8 novembre 2016

Enrico Grandesso - Nello specchio delle parole






In una galleria retta sui solidi puntelli di un’esperienza trentennale scandita da corsi, seminari, ricognizioni giornalistiche, e nutrita di scritture performative, dal teatro alla radio, Enrico Grandesso offre un denso esercizio di saggistica, ancorandolo alle basi del comparativismo. Metodo quest’ultimo, precisa il suo maestro Gualtiero De Santi nell’introduzione, che reinterpreta in modo del tutto personale, senza appiattimento alcuno nelle pastoie teoriche o nei sofismi di principio che peraltro hanno contribuito a svuotare dall’interno uno strumento – con lunga coda di liti accademiche – il quale a mio avviso ha invece ancora molto da dire ai livelli più creativi del lavoro intellettuale. Anzi, uno degli assunti del presente volume consiste proprio nella valorizzazione dell’impianto comparativo in quanto generatore di quelle collisioni che sole possono richiamare sulle opere discusse una frastagliata moltitudine dimensionale e tonale. Un’analisi intenta a insidiare costantemente il punto di vista di chi legge sollecitandolo verso nuove angolazioni.   
E qui approdiamo all’altro motivo intrecciato da Grandesso in queste pagine, ossia il gioco teso a mettere in risalto la mimica della parola esplorata, sbucciata, acquisita che, dialogando con la tradizione, apre vie alternative e si colloca in un vorticante, quanto irrisolto, universo simbolico. La critica, del resto, nelle peregrinazioni testuali condotte dall’autore si connota in senso ampiamente ludico, quale versatile pugnace supporto speculare al lavoro letterario e all’epoca che l’ha concepito. Ma perciò diviene anche un bonario infiltrato che talora spariglia le carte, spostando di continuo e volontariamente scuotendo i termini di una questione. Di fatto il titolo del libro pone in evidenza proprio il metamorfismo riflettente che irraggia dalla mano del critico, almeno di quello che non intende il commento letterario come accessorio ma gli affida piuttosto un’autonoma sfera d’azione dove i pilastri tradizionali saltano e si ricreano di continuo. Si entra qui in una sala degli specchi, di quelle un po’ vecchio stampo da luna park americano di periferia – altro ambiente mutevole dove la dizione poetica novecentesca s’incaglia – e in questa giostra lasciata correre tra avanguardie, poesia italiana dialettale e non, prosa di viaggio incline ora all’ironia ora al disincanto (si vedano le pagine dedicate a Fogazzaro e Barilli) riscopriamo le voci di autori che troppo in fretta abbiamo accantonato per far largo a discutibilissimi affiches postmodernisti, spacciati maldestramente per letteratura. 
Troviamo così Eliot che dialoga con Clemente Rebora, entrambi reduci dalle loro terre desolate e devoti coltivatori della forza visionaria di Dante, ci imbattiamo nell’essenza trasfigurante della poetica di Bino Rebellato, nei versi in italiano e dialetto veneto di Barbarani, Noventa, Demattè che cantano l’emigrazione veneta, in Camillo Sbarbaro, altro ‘wastelander’ d’eccezione dallo sguardo antieloquente, nel genio di Christopher Marlowe alle prese col mito rinascimentale dell’uomo che vuol mettere al centro la libertà di coscienza, primo tassello di tutte le rivoluzioni moderne.
L’alternarsi di tali scenari critici viene convogliato sotto il tetto di due grandi tematiche, il rapporto con la natura e quello col tempo, che ne è poi un’indispensabile compensazione. L’asprezza delle terre contadine che tuttavia raccoglie attorno a sé il calore e la bontà conviviale della vita paesana, il “natío borgo” che nei ricordi di chi emigra diviene luogo dell’anima, la personificazione del paesaggio montano, dalle Dolomiti di Rebellato alle Alpi di Fogazzaro, su cui si attaglia di volta in volta la diceria fantastica, lo scavo empatico, l’ironica ma sempre commossa attenzione al particolare descrittivo capace di innescare ulteriori giochi letterari. Oppure, come nel caso di Sbarbaro durante il suo passaggio in Trentino, un ritorno alle cose semplici del vivere, a un clima di cordialità e franchezza vissuto tra i valligiani in grado di riassorbire momentaneamente il suo sconfortato immaginario. 
Quindi, si diceva, il posto riservato alla metamorfosi del tempo attraverso l’excursus di opere che si sono spinte contro i pregiudizi delle rispettive epoche – essendo già questo sintomatico di un collocarsi dello scrivente oltre i limiti segnati dagli eventi, dunque un forzare le colonne d’Ercole di un tempo che è fisicamente ma ancor più moralmente connotato. La discussione del dato temporale nel Doctor Faustus di Marlowe così come nelle frammentazioni avanguardiste del primo Novecento implica un avventurarsi in terra sconsacrata da parte dell’esercizio critico che rischia di soccombere alla complessa vastità dell’argomento. Anche in questo caso però Grandesso puntella la sua impalcatura ai sostegni forniti dal fraseggio storicista con cui tira di sponda per far largo a riflessioni di carattere sociale.
Non coglie dunque di sorpresa la provocatoria disamina delle idiosincrasie occidentali, fino agli ultimi epiloghi scanditi dalla devastante crisi economica, in buona parte coltivata in vitro, cui ormai nel letterario come nel politico guardiamo inevitabilmente con uno scomposto senso di livore. E in questa chiave sono da leggere anche i due saggi conclusivi, a metà strada tra spassosa palinodia e invettiva mordace, sulle imbarazzanti ambivalenze di alcune adunate poetiche – discorso forse estensibile a qualche convegno, non necessariamente patinato. Ma dove pure si svolge un richiamo alla lettura della nostra poesia, in un’estrema difesa della sua comprensione e assimilazione ovunque si coltivi il sapere, dalle scuole dell’obbligo alle facoltà tecnico-scientifiche.
È questa una raccolta a tratti polemica sebbene non gravata dai toni di quella gratuità belligerante che impaluda fin troppo spesso tanta scrittura saggistica – e non solo – dell’oggi. Se come disse Thomas Mann, discutendo davanti agli universitari di Princeton la lunga elaborazione della Montagna incantata, lo studioso di un’opera aiuta lo scrittore a ricordarsi di sé, si può dire che Enrico Grandesso nelle sue spigolature ci mette di fronte ad accenti quasi obliati del panorama letterario, compiendo attorno ai suoi autori un quanto mai necessario pellegrinaggio di memoria.

(Di Claudia Ciardi)


Enrico Grandesso, 
Nello specchio delle parole. 
Un percorso nell'immaginario letterario dal Cinquecento a oggi,
introduzione di Gualtiero De Santi,
Marsilio, 2015



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