30 gennaio 2016

Poeti russi oggi






È il titolo dell’antologia firmata da Annelisa Alleva, volume di circa seicento pagine edito da Scheiwiller dove trovano spazio sedici voci della poesia russa contemporanea, tradotte dalla stessa curatrice che attraverso brevi schede biografiche e bibliografiche aiuta il lettore a orientarsi o se vogliamo ambientarsi in un panorama piuttosto frastagliato per cadenze e argomenti. Gli autori censiti si collocano su un arco di tempo che va dal 1935 al 1974, estremi di nascita entro cui sbocciano alcuni tra i più vivaci universi generazionali della Russia postmoderna. Citate frequentemente tra le pubblicazioni italiane che fanno in qualche modo da spalla a questo ampio excursus le antologie dell’editore Crocetti e le numerose traduzioni di Paolo Galvagni, entrambi oggetto di diversi miei articoli. 
La Alleva, studiosa di lingua e letteratura russa, già curatrice per Garzanti delle opere di Puškin, insegna attualmente traduzione letteraria dal russo all’università La Sapienza di Roma. Nel periodo più recente della sua attività si è indirizzata alla divulgazione della poesia russa contemporanea, contribuendo a presentarne non pochi nomi presso i lettori italiani. Tra essi spicca quello di Boris Ryžij, indole affascinante e tragica, virtuoso del verso dove il risveglio della parola è costantemente in bilico tra ascesa e caduta, armonia e decomposizione, classicismo – dai grandi maestri russi a Rilke –  e crudezza verbale. Si sarebbe tentati di dire poeta maledetto proprio per la singolare commistione fra il suo immaginario lirico e il precoce epilogo della sua esistenza. Suicida nel 2001, all’età di ventisette anni, è infatti l’unico poeta non vivente tra quelli antologizzati. E aggiungerei, forse anche il più profondo, sebbene non intenda con ciò assecondare certa aneddotica che esagera la sovrapposizione tra vicissitudini di vita e genialità. Considerando che la lettura in traduzione può comportare una perdita della forza dell’originale, e per la poesia il discorso si fa ancora più delicato in quanto la parola sviluppa nessi con diversi piani della sensibilità di cui la componente sonora è il principale veicolo, insomma anche in tali limitazioni il tratto di Ryžij non esaurisce la sua bellezza.
Merito senz’altro del grande lavoro della curatrice ma non meno del peso dell’autore. Casi del genere implicano che nell’esercizio della traduzione si celebri a pieno l’incontro con la materia prescelta, nel passaggio e nel rinnovamento in un’altra lingua l’identità del poeta cresce anziché essere smorzata. 
Il presente volume è corredato da una serie di saggi e interviste che contribuiscono ad approfondire le singole figure proposte in antologia ma ancor più danno uno spaccato del dibattito contemporaneo attorno a temi cruciali della creatività letteraria. Da una prospettiva abbastanza inconsueta per un occidentale, la Russia, che a sua volta in questa analisi guarda inevitabilmente anche a occidente. Nel corso della mia prima ricognizione del testo, al quale sarà interessante tornare, mi sono soffermata su tre autori le cui vite abbracciano in maniera simbolica l’immenso spazio della madrepatria. Il primo è Sergej Stratanovskij, bibliotecario a San Pietroburgo, figlio di un filologo traduttore degli storici antichi, che gli ha trasmesso la passione per la lingua greca e in generale per la cultura classica. La seconda è Olga Sedakova di Mosca, eclettica studiosa di lingue e culture straniere, attualmente insegnante presso l’università statale della sua città. Infine, Boris Ryžij, di cui in parte abbiamo già detto, nativo di Ekaterinburg, sugli Urali, luogo periferico e conosciuto solo per l’uccisione dei Romanov durante la rivoluzione bolscevica. Ma attraverso Ryžij torniamo pure a San Pietroburgo, da lui frequentata, e dove è entrato in contatto con la sua ‘scuola’ poetica; numerosi sono i suoi ricordi legati alla birreria di Via Mochovaja, accanto alla redazione della rivista «Zvezda», in compagnia dei poeti Oleg Dozmorov e Elena Tinovskaja, entrambi affezionatissimi a Boris. 
Dunque, tre mondi lirici che rappresentano altrettanti punti cardinali nella galassia sovietica, una vastità geografica che riflette la complessità spirituale di un popolo e delle sue molteplici aperture culturali. Così Rilke, quando giunse la prima volta in Russia in compagnia di Lou Andreas Salomé e del marito di lei, Carl Andreas, fu commosso dall’attenzione che questo paese riservava ai suoi poeti e dal fatto che la poesia fosse considerata parte integrante della società, capillarmente diffusa ovunque, anche e perfino con maggiore slancio tra i contadini analfabeti che amavano recitare a memoria Puskin. La scoperta di una simile vicinanza del popolo all’arte poetica, in occidente confinata con freddo rigore alle sfere elitarie della società, compagine fin troppo omogenea per quanto riguarda il sentimento autoreferenziale di sé, scosse nel profondo il giovane Rilke, regalandogli una delle lezioni più importanti per la sua crescita intellettuale. Nel vecchio continente l’artista risulta spesso appesantito dalla propria estrazione sociale. Chi si dedica all’arte, non importa sottolinearlo, appartiene alle classi fornite di più mezzi e il motivo è ben immaginabile: arte e studio richiedono tempo, libertà da obblighi stringenti, quindi risorse economiche, e ciò è ancor più vero in paesi dove i meriti culturali di una persona prima di essere riconosciuti e di trovare una rispondenza concreta nella collettività subiscono un annoso processo alle intenzioni. Il che può essere lecito se serve a verificare i reali attributi di qualcuno, ma corre il pericolo di divenire un mezzo per non rimescolare determinati assetti, ritenuti un diritto acquisito anche quando ormai esprimono poco o nulla. Pertanto se è vero che esiste un’autoreferenzialità sociale dell’arte e in generale dell’attività intellettuale, non è poi così arduo immaginare che questo orienti anche un sentimento elitario di chi le pratica. La differenza tra noi e Orazio quando diceva «odi profanum vulgus et arceo» è che lui aveva ben in mente cosa fosse il popolo, e proprio in virtù di tale consapevolezza poteva prendersi la libertà di stigmatizzarne i tratti, inchiodandoli all’occorrenza a una formula di altezzosità letteraria, senza che la fede sincera nei suoi simili fosse scalfita. Noi invece non sappiamo più o quasi cosa sia il popolo, soprattutto dove sia. Quando scriviamo o pratichiamo i nostri studi, molto poco vibra in noi di quella che potremmo chiamare partecipazione spirituale a un insieme, che in sostanza è fatto di carne, pelle, occhi di chi abbiamo intorno e delle generazioni che ci hanno preceduto, di quel presente in cui non esistevamo ma che già entrava nelle nostre vite attraverso i nostri familiari. Non era forse il culto degli antenati al centro della religiosità latina? Non lo era in Cina, altra civiltà antichissima, dove è sopravvissuto fino alle soglie della rivoluzione maoista? Senza sapere cosa sei, la tua scrittura varrà poco e nulla. Ecco, quando leggo la poesia russa, questo monito sorretto dal senso di qualcosa che unisce alla corrente magnifica e brutale della storia mi trascina su sponde culturali molto lontane dal consueto.  
Basti osservare cosa sia San Pietroburgo, come un’intera città in poco più di tre secoli abbia fatto delle proprie strade una narrazione letteraria cui gli eventi si sono docilmente assoggettati. Nella città «più astratta e più premeditata del pianeta» secondo la celebre epigrafe scolpita da Dostoevskij per le sue Memorie dal sottosuolo, non sarebbe potuto accadere il contrario. Guardiamo cosa sia palazzo Jusupov, in che modo, quasi con ovvia predestinazione nelle sue stanze si siano alternati trascorsi sanguinari – nel dicembre del ’16 vi si consumò l’assassinio del monaco-guaritore Grigorij Rasputin – a episodi di grazia abbagliante. Il suo teatro ha ospitato innumerevoli concerti, fra cui le esibizioni di Liszt e Chopin , e le letture dei versi di Blok, Esenin e Majakovskij. Vedere quali spazi offrano i russi ai loro poeti dà ancora una volta la misura della considerazione di cui gode quest’arte. 
Gli autori che qui introduco brevemente, sebbene di età non omogenee, hanno accenti e modelli comuni. Per quanto riguarda questi ultimi, lo si diceva precedentemente, il classicismo russo da Puskin alla Achmatova, andando all’indietro fino all’antichità greca e passando per la letteratura anglo-americana. Nella Sedakova l’intreccio assume proporzioni assai vaste, tanto da congiungere idealmente la tradizione italiana della Laudi (Jacopone da Todi, S. Francesco) e Dante ai Cantos poundiani. Voci diluite e condensate in molte delle sue liriche, dove tuttavia restano pure estremamente riconoscibili. Della dissolvenza la Sedakova fa un tratto stilistico proprio, che mostra le sue numerose e delicate sfaccettature nei versi del Viaggio cinese, omaggio a un oriente dell’anima più che del paesaggio. 
Colpisce in particolare il ricorso insistito ai temi della memoria e dell’infanzia che in ognuno assume com’è ovvio caratteristiche differenti, anche se è prevalente l’idea della perdita del sé. Mentre nel caso di Ryžij e Stratanovskij affiora una vera e propria lacerazione, che il secondo declina anche nei termini di un confronto serrato quanto impietoso con la storia e i suoi sempre attuali drammi, per la Sedakova è questione di archetipi, sagome e ombre evocate in linea con le rarefazioni della sua scrittura.
Ryžij reca in sé la cifra di un fatalismo iscritto con sconvolgente pesantezza nel suo passato. Il poeta guarda se stesso sempre all’indietro, come riavvolgendo una pellicola, e non è infatti un caso che prediliga le metafore cinematografiche e in generale l’ambiente cinema. Se non rinnega se stesso è solo in rispetto di quella spropositata maschera del tempo, che ora è una zingara profetizzante in un padiglione, simile in tutto alle prime pagine dei Canti Orfici campaniani, ora un ubriaco steso sulla panchina di un giardino che i poliziotti scoprono essere per l’appunto «il solito ubriacone Borka Ryžij, il primo poeta della città».
Sono poesie queste della Russia contemporanea, in cui altezze e bassezze del vivere stringono un patto fragorosamente e clamorosamente attagliato alla quotidianità, impastata dal fango dell’essere quanto basta perché ascesa e dannazione scavino un solco riconoscente nella nostra esperienza di lettori.

(Di Claudia Ciardi)


Poeti russi oggi,
a cura di Annelisa Alleva,
Libri Scheiwiller, 2008


Di Sergej Stratanovskij

[Spiriti invisibili]

Spiriti invisibili,
spiriti dei monti non battezzati, ostili,
di notte, scendendo a valle,
                                   assaltano i nostri guerrieri
e la nostra milizia.
Noi è tanto che abbiamo conquistato
questa terra ribelle,
                                  ma gli spiriti delle sue gole
non ce l’hanno ancora perdonata.

(Da Accanto alla Cecenia)


[Nel metrò]

Nel metrò Tjutčevskaja passa la notte un uomo
Oh, non svegliare –
                                sennò insorgerà
in lui un caos furioso…

(Da Buio diurno)


[Non ho trovato quella birreria]

Non ho trovato quella birreria,
                      dove con gli amici, solo ieri…
al suo posto c’è un enorme fosso,
                      anche se lo steccato tutt’intorno è lo stesso…

E il passante non sa
                       che cosa è successo alla birreria:
come se fosse sprofondata tutt’a un tratto.

Non ho trovato neppure l’ufficio,
                       dove solo ieri, un certificato…
Possibile che sia sprofondato in una notte?
                       Mi sono seduto su una panchina
                                                            sudando freddo.
La matrice, si vede, onnipotente
                       ha fatto qui questo bel lavoro,
contenta di terrorizzare la mente

(Da Sul fiume torbido)


Di Olga Sedakova

[Là, sulla montagna]

Là, sulla montagna,
dentro le cui ginocchia è l’ultima capanna,
e più in alto nessuno capitava;
la cui fronte non si scorgeva per via delle nuvole
e non si potrà dire se era tetra o allegra –
qualcuno ci passa e non ci passa,
                                                    c’è e non c’è.
Ha la grandezza circa dell’occhio di una rondine,
                                                   di una briciola di pane secco,
di una scala sulle ali di una farfalla,
                                               di una scala gettata giù dal cielo,
di una scala, su per la quale
                                                nessuno ha voglia di arrampicarsi;
più minuscola di quel che vedono le api,
                                               e di quanto sia la parola.

(Da Viaggio cinese)


[Grande il pittore che non conosce dovere]

Grande il pittore che non conosce dovere
                                             oltre a quello del pennello che gioca:
e il suo pennello penetra nel cuore dei monti,
penetra nella felicità delle foglie,
con un colpo solo, con la sola mitezza,
                                              il rapimento, il solo turbamento
penetra nell’immortalità stessa –
                                              e l’immortalità gioca con lui.

Ma colui che viene abbandonato dal suo genio, colui dal quale
                                              il raggio viene deviato,
colui che per la decima volta in un luogo torbido
                                              cerca una sorgente pulita,
colui che si è lasciato cadere di mano i miracoli, ma non dirà:
                                              i miracoli non esitono! –
davanti a lui con deferenza
                                              s’inchinano i cieli.

(Da Viaggio cinese)


[Lodiamo la nostra terra]

Lodiamo la nostra terra,
                                               lodiamo la luna sull’acqua,
quel che non è con nessuno e con tutti,
                                                da nessuna parte e dappertutto –
della grandezza di un occhio di rondine,
                                                di una mollica di pane secco,
di una scala sulle ali di una farfalla,
                                                di una scala, gettata dal cielo.
Non solo disgrazia e pietà –
                                                sono briglia al mio cuore,
ma il fatto che sorrideva
                                                un’acqua meravigliosa.
Lodiamo il bagno nel vetro vivo
                                               dei rami inestimabili, scuri
e di tutti gli spiriti insonni
                                               su ogni grano dentro la terra.
E quel che è ricompensa,
                                               quel che è ostacolo alla cattiveria
quel che è il giardiniere per il giardino –
                                               alla terra è lode.

(Da Versi)


Di Borsi Ryžij

[Indovina, zingara]

Indovina, zingara, per un soldo di rame,
spiegami di che morrò.
Risponde la zingara, dice, tu morrai,
quelli così non restano al mondo.

Tuo figlio diventerà un estraneo, estranea la tua donna,
ti volteranno le spalle gli amici-nemici.
Che cosa ti ucciderà, giovane? La colpa.
Ma tu la colpa custodisci.

Di fronte a chi la colpa? Di fronte a chi è vivo.
E ride, negli occhi mi fissa.
E dal bazar echeggia un motivo
della mala, il cielo si schiarisce.

(Da Al vento freddo)


[Dove si spezza la memoria]

Dove si spezza la memoria, un vecchio film parte,
una vecchia musica suona una certa tiritera.
La pioggia è passata nel parco, e non si può dire
                                                                     [quanto forte
profumi il lillà in questo giorno di primavera.

Salire sul tram 10, scendere, passare sotto l’arco
staliniano: tutto com’era, era un secolo addietro.
Qui mi prendevano per mano, qui mi tiravano
                                                                      [su in braccio,
mi facevano vedere un film nel cinema teatro all’aperto.

L’arte mostrava gli stessi sentimenti,
lo stesso parco dei divertimenti, un ragazzino in braccio.
E l’interminabile passato, illuminato fiocamente,
impedisce molto al futuro di prendere slancio.

Per nostalgia o per scempiaggine e sbornia ci si può
sollevare più in alto dei pini, fino al cielo
sulla ruota panoramica, ma capire non si può:
se la guerra ancora non c’era, o c’era.
È tutto in bianco e nero, con le mamme vanno i figli,
un cattivo altoparlante canta qualcosa con aria trionfale.
Quanto ho vissuto a lungo, quanto ho patito gli
spasimi del cuore, le lacrime, e anche il contrario.

(Da Al vento freddo)


[Ricorderemo quel che ricordiamo]

Ricorderemo quel che ricordiamo e il dimenticato,
tutto quel che il bambino ci ha dato in regalo.
La cittadina dove abbiamo amato,
la cittadina persa fra le nuvole.

E se potessimo riavvolgere la bobina
indietro, tu vedresti
coprirsi di polvere sulla mia tomba
i fiori gialli morti.

Lì sono morto, ma chi è vivo sente il chiasso
degli uccelli, e l’alba prende fuoco
sui cespugli dei ciliegi selvatici rossi.
Vano tutto quel che è stato dopo.

(Da Al vento freddo)



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Infanzia e oriente - Kindheit und Orient

19 gennaio 2016

Follia ragionante (I)


Edvard Munch - Love, 1896

Una pisana, una nobildonna o forse solo un’eccentrica con una sbalorditiva attitudine al racconto, venne ricoverata alle Ville Sbertoli di Pistoia, noto manicomio cittadino, per un caso di follia ragionante. È codesta affezione una psicosi paranoide contrassegnata da delirio lucido in cui il patrimonio intellettivo del paziente si mantiene integro. In pratica la signora aveva la parlantina sciolta, e per una pulsione che la dominava fin dalla gioventù inventava di sana pianta delle storie, associando con cinica abilità gli elementi più improbabili, tanto per vedere l’effetto che facevano. E completamente assorbita da questa occupazione, tormentava qualsiasi malcapitato incrociasse la sua strada. Ma presto il passatempo divenne crudele, millantava, sproloquiava, insomma un’astiosità di fondo volse al peggio i sintomi di un semplice esaurimento che sulle prime non si pensava sfociasse in complicanze. Questioni pendenti di eredità e accordi matrimoniali saltati, causa il pervicace disimpegno degli interessati, aggravarono la signora che quindi abbracciò il delirio con fatale naturalezza, quasi fosse un amico per innumerevoli anni atteso sulla panchina di un giardinetto. Presumibilmente lo stesso del ricovero in cui era alloggiata. E in effetti per il modo in cui il corteggiatore si era presentato, non poteva dirsi proprio un tipo comune. Fin dal primo appuntamento quel farfallino per traverso e i capelli arruffati, di chi non sappia pur con tutte le forze della volontà abbandonarsi al sonno dei mortali, avrebbe allarmato anche il carattere meno sospettoso di questo mondo. Ma la signora, no, lo prese sul serio e a differenza degli altri pretendenti si trovò subito un accordo. Non poté più fare a meno di quei due occhi spiritati, che riteneva irradiassero su di lei ogni grazia, e anche quel suo gesticolare nervoso, come di uno che voglia pescar pesci nella nebbia, gli fu caro quant’altri mai. Nel tipico slancio da donna innamorata, che forse è a sua volta un piccolo delirio, cui abbandonarsi figura però tra le ragioni migliori del vivere, se lo prese a modello; non erano trascorse neppure un paio di settimane dal felice incontro, che quella febbre dello sguardo era passata in lei, e anche i suoi atteggiamenti ora abdicavano alla femminilità per volgersi a un’insolita, si potrebbe dire perentoria, concitazione. L’indemoniato spense nella sua dolce metà ogni residua scintilla di un’esistenza normale, e in gran fretta si celebrò un rito assai più impegnativo, che andava al di là del riconoscimento terreno sancito dal matrimonio. Del resto, eravamo in presenza di un’unione di anime. Ma le due entità invece di stare in un nocciolo, come si è soliti affermare, erano piuttosto l’una dentro l’altra. Il demone occupava letteralmente il cuore della signora e lo inveleniva pian piano. Credendo lei essere chiamata alla prova del suo sentimento, si vedeva in obbligo di dare continue dimostrazioni della propria fedeltà coniugale e, nella fattispecie, spirituale; pertanto qualsiasi cosa gli suggerisse il malandrino, lo realizzava con devota alacrità. 
I dispetti si moltiplicarono, non risparmiando nessuno del reparto, neppure quei pazienti affetti da catatonia acuta con cui dichiarava rapporti amichevoli, visto che non contraddicevano mai le sue storie. Se ne stavano lì, come seduti su una nuvola, lo sguardo immobile alla medesima macchia di umido sulla parete del refettorio, e lei avrebbe potuto declamare un intero ciclo di poemi senza che si sollevasse neppure un sopracciglio. Una volta, era di pomeriggio, fuori pioveva a dirotto e nessuno degli ospiti poteva lasciare la Casa per fare una passeggiatina all’aperto. Quale favorevole circostanza per dare un pubblico saggio delle sue doti narrative. Con un salto fulmineo, a dispetto degli anni e di un robusto accumulo adiposo che le inguainava i fianchi – ma i matti si sa sono capacissimi di cotali guizzi – saltò su una sedia, attaccando col suo cavallo di battaglia. Che il padre, uomo di oscuri natali, era stato un grande viaggiatore e un giorno conobbe la principessa di Beonia, regno del tropico degli Ossigoti, ed eludendo la guardia di palazzo e l’ottavo senso di un eunuco che aveva dodici paia di orecchie e altrettante d’occhi, dunque in grado di discernere quel che accadeva a miglia e miglia di distanza, si trattasse anche di un brusio fuor di palazzo, sedusse l’infanta. Già al terzo incontro fu concepita la nostra narratrice, ma siccome durante la gestazione la mamma ricevette il morso di un aspide tra i più venefici di quell’ignoto continente, i dotti di corte dissero che per salvarla era necessario asportare il mignolo del piede del padre. Orrore, costui non era dunque il principe di Bonzo? Proprio no, piuttosto quel gretto filibustiere di cui tutto si ignorava. E poi, sommo oltraggio alla corte, con quale inganno si era introdotto nelle segrete stanze? A rimetterci barba e capelli per primo fu l’eunuco, visto che altro non gli si poteva chiedere, avendolo già sacrificato da tempo. Considerato che le cose volgevano al peggio, quella notte il suo valido papà scappò insieme all’amata. L’eunuco ridotto in ceppi si accorse del piano ma nulla poté. I suoi rantoli furono attribuiti all’opera del barbiere. Insomma lei era nobile per diritto d’un mignolo e chi metteva in discussione questa storiella se la sarebbe vista con quel tale di Bonzo, che si era impegnato a reclamare la sposa violata e anche la bambina, perché così aveva giurato, e al Tropico dell’Incornato (o forse era Incoronato ma che differenza fa) l’onore viene prima di tutto. 
La signora dal sangue blu e dalla burrascosa fantasia che dentro vi scorreva, prese fiato. Ma giusto un attimo, non avessero a pensare che le sue deliranti capacità mostravano segni di guarigione. Avrebbe voluto quindi dedicarsi alla seconda parte del suo cimento, e tuttavia l’imponderabile che è sempre in agguato, rivelando un singolare fiuto per il genere delle stramberie, si inserì nel corso degli eventi. Sarà stato che del temporale non si udiva ormai più nulla e che i degenti mostravano segni di impazienza, sarà bastata quell’infima variazione di luce – la cartella clinica della signora parlava chiaramente di marcata fotosensibilità – o l’accenno di uno sbadiglio, accompagnato da una rumorosità giunta come eccessiva all’udito ipersensibile di una psicotica, fatto sta che la fiaba non venne in alcun modo proseguita. L’espressione della narratrice subì una terribile metamorfosi, livida e grifagna come un’arpia si raccolse tutta in se stessa con l’intento di sferrare chissà quale attacco. La sua voce, che fino ad allora aveva conservato un’innocua monotonia, piombò addosso all’imbelle uditorio peggio di un turbine. E quali sconcezze pronunciò. O se preferite, quali non profferì nelle allucinate battute di quella crisi. Nessuno fu risparmiato. Né fu l’unico episodio di quel tenore.
Qualcuno dei catatonici, a essere sinceri, mostrò anche segni di risveglio. Forse la foga mai sperimentata prima, che disarcionò il loro torpore. E da un simile punto di vista, quel delirio si sarebbe dovuto semmai benedire. Ma nulla, le regole sono regole anche dentro un manicomio. Si decise perciò il ricovero in isolamento. Qui ebbe inizio l’attività più inquietante della nostra amica.  
Il demonietto che aveva determinato l’oscuro coagulo nella mente della malcapitata, continuò a lavorare di cesello. Quando si rendeva necessaria una visita per accertarsi delle condizioni della paziente, la nostra eroina metteva in campo tutto il suo genio malato per confondere, sviare, turlupinare l’esaminatore. Aveva un ascendente, lo sapeva bene, e il suo mentore non perdeva occasione per rammentarglielo. Non si faceva problemi a usarlo nel modo più miserevole. Con limpide argomentazioni, che non sarebbero sfigurate in bocca a un principe del foro, si divertiva a evidenziare come ognuna delle frasi pronunciate dal dottore di turno si prestasse a un’interpretazione ambigua, a tratti ridicola, e non poggiasse su alcuna base logica. La solidità di quelle clausole, peraltro indecorosamente approssimate, e qui non mancava neanche di dare lezioni di stile, non era più solida della follia che le veniva attribuita. Ribatteva punto per punto, con ostentato rigorismo, finché il dottore svilito chiedeva l’aiuto di un collega e tutto ricominciava daccapo. Ma perché restasse una traccia tangibile delle sue ragioni, dopo averci pensato su diverse nottate, si risolse a infrangere il regolamento. E siccome tutto quello su cui s’incaponiva lo otteneva senza difficoltà, tanta era l’energia che impiegava nell’esasperare le sue vittime, eccola di nuovo all’opera. Stavolta era in gioco quasi il tradimento dello sposo, sebbene per una giusta causa. Con diverse moine e lamentele, alternate a promesse di non meglio precisati favori carnali, manipolò un anziano inserviente d’indole abbastanza eccitabile quanto fedele, il quale mosso a compassione le regalò carta e penna, oggetti severamente vietati nei casi di esaurimento e psicosi. 
Ora poteva finalmente denunciare l’ingiustizia del mondo, che è la vera follia, il vero scandalo dei tempi e che senza provvedere a se stesso, tormenta dei poverini, innocenti al paragone di un’onta così spropositata.
La storia di F. R. allietò non molto tempo fa un pranzo tra amici in quel di Pistoia e ricordo benissimo come l’ironia dei miei commensali non mi dette tregua per un pezzo. A loro dire manifestavo con il caso spudorate affinità. Prima di tutto l’origine, e la comunanza del luogo di nascita si sa è di per sé un elemento contaminante. Ciò vale anche per il posto che in un certo periodo della nostra esistenza ci troviamo a frequentare. Insomma il fatto che per un lustro o giù di lì mi sia accaduto a intervalli di tempo di aggirarmi per le vie comunali di Pistoia, ha contribuito a oliare il sospetto. I presenti avevano bell’e celebrato nel tumulto altrettanto deprecabile delle loro teste le nozze spirituali tra me e la povera matta di questa storiella. Restando ai sacramenti, i luoghi ci avevano in certo modo battezzate, così anch’io presentavo quei sintomi polemici, biliosi, irriverenti, destinati all’inevitabile mortificazione della mia femminilità. E questo per regio decreto del pubblico maschile, che è risaputo sulle questioni dell’altro sesso inclina facilmente al radicalismo. Non era neppure un caso che si fosse venuti a conoscenza del fatto proprio nel corso del nostro pranzo. Che a qualcuno fosse balenata l’idea di aprire quel tomo di cronache manicomiali, da tempo immemore abbandonato in un angolo della panca su cui sedevamo, era di per sé la conferma di una comune ascendenza che aspettava un pretesto per palesarsi.
Se sollecitati nella giusta misura gli uomini riescono a eccitare le loro facoltà con maggior successo di una chiromante. Anche qui, nulla di nuovo. To’ ma guarda, guarda cosa mi ha lasciato in tasca questa amica…. E va bene, lo ammetto, magari ci ho aggiunto del mio ma nella sostanza il discorso non cambia. Perdonate la divagazione. Presto trascriverò l’atto di difesa della nostra protagonista, che in barba all’eunuco di sua madre e ai suoi custodi, rispedì indietro le accuse di malattia che le furono mosse, dimostrando in maniera irrefutabile la perenne infermità della razza umana e la natura contagiosa dei loro difetti che alcuni pretendono di attribuire ad altri, essendo invece patrimonio collettivo. 

(Di Claudia Ciardi)

*Insieme ai precedenti qui pubblicati, Risus abundat!, Guglielmo II e la tenzone dei coboldi, Taboga, questo pezzo fa parte di una galleria di prose di andamento polemista e totemico, un’irregolare riflessione sul vivere, liberamente ispirata a Einbahnstraße di Walter Benjamin.

  

8 gennaio 2016

Francofonia





Quando ci si immerge nel cinema di Aleksandr Sokurov, s’incontra qualcosa di profondamente diverso da quel che siamo abituati a vedere. Nulla di più lontano dal prodotto commerciale, dalla sequenza d’azione che confina la parola nei botta e risposta fra i personaggi, lasciandole spazi esigui per quanto riguarda la sua autentica attitudine al racconto che sul grande schermo, contrariamente alle nostre convinzioni, non viene né soppiantata né sovvertita dalle immagini, semmai evocata di continuo.
Sokurov si fa maestro di un narrare fuori campo, restituendo alle cose la loro appartenenza epica. Dalle scene promana un’ossessione fantastica, come in sogno, che tuttavia non ci rassicura, anzi così gettati nella corrente sentiamo di non essere affatto al riparo dall’oscura fatalità della storia. Nato nel 1951 in Siberia, vicino a Irkutsk, discepolo di Andrej Tarkovskij che lo ha sostenuto e aiutato anche con le autorità sovietiche da sempre piuttosto fredde verso il suo lavoro, i simboli e le ritualità della madrepatria russa restano costantemente vitali nella sua opera, nostalgico tributo a un passato ormai concluso e raccolto nei ritratti dei padri. Non è un caso che la sequenza liturgica di Francofonia cominci da Tolstoj e Čechov, immobili sul letto di morte, due grandi pilastri dell’anima russa che hanno chiuso gli occhi sul mondo alle soglie del Novecento. E su questa orfanezza da cui nasce l’epoca dell’ ‘uomo nuovo’, il regista sviluppa un discorso metafisico sul tempo soggettivo e storico, che di quello è condensata e traslata emanazione. Fatta dagli uomini, si può pensare alla storia quando è accaduta e i suoi protagonisti per lo più tacciono. Il secolo delle due guerre mondiali inizia dunque per la Russia con la perdita dei suoi grandi. Il popolo, altro attore epico del film, è solo. L’onda delle generazioni dove spiritualità e natura scorrono coi loro corpi smisurati, torna quindi a spazzare il mare dei vivi e inevitabilmente sbatterà su chi ha osato risvegliarla. L’arte soltanto è in grado di accogliere queste forze in una grazia superiore, consegnandole al compito di vegliare sul presente. Morti i custodi di un sapere in cui il popolo si è riconosciuto, trovando risposte alle sue inquietudini, tutto è regredito all’infanzia, dove l’uomo guarda se stesso dalla cima di una montagna, ed è insieme la mano che lo salva e l’orrido che si apre sotto i suoi piedi. Lasciati al loro destino, i bambini diventano crudeli, così ci ammonisce il narratore, così è andata qualche decennio fa.
Prima che cineasta, storico di formazione innamorato della cultura europea, Sokurov assembla un’idea dei corsi e ricorsi che scuotono la vita umana in parte derivandola dal pensiero occidentale, in parte affidandola a quell’immanenza orientale dell’essere inserito in un tutto, che lega la coscienza di sé a più vaste proporzioni cicliche. Forse proprio questa uscita dalla nostra identità per scoprirla ricomposta in un cosmo esterno ed estraneo che pure ci rassomiglia, costituisce per noi l’ineffabile poesia di Sokurov.
Scioltezza immaginifica e sconvolgente atavismo sono i caratteri del suo genio e io credo che l’origine siberiana ne acuisca la portata, come se il radicamento dell’uomo nell’oriente estremo abbia in qualche misura presieduto alla lunga riflessione sull’eterno creativo opposto, ma pure complementare, al manifestarsi della civiltà. Traccia di un’iniziazione che già mi impressionò nell’esistenza di Kandinsky, partito giovanissimo per quella inesplorata frontiera, centro medianico e tempio di sciamani. O volendo assecondare i meno disposti allo spiritismo, semplicemente magnifico territorio di sublimazioni letterarie. Capita ad esempio che una della pagine più belle della letteratura novecentesca sia ambientata in Siberia. Nelle sperdute lontananze della taiga, il protagonista di Fuga senza fine, capolavoro di Joseph Roth, viene raggiunto dalla notizia che la guerra si è conclusa. Ha finito di pranzare nella casetta del suo ospite, il polacco Baranowicz, divenuto cacciatore in quei luoghi, uomo inselvatichito «che nelle nubi riusciva a distinguere la grandine dalla neve e la neve dalla pioggia», e sta rigovernando le sue poche stoviglie. Appena sa, le mani prendono a tremargli e allora si mette a riporre tutto con piccoli lentissimi gesti, per paura di rompere qualcosa o magari perché il mondo non si accorga di quel che prova. Scena di inesauribile poesia. E si potrebbe dire anche del racconto giovanile L’infanzia di Zenja Ljuvers ambientato da Boris Pasternak nella zona di confine tra Siberia e Cina, dove affiora tutta la grandezza dello scrittore; lì, questa landa desolata cosparsa di cippi e presenze che sembrano fantasmi, incarna la tensione psicologica della vicenda. O ancora, il commovente paganesimo di Michail Prišvin, salutato con gioia da Gorkij e Blok, che nel suo romanzo breve Ginseng, apologo taoista e favola d’amore tra taiga montana e Cina interna, ricorda la delicatezza taumaturgica di Hermann Hesse. 
Quale straordinario contributo, insomma, viene alla fantasia umana da simili contrade. Un’atmosfera che nel flusso allucinato e a tratti spiazzante delle immagini di Francofonia si nota secondo me molto bene. E favorisce anche l’ampio grado di spaesamento o estatico godimento nell’incontro di epoche e vissuti che sommergono l’arca della storia, rappresentata attraverso l’intersezione di diversi piani spaziali e temporali. Una nave in mezzo all’oceano in tempesta, le pareti del Louvre, le strade di Parigi occupate dai nazisti nel 1940, cui fanno da contraltare quelle di una Leningrado disperatamente aggrappata alla propria resistenza, e poi ancora la metropoli di oggi, raccontata da inquadrature aeree, che si insinuano tra i palazzi del centro con la leggerezza degli ammiratori devoti, e che ci riportano a un’altra bufera altrettanto incombente, il terrorismo. Come i grandi padri russi, corpi nei quali ha bruciato il sacro fuoco dell’arte, esposti all’inizio del film così La zattera della medusa di Géricault diviene il simbolo della sorte degli uomini, annientati e dispersi in ogni fase della loro parabola terrena. A momenti sembra di stare di fronte a una processione di icone. A momenti si resta confusi tra il fraseggio lirico di Sokurov, voce narrante, e il vorticoso rimescolarsi di citazioni, assoli, quadri che ci sfilano sotto gli occhi. Chiusi, aperti. Queste imperscrutabili finestre dell’anima, che la tradizione ritrattista occidentale ha tanto sontuosamente celebrato, e dove ha immortalato se stessa. Dai tori alati babilonesi, manufatti proprio ai nostri giorni oggetto di uno scempio assurdo, all’enigmatico sorriso di Monnalisa, i paradossi della politica e dell’esercizio del potere lambiscono l’uomo che li crea, al pari della propria arte, e che in loro, talvolta, soccombe insieme alla bellezza di cui è stato capace. Di una simile fragilità, che tuttavia sfida i più violenti cataclismi spesso pure vincendoli, Sokurov si fa archivista e custode, suscitando in noi quell’impulso a intervenire quando la nave è minacciata, che poi è una volontà d’amore contro la distruzione.

(Di Claudia Ciardi)


Dall’intervista a Aleksandr Sokurov sul «Cinema del silenzio»







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