19 aprile 2018

Non tradite le parole




L’infinito di Giacomo Leopardi in greco



È una riflessione che ho in animo da tempo. L’articolo di Edoardo Boncinelli uscito su «La lettura» dell’8 aprile 2018 ha contribuito a ricordarmene l’urgenza. Un ragionamento sulla necessità di non sprecare le parole, di non tradirle, e sulle conseguenze antropologiche derivanti dal quotidiano esercizio al sovvertimento, alla destituzione dei loro confini segnati, ingenerando quella confusa irresolutezza tra ciò che significano e ciò che tendono ad adombrare, troppo spesso sobillato per ottunderle ed estinguerle quasi.
Lo studio delle lingue antiche ha fatto sì che sviluppassi fin dall’adolescenza anticorpi abbastanza efficaci verso certe banalizzazioni linguistiche. È pur vero, però, che il bombardamento di banalità cui siamo sottoposti, scempi verbali e non solo, giacché il linguaggio è veicolo e sismografo di quel che una società ha scelto di divenire, insomma questo coacervo superficialissimo e dissonante, filtra ovunque, anche laddove pensiamo di aver costruito argini sicuri. Mi son chiesta spesso: se io che mi son forzata a studi del genere e ho ascoltato quel che avevano da dirmi le cosiddette lingue “morte” – ma solo nel senso di non esser più parlate da un paio di millenni, eppure vive ancor più della lingua che parliamo adesso – se io stessa fatico a suscitare nelle parole un più autentico spirito, legante del linguaggio, come possono altri cui manca anche un tale confronto? Una lingua morta oggi ha più facilità di riconciliarci con un uso verbale coerente e onesto, di quanto non vi riesca la comunicazione di tutti i giorni.
La risposta che mi son data sulle mie stesse inadeguatezze a fronte degli studi classici, è piuttosto incalzante; anche questi studi risentono, fenomeno inevitabile, dell’epoca in cui son condotti, che da una parte è respingente, se non ostile, alla loro sopravvivenza, processando tutto secondo le categorie dell’inutilità e dell’utilità. Dall’altra, orientata com’è al generale abbassamento del livello culturale, insidia anche chi con encomiabile resilienza queste materie continua a divulgarle. 
No, non son proprio più i tempi degli «studi leggiadri», di Bessarione e dei grandi maestri bizantini venuti in Europa dopo il crollo dell’impero d’oriente, di quella mirabile, incredibile commistione di antico e moderno che prima diede forma al volgare, portato al trionfo dai grandi del Trecento, quindi accompagnandosi alla piena riscoperta del greco religiosamente destinato alla crescita della letteratura, che tra Cinquecento e Ottocento contribuì a scolpire una visione del mondo. Nel bene e nel male non si tratta ormai più di quella cultura certamente elitaria, anzi elitarissima, a sua volta fin troppo settaria, ma che ha anche prodotto nella nostra lingua capolavori eccelsi.
Ai nostri giorni è perfino nata – orrore – la letteratura commerciale dell’antico, definita talentuosa e innovativa da alcuni tra i più prestigiosi organi di stampa occidentali e tradotta addirittura nei templi stessi dell’antico. Come si vede il morbo è in estensione. Perché oggi tutto deve sforzarsi di essere comunicativo. Nei tempi dello sdoganamento di internet sorgono strane figure che si dicono animate da sana e disinteressata divulgazione, in realtà investite, oltre il limite di guardia, da un insano accanimento verso le pratiche comunicative. Nascono i censimenti dei poeti – e quanti bei nomi mancano all’indice – e le poesie attente alla comunicazione, a come dovranno diffondersi e incontrare il gusto del lettore e farsi notare; con l’imbarazzante risultato, non occorre neanche dirlo, di comunicare molto poco. Un Eugenio Montale, un Dino Campana, un Alfonso Gatto, non si son preoccupati di esser comunicabili al di là dei loro versi, eppure son ben lontani dal veder esaurita nella loro opera la potenza di una significazione. E se penso a un personaggio ingombrante e assai più rumoroso come Gabriele D’Annunzio, che molto ha voluto comunicare di sé e dei modi del suo esercizio creativo, non posso comunque fare a meno di considerare l’infinito raccoglimento che è alla base del Notturno e l’intimismo colto dell’Alcyone: entrati di diritto nella letteratura italiana. Possa piacere o no il personaggio, ma nelle sue esternazioni, anche le più ridondanti, vi era una volontà comunicativa ispirata da una visione, che ha anche saputo ritrarsi, quand’era il caso. Nulla a che fare con il rumore di fondo di tanti odierni cosiddetti comunicatori dell’essere illetterati. 
Ho raccolto, saranno passati non più di tre o quattro anni, alcune espressioni che mi è capitato di sentir ripetere con insopportabile frequenza, esempi a mio parere di quello scadimento della lingua, e quindi dell’etica del parlante, che dicevo all’inizio. Le elenco qui brevemente a suffragio del ragionamento che motiva questo scritto.
L’abuso dell’aggettivo epocale. Nelle belle pagine del saggio di Paolo Chiarini sull’espressionismo tedesco, suonava storicamente motivato e animato, se vogliamo, da una sua grazia letteraria. Da dopo aver letto questo libro, sarà stata una pura coincidenza, anzi di certo lo è stata, “epocale” divenne quasi tutto. Notai che l’aggettivo era usato con una disinvoltura agghiacciante che ottundeva qualsiasi concetto: anche la passeggiata del cane del vicino aveva in qualche racconto un che di epocale. Il risultato fu, ed è ancora, che mi son quasi vergognata di averlo utilizzato per la recensione di Chiarini e forse per un paio d’altri articoli.
Come tralasciare quindi il  sempreverde scontro di civiltà, che torna puntuale nel dibattito oriente-occidente. E un’espressione del genere, non occorre dirlo, non aggiunge nulla al dibattito. Segue a ruota l’ossessione per il populismo, chiave di lettura sempre pronta all’uso e spauracchio di ogni analisi politica. Nella vacuità imperversante delle analisi, bisognava inventarsi un riempitivo.
Prima o poi arriva chi si è rimboccato le maniche. Una frase proprio insipida, in senso etimologico. Si è soliti sentirla pronunciare nelle difficoltà che non hanno visto concretarsi alcun aiuto. Dunque, chi fa da sé si rimbocca le maniche, oppure bisogna convincersi che, siccome di aiuto non se ne parla, anche quando sarebbe dovuto, “è necessario rimboccarsi le maniche”. Alter ego dell’italico arrangiarsi; la crisi economica ha inchiodato queste espressioni alla loro misera incapacità senza via d’uscita. Nei tempi attuali, che tu ti rimbocchi le maniche o tu ti arrangi, è sempre abbastanza dura. Ripetuta tante volte, come avviene nel marasma linguistico dell’ora e adesso, diventa sintomatica di un’impotenza collettiva scoraggiante.
Procedo con una memoria personale, un colloquio con un imprenditore orafo e la sua servizievole segretaria, donna di consolidata incompetenza e senza alcuna attitudine per lo stare al pubblico – a questo punto arriva l’altro tipico pensiero maschile, che sussume molte aggiuntive banalità e pregiudizi divulgati dalla nostra cultura “bella donna?”. No, non era una bella donna. Al termine del nostro colloquio – cercavo uno sponsor per un’iniziativa culturale – è giunta la conclusione che nulla intendeva concludere: «sì, ma io voglio vedere i risultati!». Questa affermazione ho avuto modo di ascoltarla e soppesarla diverse volte, in contesti apparentemente lontani, e non ha smesso di trasmettermi la sua abbacinante inutilità quando non si ha nulla da argomentare.
Infine poche altre perle di saggezza. L’inflazionatissimo, soprattutto da parte femminile, “mettersi in gioco” – a un certo punto c’è sempre una donna che ha voglia di mettersi in gioco. E quindi? Provate ad ascoltare una qualsiasi trasmissione televisiva, arriverà senza farsi attendere troppo. Sono qui perché mi sono voluta mettere in gioco…E allora? Il fastidio di questa salottiera autodafé sta nel fatto che si tira dietro in automatico la domanda di chi la subisce: e a me che…? Abbiamo poi, in chiusura, il celeberrimo “purtroppo c’è crisi” – lo abbiamo sentito fino allo sfinimento in questi anni di risposte mancate a qualsiasi richiesta – l’isterico “d’altra parte si vive una volta sola”, il gelido e inquietante, per l’associazione che instaura con un’ipotetica pandemia, “è diventato virale”.
Ci sono poi, e anche qui non basterebbe scrivere un manuale, le pseudo dialettiche da social. Una discussione, se mirata all’attacco personale, si svolgerà sempre tirando dentro le stesse identiche argomentazioni – provate a scorrere un qualsiasi alterco tra due utenti: sarai mica permalosa (se fai notare che ti ha scritto un’imbecillità), vai fuori argomento, denoti debolezza, hai un livello proprio…e poi scattano le offese, perché quello era il proposito (e la provocazione) iniziale, ovviamente.
Aperta questa parentesi sulle peggiorate condizioni della lingua, sui suoi innumerevoli tic, e i limiti culturali e psicologici di una parte consistente degli interlocutori coinvolti, desidero evidenziare un epilogo ulteriore di questo generale scadimento. È una conseguenza ben introdotta a mio avviso dal citato articolo di Boncinelli, quando ci fa presente che nel riferimento, ad esempio, alla parola natura non sappiamo più a che cosa vogliamo richiamarci, e tutto si riduce molto spesso a uno sconcertante guazzabuglio semantico.
La conseguenza, dicevo, altrettanto confusa e pericolosa è la facilità con cui si ricorre nelle argomentazioni agli anestetici a buon mercato. Mi spiego meglio: se alla parola guerra non riesco ad attribuire il senso che la guerra ha effettivamente, ogni discorso contro o a favore è suscettibile di una reazione neutra. Come posso schierarmi in un senso o in un altro se in quello che affermo non vi è contenuto, contesto, storia, polemica, insomma un vissuto? Mi sono molto arrabbiata leggendo ultimamente certe discussioni sugli aiuti ai terremotati. Secondo alcuni opinionisti parlare di certi problemi è sciacallaggio politico. Al che sono intervenuti alcuni residenti nel cratere sismico, giustamente risentiti – chi più di loro ha diritto di parlare? – sostenendo che la discussione, perfino lo scontro, a livello di istituzioni è vitale e non significa strumentalizzazione. Quel che uccide, direi in generale, è proprio questo anestetico a buon mercato che vuole smussare le opinioni, abbassare i toni ed esser gentile, ma nelle risultanze ha il volto efferato dell’ignoranza e dell’indifferenza. Dire una parola e tradirla, dare una parola e non mantenerla. Sintomo di paralisi culturale, etica ed economica. E di tanta scrittura e letteratura che non sono proprio, neppure lontanamente, né l’una né l’altra.   


(Di Claudia Ciardi)

8 aprile 2018

Filippo de Pisis al Museo Ettore Fico di Torino







Fino al 22 aprile è possibile visitare al Museo Ettore Fico di Torino la mostra dedicata a Filippo de Pisis. Un intenso percorso artistico che mette in luce il variegato cammino del pittore ferrarese, una rassegna ben articolata sul piano delle opere esposte e degli spunti tematici. L’evento conferma l’ottimo livello delle iniziative culturali messe in campo dal capoluogo del Piemonte, centro attrattivo fra i più consolidati in Italia per quantità e qualità dell’offerta. A margine, e neanche tanto, si noti che la collocazione al Mef è un valore aggiunto, essendo un polo espositivo d’eccellenza, bello e da vivere anche per la sua semplicità architettonica, in una zona urbana che sta attraversando una fase di espansione e fermento culturale ulteriore.

De Pisis è artista dalle tante sfaccettature che, partendo dalle esperienze a lui contemporanee di de Chirico, Savinio e dei “metafisici” e allo stesso tempo mostrando fin da giovane la più ampia ed eclettica dedizione allo studio dei grandi maestri del passato – la pittura del Cinquecento e del Seicento veneziano, Tiziano, Tintoretto, Tiepolo e poi molti dei cosiddetti minori, tali solo per convenzione, gli impressionisti, poi studiati in loco durante il soggiorno parigino – crea un linguaggio proprio, fondante, nodale e subito destinato a tracciare rotte inesplorate nel panorama novecentesco.
La sospensione delle nature morte, il perenne incerto a cui sono consegnate, spoglie, ineffabili eppure così compiute, quasi fin troppo credibili nella loro disarmante compiutezza, e l’irraggiamento di infiniti mondi all’orizzonte, qualcosa di conturbante che apre a strani eterni, protesi, liquidi, fuggevoli. Questa dualità stravolta di tempo in decadenza e non tempo, esercita un potere fiabesco sull’osservatore, che si sente sempre trascinato a una soglia metafisica. Ma la mostra ci racconta ancor più lo studio attento, perfino esplorativo se vogliamo, coltivato da de Pisis in diverse direzioni del sapere. Dalla consuetudine con la poesia, che coltivò in proprio ottenendo per i suoi versi anche un certo riconoscimento in Francia, e accresciuto dall’amicizia coi futuristi, con Umberto Saba ed Eugenio Montale, alla musica, alla botanica – fu paziente compilatore di erbari, disegnatore, cercatore di piante per passione. E ancora, collezionista d’arte e di codici miniati, interesse quest’ultimo che gli fece sviluppare tecniche di finissimo decoratore, al punto che i suoi “ritagli da amanuense” sembrano strappati a manoscritti originali.
Infine, il suo studio, il microcosmo dove questi tanti universi paralleli entravano in collisione, cercandosi, contaminandosi. Quello studio ovunque ricreato, angolo salvifico e osservatorio privilegiato in ogni città vissuta; Ferrara, Bologna, Roma, Parigi, Milano, il suo centro radiale, la sua conchiglia pulsante si ritrova intatta ad ogni tappa. L’allestimento torinese consente di toccare con mano questa intimità del processo creativo di de Pisis, di afferrarne le diverse dinamiche e anche di entrare in sintonia con l’artista, tanto le stanze dedicate si aprono allo sguardo come finestre biografiche, non solo complici del fraseggio critico ma ancor più irradiate dal racconto umano.  


(Di Claudia Ciardi)

  
Link utili:




*Le prese sono state autorizzate dal personale della mostra



Natura morta con libri



Paravento delle tre stagioni



Natura morta con candela



Composizione (Pagliaccio)



Erbario



Miniature


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