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La pagina facebook correlata alle attività del blog Margini in/versi

La pagina sviluppa e approfondisce le attività del blog Margini in/versi di cui raccoglie articoli e segnalazioni. Riserva inoltre particolare attenzione ad argomenti di politica e attualità, condividendo numerosi aggiornamenti con progetti orientati a tematiche simili. Questo spazio si caratterizza principalmente per l'accuratezza posta nella selezione dei materiali offerti alla comunità dei lettori. Un vasto repertorio fotografico contribuisce alla qualità visiva della pagina.

Proprietaria della pagina e del blog: Claudia Ciardi.
Appassionata di mitologia greca, letteratura antica e contemporanea, in particolare anglo-americana e tedesca, ho firmato su queste materie diversi contributi. Ho dedicato ai temi della memoria e in particolare a Berlino, città simbolo della tragedia della guerra e centro di vecchie e nuove avanguardie, recensioni e articoli pubblicati in diverse rubriche di internet, condivisi regolarmente nella mia pagina fan. Tengo abitualmente lezioni pubbliche sulle mie ricerche e lavoro come pubblicista e consulente editoriale. Per Via del Vento edizioni ha curato i volumi di prose inedite in Italia di Robert Musil, Joseph Roth, Lou Andreas Salomé, Thomas Mann.
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*Brevi recensioni vengono regolarmente pubblicate nella bacheca della pagina, composte da titolo, immagine di copertina, tag tematici, citazioni 





by Josef Koudelka


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Alcuni post pubblicati sul mio profilo google plus per approfondire i temi alla base degli articoli elencati sopra, raccolti in una bacheca di pinterest:

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5 commenti:

  1. Nessun commento? Ma mille ce ne sarebbero da fare, sulla tua bravura, suoi tuoi interessi, sulla capacità che hai d'impegnarti in molti settori, dall'arte alla politica, sempre con cognizione di causa e competena. Se rifletto anche sulla tua presumo giovane età non posso far altro che stupirmi e ammirarti incondizionatamente. Anna Maria

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  2. Cara Anna Maria sono felice di ricambiare la tua gentilezza e la tua passione per la cultura. Tra l'altro il tuo Nuovo salotto letterario su facebook è uno spazio bellissimo, di cui faccio parte volentieri perché rappresenta un'importante occasione di approfondimento e riflessione.
    Da pubblicare ci sarebbe molto. La storia e la politica sono per me una sfida. Cerco da un lato di colmare le tante lacune che mi affliggono e dall'altro di rendermi utile in un momento che ha molto bisogno di analisi rigorose, che provino a tenere sgombro il campo dalle banalizzazioni e dalle propagande gratuite.
    La mie età si avvia a lambire quel «mezzo del cammin» che Dante ha celebrato come vero inizio del suo viaggio. Da questo punto di vista mi sento giovane, anche se la questione circa la gioventù e la vecchiezza rischia di raccontare molto poco di noi e di spostare il centro di una discussione su aspetti estremamente scivolosi e relativi. Tuttavia l’argomento che sollevi mi permette di rispondere a persone piuttosto attempate che si son permesse di fare dell'ironia circa la mia "anzianità". Dal momento che questi soggetti mediamente avevano una ventina d'anni o più rispetto a me, la cosa mi ha fatto parecchio sorridere (e mi dispiace per lorsignori che pensavano di dar fuoco alle polveri di qualche imbecille provocazione). Queste stesse persone appartengono guarda caso alla categoria piuttosto ambigua che poco ha fatto per le nuove generazioni, se non metterle all'angolo e umiliarle, anche a colpi di prediche farneticanti. La più recente, quella sulla sedentarietà dei giovani italiani. Anche qui, intervengo volentieri per dire ai soliti noti che a casa spesso si è costretti a restare perché non si hanno occasioni lavorative e materiali certe per andarsene. Io stessa ho sprecato non poco tempo in proposte nelle quali non vi era nessuna garanzia contrattuale e, dunque, economica. E mi dispiace sinceramente vedere ragazzi che si sono preparati con grande sforzo delle proprie famiglie, essere intervistati da qualche dissennato giornalista di turno e dichiarare con leggerezza: male che vada farò il cameriere a Londra o a Berlino. Mentre i loro colleghi più scaltri e anzianotti, magari politicamente meglio rappresentati, vanno avanti a colpi di borse di studio, incarichi di ricerca e via dicendo. Ma come, ragazzi miei, come rassegnarsi così! Io vi dico, puntate i piedi, siate affamati di cultura, esigete rispetto per i vostri sogni e per quelli che i vostri genitori molto prima avevano intravisto in loro stessi e che con sacrificio hanno cercato di difendere, difendendo voi! Cercate una strada che porti al rispetto dei vostri studi e guardatevi da quelle persone più mature che non offrono consigli ma livore. Quindi, ciò detto, grazie, Anna Maria, per la tua pacatezza, la tua attenzione, la tua ammirevole voglia di comunicare e fare qualcosa per gli altri attraverso la cultura. Claudia C.

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  3. Notizia battuta dall’Ansa alle ore 10:09 del 25 febbraio 2014

    «Lavoro, un giovane su 4 pronto a fare lo spazzino. Il 51% dei giovani disposti a espatriare pur di trovare un impiego»

    Il lancio d'agenzia offre un assist perfetto e con tempismo da record al mio precedente commento. Intanto vorrei dire, da filologa, che “pronto” e “essere disposto” denunciano un’intenzione le cui possibilità di attuarsi restano nel vago, destinate al campo della soggettività da un lato e alle condizioni del contesto in cui ci si trova a esprimerle dall’altro. Detto questo, tornando alla propaganda spicciola e esiziale, su cui ragionavo ieri, non capisco chi e come possa misurare in numeri un cosa tanto aleatoria quanto la disponibilità a indirizzare la propria volontà in un senso anziché in un altro. Non c’è assolutamente nulla di male nel fare lo spazzino, ma anche un posto da “operatore ecologico” (così talvolta lo si chiama, nella speranza che faccia un altro effetto) non si crea dal nulla. E non credo che il mercato richieda tanti netturbini da assorbire l’attuale disoccupazione giovanile (e non). Questo falso conflitto che si tende ad alimentare tra maggiore facilità nel creare posti di lavoro manuali piuttosto che “intellettuali”, legati ad esempio alla sfera della ricerca umanistica e scientifica, di cui avremmo bisogno come il pane, sposta furbescamente i termini del problema occupazionale. Aggiungo anche che il mercato estero, a cui l’Italia guarda con tanta fremente brama per levarsi dalle scatole il proprio esercito di disoccupati, non è che poi offra tutti questi appigli e rassicurazioni. Il potenziale bacino occupazionale europeo in cui gettarsi con tanto slancio è poco profondo, perfino nei paesi considerati di maggior trazione, e si rischia di prendere una bella capocciata.
    A costo di ripetermi, non è una questione di maggiore o minore adattamento, come si vuole insinuare. Il mio dirimpettaio moldavo si adatta eccome, con due bambine piccole e la moglie casalinga. Però da lavorare non lo trova lo stesso: è un muratore.
    Io direi piuttosto, provando a usare maggiore onestà di certo battage nostrano, che il lavoro poco qualificato, e gli investimenti che da decenni non si fanno in settori che dovrebbero essere trainanti per lo sviluppo economico, hanno generato dei danni da guerra nucleare. E francamente sentire ancora queste affermazioni sulla mancanza di volontà del giovane e del meno giovane, sulla maggiore redditività e disponibilità del lavoro da bassa forza in contrasto con quelle attività destinate a “cibare le anime”, che fanno così spavento e suscitano l’ilarità di chi, guardate un po’ caso, tanto moto nella vita non lo ha mai fatto e soprattutto non ha attraversato difficoltà, mi sa di un atteggiamento assai approssimato per cavarsela a chiacchiere da uno stallo sistemico che lascia pochi alibi.

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  4. «Se tutti gli undici milioni di migranti attualmente in Europa nord-occidentale tornassero a casa, la loro presenza in patria potrebbe anche portare a situazioni esplosive: il paese imperialista maggiormente interessato sarebbe allora costretto a intervenire per “far rispettare la legge e mantenere l’ordine”».
    […]
    «Con tanti lavoratori all’estero si calcola che la rivoluzione sociale nei paesi d’origine sia meno probabile».

    John Berger, Un settimo uomo, trad. it. di Marco Papi, Garzanti, 1976

    In inglese: A Seventh Man: The Story of a Migrant Worker in Europe, Penguin Books, 1975, pp. 137-145

    Prima di Luigi Zingales, lo ha detto meglio e con maggiore senso critico John Berger, che parlava degli immigrati provenienti dai paesi in via di sviluppo.
    Zingales, applicando della sociologia di riporto, è poi divenuto promotore di una ricetta per il contesto italiano, con riferimento ai giovani che, lasciando il paese, sgonfierebbero l’ipotetica protesta.
    Affermazione confutabile da diversi punti di vista. Togliere il disturbo non è affatto quell’automatismo che si sente prospettare da ogni parte. Per andarsene e sistemarsi all’estero bisogna affrontare comunque un investimento di base, postulando che vi sia una garanzia lavorativa tale da rendere quella partenza definitiva. Pertanto si tratta di scelte che non tutti sono in grado di sostenere, e più ancora se messe in rapporto con quello che il mercato del lavoro offre adesso. Se la destinazione è l’Europa, ovunque si vada son vacche magre: coloro che restano quindi sono sempre più numerosi di quanti riescono a andare via stabilmente. Il pericolo “rivoluzionario” (chiamiamolo così, magari qualche nostalgico apprezzerà) in apparenza non sarebbe sventato. Tuttavia il disagio giovanile, se non saldato con quello delle altre generazioni, non avrebbe possibilità di imporsi in alcun modo. Ce lo dicono i numeri: l’Italia attuale non è un paese di giovani.

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  5. Arieccoci. Passato un po' di tempo, daje con la disoccupazione ai minimi in Germania. La locomotiva tedesca rallenta ma la disoccupazione, secondo il giornalismo italiano, è roba da nulla. Eppure, se si è capaci di leggere in tedesco, i giornalisti d'oltralpe la raccontano diversamente. Il 31 luglio 2014, riprendendo un'agenzia di stampa nazionale, diverse testate tedesche davano la seguente notizia: «Zahl der Arbeitslosen in Deutschland auf 2,87 Millionen gestiegen». Traduciamo per i comuni mortali: numero dei disoccupati in Germania salito a 2,87 milioni.
    Se qualcuno vuole avventurarsi nel testo originale, ecco qui uno dei tanti link sull'argomento:
    http://www.tagesschau.de/wirtschaft/arbeitslose-100.html
    Io credo un filino di più alle notizie divulgate dai tedeschi sulla loro situazione, rispetto a quelle battute frettolosamente in Italia, dove figuriamoci se ci si va a documentare (in tedesco poi, ma scherziamo!).
    Per esperienza personale tutto questo bengodi germanico non l'ho visto. Il mondo non è fatto solo di scambi accademici o menù Erasmus. Magari, piacerebbe a tutti. Un po' meno falsità su questi temi e sulla disponibilità di risorse che implicano, anche e soprattutto familiari (per la maggior parte dei soggetti coinvolti nelle diverse situazioni scolastiche, lavorative ecc... l'unico ammortizzatore è sempre e solo la famiglia), insomma un po' di onestà intellettuale al riguardo non guasterebbe.
    Chi di questi tempi riesce a andare in Germania o altrove con un progetto di studio e ricerca è un miracolato. Se, per conseguenza, gli viene offerto lì un lavoro stabile, è doppiamente miracolato. E io non mi spiego perché diverse persone con cui ho parlato - dottorandi, ricercatori, archivisti, mediatori - hanno detto di aver avuto la possibilità di restare ma di aver preferito tornare. Inoltre molti dei suddetti professionisti non sono responsabilizzati in alcun modo dal governo italiano nello sviluppare ulteriormente rapporti e contatti tra il proprio paese d'origine e quello che li ospita. Nessuno vigila davvero sulla reale utilità del loro soggiorno estero. Mi si permetta infine di aggiungere che i viaggi in una carriera dovrebbero essere un merito fondato su comprovate qualità della persona selezionata per compierli.
    Dunque, tornando ai nostri, siamo sicuri che la Germania o gli Stati Uniti o pinco pallino li volevano veramente lì? Perché avrebbero lestamente rifatto fagotto in direzione inversa? Tutti vittime di patria nostalgia? C'è qualcosa che non mi quadra.
    Dove sta la verità? Dove sta Zazà?

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