16 febbraio 2018

Caravaggio - L'anima e il sangue






Prosegue il percorso visivo e visionario sull’opera di Caravaggio, tenuto a battesimo dalla grande mostra di Palazzo Reale a Milano, con la proiezione del film documentario “L’anima e il sangue”, omaggio agli slanci e ai tormenti che segnano la vicenda personale del grande artista.
Coprodotto da Sky cinema, Magnitudo e Nexo digital questo lavoro fa tappa in cinque città che rappresentano altrettanti snodi cruciali nella biografia del Caravaggio (Milano, Firenze, Roma, Napoli, La Valletta), coinvolgendo quindici musei e illustrando quaranta tra le sue opere più celebri. Girato in 8k, novità quasi assoluta per le produzioni italiane, il film, in contiguità con l’impostazione multimediale della rassegna milanese largamente orientata alla diagnostica artistica, intende far immergere lo spettatore nella tecnica dell’autore, creando un’esperienza unica, quasi tattile, con la pittura su tela.  
Presente per tre giorni nelle nostre sale, dal 19 al 21 febbraio, è un evento che accompagna e arricchisce la lunga serie di progetti finora dedicati a un artista universalmente noto.   


(Di Claudia Ciardi)


Regia di Jesus Garces Lambert. Film documentario 2017, uscita cinema lunedì 19 febbraio 2018, distribuito da Nexo Digital. 
Il cantautore Manuel Agnelli presta la sua voce a Caravaggio. 

*Responsabile e direttore artistico del progetto per Sky è Cosetta Lagani. Produttore esecutivo per Magnitudo Film è Francesco Invernizzi. La sceneggiatura è di Laura Allievi e la regia è affidata a Jesus Garces Lambert, che ha firmato documentari per Sky e per importanti network televisivi internazionali, tra i quali National Geographic, BBC, ZDF, CBS, Arte.




Cena in Emmaus (1606), Pinacoteca di Brera, Milano



6 febbraio 2018

Bjorn Berge - Terre scomparse (1840-1970)




Bjorn Berge, architetto originario della Norvegia dov’è nato nel ’54, affianca alla sua attività di progettista impegnato nella ricerca di materiali ecologici al servizio dell’abitare, quella di divulgatore. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni, anche se questo volume dedicato alle Terre scomparse è senz’altro la sua opera di maggior richiamo, almeno quella che lo ha portato alla piena notorietà. Pubblicato nel 2016 e tradotto in italiano nel corso del 2017 questo libro si apprezza sia per la peculiarità dell’argomento affrontato – una sorta di caccia al tesoro tra geografie dissolte – sia perché in grado di esercitare sul lettore molteplici suggestioni. Dai vecchi atlanti che ognuno di noi ha sfogliato nella sua infanzia, fantasticando sulle mappe di paesi lontani e mandando a mente il disegno delle bandiere nazionali, a certi almanacchi che cumulano fatti salienti e altre curiosità con la destrezza di chi sa catturare l’attenzione altrui. Direi che la versione italiana riesce a trasmettere al meglio ognuno di questi sapori, anche grazie al bel lavoro grafico che contribuisce all’aspetto da portolano un po’ vintage del libro.
Coniugando ricerca storica, antropologica e, per ovvia filìa col suo mestiere, precise ricognizioni architettoniche dei luoghi descritti, ma meglio sarebbe dire evocati in quanto non più esistenti sul piano politico, Berge ci conduce in un insolito viaggio intorno al mondo. In apparenza frammenti di paradisi perduti eppure fin troppo spesso incubi coloniali, materializzazione di ogni disagio, fra affaristi rapaci, autorità spregiudicate, colonie penali, sfruttamento della manodopera e progetti fallimentari, si materializza un carosello umano bizzarro e in non pochi casi assai deprimente.
È la grande carovana dell’eterno sogno di conquista, della ricchezza fantasticata in terre lontane abbellite di esotismo e di ogni benessere, l’allegoria dell’evasione, l’utopia di dar vita a regni affrancati da oppressione e altre forme d’ingerenze. Ma, diceva Tucidide, «gli uomini son quello che sono» per cui non sorprende che le cronache di Berge deviino molto spesso nel racconto delle clamorose cadute di coloro che in tali avventure si sono buttati.
Amministrazioni che restano abbarbicate su isole semideserte, guarnigioni sguarnite, operai decimati dalla malaria, e poi ancora gli intrecci tra spionaggio, sperimentazioni atomiche e batteriologiche, la sistematica rapina delle risorse minerarie di un territorio o la sua investitura quale avamposto per il contrabbando e altri traffici giocati sul sottilissimo filo di legalità e illegalità.  In una parola, vanno in scena i tanti volti della guerra, perché in queste vicende sono i conflitti ad alimentare ogni mossa dei suoi protagonisti. Laddove le trattative non funzionano più o qualcosa inizia ad andare storto nei piani di guadagno degli impresari di turno, la regressione è immediata. Armi, violenza, pulizia etnica sono atti ricorrenti in queste frontiere sperdute, e anzi il fatto che si tratti per lo più di insediamenti raggiungibili con difficoltà se non quasi nascosti agli occhi del resto del mondo ha avallato pratiche disinvolte e incoraggiato crimini inconfessabili.  
Uno scambio Germania-Inghilterra con i tedeschi che cedono Zanzibar e gli inglesi che lasciano ai prussiani Heligoland, D’Annunzio che vuole fare di Fiume una sorta di città del sole sorretta dai suoi miti di estetica, poesia, ed eroismo, un sultanato che in barba ai precetti islamici stampa francobolli in cui sono ritratte le ballerine di Degas, giovani nazionalisti che inviano vibranti lettere ai politici di turno raccogliendone puntualmente indifferenza e scherno, temibili criminali di guerra che ottengono vergognosi salvacondotti. È la grande Odissea della varia umanità, scritta su momentanee fantasticherie che finiscono quasi sempre per esaurirsi nelle peggiori bassezze o in aperte perversioni.
L’Italia è presente in ben quattro episodi, dal Regno delle due Sicilie, con cui si apre il volume, alla Reggenza del Carnaro (la citata impresa di Fiume), dalla dimenticata Saseno al Territorio libero di Trieste. Quattro chiavi di lettura che molto raccontano delle turbolenze attraversate dal continente europeo e delle altrettanto durevoli tensioni mediteranee.
Lo studio di Berge si arricchisce, e acquista originalità, anche in virtù della sua eccentrica collezione di francobolli provenienti dalle aree perdute di cui parla. Una storia nella storia, non necessariamente indirizzata agli appassionati di filatelia né a collezionisti incalliti, ma proposta quale archivio di memorie che per tale via rivendica un’esistenza plastica e forse in questo modo più credibile. 


(Di Claudia Ciardi) 






Edizione consultata:

Bjorn Berge, Terre scomparse (1840-1970),
traduzione di Alessandro Storti,
Ponte alle Grazie, 2017



1 febbraio 2018

Le nuove frontiere della pittura





Che buona parte delle proposte artistiche contemporanee si sia indirizzata a una rimessa in discussione formale, e in larga parte iperconcettuale, delle avanguardie storiche è un dato acquisito. Ricordo ancora una mostra poco pubblicizzata di qualche anno fa a Palazzo Sozzifanti (Pistoia), assai esemplificativa per i temi suddetti, in cui vennero esposte alcune tra le opere di maggiore richiamo nell’ambito della piccola scultura da Fortunato Depero a Beverly Pepper, una carrellata densissima tra avanguardia e postavanguardia. Ricordo con chiarezza la sensazione di una ripetitività, che rasentava il fastidio, il tono autoreferenziale di un esercizio volutamente ostentato, non appena usciti dagli spazi delle avanguardie storiche, con un picco nelle espressioni prodotte tra i Settanta e gli Ottanta. Messaggio: è già stato detto tutto, non resta che la citazione della citazione. Da dopo la metà del Novecento s’impone una sorta di logaritmo dell’arte in base astratta, capace di dare risultati simili se non uguali. Ora, la mia suona forse come una semplificazione eccessiva, ma credo non sia esagerato ravvisare in molte di queste opere una pratica fine a se stessa, lontana se non antitetica alle istanze di rottura delle prime avanguardie.  
Discorso ad ampio raggio che coinvolge non solo le arti plastiche ma latamente ogni manifestazione creativa, e in particolare la letteratura, con cui l’avanguardia pittorica del primo Novecento ha stretto un dialogo serrato, tra contaminazioni, prese di distanza e ricongiungimenti. Si consideri, ad esempio, l’espressionismo, nato in pittura e quindi approdato alla poesia. Quando nelle sue proposte letterarie può dirsi già esaurito – più o meno intorno al 1920 – persiste la sua vitalità artistica, almeno per un altro quinquennio, sebbene anche qui con evidente esaurimento della sua carica iniziale.
Dagli anni Quaranta ha inizio quel processo di invecchiamento dell’avanguardia innescato dal capillare afflusso della cultura americana nell’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale. Dal vecchio continente la modernità si trasferisce oltreoceano e diviene postmodernità, oggetto di studio, materia d’archivio sviscerata dalla critica, voce addomesticata a cui torna a guardare proprio quella borghesia elitaria, scossa un ventennio prima dall’irruzione dei suoi figli più indisciplinati e geniali sul palcoscenico delle arti. Scrive Alfonso Berardinelli nel saggio Poesia non poesia, dedicato agli sconfinamenti e alle declinazioni del moderno: «La continuità si era interrotta. Non si poteva credere di continuare esperienze primo-novecentesche. Sarebbero state comunque  trapiantate e riusate accademicamente, in un contesto ormai mutato nel quale il “pubblico borghese” classico, scandalizzato e oltraggiato dalle avanguardie storiche, era stato addestrato dalla critica e si era trasformato  nel pubblico neoborghese avanzato e consenziente che considerava la trasgressione avanguardistica come il primo comandamento culturale. L’avanguardia si insegnava nelle accademie. E questo ha determinato negli anni Sessanta la nascita di quella postmodernità matura che trasferiva lo shock moderno in un aldilà pacificato». Dunque, si è ripetutamente spacciato per contestazione ciò che in realtà nasceva in seno al mare tranquillitatis di élites politicamente e culturalmente promosse dal sistema; e questo spiega anche perché molte delle opere scaturite in tale contesto non hanno aggiunto nulla al nostro senso critico né hanno saputo spingere verso una qualche forma di rinnovamento. Una promessa mancata – e non poteva essere altrimenti – in quanto stravolta all’origine dalla sua filiazione: il nuovo conservatorismo politico non poteva produrre un’arte nuova.
In tutto ciò il figurativo è rimasto un mondo a parte, un cenacolo di pochi e per altrettanti nostalgici, confinato in una sorta di limbo delle arti e tacciato di mancanza di originalità.
Il curatore di Le nuove frontiere della pittura, allestita alla Fondazione Stelline (Milano), Demetrio Paparoni, nella sua articolata presentazione della mostra insiste su un doppio binario politico, analizzando la rinascita figurativa da un lato come una risposta culturale alta allo spaesamento globale, che ha sovvertito l’idea tradizionale di spazio-tempo, perlomeno così com’era veicolata in occidente. Dall’altro isolandone l’autentico gesto di ribellione alle chiusure critiche, dettate da una contrapposizione ideologica esasperata perdurante fino a prima della caduta del muro di Berlino. La postavanguardia a rilettura americana implicava un accantonamento del figurativo quale puro esercizio ornamentale svincolato dagli orientamenti di potere. «In sostanza, quella parte della critica ideologizzata attiva sulla scena degli anni Settanta e Ottanta», scrive Demetrio Paparoni, «ha fatto muro contro la pittura figurativa perché convinta che cambiare la struttura del linguaggio equivalesse a portare avanti una sorta di rivoluzione politica».
E su tale fronte è di estremo interesse osservare come negli stessi Stati Uniti non sia venuta meno una corrente figurativa che nell’ultimo trentennio ha mantenuto un suo vitalismo, ancora una volta influenzando ex contrario le tendenze dell’arte, stavolta in concomitanza con esiti similari in altre parti del mondo, soprattutto asiatico. Inka Essenhigh, Dana Schutz e gli italiani Alessandro Pessoli e Nicola Verlato, americani d’adozione, nomi che non a caso trovano spazio nella rassegna milanese, sono esempi di quello che potremmo definire un antiavanguardismo militante.
L’intreccio con la grafica e la fotografia nella trentina di tele in grande formato esposte al Palazzo delle Stelline è palese. Nel caso degli artisti del sud-est asiatico (sono esposti Li Songsong, Liu Xiandong, Nguyen Thai Tuan, Natee Utarit, Wang Guangyi, Yue Minjun, Zhang Huan) si aggiunga la riflessione del fatto storico – il recente passato coloniale, la guerra – riletto e calato nell’attualità attraverso volute distonie, quando non si tratta di aperti contrasti tesi a generare stalli e interruzioni nel fatto narrato. Tutto è compenetrante e vivo ma anche sfuggente, sempre ai limiti dell’incomprensione: giocare a sovrapporre memorie e immaginazione, momenti del reale e dell’irreale, sogni e storia è un modo comune per ammonirci sulle sirene del nostro tempo. Ma anche per lasciarci la massima libertà di movimento nel percorrere le nuove coordinate disegnate dall’epoca globale, consapevoli che l’impostazione narrativa stessa non può non risentire del cambiamento.
E proprio la presenza per certi versi deformante ma anche imprescindibile della grafica alla base di queste creazioni denota come la pittura figurativa, data per morta più e più volte, sappia ancora autoprodursi in una sfera rappresentativa indipendente, autonoma e capace di raccontare il mondo da un punto di vista originale e, soprattutto, attraente per chi vi si affaccia.


Catalogo:

Le nuove frontiere della pittura,
a cura di Demetrio Paparoni,
16 novembre 2017 - 25 febbraio 2018, Fondazione Stelline, Milano,
Edizioni Skira


Ultimi giorni per visitare Dentro Caravaggio, la mostra che vede presenti a Palazzo Reale (Milano) più di venti capolavori di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571-1610).
Iniziativa di ampissima risonanza, grazie all’approfondita introspezione nel modus operandi dell’artista milanese. Evento basato su un progetto di divulgazione multimediale in linea con le più recenti tendenze negli allestimenti espositivi. Le tecnologie ormai sempre più sofisticate al servizio della cosiddetta diagnostica artistica permettono di catturare le fasi di realizzazione di un’opera, analizzando al dettaglio il lavoro compiuto dal pittore in ognuna delle sue parti. Si entra, dunque, nel laboratorio caravaggesco come mai prima era stato possibile. Strati di pittura, sfondi, riposizionamento dei soggetti vengono ora svelati al largo pubblico.
Caravaggio può essere considerato il padre della fotografia in pittura. Quelle che ci regala nei suoi dipinti sono vere e proprie istantanee. L’uscita dal manierismo ne fa un innovatore assoluto e per certi versi “precognitivo”, discorso che va ben al di là delle tecniche da lui messe a punto nel suo percorso artistico. Per quanto possano sembrare mondi lontani, le frontiere della pittura, rassegna che porta per la prima volta in Italia più di trenta opere di arte figurativa contemporanea da tutto il mondo, e Caravaggio hanno un filo conduttore. Il figurativo dalla modernità in avanti non ha mai smesso di innovarsi e innovare. La pittura ha “inventato” la fotografia e quando la fotografia l’ha data per morta ha dimostrato di saper restare sul campo senza pericolo di essere superata.


(Di Claudia Ciardi)





26 gennaio 2018

«Montagne 360» - gennaio 2018





Su «Montagne 360», rivista del Club Alpino Italiano, molti articoli sono dedicati questo mese alla riscoperta e valorizzazione delle cosiddette terre alte attraverso un turismo lento, consapevole e culturalmente predisposto a vivere la montagna secondo le sue cadenze e i ritmi dettati dalla sua natura.
Ampio spazio è riservato anche alle voci degli imprenditori che dagli anni Venti del Novecento hanno sviluppato le loro attività in simbiosi con la crescita degli sport alpini, a livello professionale e amatoriale. La calzatura da montagna per il trekking e la scalata ha saputo guadagnarsi un posto tra le eccellenze italiane. Si tratta di aziende a conduzione familiare, capaci nel tempo di ritagliarsi una fetta importante nel mercato mondiale.
Questa cultura imprenditoriale alta, fortemente impegnata sul piano sociale per migliorare qualità e produttività del lavoro, nonché orientata alla pratica di politiche ambientali sostenibili, è espressa appieno nelle parole di Paolo Bordin, amministratore delegato di Aku: «Troppo spesso la montagna è vista e usata come parco giochi, trascurata per ciò che davvero è e per ciò che dovrebbe rappresentare, ovvero una sintesi di valori che ci possono aiutare a immaginare il nostro futuro in chiave sostenibile».
Camminare, mettere alla prova volontà, resistenza e, appunto, immaginazione. Una salita è soprattutto questo, e solo in parte una sfida fisica, ma una parte assai minima; un lavoro su se stessi, un ponte gettato sulla propria personalità per stimolarla a uscire allo scoperto, una fatica che si fa sentire nel corpo liberando la mente in misura più che proporzionale. Quanto più si accresce il senso di appagamento, quanto più il pensiero si eleva e rafforza, tanto meno si avverte la stanchezza. 
In ogni centimetro di appoggio sentire la montagna, percepire ogni cambiamento del terreno, protrarre il contatto con ritmica ostinazione finché non si è arrivati alla meta. Senza questo potente insegnamento di natura non potrei scrivere, non avrei avuto le idee migliori, non mi sarei messa in costante discussione, non sarei arrivata dove sono arrivata finora.


(Di Claudia Ciardi)


Dal numero:


Sentieri a Capraia 

La riscoperta dei sentieri italiani dialoga strettamente con una rinascita culturale basata su un turismo lento e consapevole, che metta al centro la tutela dell’ambiente.
Dall’articolo di Enrico Pelucchi: «L’attuale sistema coltiva e incentiva, per i propri fini economici, politici, sociali, la cultura di massa, centrata su un consumismo fine a se stesso, col rischio di oscurare o ridurre l’attenzione verso modelli di vita e di pensiero ad alto contenuto culturale e morale; il rapporto tra cultura di massa e d’élite, per evitare fratture e conflitti, ha bisogno di capacità sempre più sofisticate di mediazione che favoriscano la diffusione di idee “alte” e condivise. Si avverte la necessità di riproporre solide basi culturali rispetto a valori di umanità e solidarietà […]. Bisogna infine ridefinire, rielaborare e promuovere i significati più profondi dell’esistenza umana in un contesto di cultura libera, plurale e gratuita». Dunque percorrere i sentieri d’Italia come «testimonianza di una sorprendente rifioritura di pellegrinaggi, ma anche di un turismo mosso dall’attrazione per il paesaggio e l’arte, dalla bellezza lenta del camminare, dalla rivincita del silenzio e dalla dimensione spirituale che la modernità ha soffocato».



L’Alpe Veglia, 1700 metri di quota in Val d’Ossola (Piemonte), nelle Alpi Lepontine, è un esempio di conservazione ambientale cui hanno concorso diversi fattori. Il progetto per lo sfruttamento idroelettrico, sostenuto per quasi un trentennio, ha incontrato molte difficoltà, prima fra tutte lo scetticismo della popolazione locale e delle amministrazioni. Incertezze, lungaggini burocratiche, perizie favorevoli alla tutela delle risorse di questo territorio, hanno permesso di salvarlo dall’ennesima infrastruttura selvaggia che avrebbe avuto pochissime ricadute economiche per i suoi abitanti.
Dall’articolo di Giulio Frangioni: «L’alpe è un complemento dei terreni e della proprietà privata della valle, essa valorizza questi, come è valorizzata da essi. Tutti assieme: terreni di valle, montagne di media altezza, l’alpe, formano un serie di anelli tra loro congiunti che portano tutti il contributo necessario per dar vita e sviluppo all’industria armentizia, quale è attualmente… È evidente  che, se uno di questi anelli viene a rompersi o a mancare, la catena perde dalla sua continuità ed ineluttabilmente si riduce la sua forza produttiva […]. Sulla scia di queste prese di posizione, finalmente nel 1978 la regione Piemonte istituì il parco naturale dell’Alpe Veglia, salvaguardando per sempre la fragilità e la bellezza di questa magnifica conca. Pochi anni dopo fu aggiunta anche la splendida area del Devero dando vita ad un unicum di eccezionale interesse ambientale e naturalistico di tutte le Alpi. Ancor oggi Veglia lo si raggiunge solo d’estate e nel lungo inverno l’alpe riposa protetta da grandi montagne e da severi passi. Restano indelebili le parole di Marcell Kurz, il pioniere dello sci alpinismo: «…si faccia come noi, si parta dal Sempione andando a passeggio sui nevai del Katlwasser contemplando larghi orizzonti, e si scenda al crepuscolo nella cerchia dantesca di Veglia dominata dal suo Leone, allora si resterà come noi vinti ed incantati dalla sublime bellezza del contrasto. Ci sentivamo piccolissimi ed eravamo soli… La serata passata a Veglia nell’intimità e la solitudine resterà sempre uno dei più bei ricordi».».   



 Cartoline di Val dOssola


Quello delle comunità resilienti è un tema importantissimo per capire le dinamiche sociali di coloro che abitano in montagna e, in generale, di borghi e contrade tagliati fuori dalle cosiddette arterie principali, attorno a cui invece si concentra la maggior parte della popolazione, dunque delle attività commerciali e dei servizi così da intercettare anche i grandi flussi turistici. Emerge con sempre più insistenza nel dibattito sulla salvaguardia e la valorizzazione del territorio come siano necessarie politiche mirate al recupero delle aree marginali. Senza un’impostazione di questo tipo, tali zone sono votate alla decadenza e al definitivo abbandono.
Dall’articolo di Simone Papuzzi: «La scarsa cura del territorio indebolisce l’attrattiva turistica. […] Occorre quindi far sviluppare o re-inventare un’agricoltura di montagna essenziale come pre-requisito di partenza per far partire altre attività. Senza le malghe e gli alpeggi si perderebbe una parte della flora e della fauna alpina e, quindi, quel patrimonio di biodiversità fondamentale. Si può garantire anche un’offerta gastronomica regionale e sviluppare un commercio di prodotti locali tipici e genuini».




Monti Sibillini in inverno


Il trekking solidale sui Monti Sibillini è una bella idea per richiamare visitatori nel centro Italia, dopo gli eventi sismici che hanno ferito i suoi preziosi borghi. Un modo per far sentire la vicinanza di tutti alle popolazioni colpite e per dare un po’ di respiro a un’economia locale messa a dura prova.
Dall’articolo di Martina Nasso: «Il popolo dei Sibillini non si è fatto abbattere ed è ripartito dalla sua ricchezza più grande: lo spirito comunitario. C’è una storia alla base della capacità di resilienza di chi abita queste terre alte. Sono gli stessi luoghi in cui fiorirono e si moltiplicarono le comunità agrarie, forme ultrasecolari di proprietà collettiva diffuse soprattutto nel Centro Italia per la gestione dei boschi e dei pascoli. Si tratta di antiche associazioni di abitanti espressione di solidarietà, mutuo soccorso, autorganizzazione, protezione e salvaguardia del territorio. Nelle comunanze fino all’Ottocento si preferiva lavorare per il benessere collettivo, lasciando da parte ogni forma di interesse individualistico. Vigeva allora un modo di vivere semplice, ma solidale. Oggi molto è cambiato e le comunanze ancora in vita sono rimaste sempre più isolate, ancor di più a causa dell’abbandono delle zone montane. Di quel modo di vivere non è rimasto molto, ma ciò che è resistito e che si respira attraversando le antiche comunanze dei Sibillini è la solidarietà interna alle comunità. […] A questa, dopo le scosse dello scorso anno, si è aggiunta anche la solidarietà proveniente da fuori e si sono create reti e relazioni in grado di superare le vette più alte dei Sibillini».



Dall’editoriale di Luca Calzolari, direttore di «Montagne 360»: «Parlo di prospettive, di idee, di progettualità che riguardano territori estesi che non possono essere arginati e stretti nei confini amministrativi. […] Penso, ad esempio, alla valorizzazione dei cammini storici, cui il Cai ha recentemente dedicato il convegno “A piedi nella storia. Itinerari transappenninici e sviluppo dei territori montani”. […] Perché, nonostante il fenomeno dei ritornanti e la nascita di nuove cooperative di comunità, le terre alte si stanno spopolando. Ma c’è un dato in controtendenza: anche se diminuiscono gli abitanti, seppur di poco il Pil è in aumento. Un motivo in più per capire che è bene investire su una pianificazione di progetti comuni in un territorio esteso».



8 gennaio 2018

W. B. Yeats - I cigni selvatici a Coole




Un ragazzino timido e ritenuto quasi dislessico, che non aveva nessuna inclinazione per la scuola e a nove anni non sapeva ancora leggere. Un attaccamento fortissimo alla campagna irlandese per la quale continuava a struggersi da Londra e Dublino. Chi avrebbe scommesso che dentro questo involucro imbranato, all’apparenza privo di attitudini, aspettasse di rivelarsi il grande poeta?
Non furono le precoci esperienze nelle grandi città d’Europa a segnarne l’immaginazione ma i saltuari ritorni nella nativa Contea di Sligo. Qui crebbe in lui «un vecchio istinto di razza, come di un selvaggio» che investì la sua vita, facendogli sempre desiderare fino alle lacrime un pezzetto di terra di quei campi da stringere tra le mani.
E certo Yeats è una figura immensa che si iscrive profondamente nella storia del suo paese. La sua opera ha dato un grande contributo al ricongiungimento del popolo irlandese con la propria eredità culturale. Ne sono testimoni i numerosi scritti dedicati alle leggende, alle tradizioni contadine, alla sistemazione di un canone di autori rappresentativi della nazione, una infaticabile attività di letterato-antropologo, di cui il teatro fu espressione altrettanto cospicua e variegata.
Significativa fu a questo riguardo la collaborazione con Lady Gregory, la roccia d’Irlanda, l’amica, la confidente dalla quale Yeats approdò trentunenne in una fase di smarrimento di se stesso e, quindi, della propria arte. Un’ospitalità generosa che gli dischiuse le bellezze e la pace di Coole dove da allora in avanti, per più di trentanni, Yeats sarebbe tornato a soggiornare, recuperando la sua salute e un equilibrio mentale da tempo compromessi, trovando nuovi stimoli alla scrittura. Alla Gregory riconobbe di aver fatto di lui un vero poeta. Ciò che fino a quel momento era stata una forza latente trovò un fulcro e, crescendo in intensità, si indirizzò a una nuova ricerca.
I cigni selvatici a Coole sono dunque la sintesi di un passaggio fondamentale nel destino poetico di Yeats. La raccolta celebra l’affascinante emotività di un luogo, espressa non solo nella sua essenza geografica ma più ancora nella sua consistenza interiore, che i versi tracciano in un puro stato di grazia. “I cigni” sono una sorta di galleria aperta alle stagioni della vita, dove gli amici che se ne sono andati ricevono il loro tributo con un’intonazione melanconica e colma, nella speciale forza data alle cose dal ricordo. Questo inno sepolcrale cantato a una Demetra dal volto dipinto in bianco e nero sorprende il poeta mentre soppesa la clavicola di una lepre. E il primitivo manufatto «affinato dalla lingua dell’acqua» offre la reale visione di un mondo in difetto e la conferma all’artista di trovarsi su un confine selvaggio, ma infine veramente libero e autentico.
La poesia di Yeats ha le caratteristiche di un fluido che attraversa la vita e la morte. Non può considerarsi perciò casuale il ricorrere dell’immagine della corrente, l’inafferrabile stream che esercita un richiamo potentissimo su ogni essere e porta nel testo una sorta di memoria allegorica attorno a cui condensa il misticismo yeatsiano.
Il poeta amalgama la materia in questo lievito primordiale e accende il fuoco che avvia il processo di trasformazione. Come la sostanza alchemica, la poesia si compone di due elementi, uno in combustione, la vita e le sue prove, e uno volatile, la luce lunare che osserva la metamorfosi del cigno sulle rive del lago, solitaria apparizione del sé.
«Sono uscito da me stesso e ho rivestito un corpo che non muore. […] Non sono più colorato, tangibile, misurabile», le parole del Corpus Hermeticum si adattano perfettamente all’opus di Yeats. Dal dolore e dalla macerazione, «vediamo il nudo camino spento e nero/ perché l’opera fu compiuta in quella vampa», e tra le ceneri si raccolgono le membra di Osiride. Yeats, mago e filosofo della natura, propizia il rinvenimento.
I nostri occhi sono colpiti dal biancore, «tra l’attrazione del plenilunio e della luna nuova», come davanti al modello di Omero, nel componimento “La doppia visione di Michael Robartes”. Noi stiamo camminando in bilico sul bordo dell’albedo, e da qui raggiungiamo «il picco di follia» quale giusta ricompensa, ossia uno sguardo chiaro e fermo su ciò che abbiamo attraversato in vita. L’opera al bianco, l’unione degli opposti nel foco che gli affina, ha finalmente dato il suo frutto di conoscenza.

(Di Claudia Ciardi - articolo del 2011)

*Alcuni dei componimenti, entrati nella “rosa” di Coole, fecero la loro prima comparsa a stampa nel 1917 sulle riviste «The Little Review» e «Poetry (Chicago)». L’edizione di I cigni selvatici a Coole risale al 1919.
Senza dubbio le caratteristiche simboliche ed evocative del cigno e del mito di Leda, oltre al legame personale con il paesaggio onirico di Coole, esercitarono sul poeta un fascino duraturo e lo spinsero a sviluppare ampiamente questi temi.

Edizione consigliata:

William Butler Yeats, I cigni selvatici a Coole, introduzione e commento di Anthony L. Johnson, traduzione di Ariodante Marianni, testo inglese a fronte, Bur, 2001 [prima edizione, 1989]


Yeats scelse a sua dimora Thoor Ballylee, una torre normanna acquistata intorno al giugno 1917. Per gli arredi ordinò che venissero ricavati da un vecchio olmo della tenuta. In un poeta attento alla simbologia esoterica e alchemica la scelta di una casa-torre non passa inosservata. Nei tarocchi la torre squarciata dal fulmine rimanda al crollo delle difese, metaforicamente la distruzione delle fondamenta e delle certezze che riteniamo rassicuranti. Dall’altra parte ciò può avere anche implicazioni positive, tese al rinnovamento. Le costruzioni mentali complesse finiscono per decadere. Rompere i muri mentali se si vuole vedere oltre.



La Sibilla eritrea. Acquaforte di Giuseppe Canale (Roma, 1725 - Dresda, 1802). Collezione privata. Dal catalogo: Tarocchi dal Rinascimento a oggi, Edizioni Lo Scarabeo. In collaborazione col Museo Ettore Fico di Torino. Mostra aperta fino al 14 gennaio 2018.




19 dicembre 2017

Dal taccuino giapponese (VI)


Prosegue il percorso artistico e letterario dei Taccuini giapponesi attraverso le Alpi Apuane. 



Le Alpi Apuane dal Guadolongo, 4 dicembre 2017

Disegno a tuttamina, matita blu e sfumini su carta grigia



Le Alpi Apuane dal Guadolongo, 4 dicembre 2017

Uno schizzo. Rapidograph, tuttamina, matite




Il Monte Pisanino dal Guadolongo, 4 dicembre 2017

Schizzo a tuttamina e matite




Il Monte Pisanino dal Guadolongo con cima innevata, 4 dicembre 2017

Uno schizzo preparatorio. Rapidograph blu



Le Alpi Apuane dal Guadolongo. Quattro schizzi preparatori, 4 marzo 2016



Testimonianze di storia del paesaggio:


Via e fontana secentesca a Gragnola





















La fontana di Bedizzano



Valle del Turrite Secca. Isola Santa 



Dal catalogo fotografico:

Le Apuane. Natura e civiltà
A cura di Giovanni Meriana
Fotografie di Gian Paolo Cavallero
Con la collaborazione del CAI sezione di Carrara
Pubblicazione finanziata dalla Cassa di Risparmio di Carrara
Anno 1976


Segnalazioni:

 

Sul n.14 (dic. 2017) di «Archalp» periodico dello I.A.M - Istituto di Architettura Montana (Politecnico di Torino) - un articolo a firma di Daniele Regis ripercorre gli eventi (mostre, convegni, letture pubbliche) ospitati da rifugio Paraloup (CN) dal 29 settembre al 1° ottobre 2017.
Si parla anche di Alpi Apuane, dei miei Taccuini giapponesi e del mio poema inedito Un nodo infinito.


26 novembre 2017

L. Mamino e D. Regis - Il Cuneo gotico





Non semplicemente guida ma neppure soltanto saggio di architettura. Quello che Lorenzo Mamino e Daniele Regis ci consegnano è il frutto incantato e trasversale di una collaborazione serrata quanto scrupolosa che da una parte introduce alle stratificazioni culturali di un territorio – il cuneese, qui passato al setaccio per i suoi edifici, volto multiforme in grado di raccontare cambiamenti politici e di costume – dall’altra ragiona sui modi dello scrivere, del tradurre le immagini in segno e viceversa, del restituire al patrimonio storico il dinamismo creativo che gli ha dato forma. Ciò in nome di una divulgazione ampia e multidisciplinare, laddove la progettualità architettonica richiama a sé tradizioni, usi, moti libertari, volontà di rappresentazione nel dialogo e nella sfida col paesaggio, fino alle più essenziali necessità del vivere, una fabbrica governata da quell’essere “poligrafi” tanto caro al sentire di Roberto Gabetti.
Di questa fluttuante incursione attraverso i generi e le categorie del sapere è già testimonianza il titolo della monografia che sovrappone spazio fisico e immaginativo. Cuneo, affascinante regno del gotico e del neogotico, luogo destinato a sconfinare di continuo in un passato-presente dal sapore fiabesco, di generare decine di percorsi reali e altrettante suggestioni, si pone al centro di un itinerario complesso mischiando, a tratti in modo capriccioso quando non in toni addirittura improbabili, le solide origini di un patrimonio storico con una bizzarra polifonia che un po’ declama un po’ forza la storia, quasi nella mimica di una riscrittura romanzesca. Impronta territoriale dalle radici fatate, perché il nuovo stile è in grado di saldarsi con insolita naturalezza e finanche spontaneità su un corpo architettonico antico, innescando metamorfosi o più blandamente amalgami dagli esiti piuttosto anarchici, destinati a sfuggire a ogni catalogazione, anche quelle meno sommarie. Il neogotico irrompe al di là degli schemi classicisti, rassicuranti ma ormai abbastanza esauriti, come del resto poteva dirsi la stagione degli esperimenti barocchi, in un inizio di Ottocento per l’Italia molto problematico, laddove l’accademia guardava al passato senza volontà né energie disponibili al rinnovamento, in un contesto di arretratezza per l’architettura costruita, in certo senso superata e sminuita dal trionfo del disegno, da una progettualità tutta d’invenzione, ferma al raffinatissimo caleidoscopio di Giovanni Battista Piranesi puntato su metà Settecento.
Mentre nel contesto internazionale, Inghilterra e Francia soprattutto, il neogotico s’impone già nella seconda metà del Settecento con caratteri definiti, nobilitato da personaggi di spicco, Horace Walpole in testa, così da entrare precocemente anche nelle grandi committenze di Stato, nel nostro paese s’infiltrerà come elemento esotico, presenza dal carattere addirittura clandestino, assimilato dall’estero in maniera incostante e senza la benedizione dell’ortodossia accademica. Nel caso dei grandi progettisti, per il Piemonte legati alla costruzione delle tenute reali e alla sistemazione dei parchi ad esse collegati, da Ernest Melano a Pelagio Palagi, dai fratelli Roda a Antonius Xavierius Kurten, operanti all’interno dei cosiddetti beni-faro, a Racconigi, Pollenzo, Busca, si tratta di una frequentazione piuttosto breve, in loco, col gotico parigino e londinese. Per tutti gli altri, geometri, piccoli professionisti, maestranze diffuse nelle diverse province del cuneese, si tratterà di un’assimilazione fai da te, derivata in parte dalla manualistica, soprattutto francese, di ascendenza illuminista, dov’erano raccolti innumerevoli esempi di strutture ispirate alla nuova architettura, in parte affidata al gusto personale, dando così all’eclettismo locale un profilo estremamente variegato, e perciò altrettanto singolare, difficile perfino da censire in tutte le sue espressioni. Se per i reali si trattava di codificare la propria presenza al di fuori della capitale attraverso un linguaggio nuovo che guardava all’Europa pur senza cessare mai del tutto di confrontarsi con le istanze classiciste, per la piccola aristocrazia provinciale fino ai notabili borghesi lo slancio neogotico era da un lato un modo di testimoniare la vicinanza agli stilemi e, dunque, ai messaggi propugnati nell’ambiente di corte, dall’altro una meravigliosa frontiera in cui sentirsi liberi di stimolare al massimo grado il gioco dei rimandi, del bello in sé non necessariamente funzionale ma in più di un caso superfluo, perfino senza senso. Uno iato ancor più riconoscibile nella destinazione d’uso degli edifici qui presi in considerazione. Se le tenute reali sono il simbolo di un potere che vuole presentarsi come moderno, illuminato e progressista, cercando perciò anche nell’avanguardia dei linguaggi architettonici la chiave del proprio consolidamento politico, non vengono meno tuttavia gli scopi pratici per cui sono progettate; produzione agraria, studi botanici di alto livello, allevamento di bestiame. Definite anch’esse in una cornice modernista che contemplava l’introduzione degli ultimi ritrovati tecnici per favorire al meglio la resa dei terreni, dei greggi e delle piante. Le serre del Roccolo – anche se non si tratta propriamente di una dipendenza reale, per quanto frequentata da casa Savoia – e con caratteristiche assai più vistose quelle imponenti ed elegantissime di Racconigi, confermano il delicato equilibrio raggiunto tra bellezza e utilitas in questa singolare interpretazione del neogotico.
Per gli innumerevoli castelli disseminati sul territorio vale un discorso a sé. Qui i nobili hanno dato nel tempo una personale interpretazione poetica, o in qualche situazione si potrebbe  dire eccentrica, della storia, tra sublime e giocoso. Venendo meno la funzione difensiva del castello, quale presidio militare strategico di un luogo, avendo disponibile un archivio a cielo aperto fatto di rovine e leggendarie gesta che in mezzo a quelle si erano aggirate tramandandosi nei secoli attraverso la memoria viva delle proprie comunità o nelle pagine di qualche ciclo epico, la fantasia aristocratica ispirata dal desiderio di darsi un tono corrispondente anche a un gusto internazionale, crea dei capolavori d’ingegno e d’arte unici nel loro genere. Il Castello Allara Nigra, quello di Envie e Marene, sono alcuni tra gli esempi più alti di questa estrema avventura dell’immaginazione che proietta la tradizione storica dei luoghi verso un’autocelebrazione di sé, affidandosi alla grazia atemporale della poesia, della fantasia e dell’ornamento in tutto ciò che viene edificato ex novo ma anche solo recuperato. Disegnare, progettare, costruire divengono tre momenti scaturiti da una bizzarra sala degli specchi dove i riflessi non si lasciano completamente cogliere né catturare, consistenze effimere che tuttavia attraggono con inaudita forza. Tra decadentismo e inquietudine gioiosa degna di una corsa in labirinto, questi edifici superano la stessa idea romantica di rovina come stratificazione del tempo storico ben formulata da Marc Augé in uno dei suoi saggi più pregevoli, introducendo a una durevole acronica mutevolezza dell’umana creatività.        
Una sosta particolare in questo itinerario comporta Dogliani e l’autore dell’ingresso monumentale al suo cimitero, Giovanni Battista Schellino (1818-1905), una delle personalità più estrose e inafferrabili della stagione neogotica, interprete di un eclettismo onirico a tratti esorbitante, plasmato in modo spiccatamente soggettivo, attitudine testimoniata dalla sua vasta e polimorfica biblioteca-archivio dove accanto ai robusti tomi canonici si scoprono raccolte di poche pretese e manualetti d’artigianato popolare. Apice creativo di una mente in continuo movimento, Dogliani è in buona parte il concretarsi dell’immagine romantica di attinenza filosofica che vede nel gotico una pietrificazione della natura. Il progetto e il suo realizzarsi nello spazio fisico si dipanano pur sempre entro sponde fantastiche, nel rimando erudito e allo stesso tempo svincolato dell’architetto che vuole prendere su di sé la tradizione salvo poi sparigliarne le carte, da una parte piegato alle necessità pratiche della committenza dall’altro deciso a non rinunciare a un dialogo colto, avido di riferimenti letterari – la fiammeggiante città di Dite di dantesca memoria – e di una stilizzazione estetica, impegnata più a ingaggiare una battaglia sul piano della mimesi, che al rispetto razionale di presunti ordini o rapporti.
Schellino è forse la piena e più interessante incarnazione delle tante anime del neogotico che hanno preso forma nel cuneese. Da quella di ascendenza più alta, e verrebbe da definirla altisonante, ad una più sommessa, magari soffusa, che continuerà a strisciare e rinnovarsi per tutta la provincia fino alla prima metà del Novecento e anche in manifestazioni contemporanee, che non appartengono già più alle rigide, piccole e grandi, ossessioni dello stile ma possono ormai considerarsi parte di un sentire più ampio, cifra culturale di un’area estremamente prolifica per il tipo di architettura oggetto di questa rassegna.
Tenute, castelli, torri, ma anche semplici torrette d’osservazione in mezzo a un giardino, padiglioni per feste o ricevimenti pomeridiani, chioschi di città, e poi ancora residenze per una villeggiatura rustica e salubre, in prossimità di terme e montagne, o ancora edifici per animali o essiccatoi per il rito autunnale della raccolta delle castagne, e infine tempietti, obelischi, edicole posizionate lungo i percorsi devozionali. Costruzioni per lo più minime, se vogliamo minimaliste, realizzate con materiali poveri, da maestranze di paese, nella penuria dei mezzi e senza troppe velleità, ma tutte accomunate dal bisogno di coltivare un rapporto intimistico, naturale e diretto col paesaggio, specchio del proprio esserci nel mondo. Un’idea ispirata alla fede e alle cose semplici del vivere, a metà tra slancio artistico, abbandono bucolico e calendario esiodeo da “opere e giorni”. Anche questo, anzi soprattutto questo, è il neogotico in provincia. Uno spazio, dicono Andreina Griseri e Roberto Gabetti nella loro magistrale Architettura dell’eclettismo (Einaudi, 1973), dove «l’uomo conta come una canna pensante su una muraglia cinese», a mio avviso la più lirica delle sintesi sugli ambienti neogotici.
Lorenzo Mamino e Daniele Regis, con infaticabile precisione, guidano il lettore in un cosmo denso di riferimenti geografici, storici, artistici, senza appesantimenti tecnici né astrattismi teorici, riuscendo gradualmente nella non facile impresa di coinvolgere sia il lettore poco avvezzo in materia d’architettura sia il viaggiatore meno familiarizzato con i luoghi descritti, tenendo saldamente legati i punti generali di questa loro densissima escursione ai dettagli affatto trascurabili che tanta parte delle presenze neogotiche hanno suffragato fino ai giorni nostri.
A chiudere il percorso del Cuneo gotico, l’atlante fotografico di Daniele Regis, galleria in bianco e nero dei volti salienti di questa immaginifica cavalcata tra illuminismo, romanticismo e sogno libertario, lucida fantasticheria che si compiace delle proprie origini storiche e attraverso la loro mediazione tutto vorrebbe abbracciare per conferire al territorio una dignitas internazionale, senza che i suoi connotati vadano smarriti. Nel confronto con modelli illustri, il citato testo sull’eclettismo di Gabetti-Griseri e poi ancora la grande fotografia di Ugo Mulas che a Dogliani ha dedicato uno dei suoi lavori più commoventi, l’atlante di Regis s’inserisce in quel dibattito mai sopito sulla funzione dell’immagine in architettura. Non elemento sostitutivo della visione diretta né strumento del tutto svincolato dalla scrittura, la foto è un supporto in grado di generare riflessione, un po’ per le sovrapposizioni che comporta con il reale, un po’ per le collisioni che vi introduce. Al lettore-spettatore il compito di avviarsi alla scoperta delle poliedriche facce, moltissime sommerse, di un tale avvincente laboratorio creativo.      

(Di Claudia Ciardi)


Dati delledizione:

Lorenzo Mamino-Daniele Regis, Il Cuneo gotico. Temi e itinerari nella provincia di Cuneo.
Sagep editori, 2016

* La pubblicazione rientra nellambito delle iniziative culturali che nellultimo triennio hanno interessato la provincia di Cuneo, valorizzandone il diffuso patrimonio culturale. Dallarchitettura allarte, dalla letteratura alla musica sono tantissime le attività promosse sul campo nellottica di una condivisione sempre più ampia tra addetti ai lavori, residenti e visitatori. Cuneo è attualmente candidata a Capitale italiana della cultura per il 2020. 
Il lungo e articolato lavoro di studio del territorio, confluito nella monografia qui recensita, insieme ad altre iniziative che annualmente coinvolgono giovani studenti di architettura (ad esempio il progetto dellA.R.C.A, arte, ricerca, comunità, abitare) sono la manifestazione tangibile del fermento culturale con cui questo territorio ha recentemente inteso valorizzarsi.

** Allinterno dellatlante di Daniele Regis, da cui sono tratte le due immagini che aprono e chiudono questo articolo, si segnalano le foto Guglie, pinnacoli, alberi (Dogliani, cimitero monumentale), esposta in unedizione della Biennale di fotografia a Venezia, e Salone di ingresso (Busca, Castello del Roccolo), premiata nel contest bandito dalla prestigiosa rivista americana «Black and White» (sezione di architettura, edizione 2017/2018). 

*** Le foto che compaiono nel presente articolo sono state selezionate, elaborate e in parte realizzate dallautrice.



  
Il romanticismo, crocevia di suggestioni gotiche e neogotiche
Caspar David Friedrich, Cimitero nella neve, (1817-1819)



Tra chioschi, padiglioni e flâneurs. Il neogotico passa anche per queste piccole architetture frutto di un artigianato originale ed estemporaneo.
















Suggestioni preraffaelite, eclettismo di stili, virtuosismo di forme, ipertrofia della citazione.
Il Castello Allara Nigra come trionfo di un neogotico colto e immaginifico. 





  




«Il castello sembra emergere come idea sublimata, entro un quadro misterioso, in un clima esotico. Non è più un edificio tipo ancorato al passato ma unimmagine attuale, esaltante, pienamente nel clima del romanticismo; e il pittoresco entra in unidea in cui sia ledificio che il paesaggio si adattano e si abbelliscono lun laltro».
(Da Mamino-Regis, Il Cuneo gotico)

Il Castello Allara Nigra e quello di Marene a confronto con altre realtà regionali: Un oriente fantasioso e polifonico d’ispirazione moresca, rinascimentale e neogotica al Castello di Sammezzano in Toscana. Incrocio fiabesco sbocciato a fine Ottocento dal genio del marchese Ximenes.


Padiglioni come timide presenze di un sogno, casette per i custodi dei parchi, raffinati locali per feste e ricevimenti in giardino.
Larchitettura neogotica è il simbolo di un otium aristocratico colto e moderno.

























La levità architettonica delle serre di Racconigi, esempio di neogotico tra i più prestigiosi a livello internazionale, forse vagamente ispirate alla leggerezza di forme del Camposanto Monumentale di Pisa.


Non solo gotico ma anche romanico. Due stili che non smettono di parlarsi. Tra lAbbazia di Revello (Cuneo), la Chiesa di Cavallermaggiore (Cuneo, scelta per la copertina del libro) e San Giovanni Fuorcivitas (Pistoia).



John William Waterhouse, Lady of Shalott, 1915.
Ultimo dei preraffaeliti, si cimenta più volte in questo soggetto. La dama di Shalott, a causa di una maledizione, è costretta a vivere in una torre senza alcun contatto col mondo reale del quale può solo osservare il riflesso in uno specchio. Si tratta di una struggente allegoria, se vogliamo, di tutto il neogotico, stile investito di luce riflessa che imita, assorbe, innova i modelli del passato tra giocosa malinconia e fascino decadente.




Gotico di strada.
Porticine gotiche dinvenzione. Ingresso del settecentesco Teatro Rossi, Via del Collegio Ricci, antistante la facoltà di lettere e filosofia (Pisa).





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