17 settembre 2017

I fratelli Bisson e la prima fotografia di montagna



L’avventura dei fratelli Bisson si colloca agli inizi della diffusione del mezzo fotografico, in particolare la dagherrotipia, che a metà Ottocento conobbe ulteriori sviluppi, mettendo a punto con rapidità sempre maggiore procedimenti e tecniche innovative. Gli stessi Bisson, operativi attorno agli anni ’40 – l’apertura del loro primo studio parigino in zona Madelaine risale circa al 1842 – possono considerarsi degli sperimentatori, tanto che negli anni della loro attività giunsero a depositare fino a sedici brevetti tra modalità di scatto, riproduzione e stampa. La loro opera è stata recentemente oggetto di una grande mostra presso il Museo della Montagna di Torino (2015) dedicata ai cosiddetti fotografi primitivi delle Alpi; uomini che accompagnarono i primi scalatori portandosi appresso attrezzature pesantissime – nell’ordine delle decine di chili – per catturare quei paesaggi inviolati e fino ad allora inosservati.
Si tratta di Édouard Baldus, Samuel Bourne, Francis Frith, Victor Muzet, Giacomo Brogi, oltre ai citati Bisson, che tra il 1850 e il ’70 si armarono dei nuovi strumenti per raccontare la montagna, anche nel tentativo di affinare gli stessi mezzi di cui disponevano. E in effetti la fotografia d’alta quota costituisce uno dei filoni più affascinanti nella storia di quest’arte proprio per tale doppia vocazione, la ricerca scientifica si sovrappone ad altra di carattere antropologico, divenendo cioè il luogo elettivo per una riflessione dell’uomo sulla natura.
Se la pittura di paesaggio era stata fino ad allora l’unico spazio in cui fosse possibile rappresentare lo sguardo umano sull’ambiente e i mutamenti ad esso imposti con il secolare avanzamento del processo di urbanizzazione, la fotografia ai suoi albori, e dunque in perfetta continuità, assume la resa paesaggistica a principale soggetto narrativo. Vi è alla base anche una ragione più strettamente tecnica: l’immobilità di immagini di natura, monumenti e architetture era assai più funzionale ai lunghissimi tempi di esposizione necessari alle prime foto. Tuttavia dal 1826-’27, quando cioè si presume sia stata creata la prima “eliografia” su lastra di peltro per mano di Joseph Niépce, notabile e geniale inventore di origini borgognone, va detto che il ritratto d’un luogo permane come nucleo centrale del racconto fotografico, anche dopo il ridursi dei tempi d’esposizione e la nascita di tecniche più agevoli. A maggior chiarezza per questo inscindibile legame ecco cosa si legge nell’Encyclopedie di Diderot e d’Alambert, alla voce Paysage: «Il paesaggio è un genere di pittura che rappresenta le campagne e gli oggetti che vi si incontrano. Il paesaggio è nella pittura uno dei soggetti più ricchi, più piacevoli e più fecondi». La fotografia, quindi, nella sua declinazione paesaggista segue sul piano concettuale le tracce del pittore devoto a questo medesimo tema: pensiamo al Viandante di nebbia di Caspar David Friedrich e all’immagine di August Sander che si fa ritrarre di spalle mentre osserva il panorama dalla sommità delle Siebengebirge. Si tratta di una sovrapposizione reale. Entrambi, a distanza di un secolo, poco più, proseguono con mezzi diversi la stessa riflessione circa l’essere parte del paesaggio che intendono raccontare, consapevoli al contempo della necessità di astrarsene per approdare alla sua rappresentazione.
Il caso dei due Bisson, Louis-Auguste (1814-1876) studioso di architettura, e il fratello minore Auguste-Rosalie (1826-1900), controllore dei pesi e delle misure a Rambouillet, è in questo senso emblematico. Figli di un pittore, intuirono che il dagherrotipo avrebbe offerto molte possibilità di lavoro e committenze prestigiose. E nella loro variegata carriera fu esattamente così. Cultori della fotografia artistica in grande formato, vi restarono legati per un ventennio fino alla decadenza della loro attività, proprio perché rifiutarono di adattarsi alle nuove immagini a stampa più piccole e leggere, e perciò assai meno dispendiose quanto alla riproduzione. 
Il loro nome è legato a diverse imprese che hanno letteralmente fatto la storia della fotografia, compreso un importantissimo capitolo sul ritratto di montagna. Animati dai più vasti interessi culturali, membri della Société des Aquafortistes e della Societé française de Psychanalise da loro fondata insieme a E. Lacan, si cimentarono sia con i dagherrotipi che con i collodi umidi, secchi e l’albuminato, lavorando su tavole che superavano la grandezza di un metro; si avvalsero inoltre per la prima volta dell’uso di filtri, un metodo di doratura e argentatura delle lastre tramite l’elettrolisi, oltre a coltivare tra i primi la fotografia aerea e quella su carta trasparente. Ciò dà la misura dell’eclettismo del loro lavoro che si riflette in altrettanti settori, dalla politica – i loro ritratti dei parlamentari fecero scuola così come le prese dell’assedio di Parigi nel 1871 – alla geologia, dalle carte scientifiche in rilievo ai ritratti monumentali, dalle prese del terremoto nel Valais alle spedizioni alpine.
Già famosi in diversi contesti internazionali che avevano coltivato fin dai loro esordi – Parigi, Berlino, Londra – Napoleone III li volle infatti al suo seguito in occasione della sua visita nella regione della Savoia (1860). I Bisson realizzarono così all’epoca alcune delle più spettacolari vedute mai dedicate ai valichi alpini. Nel 1866, tre anni dopo la liquidazione della loro ditta a causa dei costi eccessivi che il genere della loro fotografia richiedeva, Auguste, divenuto un collaboratore indipendente per altri studi, replicò la scalata sul monte Bianco per l’impresa fotografica Léon & Lévy. Le due serie di ritratti alpini costituiscono un unicum nella storia avventurosa del nuovo mezzo, misto di pionierismo e poesia, che ha saputo iscriversi tra i principali modelli degli autori novecenteschi dediti al ritratti di vette e ghiacciai.


(Di Claudia Ciardi)



Ascensione al Monte Bianco



Il Monte Bianco



Le Alpi (IV)



Abeti e Monte Bianco



Il Mare di Ghiaccio da Chamonix



Il Mare di Ghiaccio e Chatau de Chillon



Un ghiacciaio



Rifugio dei Grands Mulets


Segnalazioni:


Dal 29 al 1 ottobre presso la Borgata Paraloup, con il coordinamento della Fondazione Nuto Revelli, mostre darte ed architettura per parlare di paesaggio alpino, tutela ambientale, ripopolamento e progetti di valorizzazione ecosostenibili. Sarà possibile visitare unesposizione composta da dodici tavole tratte dai miei Taccuini giapponesi. Allevento si accompagnerà una breve introduzione sulla mia esperienza in giro per montagne e borghi isolani, cui seguirà la lettura di alcune parti del mio ultimo poema Un nodo infinito.
Appuntamento al rifugio per questa festa di solidarietà e cultura.





6 settembre 2017

Lenbachhaus



All'ingresso del Lenbachhaus


In una tappa a Monaco di Baviera non si può omettere una visita al Lenbachhaus in Luisenstraße, uno dei santuari dell’arte contemporanea tedesca. Luogo che racchiude una memoria storica della vita culturale monacense, la sua origine si deve al pittore Franz von Lenbach (1836-1904), cui è intitolato. Sua residenza, questa graziosa villa è stata donata alla città di Monaco dalla moglie Lola nel 1924, insieme agli arredi e alle opere che vi erano state raccolte nel corso della fruttuosa carriera del marito. Dopo un lungo soggiorno in Italia e lo studio approfondito della tecnica di Tiziano, Rubens e Rembrandt, Lenbach si impose come ritrattista della borghesia cittadina del proprio tempo, ricevendo committenze importanti. A sua firma, tra gli altri, un bel quadro che cattura una Katia Pringsheim, la futura moglie di Thomas Mann, ancora bambina (1892). Aperta al pubblico nel 1929, la villa-museo subì danni piuttosto ingenti nel corso delle offensive della seconda guerra mondiale. Tuttavia, i quadri messi in salvo precedentemente furono risparmiati e il complesso, ristrutturato e ammodernato, venne riaperto nel ’47, imponendosi da quel momento in poi, grazie alle successive acquisizioni, come centro di rilevanza internazionale – fondamentale il fondo messo a disposizione nel ’57 da Gabriele Münter (1867-1962), prima compagna di Kandinskij.  
Di recente la galleria è stata nuovamente oggetto di restauri a cura dell’architetto Norman Foster, dal 2009 al 2013, periodo di forzata chiusura, ritrovando quindi il suo splendore e la completezza delle sue collezioni. Le opere del Blaue Reiter, nucleo vitale di questo polo espositivo, date in prestito per una grande mostra su Klee e Kandinskij organizzata in Svizzera, sono infatti rientrate nella sede originaria all’inizio di quest’anno. L’evento è stato festeggiato da una serie di iniziative a tema, tra cui la grande mostra Ansichten des 19. Jahrhunderts, celebrazione del ritratto umano e paesaggistico in quello strano scorcio di fine Ottocento che avrebbe voluto svincolarsi dai canoni classici, dalla “maniera impressionista” e dal realismo, ma ancora frenato da non pochi scrupoli in materia di rottura d’avanguardia. Quest’arte in bilico, che alterna vedute mozzafiato delle Alpi bavaresi, angoli cittadini e immagini sfuocate, perfino torbide, rubate all’interno degli studi pittorici tra voyerismo e mistero, è tutta volta a un dialogo ideale con le opere dell’avanguardia pura qui presenti, da Delaunay a Jawlensky, Kubin, Macke, von Verefkin, all’epoca già sdoganate e determinate a ritagliarsi un posto nella nuova storia dell’arte.
In queste stanze si ha l’occasione di passare in rassegna i bei paesaggi montani di un giovane Kandiskij, annegati in un blu visionario e sognante, perle rare di cui sfugge ogni traccia o quasi perfino nei cataloghi più blasonati, in accompagnamento alle sottigliezze di Klee, tra arabeschi acquarellati e prime virate nel suo ossessivo geometrismo astratto, fino agli esperimenti d’altri compagni di strada che aderirono alla rivoluzione annunciata da Franz Marc. Per quanto piccola, tale rassegna costituisce uno spaccato fondamentale se si vuole capire cos’è stato il Cavaliere azzurro a Monaco e per cogliere i diversi sentieri creativi imboccati dai giovanissimi ingegni che vi aderirono.
In preparazione per ottobre, con l’intento di celebrare i sessant’anni dall’importante lascito di Gabriele Münter al museo, figura centralissima, come già detto, della stagione inaugurata da Marc e compagnia, un’altra grande mostra che vuol rendere omaggio a una tra le più eclettiche e originali sibille dell’arte di allora.     

(Di Claudia Ciardi)


Catalogo:

Hajo Düchting, Der Blaue Reiter, Taschen Verlag, 2016












Ritratto di Katia Pringsheim ad opera di Franz von Lenbach



Il Lenbachhaus



Il biglietto celebrativo del "ritorno" del Cavaliere Azzurro (2017)



La mostra di prossima inaugurazione sull'opera di Gabriele Münter


19 agosto 2017

Max Klinger - L'incanto della vita






Segnalo il volumetto, a mia cura, edito da Via del Vento, che racchiude alcuni pensieri salienti di Max Klinger, uno dei massimi incisori di fine Ottocento e, in generale, dell’arte moderna. Ingegno eclettico e particolarmente fecondo – nel 1893, a neppure quarant’anni, aveva già portato a termine dodici tra le sue principali raccolte grafiche – Klinger fu non solo maestro indiscusso dell’incisione, ma anche pittore, scultore, pianista, compositore. Ispiratore di Käthe Kollwitz, profondamente ammirato da un Wassily Kandinskij in cerca della sua strada nei giorni tempestosi del periodo monacense, amico di Arnold Böcklin, celebre pittore simbolista con cui condivise larga parte del proprio immaginario e del percorso artistico ad esso legato, sposato alla fascinosa Elsa Asenijeff, modella, musa, poetessa, madre della sua unica figlia, la figura di Klinger sfugge all’avanguardia storica ma deve ritenersi rispetto a questa una pietra angolare, il punto di congiunzione e rottura che ha convogliato i nuovi semi creativi verso la loro prodigiosa fioritura novecentesca.
Pur aggirandosi sulla riva selvaggia del sogno, dell’erotismo e dell’archetipo mitologico, il narrare klingeriano non si veste di fraseggi eruditi né scivola in astrattismi apodittici. Come già ebbe a dire Giorgio de Chirico, altro grande adepto, tutto in lui è estremamente chiaro, tangibile, reale.
Le fantasticherie, gli adattamenti delle storie mitiche spesso discordi, quando non apertamente anarchici, rispetto alla tradizione, peraltro scoprendo un culto spropositato per Ovidio, il paradosso apparentemente veicolato dalla centralità di alcuni temi, precorrono la via surrealista senza tuttavia farvi atto di fede. Klinger presiede a una vasta porzione di quelli che saranno gli sviluppi dell’arte nel primo Novecento, ma avvicinarlo a una sola di queste correnti sarebbe togliere forza e completezza al suo cosmo creativo.
In un panorama bibliografico piuttosto povero – una traduzione integrale un po’ datata del suo unico trattato, Pittura e disegno, e pochi cataloghi, di cui uno molto buono a cura della Triennale Europea dell’Incisione ma funestato da errori di stampa in eccesso e di cui sarebbe quindi auspicabile una revisione – l’opera di Via del Vento ha il merito di raccogliere i passaggi salienti della visione artistica di questo interprete, in un volumetto che si offre come pratica e agile introduzione a un personaggio sorprendente.


a cura e con traduzione di Claudia Ciardi,
Via del Vento edizioni, 2017


Tra le raffinate spigolature bibliografiche di Giorgio Bonomi nella rivista d’arte contemporanea «Titolo», edita da Rubbettino, la segnalazione del mio Max Klinger (numero 14, estate-autunno 2017). 






Su «Libero» una bella recensione uscita il 5 febbraio 2017 a firma Mario Bernardi Guardi.

 Sul sito «Toscana, Eventi & News» un bellarticolo di approfondimento su questa pubblicazione. 







14 agosto 2017

«Movasi la Capraia»


Capraia, acquerello di Rossella Faleni

A visitare quest’isola la veemenza dell’invettiva dantesca (Inf. XXXIII, 82-84) è l’ultima cosa cui viene da pensare, se non entro gli angusti limiti di quel nozionismo scolastico tendente a riaffacciarsi quando un nome o una data, spesso per i più imprevedibili motivi, risvegliano il monotono ricordo di aule e lezioni. È pur vero che tutto quanto abbia trovato posto nella Commedia si sia ritagliato una vista privilegiata nella memoria collettiva e non è un caso che l’evocazione di luoghi ritenuti impervi e lontani contribuisca a rafforzare immagini di assoluta spettacolarità (in scia all’adynaton dell’epica greca e virgiliana); si pensi al parallelo stabilito tra la Pietrapana (“pietra apuana” con riferimento alla Pania della Croce sulle Apuane) e il glaciale impenetrabile spessore del Cocito (Inf. XXXII, 28-30).

L’origine vulcanica e l’aspetto per così dire selvaggio di Capraia – un abitato bellissimo ma di dimensioni alquanto limitate, poche cale accessibili al turismo, un territorio preservato in tutte le sue peculiarità naturalistiche – ne fanno un’isola di aperti contrasti e perciò anche di assoluta poesia. Questa gentilezza selvatica di Capraia la si scorge ancor più di sera, quando il sole è ormai tramontato e un alone luminoso indugia a lungo sulle cime, addolcendone i profili. È un’isola che ti prende senza parlarti apertamente, si fa amare così, nei suoi silenzi, nelle sue ruvidità, nel modo timido ma ossessivo di seminare la propria attrazione per richiamarti a sé.   

«E i resti sparsi a centinaia
vecchi santuari, un coccio di vissuto
lasciato qui prima che scompaia
beato sia chi l’isola ha cresciuto
chi s’è bagnato il corpo nel suo mare
in questa terra che come un imbuto
solo le belle cose ha fatto entrare»

Dal poema in terzine dantesche di Silvano Panichi, Capraia in canto
Acquerelli di Rossella Faleni, Nuova editoriale Florence Press, 2017
*Ringraziamenti allEnte parco Isola di Capraia - Via Carlo Alberto, 42 - per avermi fatto dono di questa pubblicazione. Presso questa sede sono liberamente consultabili alcuni miei titoli editi da Via del Vento.  


(Di Claudia Ciardi)





  
Capraia secondo le litografie di Vivant Denon
(grazie a Daniele Regis per la segnalazione)



Il portale della Chiesa di Santa Maria Assunta - Capraia Porto



Da Sant'Antonio - nella parte abbandonata e cadente del complesso monumentale



Una vecchia fontana



Una nicchia votiva improvvisata con materiali di fortuna



L'abitato di Capraia



Timidi e sognanti alberini su una una sella - guardando verso l'Arpagna



Vecchie porte nel settore più antico del paese



Affacciandosi su una cala


6 agosto 2017

Respiro





Non ci si stanca a vederlo e ascoltarlo questo Respiro di Emanuele Crialese, per me uno dei capolavori del cinema italiano, misto di delicatezza e arcaismo, straniante immersione di un corpo-paesaggio effuso in una comunità isolana e nel mare che la culla. Personalità e gesti in sospensione, archetipi fluttuanti fra sogno, estasi, corsi e ricorsi di una natura ciclica, potente, inarrivabile che rivendica con forza il suo centro gravitazionale.
Molti silenzi, ritualmente convertiti in ampi, naufraganti sottintesi, e scandita quotidiana cadenza di gente che in un solo cenno sa racchiudere amore, devozione, rispetto, poesia, dolore, turbamento. Questo eros materico, inesausto, attrattivo, evocato in ogni tono, in ogni singolo sguardo o stacco sullo spazio, proiezione e al contempo immensa quinta corporale, è il vero ordinatore e sovvertitore di una trama in ogni istante chiamata a rigenerarsi nella sua ossessionante fisicità. Un incantesimo da duende, luminoso, accecante quanto fosco come l’anima mediterranea che lo suscita. Ragazzini che sembrano idoli scolpiti nella pietra, matrone fattucchiere dagli inconsueti occhi magnetici e uomini completamente, incondizionatamente intrisi da questa femminilità erratica, indecifrabile.
Film colto, posato su un fraseggio leggero, attento a non indugiare nel gioco della citazione che qui si dà solo in quel modo disinvolto e naturalissimo del narrare che appartiene a Crialese, scaglie di un dire comune che armonizza le voci del mare nostrum: la Palestina di Elia Suleiman, le scene di La falaise del marocchino Fawzi Bensaïdi.
La musica fiabesca di John Surman, onde sonore disegnate sull’acqua, segue le orme di queste pulsioni che agitano l’emisfero meridionale, inevitabilmente scuotendo la compassata terraferma. Una Valeria Golino suprema interpreta il ruolo di donna ancestrale e soffusa che sente e presente ogni cosa con la grazia di una dea irrisolta, Penelope fragile e respinta che tuttavia stringe tra le dita il tessuto emotivo dei suoi conterranei. L’isola, periferia, mondo a parte per antonomasia, nel mostrarsi a chi l’osserva e la penetra muta in immenso continente radiale, assoluto generatore di quell’attaccamento corporeo e onirico, senza soluzione di continuità, che a tutto presiede. L’epica lampedusana è in questi fotogrammi ridotta a un’ossatura minimalista, sole che spoglia, stermina, abbatte, rocce a picco sul mare, universo pauroso e franante ma anche rifugio, caverna-madre in cui ci si risveglia protetti ed è possibile ritrovarsi. Emblematica l’accensione dei falò in riva al mare, rito catartico che si completa nella discesa in acqua di tutti i paesani, singolarissima abluzione corale, incontro con quell’elemento liquido che separa e unisce nella carne e nello spirito.


(Di Claudia Ciardi)



Respiro, un film di Emanuele Crialese. Con Valeria Golino, Vincenzo Amato, Francesco Casisa, Veronica D’Agostino, Elio Germano. Drammatico, durata 100 min. Italia 2002.






28 luglio 2017

Il Museo della Montagna





È di sicuro uno dei luoghi più poetici di Torino, non solo per gli appassionati di montagna. Salire al Monte dei Cappuccini significa godere di una delle viste più belle della città e, se vogliamo, anche di una prospettiva un po’ insolita. Il punto panoramico sulla terrazza del museo permette di abbracciare l’intero abitato, con uno degli scorci migliori sopra il Po – i Murazzi nei pressi del ponte Vittorio Emanuele – davanti alla corona delle Alpi. Tuttavia le montagne non si concedono facilmente. Se si va lassù in estate, come ho fatto anch’io, è abbastanza probabile non vederle per nulla; foschia e inquinamento hanno di certo la meglio. E mi raccontava il responsabile di questo spazio che anche d’inverno le condizioni ottimali per un avvistamento nitido, senza velature né opacità, sono assai rare. La foto ufficiale che campeggia all’entrata del polo espositivo, realizzata nel 2011, ha richiesto sei mesi di appostamenti. Mentre mi beavo di questa singolare impresa, che grazie alle qualità del mio narratore si ammorbidiva nei toni della cullante garbatezza piemontese, immaginavo la vita del fotografo per così tante settimane in cerca dello scatto giusto. Ad ogni modo la resa finale è valsa sicuramente questo enorme, quasi monastico, esercizio di pazienza. 
So bene come vanno certe cose. Anche le Apuane da Boccadarno sono piuttosto volubili e capricciose. Talvolta si scoprono in maniera del tutto inaspettata, cogliendo di sorpresa i loro devoti ritrattisti che non riescono a organizzarsi in tempo per puntare gli obiettivi. Questione di poco, cambio di luce, un po’ di foschia dal mare e addio panorama. Tanto che quando cerco di descrivere ai forestieri l’esistenza di questo piccolo Tibet affacciato tra la foce dell’Arno e l’incantevole Marina, mi prendono per un’invasata che, causa un attaccamento puramente personale, tende a ingigantirne il fascino paesaggistico. Ma chi lo ha visto, sa. Può capitare pure che nel giro di una serata si scoprano i crinali del versante viareggino e allora, stando in piedi al centro della piazza del paese, si veda l’alpe accesa dal tramonto navigare letteralmente attraverso la foce e incombere sulle case. Eppure, lo ripeto, sono perle rare. Le montagne, ne sono sempre più convinta, ti sentono e si lasciano avvicinare solo se sai rispettarle e amarle. Questa considerazione l’ho letta in tanti libri di alpinisti – quelli veri – e per prima l’ho incontrata nei bei racconti di Mario Curnis, quando rivolgendosi all’Everest pronunciava questa sorta di preghiera «Ascoltami: stavolta siamo appena in due; due pellegrini e uno sherpa. Saremo tranquilli. Non ti disturberemo. Non sporcheremo le tue nevi. Però tu lasciaci venire su» [Annuario 2002 del Cai di Bergamo]. Quasi un incantesimo, appunto, che mi ha tanto commossa perché molto dice della sensibilità di chi lo ha pronunciato e del suo modo di avvicinare la natura. È lo stesso quando cerchi di rubare l’immagine perfetta a una cima; le montagne le vedi solo se lo meriti.    
Il museo torinese è un luogo accogliente, capace di trasmettere al visitatore il senso dell’avventura, della conquista, della sfida ai propri limiti, pur condotta con intelligenza e modestia, della non comune forza di volontà che richiede lo spingersi in alto – io amo chiamarla la religione del camminare – ma soprattutto mette al centro l’etica della montagna. L’allestimento consiste in un bel connubio tra storia delle spedizioni, pittura e fotografia di montagna dall’Ottocento a oggi, oltre al cospicuo lascito orientale della collezione di Mario Piacenza, costituito da vesti, statue del Buddha, oggetti rituali e d’uso domestico provenienti dal Ladakh, regione himalayana inesplorata fino al suo viaggio del 1913.   
Per quanto riguarda l’excursus fotografico hanno principalmente catturato la mia attenzione le gigantografie in seppia che narrano la lenta inesorabile salita alle cime agli albori dell’alpinismo, con una preferenza per quelle incentrate sulle donne, nei loro ingombranti gonnelloni d’epoca, affacciate ai punti d’osservazione dei rifugi sul Monte Bianco o il Cervino. Gli uomini le affiancano con assoluta naturalezza. Tutti sono rivolti alla montagna. Sono dei pionieri è evidente; anche se non si tratta di scalatori ma di semplici escursionisti, loro sono comunque i primi e sanno di esserlo. Un simile sentire trapela benissimo dalle immagini, e ancor più lo si nota nella postura delle donne, un atteggiamento che sa di orgoglio e di forte affermazione ma che forse tradisce anche un moto di libertà, un istinto naturale cui finalmente si è potuto dare corda.  
Nato nel 1874 come osservatorio dotato di cannocchiale annesso a uno spartano padiglione di legno, poi trasferito nei locali limitrofi dell’ex convento dei Cappuccini, le sale del museo hanno acquisito negli anni una fisionomia multidisciplinare e polifunzionale, spaziando dall’ambito scientifico a quello artistico e didattico, grazie alle mostre che vi si inaugurano nel corso di tutto l’anno e alla presenza della biblioteca nazionale del Club Alpino Italiano – in tutto trentaquattromila monografie e più di mille e seicento periodici a tema montagna.
A partire dal rilevante contributo del Duca degli Abruzzi, Luigi di Savoia, cui è intitolato, e poi con l’Esposizione Internazionale organizzata a Torino nel 1911, il complesso è venuto arricchendosi di materiali e prestigio. Nonostante qualche battuta d’arresto, questo luogo ha saputo traghettare ai giorni nostri ciò che è stato il sogno di tante generazioni passate che per prime lo hanno coltivato avvicinando l’ambiente e la cultura di montagna, e ha il merito di contribuire all’odierno dibattito sulla salvaguardia del patrimonio naturale e sui modi di raccontarlo attraverso la parola e l’immagine.


(Di Claudia Ciardi)   


*Presso la Biblioteca Nazionale del Club Alpino Italiano (Salita al Cai, Museo della Montagna - Torino) si trovano le copie del mio volumetto di ambito tirolese, Lou Andreas Salomé, Lungo il cammino, Via del Vento edizioni, 2016.



Il Monte dei Cappuccini dal Po

14 luglio 2017

Tra montagne e omeni de paia




Si segnalano due mostre dedicate al paesaggio e alle tradizioni culturali dei territori dell’Alta Valsugana. Il primo di questi eventi racconta l’attività estrattiva e il lavoro dei cavatori in quota. La fatica, il duro vivere e soprattutto una significativa metamorfosi ambientale sono al centro della narrazione di Kathia Lenzi. Testimonianza intensa del rapporto simbiotico tra uomini e montagne che apre all’attuale dibattito su cultura del territorio, conservazione e tutela della sua specificità identitaria e geografica.

La seconda rassegna ci introduce al mondo affascinante e onirico degli spaventapasseri, i fiabeschi guardiani dei campi, simbolo per eccellenza dello spazio rurale, coi suoi riti e ritmi. Entrato potentemente nell’immaginario collettivo, il pupazzo di paglia levato al vento si è visto al centro di rappresentazioni alchemiche quanto di catarsi cristiane che in lui hanno proiettato l’idea del martirio e della redenzione. Nel Mago di Oz lo spaventapasseri vestito d’azzurro si confonde cromaticamente col cielo, è in tutto e per tutto elemento d’aria e rivela un’essenza se vogliamo dire totemica, simile sul piano caratteriale a quella di un Pinocchio. Nel mio personale ricordo associo questa creatura arcaica e forse perfino inquietante, non fosse che per il suo compito d’incutere timore, al resoconto della sua creazione e vestizione per bocca di mia madre, che da piccola osservava il nonno destreggiarsi fra ciocche di paglia e vecchi vestiti: “una giacchettaccia, dei pantaloni rattoppati”, queste parole, da lei spesso ripetute, mi son sempre suonate come uno strano incantesimo. E puntualmente immaginavo l’anziano agricoltore che si caricava in spalla quel bizzarro manichino, navigando fino al centro del campo.

Straordinaria testimonianza della nostra più profonda tradizione contadina, l’obiettivo di Adriano Condini, che per ventisette anni ha percorso le valli del Trentino, le rende un degnissimo omaggio con una serie di commoventi ritratti in bianco e nero.

Ringrazio il Bersntoler Kulturinstitut per le preziose segnalazioni. Di seguito si riportano i comunicati dei singoli eventi e gli orari di visita delle mostre.

(Di Claudia Ciardi)


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L’esposizione, curata da Katia Lenzi, collaboratrice dell’Ecomuseo Argentario, presenta 110 fotografie provenienti dall’archivio del progetto “Quando andavamo in miniera. Immagini e voci dei paesaggi minerari storici della Comunità Alta Valsugana e Bersntol”, esplorando il paesaggio estrattivo nei suoi aspetti più rilevanti: i paesaggi di miniere e cave, il lavoro sottoterra, le strutture e i macchinari, i lavoratori.
Diversi livelli tematici e punti di osservazione permettono al visitatore di riconoscere innanzitutto le tracce dell’intervento umano nella trasformazione “fuori terra” e “sottoterra” del territorio, operata attraverso i mezzi di lavoro, manuali prima meccanizzati poi. Queste tracce però ci parlano soprattutto di vicende di operosità, fatica, vicinanza e amicizia, riflesse nei volti di chi ha vissuto e vive in un paesaggio scavato.

La mostra fotografica della Comunità Alta Valsugana e Bersntol sulle miniere e cave in Alta Valsugana, Valle dei Mòcheni e Monte Calisio, curata da Katia Lenzi sarà visitabile presso la sede dell'Istituto culturale mòcheno a Palù del Fèrsina dal 7 al 23 luglio, tutti i giorni, dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 16.00.


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Gli spaventapasseri vivono come noi, almeno quelli sulle fotografie di Adriano Condini. A queste creature magiche auguriamo molta fortuna nel loro viaggio dai campi trentini!
In tre sedi museali della Valle dei Mòcheni/Bersntol sarà possibile osservare in tre tappe le fotografie in bianco e nero di Adriano Condini di questi Omeni de paia, scattate nel corso di 27 anni nelle vallate trentine.
Nati come sentinelle contro gli uccelli, gli “uomini di paglia” diventano simbolo di difesa del nostro ambiente.

14 luglio - 28 agosto 2017
Ecco le tre sedi con i rispettivi orari di apertura:

Museo Pietra Viva, loc. Stefani, S. Orsola Terme
- domenica, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 16.00
- venerdì e sabato, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 16.00

Filzerhof, al km 10 della Strada provinciale n. 135 sinistra Fersina, Fierozzo/Vlarotz
- domenica, dalle 10.00 alle 12.00 dalle 15.00 alle 17.30
- martedì, giovedì e sabato, dalle 15.00 alle 17.30

Mil, al km 3 della Strada provinciale n. 233 Roveda, Frassilongo/Garait
- domenica. dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.30
- mercoledì, venerdì e sabato, dalle 15.00 alle 17.30




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