19 aprile 2018

Non tradite le parole




L’infinito di Giacomo Leopardi in greco



È una riflessione che ho in animo da tempo. L’articolo di Edoardo Boncinelli uscito su «La lettura» dell’8 aprile 2018 ha contribuito a ricordarmene l’urgenza. Un ragionamento sulla necessità di non sprecare le parole, di non tradirle, e sulle conseguenze antropologiche derivanti dal quotidiano esercizio al sovvertimento, alla destituzione dei loro confini segnati, ingenerando quella confusa irresolutezza tra ciò che significano e ciò che tendono ad adombrare, troppo spesso sobillato per ottunderle ed estinguerle quasi.
Lo studio delle lingue antiche ha fatto sì che sviluppassi fin dall’adolescenza anticorpi abbastanza efficaci verso certe banalizzazioni linguistiche. È pur vero, però, che il bombardamento di banalità cui siamo sottoposti, scempi verbali e non solo, giacché il linguaggio è veicolo e sismografo di quel che una società ha scelto di divenire, insomma questo coacervo superficialissimo e dissonante, filtra ovunque, anche laddove pensiamo di aver costruito argini sicuri. Mi son chiesta spesso: se io che mi son forzata a studi del genere e ho ascoltato quel che avevano da dirmi le cosiddette lingue “morte” – ma solo nel senso di non esser più parlate da un paio di millenni, eppure vive ancor più della lingua che parliamo adesso – se io stessa fatico a suscitare nelle parole un più autentico spirito, legante del linguaggio, come possono altri cui manca anche un tale confronto? Una lingua morta oggi ha più facilità di riconciliarci con un uso verbale coerente e onesto, di quanto non vi riesca la comunicazione di tutti i giorni.
La risposta che mi son data sulle mie stesse inadeguatezze a fronte degli studi classici, è piuttosto incalzante; anche questi studi risentono, fenomeno inevitabile, dell’epoca in cui son condotti, che da una parte è respingente, se non ostile, alla loro sopravvivenza, processando tutto secondo le categorie dell’inutilità e dell’utilità. Dall’altra, orientata com’è al generale abbassamento del livello culturale, insidia anche chi con encomiabile resilienza queste materie continua a divulgarle. 
No, non son proprio più i tempi degli «studi leggiadri», di Bessarione e dei grandi maestri bizantini venuti in Europa dopo il crollo dell’impero d’oriente, di quella mirabile, incredibile commistione di antico e moderno che prima diede forma al volgare, portato al trionfo dai grandi del Trecento, quindi accompagnandosi alla piena riscoperta del greco religiosamente destinato alla crescita della letteratura, che tra Cinquecento e Ottocento contribuì a scolpire una visione del mondo. Nel bene e nel male non si tratta ormai più di quella cultura certamente elitaria, anzi elitarissima, a sua volta fin troppo settaria, ma che ha anche prodotto nella nostra lingua capolavori eccelsi.
Ai nostri giorni è perfino nata – orrore – la letteratura commerciale dell’antico, definita talentuosa e innovativa da alcuni tra i più prestigiosi organi di stampa occidentali e tradotta addirittura nei templi stessi dell’antico. Come si vede il morbo è in estensione. Perché oggi tutto deve sforzarsi di essere comunicativo. Nei tempi dello sdoganamento di internet sorgono strane figure che si dicono animate da sana e disinteressata divulgazione, in realtà investite, oltre il limite di guardia, da un insano accanimento verso le pratiche comunicative. Nascono i censimenti dei poeti – e quanti bei nomi mancano all’indice – e le poesie attente alla comunicazione, a come dovranno diffondersi e incontrare il gusto del lettore e farsi notare; con l’imbarazzante risultato, non occorre neanche dirlo, di comunicare molto poco. Un Eugenio Montale, un Dino Campana, un Alfonso Gatto, non si son preoccupati di esser comunicabili al di là dei loro versi, eppure son ben lontani dal veder esaurita nella loro opera la potenza di una significazione. E se penso a un personaggio ingombrante e assai più rumoroso come Gabriele D’Annunzio, che molto ha voluto comunicare di sé e dei modi del suo esercizio creativo, non posso comunque fare a meno di considerare l’infinito raccoglimento che è alla base del Notturno e l’intimismo colto dell’Alcyone: entrati di diritto nella letteratura italiana. Possa piacere o no il personaggio, ma nelle sue esternazioni, anche le più ridondanti, vi era una volontà comunicativa ispirata da una visione, che ha anche saputo ritrarsi, quand’era il caso. Nulla a che fare con il rumore di fondo di tanti odierni cosiddetti comunicatori dell’essere illetterati. 
Ho raccolto, saranno passati non più di tre o quattro anni, alcune espressioni che mi è capitato di sentir ripetere con insopportabile frequenza, esempi a mio parere di quello scadimento della lingua, e quindi dell’etica del parlante, che dicevo all’inizio. Le elenco qui brevemente a suffragio del ragionamento che motiva questo scritto.
L’abuso dell’aggettivo epocale. Nelle belle pagine del saggio di Paolo Chiarini sull’espressionismo tedesco, suonava storicamente motivato e animato, se vogliamo, da una sua grazia letteraria. Da dopo aver letto questo libro, sarà stata una pura coincidenza, anzi di certo lo è stata, “epocale” divenne quasi tutto. Notai che l’aggettivo era usato con una disinvoltura agghiacciante che ottundeva qualsiasi concetto: anche la passeggiata del cane del vicino aveva in qualche racconto un che di epocale. Il risultato fu, ed è ancora, che mi son quasi vergognata di averlo utilizzato per la recensione di Chiarini e forse per un paio d’altri articoli.
Come tralasciare quindi il  sempreverde scontro di civiltà, che torna puntuale nel dibattito oriente-occidente. E un’espressione del genere, non occorre dirlo, non aggiunge nulla al dibattito. Segue a ruota l’ossessione per il populismo, chiave di lettura sempre pronta all’uso e spauracchio di ogni analisi politica. Nella vacuità imperversante delle analisi, bisognava inventarsi un riempitivo.
Prima o poi arriva chi si è rimboccato le maniche. Una frase proprio insipida, in senso etimologico. Si è soliti sentirla pronunciare nelle difficoltà che non hanno visto concretarsi alcun aiuto. Dunque, chi fa da sé si rimbocca le maniche, oppure bisogna convincersi che, siccome di aiuto non se ne parla, anche quando sarebbe dovuto, “è necessario rimboccarsi le maniche”. Alter ego dell’italico arrangiarsi; la crisi economica ha inchiodato queste espressioni alla loro misera incapacità senza via d’uscita. Nei tempi attuali, che tu ti rimbocchi le maniche o tu ti arrangi, è sempre abbastanza dura. Ripetuta tante volte, come avviene nel marasma linguistico dell’ora e adesso, diventa sintomatica di un’impotenza collettiva scoraggiante.
Procedo con una memoria personale, un colloquio con un imprenditore orafo e la sua servizievole segretaria, donna di consolidata incompetenza e senza alcuna attitudine per lo stare al pubblico – a questo punto arriva l’altro tipico pensiero maschile, che sussume molte aggiuntive banalità e pregiudizi divulgati dalla nostra cultura “bella donna?”. No, non era una bella donna. Al termine del nostro colloquio – cercavo uno sponsor per un’iniziativa culturale – è giunta la conclusione che nulla intendeva concludere: «sì, ma io voglio vedere i risultati!». Questa affermazione ho avuto modo di ascoltarla e soppesarla diverse volte, in contesti apparentemente lontani, e non ha smesso di trasmettermi la sua abbacinante inutilità quando non si ha nulla da argomentare.
Infine poche altre perle di saggezza. L’inflazionatissimo, soprattutto da parte femminile, “mettersi in gioco” – a un certo punto c’è sempre una donna che ha voglia di mettersi in gioco. E quindi? Provate ad ascoltare una qualsiasi trasmissione televisiva, arriverà senza farsi attendere troppo. Sono qui perché mi sono voluta mettere in gioco…E allora? Il fastidio di questa salottiera autodafé sta nel fatto che si tira dietro in automatico la domanda di chi la subisce: e a me che…? Abbiamo poi, in chiusura, il celeberrimo “purtroppo c’è crisi” – lo abbiamo sentito fino allo sfinimento in questi anni di risposte mancate a qualsiasi richiesta – l’isterico “d’altra parte si vive una volta sola”, il gelido e inquietante, per l’associazione che instaura con un’ipotetica pandemia, “è diventato virale”.
Ci sono poi, e anche qui non basterebbe scrivere un manuale, le pseudo dialettiche da social. Una discussione, se mirata all’attacco personale, si svolgerà sempre tirando dentro le stesse identiche argomentazioni – provate a scorrere un qualsiasi alterco tra due utenti: sarai mica permalosa (se fai notare che ti ha scritto un’imbecillità), vai fuori argomento, denoti debolezza, hai un livello proprio…e poi scattano le offese, perché quello era il proposito (e la provocazione) iniziale, ovviamente.
Aperta questa parentesi sulle peggiorate condizioni della lingua, sui suoi innumerevoli tic, e i limiti culturali e psicologici di una parte consistente degli interlocutori coinvolti, desidero evidenziare un epilogo ulteriore di questo generale scadimento. È una conseguenza ben introdotta a mio avviso dal citato articolo di Boncinelli, quando ci fa presente che nel riferimento, ad esempio, alla parola natura non sappiamo più a che cosa vogliamo richiamarci, e tutto si riduce molto spesso a uno sconcertante guazzabuglio semantico.
La conseguenza, dicevo, altrettanto confusa e pericolosa è la facilità con cui si ricorre nelle argomentazioni agli anestetici a buon mercato. Mi spiego meglio: se alla parola guerra non riesco ad attribuire il senso che la guerra ha effettivamente, ogni discorso contro o a favore è suscettibile di una reazione neutra. Come posso schierarmi in un senso o in un altro se in quello che affermo non vi è contenuto, contesto, storia, polemica, insomma un vissuto? Mi sono molto arrabbiata leggendo ultimamente certe discussioni sugli aiuti ai terremotati. Secondo alcuni opinionisti parlare di certi problemi è sciacallaggio politico. Al che sono intervenuti alcuni residenti nel cratere sismico, giustamente risentiti – chi più di loro ha diritto di parlare? – sostenendo che la discussione, perfino lo scontro, a livello di istituzioni è vitale e non significa strumentalizzazione. Quel che uccide, direi in generale, è proprio questo anestetico a buon mercato che vuole smussare le opinioni, abbassare i toni ed esser gentile, ma nelle risultanze ha il volto efferato dell’ignoranza e dell’indifferenza. Dire una parola e tradirla, dare una parola e non mantenerla. Sintomo di paralisi culturale, etica ed economica. E di tanta scrittura e letteratura che non sono proprio, neppure lontanamente, né l’una né l’altra.   


(Di Claudia Ciardi)

8 aprile 2018

Filippo de Pisis al Museo Ettore Fico di Torino







Fino al 22 aprile è possibile visitare al Museo Ettore Fico di Torino la mostra dedicata a Filippo de Pisis. Un intenso percorso artistico che mette in luce il variegato cammino del pittore ferrarese, una rassegna ben articolata sul piano delle opere esposte e degli spunti tematici. L’evento conferma l’ottimo livello delle iniziative culturali messe in campo dal capoluogo del Piemonte, centro attrattivo fra i più consolidati in Italia per quantità e qualità dell’offerta. A margine, e neanche tanto, si noti che la collocazione al Mef è un valore aggiunto, essendo un polo espositivo d’eccellenza, bello e da vivere anche per la sua semplicità architettonica, in una zona urbana che sta attraversando una fase di espansione e fermento culturale ulteriore.

De Pisis è artista dalle tante sfaccettature che, partendo dalle esperienze a lui contemporanee di de Chirico, Savinio e dei “metafisici” e allo stesso tempo mostrando fin da giovane la più ampia ed eclettica dedizione allo studio dei grandi maestri del passato – la pittura del Cinquecento e del Seicento veneziano, Tiziano, Tintoretto, Tiepolo e poi molti dei cosiddetti minori, tali solo per convenzione, gli impressionisti, poi studiati in loco durante il soggiorno parigino – crea un linguaggio proprio, fondante, nodale e subito destinato a tracciare rotte inesplorate nel panorama novecentesco.
La sospensione delle nature morte, il perenne incerto a cui sono consegnate, spoglie, ineffabili eppure così compiute, quasi fin troppo credibili nella loro disarmante compiutezza, e l’irraggiamento di infiniti mondi all’orizzonte, qualcosa di conturbante che apre a strani eterni, protesi, liquidi, fuggevoli. Questa dualità stravolta di tempo in decadenza e non tempo, esercita un potere fiabesco sull’osservatore, che si sente sempre trascinato a una soglia metafisica. Ma la mostra ci racconta ancor più lo studio attento, perfino esplorativo se vogliamo, coltivato da de Pisis in diverse direzioni del sapere. Dalla consuetudine con la poesia, che coltivò in proprio ottenendo per i suoi versi anche un certo riconoscimento in Francia, e accresciuto dall’amicizia coi futuristi, con Umberto Saba ed Eugenio Montale, alla musica, alla botanica – fu paziente compilatore di erbari, disegnatore, cercatore di piante per passione. E ancora, collezionista d’arte e di codici miniati, interesse quest’ultimo che gli fece sviluppare tecniche di finissimo decoratore, al punto che i suoi “ritagli da amanuense” sembrano strappati a manoscritti originali.
Infine, il suo studio, il microcosmo dove questi tanti universi paralleli entravano in collisione, cercandosi, contaminandosi. Quello studio ovunque ricreato, angolo salvifico e osservatorio privilegiato in ogni città vissuta; Ferrara, Bologna, Roma, Parigi, Milano, il suo centro radiale, la sua conchiglia pulsante si ritrova intatta ad ogni tappa. L’allestimento torinese consente di toccare con mano questa intimità del processo creativo di de Pisis, di afferrarne le diverse dinamiche e anche di entrare in sintonia con l’artista, tanto le stanze dedicate si aprono allo sguardo come finestre biografiche, non solo complici del fraseggio critico ma ancor più irradiate dal racconto umano.  


(Di Claudia Ciardi)

  
Link utili:




*Le prese sono state autorizzate dal personale della mostra



Natura morta con libri



Paravento delle tre stagioni



Natura morta con candela



Composizione (Pagliaccio)



Erbario



Miniature


27 marzo 2018

Enrico Camanni - L'incanto del rifugio






È una parola con un’ampia diffusione nella lingua, che a partire dalla sua etimologia, il latino refugere, implica un moto di ritrazione, un andare all’indietro, e all’interno, verso una meta che sappiamo sicura per fuggire immediati pericoli e altre minacce che mettano a rischio la nostra integrità. Di rifugio si parla in molti contesti, tra loro anche lontani, e ciò basta a farne un vocabolo ponte che unisce aree differenti dell’operare umano e del pensiero che vi trae origine. Riparo per chi fugge da una tormenta o da una tempesta, per chi vinto dalla stanchezza ha smarrito la via, esiste il rifugio di montagna e il porto di rifugio. Nel medioevo erano gli ospizi dei monaci che rifocillavano i viandanti, strappandoli alle insidie delle bufere e delle notti sui valichi. Quindi sono divenute le strutture, prima assai spartane, tanto in qualche caso da farli preferire “la bella stella”, poi accessoriate e tecnologiche, per i temerari delle cime. In epoca di più o meno forzate economie e crisi ricorrenti si fa un gran parlare di “beni rifugio”, anche questi ormai desolatamente ai più fuori portata. In gergo militare si definisce così una struttura sotterranea attrezzata per resistere agli attacchi del nemico. E infine nelle litanie lauretane l’espressione “refugium peccatorum” risulta essere uno degli epiteti della madonna.
Col suo librino per escursionisti e curiosi Enrico Camanni offre un compendio utile sia ai cultori che ai profani della montagna, e lo fa con la sua scrittura agile e accattivante che io ho imparato ad apprezzare attraverso le pagine intensissime di Il fuoco e il gelo, poetico incrocio di storia e letteratura, per me una delle pietre miliari nella narrativa contemporanea. Giornalista torinese, alpinista, autore raffinato, profondo studioso e conoscitore della montagna, sua la consulenza per l’allestimento del Museo delle Alpi a Forte di Bard che ho avuto modo di visitare in tempi recenti, nonché curatore dei progetti per il Museo del Forte di Vinadio e il Museo della Montagna di Torino. Camanni sa avvicinare alla montagna senza clamore né sovrabbondanti mitizzazioni. Racconta storie col piglio del montanaro esperto che non ha bisogno di abbellire né di cucire fronzoli a quanto descritto, perché si nutre della cosa più preziosa, l’esperienza del luogo, la pazienza della sua coperta.
Quell’andare lento per cose lente, che occorrerebbe rimettere al centro delle nostre abitudini, nei rapporti quotidiani che intratteniamo con le persone ma pure con gli oggetti, come anche quando ci distacchiamo da questi per coltivare insolite lontananze in cerca d’altre conferme. Precisamente da qui scaturisce l’incanto di Enrico Camanni, che già in virtù di un simile atteggiamento ci introduce al più bello dei rifugi, quello in cui sostare per il tempo necessario a ritrovarci. Il rifugio, è bene averlo presente e l’autore non manca occasione di ribadirlo, ha infatti per chi lo raggiunge una natura transitoria. Guai pensare di abitarlo, guai portarvi le abitudini e i difetti dell’abitare. Quell’illusione di stabilità finirebbe col rivoltarsi contro di noi. Solo nella sua dimensione di passaggio in grado di soccorrere, anche di salvare la vita in casi estremi, o più in generale di offrire quel che serve per procedere oltre con maggior forza e convinzione, solo così il rifugio assolve correttamente il proprio compito.
Questo “piccolo elogio della notte in montagna” – è il sottotitolo del libro – potrebbe dunque leggersi come una guida filosofica del camminare e del fermarsi in attesa quali svolte essenziali nella conoscenza del sé, un po’ in scia alle solitarie passeggiate di Rousseau.
C’è spazio nelle belle pagine di Camanni per le imprese memorabili dell’alpinismo, da Balmat a Gervasutti, ma anche per aneddoti e riflessioni più profonde sui cambiamenti climatici e la conservazione dell’ambiente. Emblematico e di grande impatto descrittivo il crollo del seracco pensile del Monviso, vissuto in presa diretta da due scalatori miracolati, rimasti incolumi. E poi ancora, miti e leggende alpine, le voci dei tanti che la montagna l’hanno salita e discesa coi loro sogni, le loro sfide e, cosa più che umana, le loro paure. Perché avvicinare la montagna equivale a una liturgia. Bisogna sentirlo profondamente questo rito e averne rispetto nel compierlo. Camanni parla infatti di “momento liturgico” del rifugio, associandolo al ritorno dall’ascensione. Quasi stato di grazia, perché la mente è sgombra, le tensioni andate e tutti i pensieri son disponibili a godersi quel senso assolutamente particolare di ospitalità e accoglienza che appartiene solo a spazi simili. Non è una cosa che si può spiegare. Quando si arriva, anche dopo una lunga camminata sulla neve fresca, immersi nei silenzi della montagna addormentata, e fa già quasi buio e alla fine del sentiero trovare una porta aperta, magari una stufa accesa e forse qualcuno che ti serve un tè caldo. Un momento così te lo porti dentro sempre, è una poesia incisa nella cadenza infinita di una cosa troppo grande e perfetta per essere trascritta: è la natura con cui ti sei appena riconciliato.
Questo librino, lo si è detto, tocca e condensa ogni genere legato al racconto di montagna, dai diari, alle cronache d’imprese memorabili, dalle biografie dei personaggi che hanno aperto le prime vie alle fantasie di fuochi fatui e angeli sterminatori venuti a punire l’avidità umana. Tutto vi è rappresentato col tocco lieve e allo stesso tempo sapiente del grande scrittore esperto di uomini e terre alte, che in punta di penna ci accompagna fin dove i nostri passi e magari, ancor più, la nostra immaginazione, avranno voglia di spingersi.   
       

(Di Claudia Ciardi)


Edizione consultata:

Enrico Camanni,
L’incanto del rifugio. Piccolo elogio della notte in montagna,
Ediciclo Editore, 2017


24 marzo 2018

Dal taccuino giapponese (VII)


Gli schizzi realizzati in piedi immersa nei paesaggi di Capraia, l’isola-monte, nella sua calda estate, di vento forte a momenti. Seguendo antichi sentieri, in un luogo che è stato crocevia di storia e di storie.



Il Monte Campanile, detto la piramide, sulla strada vicinale del Semaforo – luglio 2017



Sul sentiero che porta al monte Campanile e all'Arpagna, con la Chiesa di San Nicola a destra sullo sfondo – luglio 2017



Il Monte Arpagna – agosto 2017



Tre cime a destra del Monte Arpagna – agosto 2017



Paesaggio dal porto – agosto 2017



Paesaggio dal porto – agosto 2017



Un quaderno di appunti tenuto durante il viaggio


In occasione del lancio del canale YouTube “margini e miraggi” collegato al blog, dedicato alla divulgazione di anteprime, eventi e ricerche, è stato diffuso il video Capraia. Una rivelazione, racconto per disegni e altre immagini della più selvaggia fra le isole dell’arcipelago toscano.  



Canale YouTube: margini e miraggi




22 marzo 2018

«Montagne 360» - marzo 2018





Da leggere e rileggere «Montagne 360» di questo mese, numero ad alta densità di argomenti, a cominciare dalla storia dell’alpinismo d’impronta femminile. Storie di pioniere troppo spesso dimenticate o confinate in narrazioni marginali, laddove invece le donne hanno saputo imporsi fin dall’Ottocento come figure di rilievo, carismatiche quanto ostinate. La forza messa in campo da queste personalità esemplari si conta non solo per le imprese di altissimo livello compiute dagli albori della disciplina ma ancor più nel senso della costanza adoperata per il superamento dei pregiudizi.
Se da una parte il mondo dell’associazionismo ha aperto piuttosto presto alle donne, con qualche diffidenza ma anche stimolando – da annoverare in tal senso la Società degli Alpinisti Tridentini che già dal 1872, anno della sua costituzione, contemplava la presenza di soci donne, e il Cai, che iniziò ad ammetterle dal 1886 – fa scalpore la fatica con cui la platea dei maschi alpinisti le abbia accettate, quando non esplicitamente osteggiate. Riflesso delle chiusure presenti nella società civile che ha concesso il diritto di voto alle donne, parliamo dell’Italia, non prima del 1946: tardi è dir poco, se guardiamo a quel lontano 1861, anno dell’unità nazionale.
Leggere che la grande Alessandra Boarelli stava per soffiare la cima del Monviso a Quintino Sella, è esaltante. Siamo al cospetto di una donna che a metà Ottocento decide di scalare una montagna nel tentativo di scrivere una pagina di storia. E che storia, se poco dopo l’unità d’Italia quella vetta, simbolo del paese, se la fosse presa davvero. Tenendo conto, peraltro, che la stessa regina Margherita non si faceva nessuno scrupolo a esternare la sua passione per la montagna, portando a termine percorsi tutt’altro che scontati: per citare l’impresa più nota, nell’estate del 1893 salì a inaugurare il rifugio sul Monte Rosa.
A leggere le motivazioni – ma meglio sarebbe dire i pretesti – addotti dalla controparte maschile per tenere lontane le donne da ghiacci e canaloni verrebbe perfino da ridere: fragilità fisiologica e psichica. Insomma il solito giudizio ricorrente, mica solo nell’alpinismo. Se poi si pensa che questo ritornello è stato in molti casi l’alibi secolare di segregazione, violenza domestica, atteggiamenti autoritari e vessatori, tutto si può dire tranne che le donne non abbiano avuto personalità, se non altro per non soccombere a tali situazioni. 
Dunque, in queste belle pagine, tante storie avvincenti e poco note. Dal ricordo affettuoso di Bianca Di Beaco, alpinista e speleologa triestina recentemente scomparsa, una delle prime italiane ad affrontare negli anni Cinquanta difficoltà di VI grado da capocordata; alla testimonianza di Negin Fathinejad, iraniana da tempo residente in Italia, iscritta all’università di Cassino e appassionata di trekking, che ci parla delle montagne del suo paese e dei modi in cui le donne, nel rispetto di alcuni adempimenti governativi, riescano a praticarvi con un certo successo attività escursionistiche.
Luca Calzolari ci richiama quindi all’importanza del turismo sostenibile per dare un futuro certo, anche in senso economico, alle terre alte. Senza progetti che sappiano intercettare e calibrare i flussi in base alla reale capacità ricettiva dei territori, nel tempo si avranno ricadute negative sull’ambiente montano e le attività locali. In un periodo di inflazione narrativa della montagna, che rischia di essere divulgata (e venduta) alla stregua di altre mode passeggere, è importante saperla raccontare nel rispetto delle sue caratteristiche, sensibilizzando il visitatore ad una frequentazione corretta e consapevole.
Vengono di nuovo proposti i suggestivi itinerari nell’Appennino centro meridionale, stavolta entro la comunità montana del Velino, sede del Polo agroalimentare del Parco Nazionale del Gran Sasso, e i Monti della Laga nell’amatriciano. Uno sguardo che parla anche di una lenta riappropriazione dello spazio che necessita di ampia discussione e condivisione tra residenti e costruttori. L’architetto Stefano Boeri, autore del bosco verticale sui grattacieli di Milano, ha disegnato diverse strutture per le nuove attività commerciali, tutte in elementi modulari di legno, ed è in fase di allestimento la Casa della Montagna ad Amatrice, polo per dibattiti ed eventi, finanziata dal Cai.
Ulteriore scandaglio di questi territori e delle difficoltà attraversate in seguito al terremoto, la mostra fotografica “Sequenza sismica”, che ha dato luogo lo scorso gennaio a una giornata di studi con l’incontro tra le comunità colpite, gli artisti e i soccorritori. 
Infine, il lavoro di Alessio Franconi, altra articolata ricerca per scatti in bianco e nero sul fronte alpino orientale della Grande Guerra, anche questo all’insegna di storia e memoria. La monografia pubblicata da Hoepli, “Si combatteva qui!”, prendendo le mosse dall’opera di Franconi, ci accompagna dalle Alpi ai Carpazi sulle tracce delle vicende che fra il 1914 e il 1918 travolsero i soldati asburgici e italiani.

(Di Claudia Ciardi)



* Dagli scatti di Alessio Franconi (riproduzione di un dettaglio) - resti di trincee a Bovec (in italiano Plezzo, in tedesco Flitsch), Slovenia

12 marzo 2018

Nicholas Roerich - Montagne di bellezza e d'immaginazione



Nicholas Roerich è un personaggio molto particolare nel panorama artistico di fine Ottocento. Figura di transizione in un’epoca costellata da sommovimenti di ogni genere, la sua attività non è facilmente inquadrabile. Non foss’altro perché la pittura, per quanto componente ricchissima e vitale in tutto l’arco della sua esistenza, riveste solo uno dei molteplici interessi culturali cui si dedicò con straordinaria energia. Nato a San Pietroburgo nel 1874, studente di legge per volontà del padre, Roerich nutrì fin da giovane un’incontenibile inclinazione per le arti figurative, tanto da frequentare in parallelo le lezioni all’Accademia di Belle Arti, oltre ai corsi di architettura e archeologia. Furono proprio queste due discipline a fargli intraprendere una carriera professionale che gli consentì di raggiungere progressivamente la piena realizzazione artistica. 

Ottenuta nel 1898 una cattedra all’istituto imperiale archeologico, alla soglia del nuovo secolo era già un elemento di spicco nello scenario culturale pietroburghese, e non solo. Studioso dello stato di conservazione dei monumenti russi (chiese e cremlini), teneva conferenze e continuava a coltivare il disegno e le ricerche indirizzate al patrimonio folklorico del suo paese – interesse antico, risalente alle lunghe estati della sua adolescenza trascorse presso la tenuta di famiglia a Isvara. Ambito disciplinare che più o meno nello stesso periodo e in aree geografiche diverse aveva calamitato attorno a sé alcuni dei più eclettici ingegni operanti sul doppio fronte etnologico e letterario; tra gli italiani si pensi a Giuseppe Tucci (1894-1984) e Maria Savi Lopez (1846-1940), singolare personalità di letterata e antropologa, autrice, tra i numerosi altri, di un ampio volume sulle leggende alpine.
La straordinarietà di Roerich consiste nell’aver mantenuto costantemente vive tutte le proprie innumerevoli passioni culturali, sentendo il bisogno di non abbandonarne nessuna ma trovando di volta in volta stimoli nuovi in grado di dare un apporto e fare da collante all’intera sua attività, dall’impegno politico a quello antropologico. Fu innanzitutto un curioso, animato dalla volontà di conservare memorie del passato, così da inseguire quelle vestigia ancestrali dell’umanità nei luoghi più antichi del mondo, fin nel cuore pulsante e sperduto dell’Asia. La sua e quella della moglie, Elena, compagna e musa fedele, nipote del compositore Modest Mussorgskij e pronipote del generale russo Kutuzov, è la storia di un’unione complice in tutto che li portò a condividere viaggi, percorsi di ricerca, scoperte, e in generale armonia e bellezza, i due pilastri fondamentali di ogni manifestazione d’arte e sapienza. Secondo Roerich infatti: «Ogni cosa, da un atomo a una stella, da un fiore ad un uomo, contiene in sé parti positive e negative e l’attenzione dell’uomo, poiché l’energia segue il pensiero, chiama alla vita quelle su cui si sofferma. Creare la bellezza ovunque, ad ogni livello e con ogni mezzo, sottolinearla e darle valore, significa lavorare per la rigenerazione del mondo».
A questo si ispirano anche i suoi quadri. Nel 1920 poteva già vantare un corpus di duemilacinquecento opere, quando venne invitato a trasferirsi negli Stati Uniti, dopo una breve parentesi da esule in Finlandia e a Londra, a seguito dei rivolgimenti nella madrepatria  e tuttavia nelle primissime fasi della rivoluzione venne reclutato quale presidente del Comitato di artisti creato dallo scrittore Maksim Gorkij, tanta era la buona fama e il rispetto di cui godeva da ogni parte. Alla fine della sua esistenza si conteranno ben settemila tele, cui vanno aggiunti milleduecento manoscritti ispirati a svariati temi e discipline. La prima esposizione itinerante di suoi dipinti venne prorogata per due anni di fila e gli permise d’essere conosciuto da New York a San Francisco. Nel 1924, un anno dopo la fondazione del Roerich Museum, ottenne i finanziamenti necessari per la grande spedizione asiatica a seguito della quale furono rinvenuti reperti e testi antichissimi, d’inestimabile valore. Nei lunghi e faticosi itinerari che lo portarono dapprima nella Russia del sud, quindi in Turkmenistan e poi ancora nel Sikkim, in Tibet, Cina e Mongolia, trovò il tempo e la concentrazione per realizzare quadri straordinari in cui catturò quell’immortale magnetismo himalayano che è tra le manifestazioni di poesia più compiute e preziose cui l’umanità possa attingere. Come capita spesso quando si è di fronte a personaggi di cultura mossi da molteplici talenti, la foga di volerne restituire un ritratto categorico e quindi statico, finisce per disperdere proprio quel che hanno di più prezioso: la vivacità delle intelligenze che non si sono risparmiate in nessun istante della loro vicenda terrena. Nel caso di Roerich si eccede credo nel farne un profeta relegato a culti esoteristi di diversa natura. Fatto salvo che l’orientalismo, con tutto ciò che comporta e perfino nei suoi risvolti maggiormente spiritisti, è stato un settore di studi alla base della sua attività, di qui a dipingerlo come un santone irrazionale significa semplificare e banalizzare proprio i contenuti filosofici, religiosi, storici che hanno alimentato la sua stessa ascesa come intellettuale e pittore. E in generale perdere di vista quelle schegge di bellezza che invece i suoi quadri, se osservati senza troppe sovrapposizioni analitiche, sanno indiscutibilmente donare a chi li avvicina con purezza di sguardo e sentimenti, che poi è la vera essenza perseguita e divulgata dal loro autore.


(Di Claudia Ciardi) 




Mount "M" - 1931



  Mount of five treasures (Two Worlds) - 1933



St. Sergius Chapel - 1936



Messanger from Himalayas - 1940



Sunsets



Gundla



Command of the Master - 1947*

è l'anno della scomparsa di Nicholas Roerich, morto in dicembre, le sue ceneri sono state tumulate ai piedi dell'Himalaya




5 marzo 2018

Marc Augé - Un etnologo nel metrò





Marc Augé, classe 1935, antropologo francese autore di libri fortunati nei quali ha indagato il senso dello spazio e della memoria, come il celebre «Rovine e macerie» edito in Italia da Bollati Boringhieri, con «Un etnologo nel metrò», breve ma densa monografia, ci accompagna in un affascinante viaggio lungo le linee della metropolitana di Parigi.
Quello che potrebbe sembrare un insolito terreno di esplorazione, incoerente all’apparenza col mondo di superficie, si rivela un luogo di richiami e sedimentazioni, caratterizzato invece da una straordinaria capacità ricettiva. E viceversa, giacché il sottosuolo, divenendo fulcro delle abitudini in base a cui si articola la vita in metropoli, contamina largamente quel che accade qualche metro sopra. La sintonia che qui è possibile cogliere con i livelli più profondi del sé, permette di analizzare la struttura del corpo sociale, fino a tracciarne riti e itinerari riconducibili a una vera e propria era geologica che ha visto la piena affermazione della metropoli e dei suoi ritmi.
Il metrò diviene dunque una macchina del tempo in grado di mettere in contatto zone d’ombra, o più semplicemente lembi sopiti della nostra interiorità, con la storia sociale cui apparteniamo o crediamo di appartenere. I nomi delle fermate che in rapida successione si offrono allo sguardo del viaggiatore dal buio della galleria, racchiudono cosmogonie d’inaspettata ricchezza, attraverso cui risalgono matasse di memorie, delle quali non tutto, e non sempre, si indirizza alla nostra comprensione. La mappa della metropolitana descrive una geografia che solo in piccola parte è indicativa di un tragitto; i vagoni funzionano come un vero e proprio dispositivo a mezzo del quale la storia dei singoli s’incontra con le narrazioni che alimentano l’identità urbana.
«Basta, a volte, il caso di un itinerario (di un nome, di una sensazione) perché il viaggiatore distratto scopra all’improvviso che la sua geologia interiore e la geografia sotterranea della capitale hanno punti di contatto: scoperta folgorante di una coincidenza in grado di provocare nelle nicchie sedimentarie della sua memoria piccoli sismi intimi.»
Questa discesa nei diversi livelli di coscienza della storia individuale e collettiva, costituisce un osservatorio privilegiato delle tante collisioni che animano la contemporaneità di cui i passeggeri sono sia spettatori che fabbri. Ma il metrò è anche il mezzo della sospensione. Durante lo spostamento da una stazione all’altra, i viaggiatori abbandonano, pur in maniera fittizia e per un lasso di tempo limitato, le certezze ma anche le noie derivanti dalla loro esistenza ordinaria in superficie. Sotto, divengono preda della ineludibile cadenza con cui i convogli setacciano gli strati meno noti della città ed è come se una strana forza traente decretasse l’orientamento di qualsiasi pensiero o sensazione. In questo stato, dove si produce una sorta di ipnosi del corpo, sperimentano per qualche istante la crisi dei sistemi in cui normalmente agiscono.
L’esorcismo è ascritto alle condizioni del viaggio e a quel filo sottile ma tenace della loro condivisione tra quanti affollano nel quotidiano, per le ragioni più disparate, le banchine del metrò. Alla più piccola variazione, l’unisono che stringe la comunità viaggiante può andare perduto; l’insieme si regge su un equilibrio assai fragile, e qualora il singolo componente salti nella catena di formule e figure, ne risulta compromessa la sostanza rituale. Perché la singolarità dello spostarsi e il senso mai unico che ne deriva affiorano qui da una delicata sommatoria tra aspirazioni dell’individuo e moti collettivi.
«Tutti questi viaggiatori sotterranei si differenziano gli uni dagli altri, anche se i loro movimenti quasi regolari (come quelli dell’oceano Atlantico, con le sue maree alte e basse e le sue fasi di tempesta o bonaccia) suggeriscono tuttavia che una stessa attrazione li anima e li muove, li riunisce e li disperde.»
La metropolitana non si identifica soltanto col dedalo dei suoi tracciati, scuro fiume che inonda le cantine della città, strappando via frammenti e oggetti da quelle pareti dimenticate per rovesciarli ai piedi dei suoi frequentatori. È un’architettura composita che, al contrario di quanto si possa pensare, si regge per una piccolissima parte sulle proprie strutture visibili, affidando una porzione rilevante delle sue suggestioni simboliche a numerosi altri aspetti. Dall’annuncio delle destinazioni per mezzo della voce automatica, il che contribuisce a creare un’attesa dal gusto surreale attorno alla meta, alla sirena dei treni in partenza. E poi ancora, le vibrazioni che scuotono i muri della stazione, il gesto rapido e perfino sontuoso con cui di solito i passeggeri vidimano il biglietto precipitandosi nel varco aperto, il vento che filtra in galleria pochi secondi prima dell’arrivo del treno, e pure la corrente d’aria che visita ininterrottamente i corridoi di certe uscite. L’umore un po’ trasognato dei chioschi sotterranei, la grazia da semidei di musicisti e accattoni confinati agli imbocchi di scale e corridoi.
Augé ci guida in un microcosmo che non solo per scelta tematica ma forse più ancora nei toni si ritaglia un posto d’onore all’interno della letteratura sulla flânerie, inaugurata proprio sulle strade di Parigi da Baudelaire, Breton, Hessel, Benjamin, Kracauer, per citare alcuni tra i suoi maggiori praticanti e affabulatori. Lo studioso suggerisce una serie di chiavi di lettura in parallelo ad altrettanti punti di osservazione, con l’augurio che altri abbiano voglia di avventurarsi alla scoperta di un universo sepolto dove, lasciando che l’occhio si abitui al buio, è facile scorgere segni dei nostri infaticabili corsi e ricorsi lungo i sentieri della storia.


(Di Claudia Ciardi – articolo pubblicato nel 2014)

Edizione recensita:
Marc Augé, Un etnologo nel metrò
Elèuthera, 2010


*Per alcune considerazioni sugli itinerari della metropoli si veda l’articolo "Denkbilder e passages", pubblicato in questo blog.

22 febbraio 2018

«Montagne 360» - febbraio 2018







“Ciò che accade in montagna non resta confinato alla montagna”. Il numero di febbraio di «Montagne 360» può leggersi tutto all’insegna di questa frase. Nucleo centrale della pubblicazione è infatti il cambiamento climatico scandagliato nelle sue più ampie e differenti declinazioni ambientali, storiche e antropologiche, tutte riconducibili a uno stato d’allarme affatto trascurabile per l’ecosistema del pianeta. Le montagne, luoghi in cui i mutamenti si registrano con maggiore impatto e velocità rispetto alla pianura, sono le sentinelle di un drastico peggioramento degli equilibri climatici. Diversi sono i gruppi di interesse coinvolti nel negazionismo del riscaldamento globale, principale imputato per quanto riguarda l’arretramento dei ghiacciai, la riduzione delle precipitazioni nevose e in conseguenza delle risorse idriche. Tali gruppi negazionisti esprimono rimostranze abbastanza generiche, e perciò dubbie, circa i lauti finanziamenti che girerebbero all’interno delle organizzazioni deputate allo studio di questi fenomeni. Certo, può darsi, progetti insussistenti che ricevono sostegni anche cospicui ve ne sono in ogni disciplina,  pure nelle aree di studio che vantano i migliori propositi. Ma argomentare sempre e solo in tal senso significa che, dall’altra parte, si vogliono difendere modelli di sviluppo destinati a confliggere con la tutela degli ecosistemi e, dunque, orientare diversamente, nella direzione di una maggiore incidenza sulle risorse della terra, i consumi tra la popolazione. Alla fine tutto si riduce a una questione centrale che attiene alla pianificazione politica ed economica delle nostre società. Differenti gruppi di potere spingono nell’una o nell’altra direzione; si tratta di una sfida complessa e le ricadute in termini di conflitti nei territori le abbiamo già viste: per l’Italia si possono citare il caso della Val di Susa o i comitati contro i petrolchimici (Basilicata, Puglia, Sicilia).  
In tutto questo, che i report ufficiali del cambiamento climatico costituiscano ormai delle testimonianze allarmanti sul decadimento dei nostri territori è un dato acquisito. Il Mediterraneo e l’arco alpino si candidano a essere le zone più surriscaldate del pianeta nell’ultimo trentennio, i ghiacciai del Plateau tibetano risultano i più colpiti dall’arretramento mondiale con temperature “bollenti” sopra i quattromila metri, e l’Australia negli ultimi anni è stata colpita da siccità record; notevoli i problemi energetici in quest’area (l’utilizzo sempre più diffuso e intensivo dei condizionatori ha causato di recente black out estesi e prolungati). 
Dalla metà dell’Ottocento, ossia da quando si è cominciato a fare delle montagne un laboratorio scientifico, quindi considerandole anche come preziose e infallibili stazioni climatiche, le risultanze non sono state confortanti. Studiosi come Venance Payot e Federico Sacco, attivi tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, rispettivamente sul Monte Bianco e nelle valli valdostane, avevano già registrato un incremento costante delle temperature invernali e la riduzione del fronte dei ghiacciai.
Renata Pelosini dell’Arpa Piemonte illustra in dettaglio lo sfasamento dei ritmi stagionali in montagna, con inverni poco nevosi e precipitazioni tardive, e in generale sbalzi termici con alternanze di picchi caldo-freddo in un ristretto lasso temporale. Sull’emergenza incendi che ha colpito il Piemonte lo scorso ottobre, spiega come vi siano stati strascichi molto pesanti sulla vita in città. Il vento, trasportando in pianura i residui della combustione, ha accresciuto gli effetti negativi del particolato inquinante già diffuso. Nel caso di Torino l’aver puntato il dito contro l’amministrazione, come si è fatto su troppi media – addirittura classificandola con malcelato compiacimento città più inquinata d’Europa, centro in cui improvvisamente si sarebbe manifestata ogni negatività – denota l’imperizia di buona parte dell’informazione nell’analizzare i problemi relativi all’ambiente in cui viviamo. Purtroppo una serie di concause sfavorevoli, cui si sommano è chiaro le nostre vergognose abitudini quotidiane, hanno creato il disastro. Scarsa frequentazione dei mezzi pubblici, autoregolazione pressoché nulla nell’uso del riscaldamento, pochi gli edifici costruiti secondo criteri ecologici e di vero risparmio energetico sono punti da risolvere necessariamente se vogliamo migliorare la qualità dell’ambiente urbano. E nei grandi centri abitati è evidente che l’emergenza assume i toni dell’urgenza. Si torna quindi all’inizio: la montagna ci guarda e non è poi così lontana.
Cade domani la giornata del risparmio energetico, tema cruciale per ridurre in maniera drastica l’inquinamento. Queste riflessioni pertanto integrano e approfondiscano un dibattito che è auspicabile coinvolga un numero sempre più ampio di cittadini consapevoli.
Ancora in questo numero il ricordo di Michele Gortani, senatore, costituente, geologo, originario della Carnia, valido esempio di politico e ambientalista. Suo l’unico importante riferimento nella carta costituzionale alla tutela delle terre alte (secondo coma dell’articolo 44): «La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane». Un monito che è necessario accompagni ogni amministratore nelle futura progettualità a difesa del territorio, specialmente nelle zone più fragili e marginali.  
Continua infine l’aggiornamento escursionistico sui Monti Sibillini, alla scoperta di paesaggi mozzafiato cui il terremoto non è riuscito a rubare incanto e bellezza. Il Club Alpino italiano auspica e incentiva in questi luoghi un turismo lento e solidale, con il proposito di aiutare le economie locali del centro-sud a ripartire.


(Di Claudia Ciardi)  


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