25 marzo 2016

Umberto Saba - Trieste






Il grazioso librino a firma di Davide Rossi, direttore del Centro Studi Anna Seghers di Milano, è un tributo a una delle più importanti figure della poesia italiana, Umberto Saba, e alla sua Trieste, città natale cantata con sognante dimessa malinconia in un dialogo mai venuto meno, dove l’io lirico scaturisce dal luogo, ricreandone di volta in volta identità e contorni nel proprio spazio interiore. Come ebbe a dire in tarda età, attanagliato dall’amarezza del disincanto politico, in polemica col centrismo democristiano, sotto il cui ombrello prosperavano disinvoltamente non pochi fascisti che avevano fatto il buono e il cattivo tempo, «se la mia poesia è – come ogni poesia – un’interpretazione del mondo, questo mondo è veduto da Trieste, non da Cesena o da Predappio, o da Firenze. E nemmeno da Roma. È già “l’altro mondo”, quello che gli italiani non possono assimilare». Non si sentiva dunque capito, Saba, e legava questa incomprensione al naufragio rovinoso della complessità culturale cui apparteneva, in altre parole la vertigine della frontiera. Storia di una città multietnica per secoli sospesa tra mondo germanico e slavo, tra Italia e oriente, patria di aristocratici, mercanti, avventurieri, che difficilmente avrebbe saputo rassegnarsi alla perdita delle proprie vocazioni dopo il crollo degli imperi seguito alla prima guerra mondiale, con cui finì pure l’egemonia dell’Europa al di fuori del continente.
Nato nella città giuliana il 9 marzo 1883, all’epoca sotto gli Asburgo, Saba era figlio di un commerciante di origini veneziane, Ugo Poli, e dell’ebrea triestina Felicita Rachele Cohen. Abbandonato dal padre, che dopo le nozze riparatrici e la frettolosa conversione alla religione israelitica non volle comunque vederlo nascere, facendo perdere ogni traccia di sé, il piccolo Umberto venne alla luce in una situazione familiare non certo bella. La madre, caduta in depressione, lo affidò a una balia slovena, tale Peppa Sabaz, nome leggendario degno di una fiaba, cui più tardi il giovane legò il suo esordio letterario. La donna lo crebbe con straordinario affetto, finché la madre si decise a riprenderlo con sé, attirandolo nell’orbita delle due sorelle, quelle zie la cui letterarietà non è inferiore alla buona nutrice. Le tre donne praticavano con profitto un commercio di mobili, che più tardi permise a Saba di vivere piuttosto agiatamente in Toscana, prima nei mesi trascorsi all’università di Pisa e quindi a Firenze, tra gli amici che animavano «La Voce», la rivista che fece conoscere il poeta in Italia. 
Questo prima della Grande Guerra, quando la corona austriaca valeva al cambio tre lire e Trieste prosperava sulla propria centralità di porto imperiale. Fino al 1914 il panorama editoriale della città vantava otto quotidiani in quattro lingue (italiano, tedesco, sloveno, croato). A distanza di quasi cento anni dagli eventi, in un volume storico stampato da «Il Piccolo», di cui mi ha fatto graditissimo dono il mio amico triestino Nereo Polo, la primavera del 1914 è efficacemente descritta come «uno dei momenti di incoscienza collettiva più incredibili della storia». Ai primi di marzo Francesco Ferdinando e la consorte si recarono al castello di Miramare. A quanto pare le loro fughe da Vienna verso il sud erano piuttosto frequenti, a causa delle continue umiliazioni ricevute a corte dall’arciduchessa. In aprile vennero raggiunti da Guglielmo II. Una foto d’epoca ritrae la scialuppa reale mentre sta attraccando ai piedi del castello, il re prussiano seduto al centro, in attesa che la manovra sia completata. Sebbene si tratti di uno scatto in bianco e nero, doveva essere una bella giornata di sole. E col bel tempo a Miramare ci si può sentire a un passo dal paradiso. Sembravano tutti tranquilli in quest’ultima primavera senza guerra.
I triestini, insieme ai trentini, furono i primi a essere mobilitati. I reparti, al cui interno vi erano pure italiani irredentisti, vennero schierati sul fronte orientale. Per molti di questi soldati si trattò di un conflitto nel conflitto. Gli austriaci, spiazzati dall’intervento della Russia a sostegno dei serbi, si trovarono sguarniti proprio in quelle remote zone di confine – Polonia, Galizia, Ucraina – dove le inefficienti ferrovie imperial-regie faticarono per settimane a trasferire i propri soldati. In Galizia i russi si fecero trovare pronti assai prima degli uomini appartenenti alla Triplice Alleanza. Tra il 6 e l’8 settembre del ‘14 le truppe zariste sfondarono le linee nemiche conquistando Leopoli e arrivando quasi a Cracovia. Una scena descritta molto bene nelle sue memorie dall’amico di Joseph Roth, Soma Morgenstern, che racconta di una fuga rocambolesca da casa, insieme ai suoi familiari, lasciando la tavola apparecchiata per il pranzo. Proprio davanti a Leopoli operava il 97° reggimento, con sede a Trieste, che subì il settantacinque per cento delle perdite, tra morti e prigionieri. A tale proposito vale la pena ricordare la testimonianza di Mario Rigoni Stern: «Coloro che non caddero finirono prigionieri dei russi, e un cupo silenzio e un’ansia di notizie scesero sulle province italiane di governo asburgico».
Per Saba la guerra ebbe il volto di molti mestieri che fortunatamente lo tennero al riparo dalle zone più disastrate del fronte. Munito di passaporto italiano, unica eredità di quel padre sconosciuto, gli venne risparmiata la militanza presso gli Asburgo. Nel lungo periodo delle ostilità fu militare in caserma, dattilografo, collaudatore, traduttore dal tedesco per i prigionieri austriaci.
Davide Rossi è molto abile a farci entrare con brevi cenni nella stratificata vicenda storico politica di Trieste che accompagna per intero l’avventura umana e letteraria di Saba. La fine della potenza asburgica, coincise con l’inizio di ristrettezze. Assottigliati se non azzerati i risparmi di famiglia, a causa del nuovo cambio sfavorevole fissato dal governo italiano, il cognato dette al poeta una mano assumendolo nella sala cinematografica che dirigeva in Via XX Settembre. Un episodio degno del miglior Wim Wenders, quello di Im Lauf der Zeit per intendersi. Poi, finalmente, l’occasione benedetta di rilevare la libreria antiquaria Mayländer di Via San Nicolò, che da lì in avanti, pur tra le interruzioni dovute alle leggi razziali e della seconda guerra mondiale, fu il rifugio sicuro in cui attingere al suo testamento spirituale, il Canzoniere
Con l’armistizio del ’43 Mussolini cedette la città al Reich che ne fece una provincia tedesca ribattezzata Adriatische Kustenland, e il poeta attese l’arrivo degli alleati a Firenze, grazie all’ospitalità di Eugenio Montale, Ottavio Cecchi e Carlo Levi, per poi trasferirsi a Roma, prima del definitivo rientro a Trieste. La liberazione gli portò in regalo il Premio Viareggio, vinto col suo Canzoniere nel ’46, stampato da Einaudi l’anno prima. Autobiografia in versi ispirata all’ermetismo di stampo montaliano, opera sui generis senza eguali nella lirica italiana novecentesca, se non qualche consonanza con la ricerca di Alfonso Gatto.   
Il decennio di controllo statunitense sulla città, formalmente libera, fu vissuto da Saba con non poche preoccupazioni. Temeva una nuova escalation del conflitto che avrebbe gettato Trieste nella nuova stessa situazione della Palestina. La storia pur tra alti e bassi ha seguito però un corso diverso, restituendole, se non il passato prestigio, almeno una certa prosperità negli scambi e nelle attività commerciali, grazie alla posizione di cerniera tra est e ovest. In modo scherzoso ma estremamente icastico «a Trieste si usa dire che l’est inizia al caffè Fabris all’angolo tra piazza Dalmazia e via Romagna e finisce a Vladivostok». 
Oggi le cose sono di nuovo cambiate. La crisi picchia duro e il triestino, mite e riservato per natura, non può fare a meno di lamentarsi di una città che vede in affanno, in parte svenduta in parte svuotata. Eppure il luogo ha in sé tantissime risorse, energie e un fascino invidiabile che il tempo non scalfisce. Io mi sento di consigliare questa lettura a tutti coloro che desiderano capire qualcosa in più della poesia di Saba e necessariamente del carattere di Trieste. Da queste pagine si entra in punta di piedi in un regno meraviglioso che in maniera sintetica ma non incompleta riusciamo a contemplare nella sua interezza. Un bagaglio leggero e prezioso con cui avviarci alla conoscenza di un luogo che ha di sicuro ancora moltissimo da esprimere e che non mancherà di ammaliare altri artisti nelle future generazioni. 

(Di Claudia Ciardi)


Umberto Saba,
Trieste,
a cura di Davide Rossi,
Mimesis edizioni, 2013


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Trieste

Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,                                              
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l'aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

Da “Trieste e una donna”, 1910-12


Il garzone con la carriola 

È bene ritrovare in noi gli amori
perduti, conciliare in noi l’offesa;
ma se la vita all'interno ti pesa
tu la porti al di fuori.

Spalanchi le finestre o scendi tu
tra la folla: vedrai che basta poco
a rallegrarti: un animale, un gioco
o, vestito di blu,

un garzone con una carriola,
che a gran voce si tien la strada aperta,
e se appena in discesa trova un’erta
non corre più, ma vola.

La gente che per via a quell’ora è tanta
non tace, dopo che indietro si tira.
Egli più grande fa il fracasso e l'ira,
più si dimena e canta.

Da “La serena disperazione”, 1915


La mia infanzia fu povera e beata 

La mia infanzia fu povera e beata
di pochi amici, di qualche animale;
con una zia benefica ed amata
come la madre, e in cielo iddio immortale. 

All’angelo custode era lasciata
sgombra, la notte, metà del guanciale;
ma più cara la sua forma ho sognata
dopo la prima dolcezza carnale.

Di risa irrefrenabili i compagni,
e a me di strano fervore argomento,
quando alla scuola i versi recitavo;

tra fischi, cori, animaleschi lagni,
ancor mi vedo in quella bolgia, e sento
solo un’intima voce dirmi bravo.

Dalla raccolta “Autobiografia”, 1924


Inverno 

È notte, inverno rovinoso. 
Un poco sollevi le tendine, e guardi. 
Vibrano i tuoi capelli, selvaggi, 
la gioia ti dilata improvvisa l’occhio nero; 
che quello che hai veduto 
– era un’immagine della fine del mondo –  
ti conforta l'intimo cuore, lo fa caldo e pago. 
Un uomo si avventura per un lago 
di ghiaccio, sotto una lampada storta.

Da “Parole”, 1934


Neve

Neve che turbini in alto e avvolgi
le cose di un tacito manto.
Neve che cadi dall’alto e noi copri
coprici ancora, all’infinito: imbianca
la città con le case, con le chiese,
il porto con le navi,
le distese dei prati.....

Da “Parole”, 1934


Il golfo di Trieste da Barcola prima del temporale

Bibliography:

Gli spari di Sarajevo. L’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando mise in moto un processo atteso da tempo dagli apparati affaristici e militari. 
In «Il Piccolo», pp. 30-31
130 anni. La nostra storia, la vostra storia dal 1881 a oggi. A cura di Fabio Amodeo, febbraio 2012

Gli italiani dell’imperatore di Alessandro Marzo Magno su «Focus» n. 97, novembre 2014, pp. 46-51. 

  
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Sul tram per Opicina

(Foto di Claudia Ciardi) 



17 marzo 2016

Donne, queste sconosciute


Woman bathing in a stream - Rembrandt van Rijn (1654)


Se passa un po’ di tempo senza ascoltare qualche stupidaggine sulle donne, si sta in pensiero. Da quel che si sente in giro, per una parte dei maschi siamo destinate a rimanere un enigma irrisolto. Ma bene! Non allarmiamoci, con quei maschi lì non ci perdiamo proprio nulla. E non c’è neppure da sorprendersi che in genere sia chi ha la fama di grande tombeur de femmes a fare delle figuracce sul tema, mostrando di non avere nessuna dimestichezza col gentil sesso. Le inclinazioni pedofile naturalmente non aiutano. Direi anzi che sono tare assai respingenti, quando si tratta di conoscere davvero una donna. Cosa questa tra le più belle e semplici del mondo, purché non ci si scopra inquietati da un essere che la natura ha dotato di fattezze diverse da quelle maschili, e che magari a seconda delle situazioni mostra un piglio e una forza di volontà spiazzanti. Almeno, dovrebbe darne segno, altrimenti io consiglierei al maschietto di interrogarsi sull’assenza di questi due fondamentali che permettono a una donna di appartenersi e di completarsi, specie dopo i vent’anni. Oggi purtroppo si tende a metterne in primo piano solo l’estrema giovinezza – tredicenni e quindicenni posano per linee di biancheria intima e case di cosmetica – per un uso e consumo estremamente effimero, neppure legato al loro aspetto, ma per qualcosa di ancora più intangibile, quasi fosse un contorno; immagini sempre più stereotipate dai maghi del digitale, sotto le quali spuntano gambe e braccia magrissime, visi affilati, forme di un’adolescenza che si è appena affacciata al mondo e che onestamente fa più che altro tenerezza. Ciò va sempre più accostandosi a una supposta longevità biologica maschile, che si vuole sinonimo di senno, esperienza, in una parola il fascino imperituro dell’homme âgé.
Io non credo affatto che responsabile di questo sia in maniera univoca Silvio Berlusconi, tutt’altro. Diciamo che ricoprendo Berlusconi un incarico politico, dunque avendo un’esposizione pubblica, la cosa ha avuto un effetto mediatico deflagrante e ha finito per ampliare nel senso del gigantismo, cose che non ha certo inventato lui – io lo ricordo ai comizi in Abruzzo di circa otto anni fa, quindi non un secolo fa! con un seguito agguerrito di sostenitori e in grande spolvero di slogan che sarebbero risuonati ancora per molto tempo in un’Italia che appariva completamente anestetizzata, se il paese non fosse entrato nell’affanno economico che conosciamo. Voglio dire, insomma, che il monito del “purificare l’aria” lanciato giustamente dalla Cei, nacque quando divenne indifendibile l’esternazione di una corruttela di costume galoppante in rapporto con un paese che rotolava a colpi di spread e caduta verticale dei posti di lavoro. Non prima, dunque, sebbene queste cose accadessero da molto e fosse impossibile che in ambienti di potere non se ne sapesse nulla. Il torbido intreccio tra politica, festini, donne mandate in ambasceria per addolcire o neutralizzare il nemico di turno, si perdono nella notte dei tempi. Per citare due episodi del periodo contemporaneo, tra l’altro assai diversi l’uno dall’altro, la missione affidata alla vivace cugina di Cavour, che avrebbe dovuto, come accadde, sedurre Napoleone III, e il tragico squallore del caso Tambroni. 
Resto però convinta, ed è ipocrisia da parte femminile non ammetterlo, che essendo gli uomini i detentori consolidati di un potere, che purtroppo in molti casi non meritano, se vogliamo conquistare qualche quota di rappresentanza in più, è proprio con questo potere che bisogna venire a patti. Intendiamoci, non  come abbiamo visto nelle scene da commedia plautina di fine seconda repubblica, ma certamente con intelligenza, astuzia, e perché no, una punta di cinismo. Non è un tabù, e in qualche convegno femminista un po’ più aperto e sensato di altri a cui mi sono ritrovata, l'ho sentito ripetere senza fisime.  
Le donne quanto a determinazione, se vogliono, arrivano dovunque. E la misteriosa bellezza della maternità lo conferma a pieno. 
Negli ultimi giorni si è scritta una pagina orrenda sull'universo femminile, l’ennesima in un paese che soffre di tanti di quei complessi da aver perso il conto. In forze alla diseducazione e all'emotività dissociata del maschio che sfocia sempre più spesso in episodi di violenza indicibili, l’arte denigratoria, facendo finta di dimenticare che sul piano mediatico ha effetti annichilenti sull’avversario, si è rimessa in marcia.
Tra telegenia e insuperabili disagi legati alla maternità, ecco rispolverata tutta la gamma dei luoghi comuni sulle donne. Vedere una donna di cinquantadue anni messa all’angolo dalle malignità, rinunciare alla propria candidatura, piangendo, l’ho trovato indegno. Il Movimento penso non le abbia dato il giusto supporto, non l’abbia protetta a sufficienza. Voglio dire, mica è andata lì a fare un provino da valletta. A passare dalla parrucchiera era in tempo. Si è presentata per un progetto politico o mi sbaglio? No, perché qui siamo al paradosso che chi fa politica o, per dire, pratica l’avvocatura o scrive un libro, se il giorno dell’udienza o della presentazione del suo lavoro non ha i capelli cotonati e il tacco dodici, arriva il primo in vena di ciarlare e magari si mette a insinuare che sarebbe preferibile agghindarsi in un certo modo e così via. Mentre la donna dei desideri va impeccabilmente sparando stupidaggini in qualsiasi contesto, e sebbene manchi in modo evidente di personalità, contenuti e capacità oratoria – nel mondo antico si studiava anni prima di osare parlare in pubblico, è un'arte e faticosa, ricordiamocelo, altro che aspetto! - riceve applausi. Io più che la messa in piega, fossi un maschietto, valuterei se la signora o signorina è abbastanza sveglia e reattiva nelle situazioni che si trova a fronteggiare. Starei ben attento a cosa è in grado di produrre. Vale in ogni ambito lavorativo. 
Poi, questo continuo ripetere che la politica è sangue, asprezza, cattiveria. Andiamoci piano. Intanto mi pare una contraddizione in termini, perché se affermo la validità del modello manichino-replicante non vedo dove siano tutte queste passioni, per quanto vengano evocate. La vacuità non è né buona né cattiva. È insipida, insulsa. Ferisce senza far vedere la mano. E mi sembra che la stagione politica attuale, aggirando un rapporto autentico con la collettività – gente di governo, rammentare la falange astensionista! – sia ben avviata su questo binario. La candidata del Movimento a Milano, diciamolo pure per non dare troppo lustro ai detrattori, è caduta sotto i colpi di una brutale insulsaggine.  
Per quanto riguarda la maternità, sull’argomento da sempre volano stracci. Viene da chiedersi, ma gli uomini come le vogliono queste donne, cortigiane o mamme? Perché appena si presenta una mamma, ci si imbatte in qualche nostalgico rimpianto della cortigiana, mentre a fronte della donna in carriera, ecco un tripudio di cattiverie, pronunciate in buona quantità peraltro dalle stesse donne, secondo cui chi non è mamma è una sciagurata, ha una femminilità mutila, non conosce una parte essenziale della vita, e avanti con altre demenze.
Io penso che prima di tutto si dovrebbe diventare mamme, possibilmente, nella piena consapevolezza di ciò che comporta e non sotto il pungolo di qualche convenzione sociale o per imposizioni di altra natura. Invece vedo che le donne, specie in questa fase, hanno un atteggiamento rinunciatario, proprio in una cosa di capitale importanza qual è l’attesa di un figlio. Rinunciatario in un doppio senso. In quello letterale, per cui le mie condizioni economiche e sociali mi costringono a rimandare e forse a non veder mai avverarsi questo evento. In tal senso la stigma culturale risulta oltremodo beffarda e fuori fuoco. Ma anche rinunciatario in un modo che inclina a una rassegnazione di stampo opposto, assai pericolosa in quanto veicolo di palese egoismo proprio nei confronti del nascituro. E suona così; sebbene non abbia una posizione che mi garantisca un'indipendenza economica e in generale di vita, lo faccio, poi vedremo. Il che è scaricare immediate ansie e frustrazioni su chi viene al mondo, e anche opportunisticamente lasciar sbrogliare la matassa al papà. Per l’amor del cielo chi sono io per giudicare; tuttavia nella genitorialità qualsiasi scorciatoia rischia di essere esiziale tanto per la donna quanto per il bambino.
E con questo vorrei dire ai maschi che si riempiono la bocca sulla maternità, solo e unico completamento della donna a loro giudizio, che a volte non avere un figlio è una scelta obbligata e più responsabile di altre. Che molte donne, nonostante l'esser diventate madri, non sono né più affettuose né meno egoiste. In più di un caso sono, diciamolo, pessime madri. Quindi non rappresenta di per sé una garanzia di bontà e maggiore credibilità sociale. Non solo. Si può essere e si è compagne, generose pazienti attente, anche senza essere mamme. 
Sarebbe bene non ricamare attorno a una materia così delicata strane certezze e aforismi da osteria, che mistificano il rapporto di coppia e mettono in ridicolo soprattutto la donna.    
È chiaramente necessario un passo in avanti per quel che riguarda il rispetto del maschio nei confronti della donna, ma anche di ciascuno dei sessi verso se stesso. Non è difficile, basta mettere sul piatto un po’ di intelligenza e altruismo e anche una dose maggiore di tenacia nel provare a realizzarsi come persone prima di tutto.

(Di Claudia Ciardi)  


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Leggendarie


12 marzo 2016

Marc Chagall - Anni russi 1907-1924






Lo scorso novembre il Santa Giulia di Brescia ha inaugurato un ciclo di grandi mostre dedicate a figure di rilievo dell’arte del Novecento. L’inizio non poteva essere più coinvolgente con una rassegna dedicata agli esordi di Marc Chagall, prima del suo definitivo trasferimento in Europa, a Parigi. Trentatré opere suddivise in diciassette quadri e sedici disegni, con due taccuini di schizzi facenti parte dell’archivio dell’amico poeta Blaise Cendrars, i cui contenuti sono stati oggetto di divulgazione presso il largo pubblico solo a partire dal 2012 e in questa occasione esposti per la prima volta in Italia, oltre alla serie di inchiostri di china realizzati dall’artista per le due favole yiddish di Der Nister.
Non si esagera a definire l’evento un gioiello grazie all’impeccabile curatela che ha contribuito a un’atmosfera unica, assai vicina all’intimità sconvolta e sognante dello shtetl, il villaggio ebraico poverissimo e abbandonato a se stesso nella provincia imperiale, fosse quella asburgica descritta da Joseph Roth, per citare il più noto dei suoi narratori, o sovietica, come in questo caso, essendo Lyozno presso Vitebsk, patria bielorussa di Chagall, parte del dominio zarista. 
Una lodevole iniziativa, dunque, che ha affiancato istituzioni culturali russe e italiane – la direttrice del Museo russo di Stato, Evgenija Petrova, la Fondazione Brescia Musei insieme al Comune e all’editrice Giunti Arte – responsabili di un allestimento estremamente poetico. La sede bresciana si è inoltre configurata come validissima cornice all’estro pittorico di Chagall. Qualcosa nella Via dei Musei, dalle rovine del foro romano fino alla chiesa di Ermengarda e all’ingresso al polo espositivo, ne fa una passeggiata di rara bellezza, perfettamente preparatoria al clima fiabesco che attendeva il visitatore all’interno delle sale.  
La mostra ha inteso valorizzare la peculiarità creativa dell’artista che iniziò quasi da autodidatta, forse perfino senza troppa convinzione, in un ambiente che offriva ben poco, e miseria in abbondanza. Questo percorso, in cui l’avvicinamento alla pittura avviene in punta di piedi, è stato valorizzato e illuminato dalle considerazioni autografe di Marc Chagall, che raccolse i propri pensieri in uno scritto fondamentale, La mia vita (Moja žizn’), iniziato tra il 1915-16 e terminato durante il soggiorno berlinese del ’23, prima tappa all’indomani dell’uscita definitiva dalla Russia. Meta e stabile dimora per il resto della sua vita sarebbe divenuta Parigi, la metropoli dell’arte già ampiamente conosciuta in un lungo soggiorno di ventenne, tra il 1911 e il 1914, quando insieme ad altri colleghi, molti russi come lui, scelse di fare la fame in quella Babele-dormitorio che era La Ruche.              
I passi scelti in accompagnamento dei quadri, rendono in modo calzante il periodo di sospensione fra la ricerca del proprio linguaggio poetico e la fuga definitiva dalle strettezze del villaggio natale. Tuttavia Chagall, e questo dà la misura della sua personalità e serve a comprendere da dove traesse la forza creativa, non arrivò mai a disprezzare le proprie origini; nei familiari, anzi, nelle loro occupazioni quotidiane, nei riti chassidici, seppe sempre scorgere la radice di una rara poesia che andava preservata e narrata a chi ne ignorasse l’esistenza.              
«Mi erano congeniali il gergo di strada e le modeste parole del vocabolario corrente. Ma una parola così fantastica, letteraria, una parola venuta quasi da un altro mondo, la parola “artista” sì, forse l’avevo udita, ma nella mia città non è mai stata pronunciata. Era così lontana da noi! Da solo non avrei mai osato pronunciarla».
C’è lo struggimento dell’uomo che aspira a lasciarsi alle spalle gli angusti confini in cui è nato ma anche un amore senza condizioni per il “suolo” che ha nutrito il suo immaginario, un debito rafforzato dall’incontro con Bella Rosenfeld, sua musa ispiratrice e moglie. 
«Mattina e sera lei portava nel mio atelier i dolci pasticcini fatti in casa, del pesce ai ferri, del latte bollito, varie stoffe decorative, perfino delle tavole che mi servivano da cavalletto. Io aprivo soltanto la finestra della stanza e l’aria azzurra, l’amore e i fiori entravano con lei. Tutta vestita di bianco o tutta in nero lei vola da molto tempo attraverso le mie tele, guidando la mia arte. Non finisco quadro o incisione senza chiedere il suo “sì” o “no”».
Chagall sposò Bella nel 1915, e per questo dovette vincere le resistenze della famiglia di lei, molto più benestante e poco rassicurata dalla professione del giovane. La coppia si trasferì a San Pietroburgo, dove nello stesso anno il pittore espose con successo insieme ai nomi di spicco dell’avanguardia russa, Michail Larionov, Natalija Gončarova, Kazimir Malevič, Liubov’ Popova, che formavano l’eclettica compagine di La coda dell’asino (Oslinij chovst), uno dei tanti movimenti che si alternarono in Russia nel frastagliato arcipelago delle arti fiorite durante il primo decennio del ventesimo secolo. E qui la mente corre a un’altra mostra organizzata a Torino, per certi versi complementare a questa, che ho avuto la fortuna di visitare nel gennaio di un anno fa, dedicata alla collezione Costakis, il greco appassionato di arte russa contemporanea, i cui capolavori sono stati esposti per la prima volta in Italia nelle prestigiose sale di Palazzo Chiablese. 
Il rapporto tra Chagall e le avanguardie sia russe che europee è piuttosto complesso. Si può dire con certezza che ne sia stato influenzato, dai maestri europei in cui si imbatté nel corso del primo viaggio a Parigi soprattutto, ma mantenne sempre un suo sguardo indipendente, che rendono la sua mano inconfondibile agli occhi di quanti avvicinano le sue creazioni. E forse è anche questo il segreto di un’affinità indiscussa tra Chagall e il pubblico di ogni latitudine, che ovunque incontra con entusiasmo la sua opera, lasciandosi catturare dalla magia del suo primitivismo e da una narrazione per archetipi che trascende epoche e luoghi.
Un grande plauso va quindi a coloro che hanno lavorato con impegno alla rassegna bresciana, per realizzare questo sogno lucido.


(Di Claudia Ciardi)

Catalogo:

Chagall. Anni russi 1907-1924
Museo di Santa Giulia, Brescia, 20 novembre 2015 - 15 febbraio 2016
Giunti



Related links:

Avanguardia russa - La collezione Costakis per la prima volta in Italia a Palazzo Chiablese - Torino


Boris Nossik - Anna Achmatova e Amedeo Modigliani, Odoya edizioni
   
  
La scuola carrarese dell'Ermitage - in collaborazione con l'Ermitage di San Pietroburgo - Carrara, 2015


Poeti russi oggi - rassegna di poesia russa contemporanea a cura di Annelisa Alleva, Libri Scheiwiller




L'avveniristico soffitto della metropolitana di Brescia

3 marzo 2016

Silenzi di guerra


Obice austriaco - Museo storico italiano della guerra, Rovereto


Il 28 febbraio si è conclusa la stagione di prosa 2015-2016 del teatro Verdi di Pisa con l’allestimento dello spettacolo Silenzi di guerra, nato da un’idea dell’attore Renato Raimo in collaborazione con lo scrittore Federico Guerri. Un appuntamento a cui sono stata felice di non mancare per il peso poetico di quanto portato in scena, lettura intimistica della guerra che irrompe nella sfera degli affetti, strappando violentemente le reclute alle loro consuetudini familiari. La prova del campo di battaglia si rivelerà annichilente in un duplice senso. Non solo perché in molti vi troveranno una morte precoce e ingiusta, ma anche perché chi scamperà alla tragedia non riuscirà mai veramente a tornare. Sarà un uomo diverso per aver affrontato «l’inenarrabile vita di trincea», come sottolinea il protagonista di questa pièce. La cesura tra il prima e il dopo non potrà essere sanata, troppo grande l’evento che ha separato i due momenti, così lontani da sembrare non potersi più risolvere nella medesima esistenza. Il fronte ha posto le condizioni di una intraducibilità di quello che gli uomini hanno sperimentato sulla propria pelle. Il mutismo dei reduci decreta dunque la fine del saper narrare; è ciò che Walter Benjamin descrive in alcune celebri pagine, indicando nella Grande Guerra l’evento che ha eroso la centralità dell’esperienza nell’orizzonte culturale umano: «La gente tornava ammutolita […] non più ricca, ma più povera di esperienze partecibabili […] Una generazione, che era andata a scuola col tram a cavalli, stava in piedi sotto il cielo in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato tranne le nuvole e, al centro, in un campo di forza di correnti distruttive e esplosioni, il fragile, minuscolo corpo umano». Da allora in avanti, svuotati e per un assurdo contrappasso schiacciati dall’eccesso di informazioni e dalla frenesia in cui la nostra quotidianità è andata riorganizzandosi, poco o nulla di quel che accade intorno a noi pare essere destinato a lasciare una traccia durevole. Estrema conseguenza di un disagio rimasto per lo più incompreso ma puntualmente analizzato dal filosofo tedesco.
Il lavoro di Renato Raimo nasce così dalla necessità di una riappropriazione emotiva, e quindi narrativa, della storia. Qui si tratta di un padre, Franco, professore di anatomia, e del figlio diciottenne Daniele, reclutato dal regio esercito italiano per combattere sull’Isonzo, frontiera lontana e quasi fantastica di cui i giovani soldati ignoravano persino fosse un fiume o una montagna. La cartolina precetto, un rettangolo giallo, all’apparenza un documento come un altro che a Franco ricorda le pagelle che il figlio adolescente poggiava sulla tavola apparecchiata, nasconde in realtà un’amara sentenza sulla loro consuetudine di vita. 
Vedovo da molti anni, Franco non riesce ad accettare la separazione forzata da Daniele, ragazzo fragile e indole solitaria. Vorrebbe proteggerlo questo padre, ma non può nulla contro le leggi. Troppi sono i presagi che lo tormentano fin dalla preparazione per la partenza tanto da decidere di umiliarsi, implorando all’ufficio di leva che lascino in pace il suo ragazzo, ma niente. La macchina da scrivere prosegue imperterrita a compilare cartoline, la guerra è guerra e non permette indugi. La voce dell’impiegato non arriva al pubblico, solo il ticchettio ossessivo della scrivente, unico volto di uno Stato che non fa mostra di sé, neppure nelle ore tragiche dell’entrata in guerra, quando si sa che una ferita profonda verrà scavata tra chi vi prende parte e coloro che in silenzio restano a casa ad aspettare; molto tempo servirà perché il dolore si attenui e il cuore rimargini. 
Neanche Daniele occupa mai la scena. Sebbene la sua figura muova l’intera narrazione, è una presenza completamente riflessa nell’angoscia e nel dolore del padre. Così pure la femminilità, interpretata da Patrizia Ghezzo, apparizione silenziosa affiorante in un angolo della scena, incarna l’attesa delle donne in ogni luogo e tempo, madri, mogli, figlie, creature diafane e immobili attraversate dalla sofferenza. Sopraffatto dallo sconforto, Franco sale sul treno che pochi giorni prima si è portato via il figlio, e anche lui arriva finalmente a vedere l’Isonzo, il piccolo fiume di smeraldo su cui si muore e dove un soldato sfida i proiettili del nemico per desiderio di scendere tra quelle acque. La mente corre a Ungaretti, al suo bagno rituale in un mattino assolato, tregua del corpo che quasi non ha più memoria di sé. Notti e giorni sul Carso sempre uguali, aspettando l’ordine di attacco. Sorrisi e disperazione di commilitoni, si passa il tempo prendendo lentamente confidenza con la nuova realtà, si scrive a casa. Nella Babele dei dialetti ci si aiuta alla meglio. «È la prima generazione di italiani nati tali e viene mandata a morire», così Franco mentre osserva la “meglio gioventù” che non ha ancora una lingua in cui esprimersi.  
In questo la paura delle parole, e dunque i silenzi, di disagio, preoccupazione, stanchezza, i silenzi pieni di tensione che incombono sull’assalto e quelli che sanno di perdita, frastornanti, inascoltabili,  dopo la battaglia.
Durante il dibattito seguito alla rappresentazione, Giovanni Morandi, inviato in numerosi scenari bellici contemporanei, dalle repubbliche balcaniche a Israele, dal Libano alla Libia, e fino al 2014 direttore del «Quotidiano Nazionale» di cui è tuttora editorialista, ha voluto soffermarsi sul dato che la guerra di Franco non sia quella della nazione, dello slancio patriottico ma sia interamente ripiegata in una dimensione domestica, di genitori e figli buttati nella mischia, ragazzi che si sono appena affacciati al mondo e di quel mondo sono subito costretti a toccare tutti gli orrori e in mezzo all’orrore essere pronti a sacrificarsi. Morandi ricorda anche i suoi stessi silenzi familiari, il nonno reduce invalido che combatté sul Pasubio e che in casa era assai restio a parlare della sua esperienza di soldato. In riferimento a un codice maschile secondo cui tra uomini non bisogna mettere a nudo le proprie fragilità. È la cifra che caratterizza lo stesso rapporto di Franco e Daniele, un’incomunicabilità che tuttavia non impedisce ai due di leggere nei rispettivi stati d’animo, né ostacola Franco nell’affrontare le supposte debolezze che tornano a scuoterlo quando è costretto a dire addio al figlio.     
In un dialogo ideale con la mostra di Palazzo Blu «I segni della guerra», recentemente curata dal professor Antonio Gibelli (marzo-luglio 2015), che ha consentito di esporre a Pisa un gran numero di cimeli provenienti, tra gli altri, dal museo della guerra di Rovereto, il lavoro di Raimo arricchisce il percorso dedicato alla memoria del primo conflitto mondiale, dalla prospettiva della reazione individuale e dell’approfondimento psicologico, punto di vista quanto mai prezioso per la comprensione degli eventi.     
Lo spettacolo prosegue risalendo l’Italia, andando ad abbracciare quelli che furono i luoghi dove la guerra si combatté senza risparmio di mezzi e di vite. Non resta quindi che augurare a Renato Raimo e alla sua compagnia, in particolare la fisarmonica di Marco Lo Russo con le sue magiche atmosfere, il miglior consenso di pubblico per questo racconto allestito con competenza e passione.

(Di Claudia Ciardi)




Silenzi di guerra

di Renato Raimo e Federico Guerri
regia: Marco Grigoletto
accompagnamento per fisarmonica: Marco Lo Russo


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