politica inclusiva e autenticamente rappresentativa non può ricevere la continua stigma verticistica di governanti e intellettuali. La pervicacia con cui ciò avviene tradisce interessi estranei al bene comune.
Torniamo al contesto europeo. Che Podemos, Ciudadanos (il Podemos di destra per dirla in maniera semplificata), Syriza, Movimento Cinque Stelle siano in ascesa è un dato di fatto. Entrano nei parlamenti, acquistano porzioni di consenso più ampie a ogni tornata elettorale. Sono forze che non legano tra loro, almeno al momento. Se si trattasse di amici si potrebbe dire che si conoscono per nome ma non amano frequentarsi. Ma la convergenza potrebbe anche verificarsi, chi lo sa. Piuttosto mi preme un altro discorso, diciamo riguardante la fenomenologia di questi gruppi. Nascono dalla crisi, ma non solo da quella economica come si ripete dappertutto, semmai da uno scivolamento sistemico, uno squilibrio innescato da molteplici fattori di crisi e perciò destinato ad avere conseguenze ad ampio raggio.    
Non ho menzionato Front National e Lega non per autocensura fascistica – tra l’altro anche questa narrazione del fascismo immanente rischia di essere un nonsenso quanto il populismo – ma perché, insieme a ben più autorevoli commentatori, credo si tratti di ‘rimanenze’ di apparato che amplieranno la loro piattaforma di votanti se il quadro sociale insisterà a essere deteriore; tuttavia non avranno molte chance di affermarsi in via durevole all’interno della ricomposizione cui si accennava. Tra i due schieramenti c’è inoltre una differenza non da poco, che l’alleanza in sede Ue si sforza di mascherare. Mentre Marine Le Pen ha come ipotetico referente l’insieme dell’elettorato francese, del resto il patriottismo è in Francia un argomento storicamente molto forte, Salvini ha un vizio di forma che non potrà superare nonostante ne inventi di tutti i colori, l’origine settaria e territoriale della Lega abbracciata all’ampolla padana. Inoltre il supposto nazionalismo italiano non sarebbe spendibile come collante, non almeno nella misura di quello francese. 
L’opinione pubblica delle diverse latitudini, e in Italia con accelerate ancora più brusche, ha già dimostrato di prendere a scorno un certo modo di fare che la indora per poi alla prima curva della strada tradirla in quel po’ di amor proprio che ancora le scorre in corpo; riguardo l’italiano medio, il limite invalicabile sta nell’essere platealmente ritratto come impecorito o ingufito – nel modo più bonario possibile dico pure che la metafora del gufo assiso e brontolone ha esaurito se stessa. In altre parole, l’elettore mostra a questo punto parecchia insofferenza e irritabilità se lo si tira in ballo come un infante da prendere per mano, sottintendendo che da solo non potrebbe fare di meglio perché privo di vero intendimento. 
I sobbalzi all’interno dei singoli paesi europei e le altrettante pressioni sui confini (crisi in Ucraina, emergenza profughi, turbolenze nei mercati asiatici) comportano che ogni vento minacci una tempesta, facendoci sentire in «piccioletta barca». Laddove servirebbero strategie, risposte decise e compatte, un fronte comune da opporre al disintegrarsi dei tanti fronti periferici, non per innalzare muri ma per farci trovare preparati e solidi dinanzi al deterioramento del quadro globale, permangono incertezze e assurdità nella gestione continentale. Anziché sfruttare il teatro della crisi greca come un palco da cui mostrare al mondo forza e fermezza politica (non fiscale!) e l’ecumenismo proprio di chi si proclama guida d’altri, la Germania ha preferito trasformarsi in una motrice impazzita. E così, nei caldi giorni di luglio, siamo deragliati. Di là dall’oceano gli Stati Uniti guardavano attoniti. Ad appena un paio di decenni dalla riunificazione, la Germania è partita per la sua galoppata in solitaria, mostrando di non possedere nessuno degli antidoti che l’America si era premurata di iniettarle nel corso della lunga liaison postbellica. La casa era ormai scoperchiata, l’insofferenza sotto gli occhi di tutti. E subito dopo la Grecia, sono venute le difficoltà coi profughi, al di là di molta propaganda a buon mercato – prima la Germania li avrebbe presi tutti, poi siccome il flusso si manteneva eccedente ha ricominciato a strigliare i paesi mediterranei perché non attuano i dovuti controlli; sarà una coincidenza ma dopo l’appello della cancelliera agli industriali dell’auto affinché si impegnassero a creare posti di lavoro per gli immigrati è scoppiato lo scandalo Volkswagen – qualcuno nella madrepatria non ha gradito e ha passato i suoi dossier a chi poteva sollevare un vespaio? Le spine reazionarie pungono sempre al momento giusto. E l’avvertimento non si è fatto attendere: signora non si allarghi troppo, siamo pur sempre la Germania! 
Incensare Merkel sul «Time» a fine anno è stata una mossa ancora una volta mediatica, per mettere un po’ di pace. Prima della valanga lepeniana, ci teniamo caro l’immobilismo della CDU. Inoltre il passaggio delle consegne per assicurare l’Europa o ciò che ne resterà al suo futuro non potrà che avvenire attraverso Berlino. Ecco qui la cosiddetta strategia d’uscita statunitense. Lasciare il vecchio continente per concentrarsi sulle potenzialità asiatiche. Una cosa all’apparenza semplice addirittura scontata, se non fosse che la sua attuazione rivela molte pecche. E quindi torniamo alla Grecia, perché tra i tanti incubi che la vicenda ha materializzato presso i diversi centri del potere mondiale, c’è anche la possibilità dell’Europa così impostata di cavarsela da sola. Per quanto conti la mia opinione, io credo che una simile teoria poggi su una premessa sbagliata. Finché immagineremo un’Europa a trazione di qualcuno, nel presente la Germania, il progetto continuerà ad avanzare pestandosi regolarmente i piedi e un bel giorno si rifiuterà di camminare. Nel caso specifico, la storia insegna che una Germania dominante tende a destabilizzare le altre nazioni; l’ultima volta l’effetto è stato tragico. È vero, i fatti non si ripetono, magari questi antidoti particolari adesso li abbiamo, però è bene non dare per scontato nulla. Penso che nei dibattiti pubblici questa sia una buona pratica. Si comincia omettendo qualcosa e si finisce chissà dove. Nei giorni della trattativa greca violenza e umiliazione si sono mescolate in modo sinistro, anche tra la gente comune: pagate, porci, o ve la faremo vedere. Alla solidarietà, estesa e però per lo più ridotta al lumicino di opache memorie liceali persino un po’ folkloriche, si alternavano frasi concitate e volgari che me ne ricordavano altre.
E siccome chi si sbraccia e alza la voce in genere la spunta sul più onesto oratore di questo mondo, in mancanza di una vera consapevolezza politica il pericolo non è superato. Diceva Hermann Hesse: «I tedeschi sono un grande e notevole popolo, chi lo negherà? Sono forse il sale della terra. Ma come nazione politica… impossibile. Voglio, una volta per tutte, non avere più nulla a che fare con loro sotto questo aspetto». Una frase estrema, frutto di un periodo particolarmente atroce per la Germania stessa a cui questa nazione era arrivata non senza avere in aiuto la dissennatezza del proprio vicinato. Eppure un certo fondo di verità scorre ancora in queste righe. Riconoscerlo non toglie nulla alla Germania, e rafforzerebbe in noi la volontà nel rivendicare un’integrazione autenticamente paritaria.

(Di Claudia Ciardi) 

15 dicembre 2015

Peter Fröberg Idling - Potere e verità




Il corposo saggio di Peter Fröberg Idling è una delle opere letterarie che hanno ricevuto maggiori attenzioni in Svezia negli ultimi anni. Uscito nel 2006, quando l’autore allora trentaquattrenne si è imposto al pubblico come giovane esperto di storia e cultura cambogiana, l’anno successivo viene votato dai lettori svedesi come miglior libro. È stato quindi stampato in Italia nel 2010 dalla casa editrice Iperborea, con il contributo per la traduzione dello Swedish Art Council. Mi sia concesso di dire, a titolo di premessa, che l’impresa di Idling è degna di un paese nordico che non ha nei confronti della letteratura, e in generale della ricerca, il rapporto ambiguo spesso nutrito di una certa freddezza, che hanno i paesi del sud europeo. Laddove il merito si trasforma concretamente in spinta creativa e realizzazione personale, anche e soprattutto nella sfera del lavoro, al di qua delle Alpi finisce per essere percepito come un appesantimento della persona, impantanandosi e in parecchi casi perdendosi. Laddove si trovano più agilmente canali ufficiali cui indirizzare il talento, senza che il proprio tempo e le proprie risorse che di quel tempo costituiscono l’ossatura ne soffrano, al sud questi meccanismi non sono scontati. Chi non abbia un blasone familiare tale da renderlo appetibile a qualche altro blasone, s’imbatterà in un cosiddetto talent scout – oggi usa molto riporre ogni virtù in questa strana figura – il cui ruolo è spesso del tutto marginale quando non antitetico alla solida preparazione di un novizio.
Che questa tipologia umana sia in grado di rimediargli risorse vere e contatti seri affinché riesca a portare avanti i suoi progetti, non è minimamente immaginabile. Fra l’altro mi è capitato per un periodo abbastanza lungo e sconcertante dei miei chiamiamoli pure inizi, di sentire ovunque ribadita in forma di massima la separazione tra l’essere studioso e l’essere poeta o scrittore. Neppure un sarto arriverebbe a tanto; quando anche si trattasse di tenere insieme due panni di consistenza assai diversa, le sue forbici si sottrarrebbero al taglio. Quale danno si infligge in questo modo a un giovane che non ha ancora compreso dove vedano indirizzate le sue capacità, in cosa potrebbero essere utili. La creatività è disciplina e viceversa. Chi predica assoluti, ha poca dimestichezza con entrambe. Insomma, se Idling per mettere mano alla sua storia fosse stato gettato tra le braccia di improbabili mediatori culturali e umanisti a tempo perso che del lavoro in casa editrice non hanno la più vaga idea, non avrebbe realizzato neppure un decimo della sua impresa e i fondi per i viaggi in Cambogia, che gli hanno permesso di lavorare come ricercatore e giornalista, non sarebbero mai venuti. Mi spiace gravare le riflessioni sul libro, senz’altro tra i più dettagliati resoconti sulla storia contemporanea del sud-est asiatico, con una polemica che rischia di spostare l’attenzione dal tema. E tuttavia, leggendo, non ho potuto fare a meno di tornare a questa constatazione che credo abbia bisogno di essere rimessa al centro di un dibattito sulla cultura in paesi come l’Italia. Si tratta, dunque, di qualcosa di organico al processo che ha accompagnato la mia scoperta della prosa di Idling, e che forse lui stesso tende a suggerire ai suoi lettori, insieme al resto, più specificamente legato ai contenuti storici e antropologici di cui si occupa. Questo giovane intellettuale, infatti, ha avvicinato numerosi protagonisti tra cui diversi sopravvissuti alle persecuzioni di regime e alcuni importanti ex esponenti della dirigenza khmer, oltre a essersi spinto in ogni angolo della Cambogia, un paese le cui infrastrutture sono ancora deficitarie, causa i danni subiti durante i bombardamenti americani, nel corso della guerra civile, sotto il regime di Pol Pot che propugnò il ritorno a un primitivismo agricolo, e poi ancora con la liberazione vietnamita. Un lavoro monumentale, verrebbe da dire, incentrato sul valore della testimonianza, che lo scrittore cerca di riabilitare a pieno, denunciando la leggerezza con cui una buona parte dell’intellighenzia l’aveva liquidata nel corso della barbarie. Inevitabile perciò che la nostra mente corra ai lati pratici del narrare di Idling, in che modo è riuscito a portare in fondo la sua inchiesta, quali difficoltà ha incontrato e su quali aiuti ha invece potuto contare. A fronte di una vicenda tanto complessa e scottante come il potere dei khmer che si impose in Cambogia dal ’75 al ’79, non sono aspetti secondari, e insisto, non considerarli quanto dovremmo è indicativo di un tirare frettolosamente a diritto davanti alle necessità del mestiere letterario.
E proprio sulla letterarietà dell’opera, prima ancora di dedicarmi al fatto storico, desidero accennare qualcosa. Né romanzo né saggio tout court ma neanche completamente reportage. Il racconto procede secondo le movenze di un diario peraltro incompiuto. C’è un po’ del miglior Dagerman redattore delle cronache dalle macerie tedesche nel dopoguerra. Anche qui uno sguardo che si aggira nello spazio in cerca di tracce scomparse, impressioni, atmosfere che riempiano il vuoto incombente su una delle vicende più fosche del Novecento. Forse è il senso di devastazione senza i tratti apparenti della devastazione a fare della Cambogia l’incubo surreale che continua a perseguitarci come un rumore di fondo. Troppe lacune ne infittiscono il mistero, dilatano i dubbi, sviano l’osservatore. E in questo risiede il mio personale interesse verso un argomento altrimenti lontano da quanti di solito attirano le mie riflessioni.
Idling annoda la trama intorno a un nucleo essenziale, la spedizione compiuta nella Kampuchea Democratica da quattro connazionali nell’agosto del ’78, con lo scopo di descrivere in patria e al resto dell’occidente i benefici della rivoluzione. Dalla caduta della capitale Phnom Penh il 17 aprile del ’75 la Cambogia, ribattezzata Kampuchea secondo l’antica parola khmer, aveva infatti tagliato ogni comunicazione col mondo esterno. Vietate le visite straniere, chiuso l’aeroporto con l’unica eccezione di un volo da e per la Cina una volta ogni quindici giorni, niente giornali o bollettini radio. Un black out che non lasciava intendere nulla. Il sospetto non avrebbe osato spingersi tanto a fondo e sostenere lo sguardo della vera tragedia che si stava consumando. Poi uscirono i primi racconti di sopravvissuti cambogiani, in fuga dai carcerieri khmer. Diversi intellettuali di sinistra, solidali con la rivoluzione, minimizzarono la portata delle testimonianze, mettendo in guardia l’opinione pubblica circa la loro autenticità. Il dibattito si infiammò. A posteriori è interessante vedere come l’ideologia riuscì a travalicare il buon senso di troppi. Idling dedica non a caso molte pagine alla questione. Potrebbe sembrare semplicissimo, un moto riflesso, accordare fiducia a un profugo uscito da un paese lager, e invece nulla di più complicato. Tra i detrattori scopriamo anche Noam Chomsky, voce dissidente e impegnata, tuttora attivo sulla scena del dibattito interno americano. Ma pure dopo, quando emerse la brutale realtà del genocidio, ci fu chi volle discolparsi dagli errori di valutazione commessi. Sì, il dramma era ormai cosa nota, però sui numeri non si poteva fare affidamento, insomma la portata della vicenda era soggetta ancora a non poche oscillazioni. Come se ciò dovesse influire sul giudizio morale circa i risvolti della politica khmer. 
Lo scrittore è molto abile nel salvare ogni sfumatura caratteriale dei suoi interlocutori e anche il particolare all’apparenza più contraddittorio diviene così elemento di rilievo per una ricognizione complessiva. La Cambogia è il frutto di un contesto, uno scenario storico che vede fortemente destabilizzata quella fetta del continente asiatico. La corruzione interna dilagante, i problemi economici e infine i bombardamenti decisi a tavolino da Nixon e Kissinger, scavalcando il Congresso, per uscire dalla palude vietnamita. L’ascesa dei khmer rossi va collocata entro un tale degrado, in una fase convulsa che portò alla guerra civile prima e alla presa del potere da parte dei comunisti di Pol Pot, alias Saloth Sar, subito dopo. Avviate le collettivizzazioni, sgombrate le città, simbolo del parassitismo e della corruttela dilagante nelle classi più agiate, dal paese non filtrò più nessuna notizia. Solo qualche rapporto ufficiale, proveniente da Phnom Penh, e null’altro. Materiale che affluiva, ad esempio, nella sede della rappresentanza diplomatica della Kampuchea a Berlino Est e che veniva puntualmente rimaneggiato dai suoi impiegati, per renderli più appetibili, più “all’occidentale”. Uno di questi uomini, Someth, sposato alla svedese Marita Wikander, alla chiusura della sede venne richiamato in Cambogia; da quel momento se ne persero le tracce. La Wikander prese poi parte alla spedizione svedese col segreto proposito di rimediare informazioni sul marito, senza riuscirvi. È probabile che quando avvenne il viaggio, fosse già morto, una delle tante vittime dell’S-21, la sede del braccio armato dell’Organizzazione, oggi museo della memoria, dove la polizia segreta seviziava e uccideva i prigionieri. Tra questi si contano anche due cittadini americani, due ragazzi che si erano avventurati sul Mekong in cerca di marijuana, anche loro inghiottiti nel nulla. In seguito si seppe che vennero arrestati e portati all’S-21 con l’accusa di spionaggio. 
Dei quattro membri della delegazione svedese, uno è un nome di rilievo. Si tratta di Jan Myrdal, uomo allora sui cinquant’anni, figlio dei premi Nobel Alva e Gunnar Myrdal. Giornalista, intellettuale di sinistra, il suo resoconto cadde come un macigno nell’opinione pubblica del suo paese. Tutto in Cambogia procedeva al meglio, i khmer avevano attuato un programma efficace per riparare i danni del colonialismo e svincolarsi in via definitiva dalle insidie imperialiste dei loro vicini. Su questo ragionamento poggia la domanda che scuote dall’inizio alla fine il libro di Idling: possibile che non si siano accorti di niente, che i quattro ospiti abbiano coperto più di un migliaio di chilometri attraverso le campagne cambogiane e che nulla del disastro sia trapelato? Malafede, ignoranza colossale o incredibile perizia dei funzionari comunisti? Myrdal aveva l’aggravante della maturità, rispetto ai suoi accompagnatori trentenni. Di sicuro poteva vantare una preparazione più solida e tuttavia nessuna incertezza ha scalfito le sue tesi. 
Si coglie nella cosciente irresolutezza di tali interrogativi un andamento alla Rashmon, secondo cui più si corre dietro alla verità più questa si nega, mostrando mille volti, tanti quanti sono coloro che cercano di dare la loro versione dei fatti. Il fascino di una simile lettura è quasi tutto riconducibile al tentativo di esplorare le zone meno note della mente umana. Al di là del contenuto storico, ammetto di essermi avvicinata al libro principalmente per capire come e se sarebbero arrivate certe risposte. Diciamo pure che l’interesse psicologico ha di gran lunga sovrastato gli altri. L’esito, lo ribadisco, vale lo sforzo di addentrarsi in questo robusto volume. Il fatto che le soluzioni che aspettiamo sfuggano di continuo, mostra per contrasto la sconvolgente ossessione del meccanismo: quando ci si crede lucidi, si è invece spesso distanti dalla realtà. Nel caso cambogiano, inoltre, l’attuarsi della violenza assume un che di distaccato, è un qualcosa che accade certamente per programma politico ma allo stesso tempo si ha la sensazione che buona parte di quanto viene eseguito sia l’estremo effetto di un qualcosa che è fuori dal controllo e dalla volontà dei singoli. Un’agghiacciante computisteria di regime. Impossibile non riandare alla banalità del male della Arendt. 
C’è anche un altro lato selvaggio nella ricerca di Idling, che a mio parere ci riguarda da vicino. E ruota introno alla raccolta di informazioni sul conto di qualcuno. I khmer, questi strani esseri vestiti di nero – anche qui il parallelo con altri estremismi sembra naturale, il nazismo, l’Isis –  venuti dalla giungla, che pure da ragazzi avevano avuto il singolare privilegio di studiare a Parigi – in un paese dove appena duecentocinquanta cambogiani nell’arco di mezzo secolo avevano fruito di quella possibilità – misero in campo uno spionaggio capillare mischiato a forme di superstizione e altri aspetti irrazionali: se un badile si rompeva o l’acqua si scopriva contaminata, era opera della controrivoluzione e il presunto responsabile veniva giustiziato. Del resto, controllare qualcuno implica di per sé un atteggiamento ostile, e diciamolo tradisce un eccesso di difesa: ti controllo perché ho un sospetto o solo perché non mi piaci e voglio crearti dei problemi. Non è raro che un simile atteggiamento sconfini nella paranoia e che l’ingranaggio finisca presto o tardi per mettere in mezzo degli innocenti. Nei regimi succede con esasperata crudeltà. Ma attenzione, siamo noi al riparo da fenomeni di questo tipo? Magari dai più estremi. In ogni modo si percepisce tra le righe del libro un invito a riflettere. Accodarsi a qualcosa che somiglia a un indizio, solo perché esiste nella nostra testa, millantare, confondere, illudersi di ricavare un’idea valida da certi angoli sbrecciati delle vite altrui, perché non si riescono ad avere informazioni di prima mano, è chiaramente un modo di danneggiare e screditare gratuitamente qualcuno. Cose che finiscono per avere ripercussioni sulla società nel suo complesso. In Cambogia, e altrove, le vittime si sono contate a milioni. Nella Babele d’occidente, in preda a crisi d’ansia e rutilanti esternazioni pubblicate sui social network, il pericolo si mostra meno grave, ma non per questo va ignorato.  
Passiamo tre, quattro volte al giorno davanti a un barbone e non lasciamo un’elemosina ma la stessa foto di un poveraccio postata sui magici davanzali dei nostri profili può riscuotere migliaia di consensi. Quando il lavoro di Idling è uscito le cose non avevano ancora preso questa piega, eppure molti dei quesiti che ci poniamo adesso, nelle sue pagine sono affrontati con sorprendente lungimiranza.  

(Di Claudia Ciardi) 


Peter Fröberg Idling,
traduzione di Laura Cangemi,
pp. 344
Iperborea, 2010

7 dicembre 2015

Considerazioni sul Pinocchio illustrato (I)


La copertina originale di Pinocchio nell'edizione Salani, Firenze 1924


Scrivere qualcosa sulla tradizione del Pinocchio illustrato significa entrare in uno di quegli universi paralleli dell’editoria da cui si corre il pericolo di essere inghiottiti senza neanche accorgersene. La ribollente vulcanica enigmatica fiaba qual è la “bambinata” di Collodi, che ha visto la luce nel 1883 e non pensa minimamente a invecchiare, ha tenuto a battesimo un filone altrettanto animato, per non dire tempestoso, di disegni. Che si tratti di tavole, vignette, cornici, questa inaugurata da Enrico Mazzanti, geniale interprete della prima edizione a stampa delle avventure del burattino, si configura come un’abitudine assai longeva, la cui sagoma non si è ancora compiutamente rivelata e sulla cui fronte chissà quanti altri frutti meravigliosi spunteranno.  
Per ciò che riguarda il romanzo di Pinocchio, ma anche qui ci si muove su un terreno mutevole – quanto riduttiva se non inappropriata è l’etichetta di romanzo – le illustrazioni stanno al libro come uno specchio magico; gettano sulle parole un riflesso che ora le assottiglia ora le dilata in maniera spaventosa e ne preserva l’incantesimo. Il dinamismo, quella specie di iperattività che proietta le vicende narrate nella vertigine del ritmo, fino al parossismo, e che per questo le espone anche a un’irrefrenabile angoscia, è l’elemento assorbito da tutti coloro che per motivi diversi hanno reso omaggio al capolavoro collodiano. Si può parlare quindi, senza esagerazione, di vero e proprio travaso emotivo fra testo e interpreti. E in cosa poteva tradursi la velocità che mette in moto la storia, il pepe nella parlantina del bambino-marionetta e le sue fughe ispirate da monelleria, spirito di bravata e paura di affrontare la realtà, se non in una esplosione prismatica di gioia creativa? E intendiamoci, non mi riferisco solo a chi si è cimentato con Pinocchio in un rapporto cosciente di mimesi artistica, provocandolo alla riscrittura o sovrascrittura, ma anche e soprattutto al lettore comune che in apparenza non cova velleità in tal senso, e che pure Collodi sembra istillargli, portandolo inesorabilmente dalla sua parte, dal lato di una fantasia rumorosa e pasticciona le cui pulsioni risvegliano in lui immagini che credeva di non possedere affatto. Frasi del tipo «Bada, Grillaccio del malaugurio! Se mi monta la bizza guai a te!», che vengono dal primo Pinocchio, quello che rifiuta la sua natura di balocco ma quanto al divenire bambino non sa decidersi, oppure «Babbo mio, aiutatemi… perché io muoio», pronunciata sulle soglie dell’ultima metamorfosi, con il compito di avviare la trama al suo scioglimento definitivo, danno la misura della varietà di registri disseminati in un’opera tutt’altro che semplice o dilettantesca. In questa seconda battuta affiora a mio avviso un’eco dell’invocazione di Cristo al padre, che al di là della specificità religiosa, connette la storia, giunta qui a una svolta se vogliamo catartica, con la sfera del sacro. Qui in maniera più scoperta che altrove, essendo tutto il quadro di salvataggio del padre da parte di Pinocchio un episodio assai struggente. Collodi si appella a degli “universali” della storia umana e la sua grandezza sta nel non calarli dall’alto come citazioni colte ma nel tirarli fuori senza parere, quasi venissero per proprio conto, che poi è quel che di solito accade quando uno scrittore si trova in totale sintonia con la sua materia. Del resto, l’infanzia, intesa nella sua qualità filosofica di collettore di simboli, non è per nulla un mondo pacificato. Voltarsi verso il tempo trascorso, misurarsi con la memoria non è cosa che si intraprende a cuor leggero; ogni narrazione, non importa se condivisa o meno con altri, implica un nuovo scendere a patti con la nostra identità, dunque la riscoperta di un universo simbolico nel suo intero, qualcosa che reca in sé un aspetto tangibile. E tuttavia più che un toccarsi è uno sfiorarsi, perché non appena si crede di essere sulle tracce di un’esperienza, i contorni sfuggono, il contenuto si rovescia e diventa di nuovo inafferrabile. Forse il fascino del manichino, delle meravigliose trasformazioni che avvengono nel libro, deriva anche dall’aver saputo riprodurre sulla pelle di una fiaba questo eterno movimento del nostro sé.
Il ceppo dotato di spirito vitale, chiacchierino e dispettoso, continua dunque a vegetare tra i suoi lettori e disegnatori. Alcuni di questi temi sono stati oggetto di una lezione durante la giornata inaugurale del Book festival a Pisa, e siccome ogni toscano che si rispetti, nativo o adottivo, è un collezionista di Pinocchio, quantomeno un suo devoto studioso, il pubblico non ha mancato l’appuntamento; mi è anche capitato qualche tempo dopo di proseguire il discorso con un bancarellaio che porta in giro libri per l’Italia, tra cui rare edizioni illustrate del romanzo di Collodi, e dove io per grazia e per fortuna ho rimediato una copia musicale con illustrazioni a rilievo, stampata da Edicart (Legnano, 2012), un piccolo gioiello nel suo genere. Alla conferenza pisana sono intervenuti Riccardo Greco, responsabile di Vittoria Iguazu Editora, e l’illustratore Fabio Leonardi per presentare il loro accurato lavoro di riedizione dei primi quindici capitoli dell’opera usciti sul «Giornale dei Ragazzi» nel 1881. Fu questa pubblicazione a determinare le vibranti proteste dei giovanissimi lettori che inondarono i tavoli redazionali delle loro letterine con la richiesta che la storia continuasse. E di tale cesura, del rammendo tra una prima e una seconda parte, Pinocchio porta segni evidenti proprio a partire dal suo cromatismo. Fino all’impiccagione del burattino alla quercia grande a prevalere sono i toni del grigio, che rimanda ai resti del focolare, e del bianco, colore della miseria e anche di una abbacinante inflessibilità che incombe sugli eventi, dove non c’è spazio per il perdono; dopo si fa largo un’idea di redenzione veicolata dall’ampliarsi degli sfondi – non più il cosmo chiuso del villaggio intorno a cui tutto era girato in precedenza, ma le pianure, il cielo, il mare e quella strana contrada a metà fra regno della pura immaginazione e porta degli inferi che è il paese dei balocchi. Non è un caso, fa notare Stefano Bartezzaghi nel suo saggio fondamentale su Pinocchio, che la descrizione di questo luogo, o più propriamente non luogo, batta su vocaboli di pertinenza infernale: “pandemonio”, “baccano indiavolato”. Ritmo, disordine e frastuono  rimandano a livello visivo alle rappresentazioni dell’inferno, e anche a quelle diablerie d’uso medievale che pare avessero ispirato più di qualcosa allo stesso Dante, antesignane per certi versi dei moderni mascheramenti carnevaleschi. Ancora una volta, vediamo quanto dettagli che giudichiamo magari superficiali ci mettano in comunicazione con strati molto profondi della nostra cultura. Né viene meno di nuovo il simbolismo cristiano, cui si attinge lo ripeto non in senso stringente, in nome di un’ortodossia da catechesi, ma traendone l’universalità del messaggio di redenzione e salvezza. Il peccato originale di Pinocchio consiste nel suo essere burattino. Per risolvere l’ambiguità che questa condizione comporta dovrà sottoporsi a diverse prove, finché l’anima del giocattolo non entrerà più in conflitto con quella del bambino. Eppure Collodi, desiderando essere all’altezza dei dispetti del suo personaggio, ci rivolge una domanda e ci lascia nel dubbio: alla fine della storia, Pinocchio si impone alla nostra attenzione nelle conquistate sembianze di creatura viva o come balocco? In effetti, del bambino si ignorano le sorti, mentre la marionetta affolla il nostro immaginario e i giochi dei più piccoli. E di più, sebbene nel corso della storia Pinocchio sia dotato di poteri che lo distinguono come non umano – le sue azioni, il modo in cui riesce a cavarsi d’impaccio o, al contrario, la sua propensione soccombente sono indizi chiari di una natura che trascende la realtà – mentre leggiamo capita spesso di dimenticare che si tratti di un burattino. Insomma la sovrapposizione è un’altra delle burle che lo scrittore non lesina al suo pubblico, al punto che il tempo della fiaba e quello delle consuetudini quotidiane si coalizzano in un vortice ora stridente ora indecifrabile, con l’effetto che ogni cosa, in certe situazioni, sembri al suo posto, pur non essendolo. 
A sentire che Fellini aveva in mente un suo Pinocchio per il cinema salvo poi rinunciare al progetto, restai malissimo. La narrazione cinematografica, il grande prisma impazzito su cui il contemporaneo fissa le sue ombre: c’è in ballo la capacità di illustrare un’opera non meno di chi esercita il mestiere di disegnatore. Se poi si tratta di un grande ritrattista, un virtuoso dell’immagine, allora il rammarico è doppio. Mettendo in conto il rischio di farsi prendere sulle scatole, sono cose che in un genio andrebbero sollecitate con impudica insistenza. Parlo di quanti hanno il privilegio nel corso del loro passaggio terreno di incontrare e frequentare delle menti d’eccezione. Non oso figurarmi come le note espressioniste e grottesche di Collodi si sarebbero aperte un varco in un simile estro, una cosa di sicuro da pazzi, tra incantesimo per golem e tarantismo. 
Pinocchio è pure questo, già si è detto. Vive anche, perfino con maggiore intensità, in chi lo incontra senza acchiapparlo. La sua corsa giocosa ne fa un messaggero fugace e impertinente, un’apparizione fantasmagorica che incuriosisce, trascina e respinge. Anche solo restare sulla soglia, affacciarsi per un attimo a quel teatrino da cui il discolo è fuoriuscito, significa subire un fascino, condividerne il destino, avanzare in quel regno del sovvertimento fiabesco che tuttavia si scopre non poi così distante dalle nostre più segrete, e forse anche più vere, inclinazioni.

(Di Claudia Ciardi) 


Un’illustrazione di Pinocchio realizzata da Luigi e Augusta Cavalieri - Salani (Firenze 1924 - ristampa 1939)

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Animali di Esopo e Collodi (all'interno della rubrica Aesopica)

Il mito di Pinocchio (Su «Il tempo e la storia» - Rai.tv) a cura dello storico Luciano Curreri, autore della postfazione Play it again, Pinocchio in Le avventure di Pinocchio, Einaudi 2014

Stefano Bartezzaghi, Il paese senza balocchi (2002), introduzione a Le avventure di Pinocchio, Einaudi 2014

Pinocchio illustrato da Fabio Leonardi (2015) - Vittoria Iguazu Editora

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