28 settembre 2016

I dilemmi della traduzione


Desidero riproporre ai lettori il saggio sull’arte del tradurre, steso prendendo le mosse dal densissimo scritto di Walter Benjamin, Die Aufgabe des Übersetzers [Il compito del traduttore], il 3 giugno 2013 per il blog «Quaderni corsari» a cura di Paolo Zignani, già intervistato in questo mio spazio. Causa la recente chiusura del sito di Zignani, che ne ha appena inaugurato un altro orientato al dibattito politico e all’analisi trasversale di diverse tematiche sociali e culturali, ho deciso di recuperare questo vecchio intervento in modo da renderlo nuovamente disponibile tra le mie pagine.


Chi è il traduttore? Un tecnico, un ingegnere del linguaggio che con operazioni di stile matematico razionalistico “traduce” come un prigioniero il significato in un’altra lingua? Oppure tradurre significa evocare quasi magicamente il genio dell’autore e dialogare con lui in un modo imperscrutabile? C’è una via non estrema, una fedeltà ardua, pensante, al senso del testo originale, di cui Claudia Ciardi, giovane studiosa toscana, racconta non senza partecipazione. Ha scelto proprio Walter Benjamin, autore quanto mai prezioso, che alcuni contemporanei trovavano incomprensibile, per affrontare un esercizio tanto delicato. “L’arte di tradurre si allarga a metafora del lavoro intellettuale” scrive Claudia Ciardi, riallacciandosi alle questioni più aperte e avvincenti dell’ermeneutica contemporanea, che abbracciano molti settori. Oltre ma anche nei reconditi risvolti, nelle evocazioni del testo qui sotto riportato, problemi comparabili si incontrano in altre discipline, nel diritto costituzionali, nella giurisprudenza (nell’applicazione delle leggi), nella filosofia politica. C’è qualcosa di antropologico, di viscerale, nella traduzione, c’è una questione etica di fedeltà e di rispetto del testo come anche della sua trasferibilità in altra lingua e altro contesto. Quante volte ci troviamo in situazioni paragonabili? Il tema ha una specificità assai intensa come anche un’apertura universale. Per questo è vitale sviluppare la lettura della seguente pagina sull’esperienza del tradurre. (Premessa di Paolo Zignani)




«Labyrinthus [labor-intus] dicebatur domus Dedali» [The labyrinth is called the house of Daedalus] 
Codicis Theodosiani libri sexdecim..., c. 801-900, Latin 4416, f. 35r, Bibliothèque nationale de France.


«La ricchezza di oggetti e di forme, il loro bagliore incantevole e il loro splendore sontuoso ci inducono a chiederci che cosa sia ciò che brilla in queste suppellettili e si cela nella loro luce. Le piccole statuette e le figure votive che si sono conservate non esprimono nulla di chiaro in proposito. Vi è forse qualche connessione tra il labirinto e questo lusso? Laggettivo luxus allude al fatto che qualcosa è stato rimosso dal suo luogo, spostato e distorto, così da essere distolto e sottratto da ciò che è abituale. Laddove esso è invece fine a se stesso, esposto in numerosi esemplari, ci imbarazza e ci confonde. È per questa ragione che tutti quegli oggetti si associano al labirinto, il giardino dellerrore [Irrgarten]. La fusione di lusso e labirinto del mondo minoico-cretese è dunque molto lontana dalla desolazione della superficialità e dal vuoto delleffimero. Ma che cosa risplende in questo bagliore fuorviante? O forse così la domanda è già posta male? Forse ciò che riluce non è altro che questo stesso bagliore, che nulla racchiude o nasconde».
Martin Heidegger, Viaggio in Grecia [Aufenthalte], Guanda editore, 2012


Ringrazio Paolo Zignani per questo spazio e ancor più per aver sollecitato un interessante confronto sull’inesauribile tema della traduzione. Un simile argomento mi permette infatti di tornare a quell’appassionante crocevia letterario attorno al quale si è decisa molta parte della mia iniziazione sul fronte della scrittura, raccontando alcune delle mie più recenti esperienze proprio nei panni di traduttrice. Tradurre è esplorare la lingua non sulla base di leggi e relazioni meccanicistiche, come in genere siamo portati a pensare quando si ha di fronte un testo che vogliamo ‘far parlare’ secondo i modi d’espressione a noi più familiari, ma suscitare corrispondenze che procedano oltre il medium, oltre le leggi grammaticali e sintattiche che inchiodano le parole alla loro qualità comunicativa. Si tratta di richiamare nel nostro lavoro un elemento per così dire trascendente, una tessitura di senso che si spinga ben più lontano della semplice riproduzione di significato. Come non ricordare, a tale proposito, le densissime pagine di Walter Benjamin dedicate al traduttore?
In questo breve saggio, apparso nel 1923 come introduzione ad alcune poesie di Baudelaire, la teorizzazione stessa pare volersi rappresentare su un piano ulteriore dell’esercizio critico, quasi intendendo suggerire un modus operandi valido anche a risolvere le aporie insite nella riflessione filosofica. Dunque si può dire che l’esercizio di traduzione, mirabilmente definito da Benjamin, pare un pretesto per parlare in generale del pensiero umano, l’arte di tradurre si allarga a metafora del lavoro intellettuale, il cui scopo non è la restituzione di una ‘letterarietà’, o almeno lo è solo per una parte minima dell’architettura che si propone di costruire. Occorre semmai, proprio come nello sforzo di ‘resa’ di una lingua in un’altra, accantonare l’inessenziale, leggere al di là del comunicabile per ricavare quel non-comunicabile, il cui carattere è tanto sfuggente in quanto non marcatamente né coerentemente radicato in nessuna articolazione del corpo linguistico e, quindi, del pensiero. Solo in questo modo si potrà assecondare quella libertà di movimento insita nella parola dalla quale viene distillata la vera vita cui appartiene l’opera di ingegno.

«La traduzione trapianta quindi l’originale in un dominio linguistico almeno in tanto – ironicamente – più definitivo, in quanto l’originale stesso non può più esserne trasferito da alcuna nuova traduzione, ma solo elevato sempre di nuovo e in altre parti di esso. Non a caso la parola “ironico” può ricordare qui argomentazioni dei romantici. Essi hanno capito prima di altri che le opere hanno una vita, e di questa vita la traduzione è una suprema conferma. È vero che essi non hanno riconosciuto questo valore della traduzione, e hanno rivolto tutta la loro attenzione alla critica, che rappresenta anch’essa un momento, benché minore, della sopravvivenza delle opere. Ma anche se la loro teoria non si è quasi rivolta alla traduzione, la loro stessa grande opera di traduttori implicava il sentimento dell’essenza e della dignità di questa forma». […] «… allora la traduzione […] è a metà strada fra la poesia e la dottrina. La sua opera è meno caratterizzata dell’una e dell’altra, ma non s’imprime meno profondamente nella storia». Da Walter Benjamin, Angelus Novus. Saggi e frammenti, traduzione e introduzione di Renato Solmi, Einaudi, 1962. Il titolo del saggio è Il compito del traduttore (Die Aufgabe des Übersetzers, in Schriften, Suhrkamp Verlag, 1955)

Per Benjamin dunque l’autentico tributo creativo nei confronti della parola viene proprio dal lavoro di traduzione, e il suo scritto guida il lettore al salto concettuale necessario al realizzarsi di quell’‘ascesi’ del linguaggio, verso cui il buon traduttore è tenuto a impegnare tutte le proprie risorse intellettuali.
Nella mia esperienza posso dire senz’altro che studiare le lingue ha presieduto a una lunga e complessa rielaborazione dell’italiano. Credo anzi che il mio interesse per le lingue, a partire dalle letterature antiche, sia stato profondamente connotato da un’idea di scrittura che io vedevo, agli inizi in maniera inconsapevole, come uno spazio in cui far confluire una pluralità di accenti. E, in effetti, la lezione dell’avanguardia anglo-americana corroborata dalla lettura di Eliot, Pound, Yeats, Cummings, Ginsberg, Ferlinghetti, una lettura ‘mentale’ – piuttosto somigliante a un mantra recitato sottovoce – nel corso della quale passavo continuamente dall’inglese all’italiano e viceversa, produceva in me uno sconfinamento tra lingue che inevitabilmente ricadeva nel mio esercizio narrativo. Questa esplorazione soprattutto ritmica delle parole gettava i semi di una movimentata polifonia nell’italiano, che ha cominciato a rivelarsi tuttavia con maggior chiarezza, e forse con più interessanti esiti per la mia ricerca, solo dopo l’avvicinamento al tedesco. I sonetti di Benjamin, le voci dell’espressionismo, in particolare lo studio del verso heymiano, la prosa di Robert Musil, infine le tante incursioni (Heinle, Lichtenstein, Morgenstern, Rheiner) che alle mie pubblicazioni si sono accompagnate, hanno fatto da catalizzatori di un universo di segni e sonorità già assimilato dai poeti anglosassoni. Ultimo in ordine di tempo, e non meno importante, il lavoro su Catherine Pozzi, figura solitaria e ‘notturna’ della poesia francese di inizio Novecento, la cui scrittura straordinariamente evocativa si nutre non a caso dei modelli antichi e tedeschi.
Le considerazioni di Benjamin mi sono perciò particolarmente vicine dal momento che ho avuto modo di attuarle, per quel che vi sono riuscita, nel corso dei miei lavori. E a proposito dell’affiorare a più riprese nel saggio benjaminiano di una mistica legata alla parola di cui il traduttore, alla stessa stregua di un officiante, è chiamato a essere l’interprete, aggiungerei volentieri che ogni traduzione entra per così dire in una sfera sacra, in quanto riporta in vita il momentum creativo fissato nella propria opera dallo scrittore, quale somma di stati emotivi ‘salvati’ nell’anonimo fluire della storia.
C’è, negli autori di cui mi sono occupata, questo senso di deragliamento del tempo ed estinzione di se stessi, dovuto all’esperienza annientante della prima guerra mondiale. Il suicidio del giovanissimo Heinle che alimenta il singolare impegno dell’amico Benjamin a comporre versi per continuare un dialogo interrotto da un gesto tanto improvviso e inaudito, fino all’altrettanto tragico epilogo con cui si chiuderà l’esistenza del filosofo tedesco, racconta di due artisti letteralmente ‘strappati’ alle loro vite dalla drammatica progressione degli eventi. Come ebbe a scrivere Joseph Roth al giornalista italiano Enrico Rocca «Io mi riconosco nella comunità mondiale di tutti i partecipanti alla guerra, nella generazione dei decimati, dei reduci impotenti e dei morti» (lettera datata 6 maggio 1930).
Attraverso queste voci ho potuto anche approfondire la pesante mutilazione inflitta dalla guerra alle collettività coinvolte. Perché il trauma della violenza e della morte non si ferma affatto alle trincee né finisce con un accordo di pace ma continua a deflagrare per anni in un tessuto sociale angosciato e indebolito dai lutti, dal senso schiacciante di una precarietà della quale, dopo il battesimo del fuoco al fronte, sembra impossibile liberarsi. In una simile terra devastata accade così che vengano a mancare perfino i presupposti del racconto. Il filo che teneva insieme gli anelli della narrazione è ormai spezzato, nient’altro che frammenti alla deriva, schegge indecifrabili di una storia che si avvita su se stessa senza riuscire a descriversi.
Compagne di avventura e preziose collaboratrici, Angela Staude Terzani per la poesia di Heym ed Elisabeth Krammer per gli ‘alfabeti’ musiliani mi hanno aiutata a portare alla superficie l’anima nascosta dei testi. Questo scambio sui problemi della lingua, sulla necessità di penetrare l’originale nelle sue più intime sfumature ha senz’altro arricchito il mio bagaglio di conoscenze e, come si diceva all’inizio, ha influito sul mio modo di scrivere. Dunque, per quella che è la mia formazione, posso certamente affermare che l’esercizio di tradurre si è rivelato essenziale al mio percorso artistico e culturale.

(Di Claudia Ciardi)

14 settembre 2016

Annemarie Schwarzenbach - Fuga verso l'alto




Quarto romanzo di Annemarie Schwarzenbach finito di scrivere nel maggio 1933 e mai pubblicato, Fuga verso l’alto (Flucht nach oben) è un’opera che rivela appieno le doti letterarie della giovane autrice qui impegnata a stagliare i ritratti dei suoi personaggi sugli sfondi dissolventi della storia europea nel primo dopoguerra.
Tensione di un’epoca e atmosfere rarefatte si alternano in un fraseggio che intende assumere anche a livello della scrittura la spirale ossessiva di eventi con cui si aprono gli anni Trenta. Uomini e donne sradicati in un continente fiaccato dalla crisi economica – in Germania è il colpo di grazia per i proprietari terrieri, l’aristocrazia degli Junker già spodestata dalla sconfitta bellica si sveglia accerchiata e febbricitante. Il nazismo venderà loro il sogno di un pangermanesimo nobile, colto e puro ma sarà il calice della completa rovina. Di questa danza sull’orlo dell’abisso si nutre per l’appunto la narrazione della Schwarzenbach, in bilico tra la tragedia della prima guerra mondiale e in attesa dell’imminente colpo di mano nazista. Un piano inclinato che trova la sua resa iconica nell’ambientazione, una sperduta località di villeggiatura sulle Alpi svizzere o austriache frutto di fantasia ma evidentemente ispirata alle stazioni sciistiche che allora iniziavano ad attrarre il turismo commerciale d’impronta moderna. Archiviate le atrocità della guerra d’alta quota, le cime furono oggetto di un effimero ripopolamento legato agli sport invernali o alla pratica dello sci estivo, molto pubblicizzata quest’ultima dal regime fascista. La memoria dei lutti si mischiava così ai toni di una tragica assurdità che aveva il volto della leggerezza mondana ma sentiva dentro di sé tutto il disagio per quel passato troppo vicino, ancora così carico di ombre. Contrasti descritti molto bene in uno dei libri più belli di Enrico Camanni, Il fuoco e il gelo, storia di alpinismo e di guerra cui mi è già capitato di accennare. Il conflitto mondiale come l’industria dello sci hanno caratterizzato due fasi diverse dell’appropriazione della montagna da parte dell’uomo, sconvolgendone spazi e consuetudini di vita. Se durante la follia dell’impresa militare che costrinse migliaia di soldati ad asserragliarsi oltre i tremila metri si moriva di stenti o sotto il tiro nemico, dopo, dice Camanni, si è andati in quota a morire di noia, «nella disperata ricerca di emozioni forti e rimedi esistenziali». Assai più rara in chi sale la consapevolezza dei drammi e degli attriti che hanno costellato il difficile incontro tra pianura e montagna; l’ascesa non è dunque il completamento di un percorso, non rientra in un racconto di formazione del sé ma in un riflesso condizionato che spinge a cercare l’altrove ad ogni costo senza approfondirlo.    
Il romanzo della Schwarzenbach si regge proprio su questa aporia destinata a rimanere per buona parte irrisolta. Ne sono completamente investiti i suoi protagonisti, si diceva all’inizio. Che l’abbiano combattuta o meno la prima guerra mondiale è ancora un fatto incombente nelle loro vite, forse il più incombente di tutti sia per le conseguenze economiche, tradotte in una perdita cospicua di patrimoni e posizioni, sia per quelle psicologiche, in termini di vuoto e straniamento che inchiodano le loro esistenze a una fosca passività. Tali forze contrarie sembrano anestetizzate dal luogo neutrale che le raduna, gli hotel di alta montagna. Ma si tratta di una cura illusoria, perché il rumore di fondo della cosiddetta civiltà riesce a insinuarsi fin lassù. Ritroviamo così i medesimi difetti, vizi e paranoie della pianura, esasperati da un isolamento che per la maggior parte degli ospiti è una scelta forzata, una fuga da qualcos’altro appunto, e non il centro di una condizione raggiunta attraverso un autentico processo di crescita emotiva.
Solo il protagonista intraprende compiutamente un viaggio a ritroso per recuperare i frammenti della sua identità e accetta di soffrire pur di trovare un esito positivo alla propria situazione. Francis, figlio di un proprietario terriero prussiano morto da tempo, è emigrato in Sudamerica e dopo essere rimasto sette anni lontano dal continente europeo, con l’inizio della crisi decide in modo poco opportuno di fare ritorno in patria scegliendo un ritiro alpino. Tra mille dubbi e disagi cerca di reinventarsi, lasciandosi alle spalle i ritmi e le differenti libertà del nuovo mondo. La notizia del tentato suicidio del fratello che, avendo intrapreso la carriera militare è andato incontro al naufragio degli ideali cui si era consegnato, obbliga infine Francis a un brusco ritorno alla realtà della pianura che si traduce in lunghe giornate spese in ospedale al capezzale del giovane ufficiale agonizzante. Il reparto, con il suo rigore anonimo e freddo, riflette per certi versi la neutralità dell’albergo eppure, in una simile cornice di dolore dove l’essere giunge a quelle soglie in cui più chiaro diviene il suo significato, Francis comincia a risalire; la logorante fine del fratello illumina il suo stesso sguardo sulle cose e nelle ore trascorse fissando la morte stabilisce un rinnovato legame con la vita.
Si coglie più di un riferimento alla Montagna incantata di Thomas Mann, forse anzi il lavoro della Schwarzenbach si configura come un omaggio al grande romanzo uscito circa dieci anni prima, col quale manifesta una singolare contiguità spazio-temporale, rimettendo però in discussione anche buona parte di quell’impianto. Ciò a partire dal fatto che Mann riferisce “l’incantamento” del suo Hans Castorp all’anteguerra mentre la scrittrice svizzera, adoperando un taglio di prospettiva che sposta le noie dei suoi personaggi al limbo politico-economico successivo, contamina la narrazione di una liminalità immanente al prima e al dopo. Tutti sembrano presi tra due fuochi e scivolano senza opporre resistenza nel vortice della storia che, sovrapponendosi al presente, mira a svuotare entrambi sabotando il fattore tempo. Gli uomini di Alptal, come già gli ammalati di Davos, aggirano i vincoli della quotidianità e con questo differiscono il proprio stesso agire. Ma la Schwarzenbach apre uno spiraglio ben diverso. Francis accoglie in sé, come Castorp, la sofferenza – qualcosa di simile al pathei mathos greco è il leitmotiv di entrambe le scritture  – però l’insegnamento che ne trae gli serve per convincerlo a restare sulle montagne, non più sponda di una fuga ma luogo in cui azzerare le passate esperienze, rifondando lì un capitolo del proprio vivere.
Le figure femminili risultano a loro volta contaminate dall’incertezza degli eventi. Da una parte c’è Adrienne Vidal, la donna che, per quanto sia ancora giovane, ha ormai innalzato un muro sconvolgente con la disinvoltura della giovinezza. Sebbene ancora facoltosa non può più contare sulle risorse e le amicizie di un tempo; la maternità l’ha completamente cambiata, non ama più il padre del suo bambino ma ama quest’ultimo fino ad annullare se stessa, ed è malata. È qui che spunta il ricordo del sanatorio a Davos, primo e più importante simulacro manniano, dove la donna sarebbe stata ricoverata, non si capisce se per un male fisico o a causa di un esaurimento. L’autrice gioca volutamente su questa ambiguità che è un altro tassello essenziale dell’architettura narrativa. Dall’altra c’è la bella ma altrettanto tormentata, sebbene per motivi diversi, Esther von M. giovane moglie di un vecchio ebreo facoltoso. La donna ha contratto un matrimonio di convenienza per cavarsi dagli impicci economici, comprando una vita di agi ma anche noie e solitudini. Cerca amicizie e rapporti per puro senso di evasione, tuttavia non riesce a spingersi fino alle estreme conseguenze del suo essere in apparenza dissoluta, perché nell’intimo non vuole rinunciare al privilegio acquisito; non dispone di sufficiente coraggio a uscire dalla gabbia che si è scelta, soprattutto non ammette a se stessa che in fin dei conti ci sta anche comoda. Questo più di ogni altra cosa crea in lei un dissidio che non le consente di dare il giusto peso a quanto le ruota intorno. Anche Esther, come Adrienne, è senza centro. Ma diversamente da lei Adrienne decide di risolvere il suo conflitto interiore, in ciò seguendo il destino di Francis di cui è innamorata. L’amore assume qui un senso salvifico, di redenzione, non è il capriccio attuato da Esther né il morboso strumento nelle mani di Wirz, l’antiborghese che non sa adattarsi né alle convenzioni della pianura né a quelle della montagna e che coinvolge in una relazione soffocante e spasmodica il giovane Matthisel, con l’esito nefasto che inevitabilmente ne deriva.   
I silenzi del monte, il misterioso bagliore delle cime, della neve pulsante d’azzurro nel buio di sere invernali si alternano agli echi che vengono dalle città, vedute fotografate da treni-notte, stazioni umide e spoglie alle periferie delle metropoli e il ritmo ossessivo delle prime ronde che annunciano una sinistra scalata al potere: «Che cosa si era aspettato? Piccole e scure esistenze borghesi? Non ne era rimasto più nulla, tutti erano sballottati sul mare agitato dell’incertezza generale. E ovunque la parola “crisi”, usurata nel corso di tanti anni. Sembravano tutti, senza eccezione, aver puntato sul cavallo perdente, quello della vita borghese. Alcuni rimanevano fedeli all’idea che ogni cosa si sarebbe sistemata, e professavano un ottimismo liberale costantemente smentito dai fatti. Altri si erano rassegnati, erano preparati al peggio, altri ancora credevano, con disperata energia, in un radicale cambiamento. [Francis] divenne semplicemente silenzioso in mezzo alla frenesia generale. E come lui, molti altri divennero silenziosi; attendevano, accontentandosi di poco, scettici nei confronti della morale vacillante della storia. […] Furono settimane all’insegna di un resa dei conti impietosa e totale. Francis non si lasciò confondere nemmeno dal vuoto e fragoroso turbinio degli eventi che trascinava con sé la gente che viveva lì. A Berlino si ammassavano valanghe di eventi, che potevano staccarsi in qualsiasi momento per precipitare nel baratro. Nulla metteva radici».
Questo manoscritto che si dava per perduto ed è stato ritrovato in tempi recenti alla Biblioteca centrale di Zurigo da Roger Perret, curatore di molte delle opere della Schwarzenbach, parla di un tempo d’esilio, di un’avventura da emarginati che scuote in maniera trasversale gli appartenenti a diverse classi sociali. Allepoca della stesura la scrittrice aveva fatto ritorno in patria, dopo essere uscita dalla Germania dove soggiornava stabilmente dal 31, dibattendosi come numerosi transfughi dell’Europa centrale in una condizione non facile a causa delle severe regole di permanenza, nonostante la sua origine svizzera, e incappando al pari degli altri negli attacchi mossi dalla stampa di estrema destra. La giovane letterata mostra non solo le pose di una narrativa matura ma anche la personalità per crearsi quegli spazi che le permetteranno di lì a poco di collaborare a importanti riviste come corrispondente dall’estero. Sopravvivenza e riscatto di una donna che seppe unire un talento precoce alla lucida interpretazione dei mondi che si trovò ad attraversare.      


(Di Claudia Ciardi) 


Annemarie Schwarzenbach, Fuga verso lalto,
traduzione e postfazione di Tina DAgostini,
Il Saggiatore, 2016




Tramonto su Cima Vezzena e Cimon della Pala


Links:

Mario Curnis e Simone Moro - In cordata

Lou Andreas Salomé - Lungo il cammino




Enrico Grandesso recensisce su «Avvenire» del 5 luglio 2016 il racconto inedito di Lou Andreas Salomé pubblicato in Italia da Via del Vento edizioni



8 settembre 2016

Un improvvido raggiro



Book of Hours. Detail. Netherlands 14th cent. Ms Codex 738. Penn Lib.


La rapidità con cui in Italia vengono istruiti processi alle streghe lascia di stucco. E la giovane sindaca di Roma in polemica con le eminenze capitoline difficilmente avrebbe potuto salvarsi. Quella che si è abbattuta sul Campidoglio nelle ultime ore somiglia sempre più a una bufera in un bicchier d’acqua. Purtroppo la mezza brutta figura resta, anche a causa di una linea non sufficientemente discussa all’interno del Movimento. Io credo che questa donna non manchi affatto di carattere, solo che risulta compressa da molti fattori interni al proprio schieramento di appartenenza ed esterni, perché le questioni cui bisogna far fronte peggiorano ogni giorno e chi vi si addentra va senza equipaggiamento né protezioni in un campo minato. E una tale vicenda a me sembra non solo ben rappresentare le difficoltà che hanno le italiane più giovani, oggi, a imporsi e contribuire a un progetto con le proprie idee – non ne è garanzia a quanto pare neppure una carica politica di alto livello – ma riflette ancor più lo stallo generazionale del paese, cioè della cittadinanza più giovane, tutta, che percepisce su di sé le conseguenze di un simile immobilismo e non trova risposte alle sue necessità.   
Detto ciò, stonano non poco certi paginoni d’apertura televisivi e non che vanno avanti a colpi di dichiarazioni e controdichiarazioni. Mi infastidisce ancor più l’impronta riduttiva con cui i fatti vengono analizzati, una tendenza che non riguarda solo le baruffe di partito. Su un versante c’è il sensazionalismo antropofago che si autoalimenta e sull’altro, dicasi profondità di analisi, il nulla o giù di lì. Ma puntualmente ognuno confessa di voler fare chiarezza, cosa impossibile a caldo, nel rincorrersi delle voci da un corridoio all’altro. Bisogna darsi un minimo di tempo; diamo tempo a chi è investito dal presunto scandalo di capire e rimediare, se come pare, si tratta di cose rimediabili.
Cinque milioni di persone che ogni mattina si alzano, avviandosi alle loro attività: benvenuti nella metropoli. Sradicare il malaffare, si capisce, richiederà molte energie; risolvere disservizi e corruttele di un ambiente così complesso non sarà certo il risultato di una giunta.
Per questo non rido delle difficoltà in casa d’altri. Se in un luogo tentacolare e ingestibile, a detta degli stessi romani, dove i problemi sono diventati disastri “il periodo in prova” di un’amministrazione fuori dagli schemi si traduce in un’ennesima battuta d’arresto, mi preoccupo non poco. Non solo per le sorti di Roma ma anche per il resto del paese. Chi si illude di intercettare l’eventuale diaspora di voti cinque stelle – tutta da vedere – in una specie di reflusso ex contrario, appunto si illude. Semmai resterà solo una scappatoia a esprimere la disaffezione per la politica di ogni colore, già peraltro ampiamente sperimentata nelle più recenti tornate elettorali, l’astensionismo.
Non rido del luogo comune scodellato da mesi, “se questi sono incapaci a livello locale, figuriamoci in cabina di regia” – per non parlare di una fastidiosissima contrapposizione tra locale e nazionale imperante nelle letture politiche degli ultimi mesi. Una sconfitta locale non avrebbe a che vedere con le dinamiche nazionali. Che strano, evidentemente i cittadini-elettori in quell’attimo si imbattono nel ponte Einstein-Rosenberg e compiono un salto di dimensione, votano e al contempo vanno altrove. La stessa signora Merkel sembra caduta in trappola, qualche giorno fa. Salto dimensionale anche per lei. Il Meclemburgo all’estrema destra? Roba locale. Eh sì, ma a forza di localismi si fa un bel brodo nazionalista.
Insomma mi preoccuperei più dell’estremismo che soffia da tutte le parti, portato in gloria inevitabilmente dalla stagnazione economica, cercherei di dare spazio ai problemi che zavorrano le banche, proverei ad analizzare meglio i dati sulla crescita zero in Italia e quelli assai deludenti relativi al manifatturiero tedesco – ancora locomotiva d’Europa? E in caso vogliamo vedere che tipo di carburate c’è in questa locomotiva? – tutto farei, anziché elucubrare sugli addentellati di un assessore con un noto studio legale. O sulle presunte ombre della destra romana intorno alla giunta Raggi.
Vorrei ricordare che Tsipras in Grecia ha scelto di governare insieme ai greci indipendenti di Kammenos, politico anti euro con inclinazioni fasciste. Lecita indignazione degli eredi della resistenza greca, ripeto lecita e comprensibilissima. Dopodiché esiste l’opportunità politica e la buonafede di Tsipras, secondo me mai scalfita, neppure dalla notte degli accordi con il Gotha Ue né dall’inizio del percorso di riforme “come Bruxelles vuole”. L’alleanza con To Potami, suggerita in maniera poco elegante, per usare un eufemismo, da Schulz avrebbe creato continui strappi interni alla coalizione, mentre il leader di Syriza necessitava di creare un fronte allineato su posizioni anti austerity, augurandosi un po’ più di solidarietà tra i popoli europei, di fatto mai venuta. Aggiungo anche che trovo ben grave usare i nomi della resistenza e i nomi di grandi statisti del passato per far passare delle strategie di partito contrarie all’interesse e al bene collettivo. In quest’ottica mi scandalizza molto meno l’alleanza con personalità ritenute ideologicamente scomode ma che mostrano convinzione e coerenza sul piano delle istanze di cui si fanno promotrici. E magari, nei confronti della Grecia, vediamo di essere un pochino meno smemorati, parliamo delle conseguenze sociali di un cammino tortuoso, e di fatto inconcludente, imposto dall’esterno per rimettere i conti in ordine, invece di ripescarla dal cilindro solo quando si tratta di spread e rampogne sul debito.
Ritengo che quando uno schieramento incontra degli ostacoli e avvia una discussione interna ciò non sia sintomo di debolezza e corruzione ma, al contrario, di rifiuto di quelle logiche messe in circolo da una galassia del potere abituato a forzature, a oliare il meccanismo per vie traverse, al “lo sappiamo noi cosa sia meglio per voi”. Da qui si arriva alla crescente insofferenza mostrata da non pochi onorevoli della repubblica per lesercizio della democrazia diretta, principalmente del diritto di voto. Non mi spiego in maniera diversa tanta euforia; pare che l’idea dell’astensionismo che cresce sia il premio di consolazione cui si aggrappa certa vecchia politica. Troppi ormai sono gli anni trascorsi fra governi d’emergenza, governi di scopo, governi tecnici. Postulando che tutto fosse andato per il meglio sempre si sarebbe dovuto tener conto di un’opinione pubblica quantomeno irritata da questo modo di procedere. Preferisco avere a che fare con soggetti che mostrano qualche incertezza e vanno incontro a degli intoppi, prima di quanti si muovono nei palazzi con una disinvoltura che talora scopre ben altre sponde. Insomma, stando alle circostanze, come raggiro questo dei Cinque stelle sembrerebbe piuttosto improvvido.       
Si capisce infine che coloro che hanno posizioni consolidate nel paese, per la maggior parte le generazioni più avanti negli anni e solo una parte infinitesima di giovani spinti a vario titolo su effimere corsie preferenziali, non voglia mettere in discussione quasi nulla. In virtù del posto che occupano o hanno occupato non possono che essere conservatori. Anche in tanta intellighenzia, che pure rispetto, sento insinuarsi troppo spesso un pensiero secondo me altrettanto pericoloso. Meglio andar così, meglio il meno peggio perché il resto non si sa. Il che mi pare un modo piuttosto insoddisfacente di affrontare le cose, un ragionare a braccetto con una riserva mentale oscillante tra beata indifferenza che si crede illuminata e bieco egoismo. Mentre quel che le persone si aspettano ora è vedersi coinvolte e avere la percezione che si fanno passi concreti verso di loro.     

(Di Claudia Ciardi)


Manuscript miniature (France), XIII Century 

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