30 novembre 2016

Stéphane Hessel - Indignatevi!




Un librino piccolo che si lascia leggere in un soffio e che è stato capace di mobilitare le piazze occidentali appena uscì alla fine del 2010. La crisi economica era iniziata da due anni, ufficialmente si disse con la bufera dei mutui subprime sottoscritti in America e il collasso di Lehman Brothers – lì imparammo che anche le banche possono fallire. Tuttavia segnali di stallo, accompagnati da altri sintomi più o meno manifesti, si erano cominciati a scorgere già qualche anno prima. L’estendersi della disoccupazione giovanile, crescente in Italia ed Europa, ha disegnato una curva progressiva e inarrestabile nell’ultimo decennio. Già ai suoi inizi era inevitabile pensare che ciò avrebbe avuto un impatto serio sugli equilibri interni dei paesi occidentali. Tra attesa e disincanto la pancia dei popoli ha iniziato a smuoversi; la Grecia continua a faticare nella spirale di un debito che bisognerebbe avere il coraggio di discutere una volta per tutte, la Gran Bretagna ha fatto “ciao” all’Europa – anche se è tutto da verificare cosa significherà in pratica “uscita” – e Trump sarà il prossimo inquilino alla Casa Bianca. Un’idea diversa di politica ha iniziato a scardinare certi dogmi su cui il potere si è autoalimentato fino ad oggi: forze antisistema o partiti che hanno voluto mettere in discussione il crisma dell’austerità, l’erosione imposta, e prescritta come necessaria, delle tutele sociali, in una parola la resa passiva di fronte alla compromissione dei diritti di ognuno, in quanto essere umano e cittadino di uno Stato. La posta in gioco, dunque, per i nuovi schieramenti non è più solo la scalata al vertice ma l’intento destinato a maggior durata di ridisegnare la sostanza dell’arte politica e della partecipazione, estesa e realmente rappresentativa, alle decisioni che riguardano la collettività.
A novantatré anni Stéphane Hessel ha voluto rivolgersi ai più giovani perché sentissero sulle loro spalle l’eredità della resistenza e, dunque, la missione di difendere quei valori conquistati col sacrificio di tante donne e uomini generosi, oltre che coraggiosi. L’essenza del discorso è la stessa che Tina Anselmi ha evidenziato in uno dei suoi ultimi interventi: c’è una lotta per la libertà ma c’è anche la lotta necessaria perché questa libertà venga preservata a beneficio delle future generazioni.
Stéphane, nato a Berlino nel 1917 da Franz Hessel, il famoso scrittore e giornalista amico di Walter Benjamin con cui tradusse in tedesco l’opera di Proust, quando descrive la sua vicenda nella resistenza parla di “vita restituita”, intendendo non solo l’essere scampato alla morte, in modo fortunoso e quasi miracoloso a un istante dall’esecuzione per mano del plotone tedesco, ma anche il ritorno a una vita ancora più piena e consapevole, perché passata attraverso scelte radicali che avevano messo in discussione tutto, e dunque appunto anche la cosa più preziosa. Quella fase di lotta e impegno nella causa di liberazione ha orientato l’esistenza di chi vi ha preso parte nel segno di un attivismo irrequieto e propositivo. Hessel sprona quindi i giovani a guardarsi intorno; sebbene infatti non vi sia in apparenza un nemico da battere al fronte, molte sono le minacce che rischiano di assottigliare, se non cancellare, i progressi del secondo dopoguerra. Tali minacce vanno arginate al più presto, affinché il danno non divenga irreparabile, e perciò l’anziano ma energico “resistente” scuote ogni cittadino responsabile a essere vigile, a porre le proprie capacità e sforzi al servizio degli altri e della loro tutela. Insistere in un cammino che tenda a liberare l’essere umano dal timore e dal bisogno, risolvere gli squilibri, non trascurare né tantomeno accrescere il divario, garantire istruzione e un reddito che possa dare opportunità effettive e durevoli di inserimento nella società. L’emarginazione è ciò che deve più di tutto spaventarci, in quanto anticamera di conflitto, rancore, odio, guerra. Dove vi è emarginazione, il diritto arretra, la democrazia cede.   
A volte al cambiamento – un cambiamento insidioso se generico, non declinato, non meditato né condiviso – è preferibile la conservazione. Questa, troppo affrettatamente liquidata come lentezza o inadeguatezza ai tempi, è invece un bastione sicuro da cui difendere la nostra identità e, dunque, i valori libertari che questa identità affermano.

(Di Claudia Ciardi)


Stéphane Hessel,
Indignatevi!,
Add editore, 2011


22 novembre 2016

Heidegger nella Grecia sequestrata





Con Paolo Zignani, amico e collaboratore occasionale di questo blog, mi sono data nelle ultime settimane un compito interessante e per nulla semplice: rileggere il resoconto scritto da Martin Heidegger in occasione del suo primo viaggio in Grecia. Il filosofo, fin dal titolo, avvisa il lettore. Non addomesticherà il suo peregrinare nelle forme accondiscendenti e un po’ assonnate della consueta narrazione diaristica – men che meno assecondandone derive consumiste più che familiari a noi figli sballottati dalla globalizzazione – ma ci offrirà una permanenza (in tedesco Aufenthalt). Stilettata filologica non da poco, che c’impone il tempo della sosta, cioè apre la spazialità a una precisa dimensione cognitiva. Lo spazio, dunque, come incubatore di pensiero. In scia con quel che il filosofo teorizza negli Holzwege, sentieri come vie di conoscenza; che si perdano o meno, favorendo la nostra stessa attitudine all’incompiutezza, è del tutto secondario, anzi forse perfino più coerente del palesarsi di una meta.
Si tratta in questo caso di una memoria assai densa. Non inganni la brevità del testo; la Grecia e il fraseggio che Heidegger costruisce attorno ai suoi monumenti danno luogo a un’architettura complessa che implica, da parte del lettore, più di un ritorno. E mi riprometto, infatti, di dedicare un ulteriore intervento proprio ai contenuti di questo affascinante librino che, allinizio del millennio, ci interroga senza vedersi superato in alcuna sua proposta. 
Negli ultimi anni, ci siamo abituati a veder entrare la Grecia nel nostro orizzonte di europei in preda a crampi identitari, parlandone unicamente in funzione delle nostre crescenti isteresi. Pertanto, facendo violenza a quel che la Grecia ha significato sotto il profilo culturale e che tuttora significa. Anzi, la Grecia sembra inserirsi esattamente in queste crepe occidentali, non come immagine in grado di rassicurare, cosa che invece ci si aspetterebbe da una culla di civiltà, ma semmai contribuendo all’inquietudine. E di ciò siamo responsabili noi in prima persona.
Prendiamo l’ultimo incontro politico in terra ellenica. Il presidente americano, reduce dalla sconfitta della sua candidata alle elezioni, ha inteso rafforzare la sua immagine di paladino della democrazia, scattando una foto di circostanza sull’Acropoli. Su di lui incombeva la responsabilità di una disfatta in patria e lo spettro, mai esorcizzato, di un popolo messo a dura prova dall’austerità, proprio lì, ai piedi di quella millenaria bellezza monumentale. Stridente il messaggio che si è voluto lanciare, tanto più che al tavolo del giorno dopo, a Berlino, Tsipras era già uscito di scena, relegato nelle sue turbolenze egee. L’ho trovata una scelta sbagliatissima e diciamo pure offensiva. Rilanciare la democrazia significa, adesso soprattutto, portare Tsipras ad ogni tavolo. Mentre la Grecia continua a dividere e a mettere in rilievo tutte le nostre imbarazzanti contraddizioni.
Tra le tante riflessioni che Zignani mi ha inviato nel corso della stesura del suo articolo, vorrei condividere un passaggio in particolare, perché esemplificativo dell’orientamento di quanto ha scritto: «La Grecia è stata, per così dire, sequestrata. L’industria del sapere prende il posto dell’autenticità e l’inautenticità non perde occasione per esprimere la sua tipica “dittatura” (è la traduzione di Pietro Chiodi). Secondo me quei riferimenti all’essere sociale e ai suoi modi d’essere, e al mondo del lavoro (curiosamente ce ne sono) si fanno più significativi negli anni successivi. È un argomento forte. Heidegger cercava anche lui una terza via non capitalista né sovietica per un’ontologia che avesse anche un senso per la vita. Si può parlare di una qualche forma di “critica sociale” da parte di Heidegger? Per me sì. Non credo che per Heidegger possiamo solo raccontare: quel suo vitalismo, che detesta tanto la storiografia, la cultura fatta con le tradizioni culturali e i libri polverosi, vuol prendere possesso della vita autenticamente; l’ontologia intende stravolgere la vecchia metafisica».
Per quanto mi riguarda, ha colpito la mia attenzione il fatto che il filosofo tedesco parli della Grecia, tutta, come isola. In questo suo viaggio persegue una rappresentazione “isolana”. Ora diciamo che il territorio ellenico è in buona misura insulare ma non è comunque solo questo. E tuttavia il punto di vista del viaggiatore nordico si concentra su tale “metafisico” peregrinare isola per isola, ognuna con la propria grecità e stratificazione storica. Quasi che i singoli approdi siano chiamati a dare concreta visualizzazione all’avventura del pensiero in cerca del proprio centro.
Tra gli altri, il passaggio sull’asiatico è forse il più notevole. A quel punto della lettura lo snodo oriente-occidente staglia la Grecia nella sua perenne dimensione di ponte, inteso ancora una volta in senso conoscitivo.


(Introduzione di Claudia Ciardi)


Heidegger nella Grecia sequestrata
di Paolo Zignani

Heidegger aveva messo tra parentesi la Grecia reale, per sostituirla con la poesia di Hölderlin e con sofisticate interpretazioni dei filosofi ateniesi, e il contraccolpo sopravviene implacabile, per la necessità di un intervento personale, un’intrusione dell’ontico capace di causare uno dei cortocircuiti che la sua filosofia, per quanto anti-idealistica, sa sprigionare nell'urto con la realtà. Il filosofo ha sentito il bisogno di andare oltre, preso dalla speranza di un nuovo inizio, che la sua filosofia non poteva dare. Di qui la necessità di un impegno personale, ma privatamente, in viaggio con la moglie. C’è un’ansia nel pensiero di Heidegger, che non vuole fare della filosofia ma dedicarsi all’essere. Invece, di nuovo, incontra una dittatura. Il desiderio di emancipazione – insopprimibile - ha necessità di rinnovarsi, altrimenti prevarrà la furia autodistruttiva dell’umanità.
L'unica dittatura denunciata da Martin Heidegger è stata quella dell'inautenticità, che si può esercitare solo perché la questione dell'essere è stata accantonata, in uno scenario tormentato. Kant poneva, in una famosa pagina della Critica della ragion pura, fra Analitica e Dialettica trascendentale, l'esistenza di un'isola della verità, dove vigono le norme dell'intelletto puro, circondata dall'oceano tempestoso delle parvenze. La condizione umana sembra molto più complicata in “Essere e tempo”. L'estraniazione è il modo di essere del Si, che è la dimensione della vita quotidiana impersonale: espropriato da sé per la sua debolezza, l'uomo, quando sopporta d'essere autentico, si apre a un qui e a un con chi fare storia: lo attende però una difficile battaglia. Strappato dalle sue radici, perso tra le cose, strumentalizzato dalla tecnica, l'uomo si accorge di far parte di un mondo in cui non è altro che un oggetto, un mezzo, a causa dell'organizzazione economica, politica e sociale, in una dittatura impersonale, implicita, che distrae continuamente e impone discontinuità all'Esserci, autoaffermandosi spontaneamente senza bisogno di legittimazione e di motivazione. Heidegger descrive nei suoi tratti ontologici la disponibilità umana alla sottomissione inconsapevole e anonima, con la sottrazione della Cura. Permane la tendenza al mimetismo del Si inautentico privo di sé. L'analisi del dominio della tecnica, però, nella "Questione della tecnica" (1953) dimostra che l'estraniazione è ben più vistosa e accompagnata dalla consapevolezza dello sfruttamento della natura, esseri umani compresi. L'inautentico inoltre sostituisce l'autentico e viceversa, questo è l'evento che avviene in un ritmo di cadute e riappropriazioni imprevedibili: uno scambio, non tra due realtà diverse e nemmeno in una relazione di circolarità ermeneutica che passi per organizzazione della conoscenza, nascondendo in realtà conflittualità non s'appianano. E' forse l'autentico a descrivere questi processi, ma una simile meta-fenomenologia non viene a parola. Senza l'autenticità l'Esserci si smarrisce: l'autenticità si fonda però su un discutibile concetto di storicità. Tra l'individuo e la storia non c'è infatti una relazione così diretta e immediata, se non nella prospettiva difficilmente comunicabile dell'individuo e delle sue relazioni: le autenticità come possono "comunicare", nella storicità comune, se non mediante la storiografia? Heidegger segue invece un vitalismo antistoriografico. La storicità comune incontra così il limite di una storicità autentica ma privata e incomunicabile. L'Esserci è un essere storico, e tuttavia in quanto mortale progetto gettato, non può far altro che aprirsi alla scelta delle possibilità tramandate, senza che la storiografia debba per forza occuparsene: l'autentico può non far rumore e non lasciare alcuna traccia. L'inautenticità invece è molto più organizzata e aggressiva, è pubblica, di massa, priva di soggettività, lavora inconsapevolmente per l'industrializzazione del mondo, mentre l'autenticità, malgrado il carattere originario e imprescindibile dell'essere-assieme - entra in azione soltanto nello scenario della vita individuale e rende soltanto possibile l'essere assieme storico autentico. La dittatura dell'inautentico produce una storiografia, che riesce a sostituire agevolmente, commercialmente, la storicità autentica e la conoscenza autentica che l'accompagna e che non necessariamente diventa storiografia dominante. L'ontologia esistenziale è inoltre un ritmo che si ripete, con due fasi che si alternano con variabilità imprevedibile. Quando l'Esserci diventa se stesso si ritrova ad appartenere all'Essere e deve affrontare la propria storicità prendendo la "decisione anticipatrice". Il -ci viene annullato in questa autenticità. L'Esserci viene richiamato nella storia, ovvero nell'istante in cui si confronta con le possibilità che gli vengono tramandate. Inevitabilmente l'Esserci ricade nel -ci, dove dovrà disperdersi tra le cose fino a quando la chiamata della cura, un silenzio angoscioso, lo riporterà di nuovo al suo destino di essere storico. Con questo ritmo l'Esserci si sposta nelle e fra le dimensioni della temporalità deformandosi come il tempo stesso. Struttura precaria ma complessa che si riconfigura continuamente, l'Esserci si realizza nell'anonimato di massa e poi si appropria di sè, annullando però la vita quotidiana. L'Esserci passa dalla dittatura del Si anonimo alla "decisione" (il suo destino) che lo rende libero e autentico. La chiamata della cura lo modifica all'improvviso. E' un flusso di modalità temporali ed esistenziali che si intrecciano congiungendo futuro e passato e abbandonando l'idea metafisica di soggettività sostanziale e di temporalità lineare.
Allora perché visitare la Grecia, se è la storicità autentica a farci comprendere il linguaggio in cui abitiamo, il linguaggio dell'Aletheia? Se è silenziosa la chiamata della Cura, perché il silenzio diventa lingua greca? Se poi la poesia di Hölderlin disvela l'eredità dell'antica Grecia, perché partire fra i turisti? Quando Heidegger nel 1964 visita per la prima volta la Grecia, la trova per così dire sequestrata, interpretata, come sostituita con una copia, invasa da un esercito nemico. Heidegger è inevitabilmente critico, viste le premesse, verso il sistema economico-politico nel diario di viaggio che dedica alla moglie: "Una potenza estranea aveva preso possesso di quella terra con il sistema delle prenotazioni e dei viaggi organizzati". E' l'industria del turismo che s'impone e allontana da "ciò che è", rendendo "incapaci di pensare alla frattura che separa l'oggi dallo ieri e di riconoscere il destino che regna nello spazio di questa frattura". "La tecnica moderna e, con essa, l'industrializzazione del mondo attuatasi con l'ausilio della scienza, si apprestano, con il loro elemento inarrestabile [Unaufhaltsames] a dissolvere ogni possibilità di soggiorno [Aufenthalt]". Non resta alcun luogo nel mondo industrializzato, amministrato, dominato dalla pianificazione calcolante, non c'è possibilità di pensare l'elemento greco, addirittura ci si sente in ogni luogo a casa propria; ma in che modo? Con l'aiuto della tecnica, come chi scatta fotografie "rinunciando alla propria memoria per sostituirla con un prodotto della tecnica". L'uomo è sostituito, messo da parte, la sua esperienza e la sua storia non servono più, soprattutto non è utile la sua decisione, la sua esistenza personale, caratterizzata e vitale. Oggi non si può soggiornare, dimorare, abitare, l'Esserci è nel mondo ma senza esperienza reale. Non si può nemmeno evitare di confrontarsi con la violenza dell'essenza della tecnica. Torna il confronto anche con l'elemento asiatico (pag. 38 di "Soggiorni. Viaggio in Grecia", ed. Guanda), ovvero probabilmente l'Unione sovietica e il rischio di una guerra atomica che distrugga l'umanità. Inevitabile quindi che la “chiamata” della Cura assuma un’altra forma.
L'industrializzazione, oggi, dopo Heidegger, è ancora più invasiva: ha conquistato ogni attività, l'elaborazione e diffusione del sapere, ha trasformato l'economia e ogni esperienza del mondo, occupato il tempo libero, colonizzato la socialità, trasformandola con dei programmi informatici. Sembra ad Heidegger che occuparsi della Grecia antica sia qualcosa di irreale. L'industrializzazione oggi appare più differenziata e caotica, capace di generare o sostenere nuove singolarità, meno trionfante eppure ancor meno contrastata. Heidegger non vede la crisi dell'industrializzazione stessa, una crisi continua, vede l'uomo "misero e confuso", in balia di un "progresso senza futuro". L'industrializzazione si rivolge a un consumatore che ha le stesse caratteristiche dell'inautenticità. L'inautenticità infatti fa sì che l'individuo sia sradicato, privo di un suo tempo e luogo, attivo anonimamente, confuso con gli altri, solo in una dimensione universale, in cui ogni tempo e luogo si equivalgono: è il fenomeno dello sradicamento, una delle categorie "abusive", non dichiarate, non fenomenologiche ma storico-culturali, che ricorrono clandestinamente in "Essere e tempo". 
Il § 27: «Nell'utilizzazione di pubblici mezzi di trasporto, nell'impiego di mezzi d'informazione [giornali n.d.r.] ognuno è altro fra gli altri. Questo esser- 'l'un con l'altro' omologa completamente il proprio esserci al modo d'essere "degli altri", e fa in modo che gli altri scompaiano ancora più nella loro diversità e nella loro distinzione. In questa non vistosità e non-constatabilità il Si dispiega la sua autentica dittatura» (pag. 185 trad. Marini, Oscar Mondadori) .
È questa la dittatura segnalata da Heidegger, che estrania e sradica l'Esserci, anche se l'inautenticità è tutt'altro che un fenomeno negativo: è la modalità forse prevalente ma provvisoria, destinata a uno scambio ritmico e imprevedibile con l'autenticità, possibile solo nell'intreccio di modalità temporali differenti e simultanee. La "chiamata della Cura" però è silenziosa. L'autenticità può interrompere il flusso delle chiacchiere in solo modo, con il silenzio. L'inautentico non ha territorio ed è sradicato, essenzialmente, dalla storia, perché la temporalità autentica gli rimane estranea. L'autentico invece ripete la possibilità ereditata nella lotta comune (paragrafi 72-75): la storicità autentica svela l'essere nel mondo autentico. Solo l'autentico ha un rapporto con territorio. È la temporalità autentica a disvelare l'ambiente in cui si trova l'Esserci. La storicità semmai si attua con questa lotta alla tecnica, nel tentativo che potrebbe ripartire dall'elemento greco, ammesso che si possa manifestare in modo genuino. L'inautentico mette l'uomo in balia dell'industria, del Gestell, della “imposizione”: Heidegger non vuole istituire il collegamento, che violerebbe la purezza della descrizione fenomenologica delle strutture esistenziali. Di fatto però, nel viaggio in Grecia, la curiosità dei turisti rende ancora più invasiva l'industria del turismo e l'esperienza della percezione dei monumenti di Atene diventa impossibile. L'inautenticità si rivela allineata all'industrializzazione del mondo. L'inautenticità consuma prodotti industriali, vive come deve vivere un consumatore, innanzitutto di informazioni. L'industria consente a ciascuno di produrre copie dell'ente alla mano, assecondando così l'avidità di possesso del Si inautentico, che vuol aver già visto e saputo tutto, in modo che nulla resti nascosto e misterioso. Non essendo nessuno, desoggettivato, è pervaso da un desiderio incontrollato e pantagruelico. È un desiderio di dominio: l'individuo desidera sentirsi al sicuro, avendo il controllo del suo mondo, poiché conosce ormai tutto. Il Si inautentico vuole impadronirsi di un mondo ma vive in una finzione e l'industria gliene fornisce i mezzi tecnici. Quel che conta però è che ciò che è visto è posseduto, lo si può quindi riprodurre: la tecnica è già attiva nel Si. L'industria così si afferma grazie a una volontà ben precisa di strumentalizzare le tendenze dell'inautentico: l'autenticità invece non incontra il mercato. E l'economia appassiona l'inautentico.
Soggiorni. Viaggio in Grecia. A pag. 49: «Ciò che oggi chiamiamo mondo è lo sterminato groviglio delle apparecchiature tecniche di informazione, che si è imposto alla physis intatta prendendone totalmente possesso, ed è ormai possibile conoscere la natura e intervenire sul suo funzionamento solo secondo un calcolo».
Heidegger prende le mosse dal vitalismo e dalla necessità di un'esperienza e di una decisione personali, non dal bisogno di una documentazione storiografica accurata. Questa eccezionalità dell'individuo si trova però a confronto con sistemi sociali ed economici organizzati per rivolgersi a un pubblico di massa. Il mondo è espropriato da una potenza anonima che funziona automaticamente, proprio come l'Esserci perde se stesso nell'inautenticità, che lo consegna a un gioco infinito e tuttavia insensato di rimandi da un ente intramondano all'altro. Questa pianificazione calcolante è tanto umana che disumana: l'Esserci si intrappola nel sistema razionale che ha creato con la forza della ragione. Il mondo vuoto di senso, abbandonato dagli dèi, dove i templi greci non riescono a esprimere l'elemento greco nella compagine delle percezioni, è proprio il mondo creato dagli uomini. L'umanità si auto-aliena, si auto-espropria, inconsapevolmente, seguendo semplicemente il proprio modo di vivere quotidianamente, che la allontana dall'Essere, dalla physis, dalla Grecia antica. Nulla è accaduto per colpa dolosa né per caso: Heidegger individua un'assunzione di responsabilità, non accusa un dominio ostile o una moderna forza di tirannia. La forza di questa desolazione è l'anonimato, il protagonismo di una folla coinvolta dalle operazioni degli apparati industriali che hanno trasformato il mondo in un meccanismo che a nessuno appartiene se non alla razionalità. Ma davvero non c'è un colpevole? Non c'è sfruttamento e tirannia? Sfruttamento e tirannia, classi dominanti, fanno parte della ratio dispiegata. Così il mondo è sparito: l'Essere è assente, quindi anche l'uomo perde senso, dominato dal suo razionalismo. L'inautenticità, modalità esistenziale, rende insuperabile l'industrializzazione con la quale si declina spontaneamente.


(Di Paolo Zignani)



Edizione consigliata:

Martin Heidegger,
Soggiorni. Viaggio in Grecia,
Guanda editore, 2012


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16 novembre 2016

Lo sgambetto dove lo metto





Mi è capitato qualche giorno fa di infilare la porta sbagliata e finire in un cortile chiuso. Un posto proprio squallido, labirintico, come tanti ce ne sono in ogni città, e più t’illudi di trovare l’uscita più finisci nei guai. Vedi uno slargo, una propaggine di strada dietro il muro di un palazzo ma sono solo angoli ciechi. E tuttavia la cosa di gran lunga più sconcertante è stata entrare lì dopo aver chiesto indicazioni. Un’impiegata sorniona, che mi è venuto in mente d’interpellare quando ero ormai sulla soglia, ha agevolato con un gesto di stizzosa noncuranza la mia uscita nel nulla. Dico: avvertimi no, che da lì non si va in nessun posto. L’avevo evidentemente disturbata e il sadismo è prevalso sulla bontà. Gongolava già al pensiero di vedermi tornare nella stanza, scornata, lamentando la disavventura. Invece non è stato così, e poi figurati col carattere che ho se le davo una soddisfazione del genere, piuttosto avrei fatto notte nel cortile; ho trovato un’altra porta sul retro e finalmente un persona gentile che mi ha accompagnata. Ad essere sincera tutta la faccenda ha avuto un risvolto piuttosto ironico e l’epilogo si potrebbe definire soddisfacente. Ma è durata poco. Rimeditando i fatti, una cosa in cui cado purtroppo abbastanza spesso e che non mi giova per nulla, ho cominciato ad arrovellarmi e i fastidi sono aumentati in maniera più che proporzionale rispetto alla questione. Al punto da vederci uno spaccato dell’Italia di adesso, e in qualche misura anche delle mie personali riserve su certe azioni o più spesso inazioni.
Sarà che il confronto protratto in anni con un’altra cultura ha enfatizzato certe differenze – poi i difetti si sa son dappertutto – ma la dottrina del “lascia fare, lascia perdere” la tollero sempre meno. Se una persona sbaglia, si dice, se una cosa non va bene, si cerca una soluzione. Insomma ci s’impegna. Purtroppo però tra salvatori da bar, opportunisti, dissidenti a tempo perso, banderuole gonfiate dalla provocazione, tanto per non farsi mancare nulla, che di regola quando perdono tutti i denti si ritirano in un silenzio piccato perché non hanno più che mordere, è arduo incanalare le residue energie positive in un progetto anche pur minimamente incline alla pubblica utilità. È un po’ come guardare certe interviste dove la ‘gente semplice’, categoria piuttosto trasversale quanto astrusa, viene invitata a pronunciarsi sui problemi quotidiani: povero idiota, tutto bene, ma se un politico facesse davvero quello che dici, tu smetteresti di essere un semplicione e questo non conviene a nessuno. Chi fa l’intervista lascia quasi sempre scorrere un sottotitolo del genere.
Ecco come perdersi nel retro di un palazzo a causa della sadica frustrazione di un’impiegata può guastarti il pomeriggio.

Ma ci sono anche altre vie destinate a sfociare nel nulla e in quelle laboriosissimi tarli che indisturbati perseguono la loro opera di demolizione. Perché mantenere a tutti i costi un equilibrio, quando il carico nella stiva rotola e sbatte da tutte le parti, non è conservare ma distruggere il poco di sano che resta. Mi riferisco a uno certo tenore del dibattito sugli ultimi clamorosi sviluppi in terra d’occidente – Brexit e Trump – anche se già limitare il discorso alla protesta denuncia un’incomprensione di fondo. L’anno scorso dissi che quel che la Grecia non aveva avuto il coraggio, ma forse è più giusto dire la forza, di fare si sarebbe di lì a poco materializzato in altre circostanze. Facile coalizzarsi contro una Grecia piccola, isolata, fiaccata da anni di crisi e compromessa dalla moneta unica. Un po’ meno lavorarsi gli inglesi che l’euro non se lo sono mai intascato. Ricordiamoci inoltre che la campagna referendaria nel Regno Unito è stata di inaudita violenza, culminando nell’omicidio della giovane parlamentare Jo Cox, dimenticata in fretta quasi fosse stato uno scomodo incidente di percorso. E di questo è responsabile la classe politica per intero ma il governo più degli altri in quanto attore principale chiamato responsabilmente a dare un indirizzo: non si incrudisce un appuntamento elettorale evocando ogni tipo spettro. Vale anche per questa brutta Italia esacerbata, che dimostra di non aver imparato nulla neppure da un episodio così sanguinoso.  
Volendo approfondire un pensiero che esula dai risultati delle ultime contese elettorali, il giudizio di molti osservatori lascia trapelare fin troppo scopertamente irritazione, se non astio, nei confronti di quei ceti impoveriti che vogliono far sentire la loro voce, valendosi del solo strumento che la democrazia gli mette in mano: il voto. Quello ha perso i suoi quattrini, ha uno stipendio, quando ce l’ha, eroso da ogni genere di gabella, che t’ha fatto di male?
Immaginare che il peso di scelte compiute in lontananze siderali si scarichi sugli stessi e che questi poveri stessi – poveri alla lettera ma più latamente esponenti di una società in cammino che è chiamata a innovarsi – insomma, che questo coacervo di esseri umani con le proprie aspettative non abbia nulla su cui risentirsi ma anche nessuna istanza da avanzare, è procedere coi paraocchi. Se una classe dirigente perde autorità, i cittadini scelgono in modo che certi privilegi non arrivino più dove fino a quel momento sono stati indirizzati. Perché ci si scalda così tanto? È un normale avvicendamento di potere. Se qualcuno si è compromesso troppo con certi caroselli, non occorre s’invelenisca a tal punto. Aumenta soltanto lo spessore della sua figuraccia. Buttarla nei sempiterni fascismi è troppo comodo. Nessuna fase storica calca esattamente le orme di un’altra. I conti che si stanno chiudendo o aprendo in diversi paesi occidentali traducono spinte ben diverse. Anche laurea pax che abbiamo declamato dal secondo dopoguerra – peccato però per quel suo terribile vero volto che è stata la guerra fredda – ha espresso i suoi aspetti elitari, esclusivisti, iniqui. La pace esige un prezzo talora non meno salato della guerra, peggio ancora se su una guerra si fonda. Quando gli esclusi dal sistema diventano troppi il sistema si rovescia. Accumulo curriculare, sbarramenti di ogni ordine e grado in una carriera, l’invocato liberismo che però nel caso di paesi arretrati come il nostro non genera mai vera competizione ma solo piccoli e mediocri potentati, corruzione dilagante. Se l’ascesa sociale te la devi pagare, se ciò che hai intorno non ti valorizza né cerca concretamente di incontrare le tue capacità, la classe dirigente invecchierà fino a dissolversi, non solo per ragioni anagrafiche.    
Io, dunque, mi sarei aspettata delle analisi più pacate. In fin dei conti si tratta di un fenomeno comprensibile, direi elementarmente leggibile. È accaduto che le crescenti difficoltà in cui siamo immersi, alcune lasciate maturare ad arte, abbiano creato una massa critica. Che poi questa massa cerchi il riscatto in personaggi non proprio piacenti ci sta, se d’altra parte mi metti di fronte a due candidature deboli, vado da chi non mi sembra vantare legami col già visto già sentito” – diciamo che affidare la rivoluzione a un miliardario è quantomeno inquietante però a livello di analisi sociale non è poi un così alieno paradosso. Si vuole smuovere qualcosa, la palude in cui ci siamo cacciati ha un costo che non siamo più in grado di pagare.
È una scelta d’azione. Se giusta o sbagliata, si vedrà. 

E vengo a un commento molto spassoso che mi è venuto sotto gli occhi mentre cercavo notizie sul ricorso di Onida contro il referendum costituzionale. Lo voglio trascrivere per intero perché indicativo di quell’atteggiamento di autoreferenzialità che diversi nostri connazionali continuano a incentivare, forse trovandolo rassicurante:

«Portiamo il ricorso alle sue estreme conseguenze giuridiche.
Onida chiede l’annullamento del DPR che indice il referendum e di tutti gli atti ad esso presupposti e cioè:
- la richiesta di referendum del comitato del sì (unica che ha raggiunto il numero minimo di firma previsto dalla costituzione);
- la richiesta formulata da un quinto dei deputati: il cui quesito è identico a quello contemplato nel DPR.
Bene, se venisse annullato il DPR e gli atti ad esso presupposti, non vi sarebbe alcuna valida richiesta di referendum; e siccome il referendum si celebra solo se vi sono valide richieste in tal senso (altrimenti la legge costituzionale entra in vigore), possiamo dire che laccoglimento del ricorso di Onida avrebbe come effetto giuridico quello della entrata in vigore della legge costituzionale!
A me va bene...»

In sostanza i giochi per chi scrive sarebbero chiusi, e gli elettori un superato complemento d’arredo. Come poi il ricorso avrebbe potuto determinare l’approvazione della riforma costituzionale senza passare dal voto, mi sfugge. Un giudice è chiamato a pronunciarsi sulla procedura ma l’eventuale applicazione di quanto stabilisce compete ad altri. Ammesso che Onida avesse incassato un parere favorevole, si sarebbe dovuto iniziare un dibattito, con il coinvolgimento di tutte le forze politiche, su come risolvere la questione. E non è detto che la data del referendum avrebbe subito variazioni. Del resto, in un clima così incendiario, chi si sarebbe preso la responsabilità? È un discorso simile allazione legale intrapresa contro la Brexit. Anzi, qui il caso è ancora più discutibile in quanto consumato ex post. Ho sentito persino qualche sedicente esperto di diritto sostenere a caldo che quel ricorso potrebbe rovesciare l’esito referendario. Poi sono intervenuti gli autori a fare chiarezza: rovesciare il voto non sarebbe possibile, si tratta solo di provare a dare un peso contrattuale ai sostenitori del remain nella trattativa con l’Europa.
È un po’ come quando si legge il commento del ragazzino fresco di studi esteri che si imbizzisce. Ma davvero credi di conoscere un paese solo perché ti sei fatto sei mesi in una metropoli? E poi intendiamoci mica sei stato in una banlieue. Le metropoli sono organismi complessi che riflettono la storia e le oscillazioni contemporanee in mille sfaccettature diverse. Sbagliato dire che non sono rappresentative delle dinamiche di un paese ma troppo affrettato pensare che tastandone il polso si ottenga l’immagine veritiera di tutte le forze in campo. Torniamo agli Stati Uniti. Io personalmente, in tutta la campagna presidenziale non ho sentito parlare quasi mai dell’America profonda: Alabama, Idaho, Iowa, Missouri, Montana, Nebraska, Wyoming dov’erano? I contribuenti stanno anche là. Il vecchietto dove lo metto cantava Domenico Modugno in un testo di sconfortante amarezza. E per il vecchietto posto non c’era mai, nemmeno al cimitero.
Nel racconto di una situazione tanto fluida infilare la porta del retro, mentre qualcuno indica una falsa uscita solo per farvi girare ancora un po’ a vuoto, tra uno sgambetto polemico e l’altro, è un rischio più che preventivabile.

(Di Claudia Ciardi)


8 novembre 2016

Enrico Grandesso - Nello specchio delle parole






In una galleria retta sui solidi puntelli di un’esperienza trentennale scandita da corsi, seminari, ricognizioni giornalistiche, e nutrita di scritture performative, dal teatro alla radio, Enrico Grandesso offre un denso esercizio di saggistica, ancorandolo alle basi del comparativismo. Metodo quest’ultimo, precisa il suo maestro Gualtiero De Santi nell’introduzione, che reinterpreta in modo del tutto personale, senza appiattimento alcuno nelle pastoie teoriche o nei sofismi di principio che peraltro hanno contribuito a svuotare dall’interno uno strumento – con lunga coda di liti accademiche – il quale a mio avviso ha invece ancora molto da dire ai livelli più creativi del lavoro intellettuale. Anzi, uno degli assunti del presente volume consiste proprio nella valorizzazione dell’impianto comparativo in quanto generatore di quelle collisioni che sole possono richiamare sulle opere discusse una frastagliata moltitudine dimensionale e tonale. Un’analisi intenta a insidiare costantemente il punto di vista di chi legge sollecitandolo verso nuove angolazioni.   
E qui approdiamo all’altro motivo intrecciato da Grandesso in queste pagine, ossia il gioco teso a mettere in risalto la mimica della parola esplorata, sbucciata, acquisita che, dialogando con la tradizione, apre vie alternative e si colloca in un vorticante, quanto irrisolto, universo simbolico. La critica, del resto, nelle peregrinazioni testuali condotte dall’autore si connota in senso ampiamente ludico, quale versatile pugnace supporto speculare al lavoro letterario e all’epoca che l’ha concepito. Ma perciò diviene anche un bonario infiltrato che talora spariglia le carte, spostando di continuo e volontariamente scuotendo i termini di una questione. Di fatto il titolo del libro pone in evidenza proprio il metamorfismo riflettente che irraggia dalla mano del critico, almeno di quello che non intende il commento letterario come accessorio ma gli affida piuttosto un’autonoma sfera d’azione dove i pilastri tradizionali saltano e si ricreano di continuo. Si entra qui in una sala degli specchi, di quelle un po’ vecchio stampo da luna park americano di periferia – altro ambiente mutevole dove la dizione poetica novecentesca s’incaglia – e in questa giostra lasciata correre tra avanguardie, poesia italiana dialettale e non, prosa di viaggio incline ora all’ironia ora al disincanto (si vedano le pagine dedicate a Fogazzaro e Barilli) riscopriamo le voci di autori che troppo in fretta abbiamo accantonato per far largo a discutibilissimi affiches postmodernisti, spacciati maldestramente per letteratura. 
Troviamo così Eliot che dialoga con Clemente Rebora, entrambi reduci dalle loro terre desolate e devoti coltivatori della forza visionaria di Dante, ci imbattiamo nell’essenza trasfigurante della poetica di Bino Rebellato, nei versi in italiano e dialetto veneto di Barbarani, Noventa, Demattè che cantano l’emigrazione veneta, in Camillo Sbarbaro, altro ‘wastelander’ d’eccezione dallo sguardo antieloquente, nel genio di Christopher Marlowe alle prese col mito rinascimentale dell’uomo che vuol mettere al centro la libertà di coscienza, primo tassello di tutte le rivoluzioni moderne.
L’alternarsi di tali scenari critici viene convogliato sotto il tetto di due grandi tematiche, il rapporto con la natura e quello col tempo, che ne è poi un’indispensabile compensazione. L’asprezza delle terre contadine che tuttavia raccoglie attorno a sé il calore e la bontà conviviale della vita paesana, il “natío borgo” che nei ricordi di chi emigra diviene luogo dell’anima, la personificazione del paesaggio montano, dalle Dolomiti di Rebellato alle Alpi di Fogazzaro, su cui si attaglia di volta in volta la diceria fantastica, lo scavo empatico, l’ironica ma sempre commossa attenzione al particolare descrittivo capace di innescare ulteriori giochi letterari. Oppure, come nel caso di Sbarbaro durante il suo passaggio in Trentino, un ritorno alle cose semplici del vivere, a un clima di cordialità e franchezza vissuto tra i valligiani in grado di riassorbire momentaneamente il suo sconfortato immaginario. 
Quindi, si diceva, il posto riservato alla metamorfosi del tempo attraverso l’excursus di opere che si sono spinte contro i pregiudizi delle rispettive epoche – essendo già questo sintomatico di un collocarsi dello scrivente oltre i limiti segnati dagli eventi, dunque un forzare le colonne d’Ercole di un tempo che è fisicamente ma ancor più moralmente connotato. La discussione del dato temporale nel Doctor Faustus di Marlowe così come nelle frammentazioni avanguardiste del primo Novecento implica un avventurarsi in terra sconsacrata da parte dell’esercizio critico che rischia di soccombere alla complessa vastità dell’argomento. Anche in questo caso però Grandesso puntella la sua impalcatura ai sostegni forniti dal fraseggio storicista con cui tira di sponda per far largo a riflessioni di carattere sociale.
Non coglie dunque di sorpresa la provocatoria disamina delle idiosincrasie occidentali, fino agli ultimi epiloghi scanditi dalla devastante crisi economica, in buona parte coltivata in vitro, cui ormai nel letterario come nel politico guardiamo inevitabilmente con uno scomposto senso di livore. E in questa chiave sono da leggere anche i due saggi conclusivi, a metà strada tra spassosa palinodia e invettiva mordace, sulle imbarazzanti ambivalenze di alcune adunate poetiche – discorso forse estensibile a qualche convegno, non necessariamente patinato. Ma dove pure si svolge un richiamo alla lettura della nostra poesia, in un’estrema difesa della sua comprensione e assimilazione ovunque si coltivi il sapere, dalle scuole dell’obbligo alle facoltà tecnico-scientifiche.
È questa una raccolta a tratti polemica sebbene non gravata dai toni di quella gratuità belligerante che impaluda fin troppo spesso tanta scrittura saggistica – e non solo – dell’oggi. Se come disse Thomas Mann, discutendo davanti agli universitari di Princeton la lunga elaborazione della Montagna incantata, lo studioso di un’opera aiuta lo scrittore a ricordarsi di sé, si può dire che Enrico Grandesso nelle sue spigolature ci mette di fronte ad accenti quasi obliati del panorama letterario, compiendo attorno ai suoi autori un quanto mai necessario pellegrinaggio di memoria.

(Di Claudia Ciardi)


Enrico Grandesso, 
Nello specchio delle parole. 
Un percorso nell'immaginario letterario dal Cinquecento a oggi,
introduzione di Gualtiero De Santi,
Marsilio, 2015



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